“Caro Michele, ti chiedo scusa” lettera a Michele il 30enne di Udine

“Caro Michele, ti chiedo scusa” lettera a Michele il 30enne di Udine

Martedì 7 febbraio è stata pubblicata la lettera di Michele, il ragazzo udinese di 31 anni che si è tolto la vita. I genitori hanno inviato alla testata giornalistica Il Messaggero Veneto il messaggio che il ragazzo ha lasciato loro prima di suicidarsi. L’hanno inviata perché tutti sapessero le motivazioni che hanno condotto il figlio a togliersi la vita.

Si è ucciso stanco del precariato professionale e accusa chi ha tradito la sua generazione, lasciandola senza prospettive. La lettera viene pubblicata per volontà dei genitori, perché questa denuncia non cada nel vuoto. La lettera di Michele, carica di rabbia e rancore, è stata virale arrivando a commuovere la rete.

Una giovane autrice della nostra redazione ha voluto rispondere con una lettera di scuse in forma anonima ma nome della sua generazione sulla via per i 30 anni.

Caro Michele,

ti scrivo dal mondo che hai deciso di lasciare. Quello degli uomini e delle donne che sopravvivono in questa giungla chiamata vita. Non ho ancora trent’anni. Non so cosa voglia dire vedersi sbattere le porte in faccia, aspettare una chiamata che non arriva, illudersi che “sì, forse questa è la volta buona”. Non ho la minima idea di come possa far male vedere i propri sogni calpestati, le proprie ambizioni umiliate. Sono ancora una studentessa in attesa del futuro, il cui massimo fallimento nella vita può essere un esame andato male.

Nonostante ciò, la tua lettera di addio è stata un pugno al cuore. Ben piazzato, doloroso come solo le parole a volte possono essere. E ho sentito la tua sofferenza come se fosse anche mia. In un attimo ho sentito l’angoscia che si prova a perdere ogni speranza, a sopportare fino al limite, a non riuscire più a vedere il futuro.

Si fa presto a dare libero sfogo ai giudizi in queste occasioni. Alcuni stanno già rimproverando il tuo gesto. Dicono che avresti dovuto resistere, che non avresti dovuto darla vinta a questo mondo che sembra non volerci. Dicono che la vita è preziosa e bisogna difenderla ad ogni costo. Alcuni dicono che sei stato un debole e che i giovani di oggi si autocommiserano anziché lottare. Io dico che a volte dovremmo tacere.

In questo mondo che corre, che premia i vincenti, che ignora i talenti, gli assassini siamo anche noi, che non riusciamo più a osservare senza giudicare. Siamo noi che critichiamo senza conoscere e rimaniamo indifferenti a tutto. Siamo noi che chiediamo: come stai? e non ascoltiamo. E anche noi che rispondiamo: “bene” e vorremmo urlare.

Questa lettera non è un inno alla vita, non è nemmeno una denuncia sociale. E’ piuttosto una lettera di scuse. Mi scuso a nome di questo mondo per non aver apprezzato e riconosciuto le tue qualità. Per avere ucciso i tuoi sogni, per non aver capito la tua sofferenza. Mi scuso a nome di questo mondo per averti rubato la speranza, per averti illuso e deluso, per aver corso troppo lasciandoti indietro.

Mi scuso per aver dimenticato che siamo esseri umani, per aver dimenticato la gentilezza, per aver giudicato senza conoscere.

So che non te ne farai molto di queste scuse, ora.

E forse le ho scritte più per me stessa, per noi che continuiamo a vivere in questo pazzo mondo. Per ricordarci, nel nostro piccolo, di “restare umani” anche quando è difficile.

Buon viaggio, amico mio.

Le origini della basilica di San Marco: simbolo della Serenissima

Le origini della basilica di San Marco: simbolo della Serenissima

Ciondolava per il centro storico di Venezia quando Pierre-Auguste Renoir, un pomeriggio d’autunno del 1881, rimase impressionato dalla maestosità della Basilica di San Marco e dall’atmosfera che quest’ultima suscitava. Quella offertaci dall’artista è una visione totalizzante in cui cerca di rendere, nell’immediatezza, la sensazione di apertura e di vertigine che suggeriva la vista frontale del monumeto nella grande piazza.

Piazza San Marco – Pierre-Auguste Renoir

Il simbolo della Serenissima è da sempre spunto di riflessione artistica e storica. Essa vanta delle origini leggendarie legate al santo di cui porta il nome.

E’ Eusebio di Cesarea, tra le fonti principali relative alla vita dell’Evangelista, a informarci che in seguito a varie peregrinazioni in Oriente, Marco fu ucciso in circostanze misteriose ad Alessandria d’Egitto e il suo corpo trascinato per tutta la città. Nell’828 le sue reliquie vennero trafugate e trasportate a Venezia da due mercanti, traslazione considerata segno del volere divino. Il santo fu eletto a patrono della città in sostituzione del Santo bizantino Teodoro. Il tutto da leggere in chiave ideologica per legittimare l’ascesa della città.

San Marco l’Evangelista-Emmanuel Tzanes

L’edificio, in origine, era la cappella privata del Doge. Nel X secolo essa fu distrutta da un incendio a seguito di una rivolta. Si procedette con la ricostruzione dell’attuale Basilica nel 1064, sotto il doge Contarini. E con la consacrazione, avvenuta trent’anni dopo, Venezia assunse un ruolo di primo piano nella tradizione cattolica infatti nota è la sua partecipazione attiva alle Crociate.

“A volte sulla riva di San Marco giungono velieri che recano nelle loro vele i venti di altri mondi.”
  cit.Mieczysław Kozłowski

Attività principale dell’economia veneziana è rappresentata dall’intenso operato mercantile che guardava ad Est. I commerci con i paesi orientali permettevano l’importazione di pregiate manifatture e le successive influenze nelle arti figurative. Infatti la struttura della Basilica di San Marco prende a modello l’Apostoleion, situata a Costantinopoli, altrettanto fiorente punto di incontro di diverse popolazioni. Come la basilica dedicata agli apostoli in Oriente, quella di San Marco si presentava con pianta a croce greca con le navate, tre per braccio, separate da colonnati tra piloni che sostengono le cinque cupole, distribuite al centro e lungo gli assi della croce.

 

Pianta Apostoleion

 

Pianta Basilica di San Marco

In quanto emblema dell’unione tra cultura occidentale e orientale, la Basilica veneziana presenta tratti strutturali e stilistici peculiari sia dell’una che dell’altra. Di occidentale viene costruita una cripta, e l’altare, conforme alle regole della tradizione romanica europea, viene collocato nella zona absidale del braccio est. L’ampliamento della navata centrale rompe la perfetta simmetria della pianta creando un’asse longitudinale. Di orientale sono le gallerie con pavimento ligneo che coprivano le navate minori. All’interno le pareti sono interamente rivestite da una ricchissima decorazione musiva e le murature sia interne che esterne erano articolate da nicchioni scavati in esse.

Interno della Basilica di San Marco

 

A partire dal XIII sec. viene allargato il vestibolo e prende forma l’attuale facciata. Essa viene arricchita con materiali recuperati direttamente dalla capitale orientale presentandosi così ricoperta da lastre marmoree, bassorilievi e caratterizzata da colonne in due ordini in marmi preziosi. In ultima analisi per quanto riguarda l’esterno non si può non menzionare gli importanti portali strombati costituiti da timpani ad archi inflessi d’ispirazione araba in cui viene rappresentato il martirio di San Marco ad Alessandria D’Egitto.

Le autrici
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Annalaura Garofalo

Studentessa di Lettere moderne a Bari, ho conseguito il diploma socio-psico-pedagogico nel 2013 a Canosa di Puglia. Nutro un intenso interesse per l’arte, il cinema e la letteratura ma, in genere, amo indagare il mondo e le sue dinamiche con curiosità e spirito critico. Sono fortemente attratta dalle culture locali e dalle tradizioni.

Giulia Morra

Studio Scienze dei beni culturali presso l’Università degli studi di Bari. Amo le danze popolari e i racconti di J.R. R. Tolkien. Sogno di diventare un’archeologa specializzata in cultura funeraria tardoantica

La biografia dei figli cambiati: vi raccontiamo il 2016 della redazione

La biografia dei figli cambiati: vi raccontiamo il 2016 della redazione

Nel 2000 lo scrittore contemporaneo Andrea Camilleri pubblicava un volume per la Rizzoli, dal titolo Biografia del figlio cambiato, dove si divertì a romanzare la vita di Luigi Pirandello in maniera confidenziale, prendendo il nome in prestito il nome dell’opera pirandelliana La favola del figlio cambiato. L’intento dell’autore siciliano non era solamente quello di raccontare la storia dello scrittore ma di farlo in maniera discorsiva, “come se lo stesse raccontando ad un amico”, senza riferimenti a fonti e dati bibliografici ma solamente da un punto di vista personale.

Con la stessa confidenza, ma da autore e lettore, vi raccontiamo il lavoro svolto in questi primi cinque mesi di vita della nostra redazione. Parafrasando l’introduzione del primo editoriale di Cosimo Cataleta possiamo cominciare dicendo: quella mattina ci siam svegliati “Figli Cambiati”.

Alle 8:30 nel loro buongiorno al mondo i figli cambiati spiegarono ai loro futuri lettori le ragioni e le basi culturali del loro progetto. Specificarono la coraggiosa scelta di non recintarsi mai all’interno di una rigorosa linea editoriale: sarebbe stato inutile. Piuttosto, preferimmo lasciare un ampio margine di libertà in modo che qualsiasi autore, presente o futuro, potesse sentire addosso la libertà necessaria di scrivere e di poter non solo sfruttare questo blog “redazionale” come amplificatore della propria espressione, ma soprattutto di poter sposare questa causa e potersi sentire anche lui a tutti gli effetti il figlio cambiato di cui parla Luigi Pirandello.

Non avere una linea editoriale per i figli cambiati non significa tuttavia rappresentare un progetto neutro o asettico. Nei 147 giorni sono stati approfonditi i temi politici più importanti europei ed extraeuropei con doverosa criticità e soprattutto senza peli sulla lingua: dovevamo e dobbiamo questo ai nostri lettori. Parlando di diritti umani, sono stati affrontati alcuni temi del passato: da Ken Saro Wiwa a quelli attuali. Ricordate le 10 domande sulla morte di Giulio Regeni. Un drammatico caso diplomatico, che continueremo a seguire fino a quando non sarà fatta piena luce. Il 24 agosto sono stati dedicati 3 giorni al terremoto del centro-Italia sensibilizzando i lettori all’altruismo e parlando di ricostruzione del patrimonio. La attenzione alle elezioni americane ha riguardato invece sia i processi storici a stelle e strisce che il circolo delle false notizie che ne hanno decisamente condizionato l’esito. Un’interesse particolare ha riguardato il referendum costituzionale italiano con l’analisi dei risultati e delle reazioni della stampa estera.

In assoluta libertà i figli cambiati hanno dedicato un ampio spazio ai temi culturali: raccontando inizialmente l’arte dello straordinario De Chirico e poi dei pittori austriaci, per poi inaugurare gli argomenti letterari tra “la Rancura di Luperini” ed uno spazio fisso e originale alla domenica con poesie e racconti. La musica è stata affrontata in più occasioni: dal premio Nobel Bob Dylan al maestro Leonard Cohen, sino ad un appuntamento fisso con la rubrica Playlist. Coinvolti dell’archeologia si sono interessati alle meraviglie della pittura pompeiana e degli usi e costumi romani, assieme alle discussioni filosofiche come il futuro immaginato da Ippolito Nievo nel pieno ‘800. Ed ancora, i dibattiti più particolari e attuali come le nuove disposizioni europee per i pacchetti di sigarette, che molto hanno fatto discutere. Con la preparazione scientifica giusta sono stati trattati in maniera esauriente i casi storici e gli esperimenti clinici della psicologia. Fin dall’inizio fanno parte della nostra famiglia anche gli hijos cambiaron, i figli cambiati spagnoli, che hanno collaborato permettendo di affacciare questa realtà al di fuori dei limes geografici.

Abbiamo raggiunto un piccolo traguardo. Un traguardo che ci ha permesso di maturare concretamente nuove ambizioni per il futuro: continueremo a lavorare con una costanza e una qualità sempre migliori, senza disperdere l’originalità di sempre. Un buon anno e un GRAZIE ai nostri lettori, spina dorsale e motivazione di questa giovane redazione.

Roberto Del Latte

La rivoluzione musicale “do Brasil”

La rivoluzione musicale “do Brasil”

Nel secondo ‘900 in Brasile, conclusasi la parentesi della dittatura fascista con il suicidio di Getùlio Vargas, un nuovo golpe militare porta il paese in repressivi anni di piombo. Il governo militare censura le opere culturali creando un organo per manomettere tutte le opere, riducendo in brandelli le arti e la stampa.

A causa della loro collocazione politica e delle idee espresse dalle opere, gli artisti brasiliani vennero inizialmente arrestati e successivamente rilasciati in cambio di un esilio “forzatamente spontaneo” che ha poi arricchito le culture occidentali che li ospitavano. È il caso della bossa nova e della samba, dapprima ascoltate dai giovani squattrinati nel bar de Bubu di Santo Amaro poi “detonatori della rivoluzione” non puramente politica ma musicale e filosofica. Due generi musicali latini diventati autentico soft-power della cultura verde-oro che in Italia ha poi distinto molti artisti: da Mina ad Ornella Vanoni; da Pino Daniele a Lucio Battisti.

Geraldo Vandrè canta al festival internazionale della canzone

Geraldo Vandrè canta al festival internazionale della canzone. Immagine da UOL Música

Il ’68 è l’anno che chiama all’appello le masse, e il brasiliano Geraldo Vandrè scuote quelle del suo paese cantando l’inno alla resistenza contro i militari “pra não dizer que não falei das flores” (non si dica che non ho mai parlato dei fiori). Finito in carcere, esilia in Cile. Il caso non sfugge a Sergio Endrigo che in Italia propone al pubblico di Canzonissima una versione tradotta. Endrigo realizzerà anche una cover di samba em preludio di Vinícius de Moraes. Esule anche lui con Toquinho frequentano moltissimo gli ambienti italiani. Il primo oltre che un musicista è anche un poeta eccezionale tant’è che il suo omologo italiano Giuseppe Ungaretti ne traduce una sua raccolta di poesie.

A spalleggiare altri brasiliani in Italia c’è Chico Buarque, musicista e intellettuale che in Italia incise due album, di cui uno arrangiato da Morricone. Ma a lasciare il Brasile nel dicembre ’68 e poi trovare sfogo altrove sono tantissimi: per es. Gilberto Gil e Caetano Veloso, premiati con la Targa Tenco.

Elis Regina fu una delle eroine della protesta contro la dittatura denunciando apertamente i comportamenti del governo nelle sue apparizioni pubbliche e nelle canzoni. Un atteggiamento generato dalla sua strumentalizzazione da parte del governo di “bella e brava cantante” non permettendole di uscire dal paese e di ottenere risultati e successi ancora maggiori all’estero. Diventata orgoglio dei brasiliani, alla sua morte venne avvolta nella bandiera brasiliana con suo nome al posto della scritta “Ordem e Progresso”. Planetaria però è la sua collaborazione con Tom Jobim in Águas de Março. Interpretata anche dalla nostrana Mina in italiano. Ma ne esiste anche una versione in francese, inglese o spagnola.

 

Se c’è una cosa che ho imparato dall’antropologia è che il sangue puro è un’illusione. Ed è meglio così. Il Brasile è basato su questa potente dicotomia, sui conquistadores portoghesi che importano la lingua e gli schiavi neri dall’Angola che trascinano con sè il proprio tribalismo. La Samba, viene da lì. E’ il loro linguaggio, un loro codice che ogni regione, ogni ambiente ha declinato a modo suo.

Tutto parte da dei tamburi (o da fraseggi taglienti di chitarra) e da un ombelico: un danzatore (o danzatrice), al centro di un cerchio, sfiorava l’ombelico ad un altro e questo si aggregava al centro, come a formare un nucleo pulsante di un mondo tenuto fuori, distinguibile e noioso. Da Bahia è partito un esodo che poi ha portato a diffondere questo genere e il ballo annesso in tutto il mondo, ma non possiamo non pensare a quanto Rio e il suo Carnevale ne costituiscano l’esempio più barocco, sfarzoso, sensuale al mondo. Bahia e Rio sono i fianchi innamorati e ballerini del Brasile.

Quando due ballerini eliminano il loro ego e permettono alle loro identità di fondersi, ne viene fuori un pezzo di realtà vera e tangibile. La musica funziona in modo analogo e così succede nei migliori esempi in cui la samba, di cui la Bossa Nova costituisce la variante più cerebrale e timida a causa del ritmo più sincopato, si fonde con la cultura occidentale. Il padrino della Bossa Nova, in Brasile è Antonio Carlos Jobim, che per loro è semplicemente “O maestro”(poche cose mi stimolano come i soprannomi brasiliani). Jobim non poteva rimanere per lunghi periodi fuori dal suo paese, soffriva di una cosa chiamata saudade e nel ’66, mentre era a Rio, ricevette una telefonata. “Vorrei fare un disco con te, ti interesserebbe l’idea?” . A parlare era Frank Sinatra, a cui all’epoca Dio poteva fare solo da guardaspalle.

Ciò che ne è uscito è una gemma raffinatissima.


Una cosa da non sottovalutare, oltre alla musica, ai movimenti, sono le parole dei brasiliani. Sanno usarle come pochi.

“Soy el fuego que arde tu piel, soy el agua che mata tu sed”

Un arpeggio apre una delle più belle serie prodotte da Netflix, Narcos, di cui non credo di dover parlare. Narcos fa con la Colombia, quello che la sua sigla ha fatto con la musica brasiliana. L’America si infiltra dentro una cultura che non è sua e siccome non la può padroneggiare, è costretta a comprenderla e ad adattarsi, trovando un incontro fiorente e disarmante. Rodrigo Amarante ha detto di essersi ispirato ai sentimenti della madre di Pablo Escobar mentre cresceva il futuro boss del Cartello di Medellin. Ed è il folk elettrico, il terreno su cui la sua simil-samba si dispiega: “Mi tesoro basta con mirarlo, y tuyo serà”.

 

Di Roberto Del Latte e Walter Somma

L’ascesa e il declino dell’impero americano

L’ascesa e il declino dell’impero americano

Le elezioni americane e la campagna elettorale appena conclusasi hanno fatto molto discutere su come uno o l’altro candidato potrebbe gestire il Paese in caso di grave crisi o peggio di guerra atomica e mondiale. Un Paese diviso, tra chi affermava che la Clinton fosse più guerrafondaia, chi invece ammirava Trump per la volontà di distensione con la Russia. La verità è che gli Stati Uniti sono un Paese  in guerra fin dalla nascita, a prescindere dal candidato. E’ l’anima del Paese e del suo popolo che modellerà il futuro di se stesso, non il presidente. Non sono solo un Paese ma un vero e proprio Impero: un impero che sta crollando. Non è un mistero come gli USA abbiano da sempre  voluto dichiararsi Paese virtuoso e destinato alla supremazia.  (altro…)

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