23 maggio 1992: la stagione delle bombe

23 maggio 1992: la stagione delle bombe

Mancano pochissimi minuti allo scoccar delle 18:00. È tardo pomeriggio di un 23 maggio, il 23 maggio del 1992. L’orologio segna precisamente le 17:58. Giovanni Falcone è il direttore degli affari penali del ministero di Grazie e Giustizia e insieme a sua moglie Francesca Morvillo, anche lei magistrato, e sotto scorta, è da poco atterrato all’aeroporto di Punta Raisi. All’altezza dello svincolo per Capaci, cinque quintali di tritolo provocano un’esplosione da cui ne uscirà vivo solo Giuseppe Costanza, l’autista della Fiat Croma marrone che trasportava “l’obiettivo”. L’attentato, radiocomandato da Cosa Nostra e “celebrato” dai mafiosi del carcere dell’Ucciardone, diventa l’emblema di una forza malvagia che pare ora più che mai invincibile. L’episodio, secondo le testimonianze dei collaboratori di giustizia, si sarebbe verificato con l’intenzione di danneggiare il senatore Giulio Andreotti, in quanto proprio in quei giorni il parlamento era riunito per l’elezione del Presidente della Repubblica e questo era considerato il più accreditato per la carica, ma l’accaduto orientò la scelta su Oscar Luigi Scalfaro, eletto il 25 maggio, due giorni dopo.

Antefatto:

Giovani Falcone dal 1979 era impegnato nella realizzazione di inchieste sulle famiglie mafiose siciliane. Durante l’inchiesta su Rosario Spatola, imprenditore edile che riciclava il denaro della mafia, si rese conto, attraverso dei trasferimenti di denaro e transazioni finanaziarie, di una connessione tra l’organizzazione criminale siciliana e la criminalità statunitense. In seguito a questa scoperta intraprese ua collaborazione molto fruttuosa con la polizia di New York e l’FBI e fondò insieme a Rocco Chinnici, Paolo Borsellino e ad altri importanti nomi il “pool antimafia” del tribunale di Palermo. Mediante il lavoro del pool prende vita il più grande processo per mafia tenuto in Italia, il “Maxiprocesso”, grazie al quale nel 1987 vengono condannate oltre 360 persone.

Nel settembre-ottobre 1991, durante le riunioni della “Commissione regionale” di Cosa Nostra presiedute dal boss Salvatore Riina, si stabilì di rispondere agli arresti con azioni terroristiche rivendicati con la sigla “Falange Armata” e subito dopo, nel dicembre 1991, avvenne la riunione della “Commissione provinciale”, sempre presieduta da Riina, in cui si decise di colpire in particolare i giudici Giovanni Falcone e Paolo Borsellino ma anche personalità politiche:

  • Salvo Lima, parlamentare siciliano della Democrazia Cristiana;
  • Sebastiano Purpura, assistente di Salvo Lima;
  • Calogero Mannino, ministro DC per gli interventi straordinari del Mezzogiorno;
  • Claudio Martelli, Ministro di grazia e giustizia del Partito Socialista;
  • Carlo Vizzini, Ministro delle poste e delle telecomunicazioni, socialista;
  • Salvo Andò, Ministro della difesa, socialista.

In realtà la vicenda Falcone è stato un lucido esempio di come il rigore umano e professionale non sia stato seguito e tutelato dall’autorità statale. Anzi, tutto il contrario. In seguito al successo giudiziario del Maxiprocesso grazie all’azione del Pool Antimafia di Palermo, per Falcone si è aperta una fase dove si è scontrato più volte con la politica e gli organi statali.

(Falcone, Borsellino e Caponnetto, ai tempi del Pool Antimafia fondato da Rocco Chinnici, Archivio famiglia Borsellino)

La prima di una lunga serie di delusioni, la ebbe quando nel 1988, candidatosi al posto lasciato vacante da Antonino Caponnetto alla guida dell’Ufficio Istruzione di Palermo, il CSM gli preferì Antonino Meli,nonostante l’instancabile lavoro e gli innumerevoli meriti di servizio. Caponnetto aveva lasciato il posto su assicurazione del posto per Falcone, inoltre indicando in lui la persona più consona a prenderne la pesante eredità.

Falcone stesso ebbe a dichiarare all’indomani della nomina, amaro:“Mi avete crocefisso. Perché mi avete inchiodato come bersaglio. Ora possono eseguire senza problemi la sentenza di morte già decretata da tempo, perché hanno avuto la dimostrazione che non mi vogliono neanche i miei, cioè i magistrati”. In altre parole, il fatto che Falcone apparisse distaccato totalmente, rese palese la sua solitudine, dando vita a un clima di incomprensione e rivalità. Non fu l’ultima carica che venne soffiata a Falcone, che un mese dopo si vide rifiutare la nomina all’Alto commissariato per la lotta alla mafia. Al suo posto venne eletto Sica, nonostante le indagini da lui seguite sul caso Orlandi di fatto non avevano confermato nessuno degli scenari emersi dalle indagini.

Uno degli episodi più infausti fu però quello del fallito attentato dell’Addaura su cui tuttora le indagini sono aperte: la mattina del 21 giugno 1989, vengono ritrovati 58 cartucce di esplosivo nella zona antistante la villa che Falcone aveva affittato per un breve periodo di vacanza. Il giudice era in attesa di alcuni colleghi per esaminare la documentazione relativa all’inchiesta “Pizza Connection”, che aveva curato con la collaborazione dell’FBI e di Rudolph Giuliani. Negli ambienti della DC e del PCI a Palermo, venne fatta circolare la voce che Falcone avesse addirittura montato l’avvenimento per un caso  mediatico e ricavarne pubblicità, accuse infamanti che piovvero su di lui quasi a volerne minare il valore professionale e umano.

L’isolamento costante da parte dello Stato rese Falcone un “dead man walking” ed è giusto parlare di connivenza e di responsabilità non solo mafiose ma anche istituzionali. Tutto questo concorse a quella nube di fumo nero denso che si levò allo svincolo per Capaci, nera come le condizioni di uno Stato che trovò grazie al sacrificio di Falcone e di Borsellino in seguito, la forza di combattere il fenomeno mafioso.

Tenendo viva la memoria di Giovanni Falcone dovremmo cercare di non pensare a lui come ad un martire, ma innanzitutto come ad un fulgido esempio di etica morale e straordinario talento professionale messo al servizio della vita pubblica.


Di Roberto Del Latte e Walter Somma

Perché David Lynch non è solo Twin Peaks

Perché David Lynch non è solo Twin Peaks

Quando si intende scrivere di David Lynch, bisogna subito preannunciare le enormi difficoltà che scrittori e critici sono chiamati a superare. Questo non solo per la grandezza compositiva del regista di Missoula, ma anche per l’infinità di attività rivestite. Lynch incarna infatti la bellezza e lo spettacolo dell’arte sotto molteplici punti di vista.

Scrittore, regista, pittore, musicista, compositore, attore e forse nemmeno finirebbe qui, Lynch è stato in grado di divenire a tutti gli effetti il miglior regista del panorama contemporaneo cinematografico mondiale. La sua assenza, risalente al 2006 con il Leone d’Oro alla Carriera nella 63esima Mostra internazionale d’arte cinematografica di Venezia e la conseguente proiezione fuori corso del magico incubo di Inland Empire, consegnano a pubblica e critica un vuoto difficile da colmare, data l’ecletticità della complessiva opera lynchiana.

Certo, il ritorno sulle scene televisive con la terza stagione dell’indimenticato ed indimenticabile Twin Peaks (1990) aiuterà a renderci meno soli e a continuare a sognare sulle note di Angelo Badalamenti. Ma è pur vero che Inland Empire rappresenta di fatto il punto di arrivo, dopo che Eraserhead (1979) aveva invece fatto da contraltare, manifestandosi come punto di partenza di un’opera che avrebbe stregato registi del calibro di Stanley Kubrick e Mel Brooks. Non è un mistero infatti, come nel 1979 Kubrick avesse invitato il set di Shining alla visione di Eraserhead, per introdurre il cast alla “giusta atmosfera”. Altro caso politico, per certi versi anche più ‘clamoroso’, fu la richiesta di spostamento di un concerto privato di Paul Mccartney ad opera della regina d’Inghilterra Elisabetta II. Le ragioni? La Regina era impegnata con la puntata serale di Twin Peaks.

Se buona parte della critica mondiale ha riconosciuto la grandezza delle immagini lynchiane, non lo stesso deve dirsi di un pubblico che non sempre lo ha accompagnato benevolmente, preferendo di fatto voci cinematografiche mainstream ed arriviste. E’ opinione di chi scrive, come l’opera di Lynch sia troppo spesso ridotta al fenomeno mediatico legato a Twin Peaks, lasciando nel dimenticatoio pezzi di Storia cinematografica. Perciò, David Lynch non è solo Twin Peaks ma ben altro. Il che risulta evidente dalla mano operata dal regista all’interno della serie cult. Perché non esisterebbe Twin Peaks senza David Lynch, né potrebbe immaginarsi una sua prosecuzione senza le visioni profondamente metafisiche ed oniriche poste in campo con sostanziale unicità e con una rarità che fa rimpiangere opere di tale calibro.

RABBITS (2002)

Rabbits è una serie di 7 cortometraggi realizzati da Lynch nel 2002. Alcuni frammenti di questa serie compaiono nello schermo televisivo all’interno di una scena di Inland Empire (2006), collegandosi però ad altri personaggi della pellicola.

Si tratta di un’opera singolare all’apparenza indecifrabile, concepita nel tipico quadro onirico lynchiano.

Il regista gioca qui con gli schemi di messa in scena teatrale inserendo in vari punti del dialogo fra i protagonisti le risate di un pubblico che solo all’apparenza interagisce con l’opera. Queste risate infatti suonano sempre fuori luogo e non denotano alcuna comprensione del gioco dialogico di fronte al quale Lynch ci pone. Ciò che il regista sembra voler fare è pertanto un’intenzionale parodia di quelli che sono i ritmi di interazione tipici della sit-com americana. Nel semplice inserire tre bizzarri personaggi, nella forma di conigli antropomorfi, all’interno di una stanza dalla scenografia essenziale, Lynch crea già un primo principio di straniamento. L’atmosfera nella stanza è cupa e la musica di sottofondo conferisce alla sequenza narrativa un ritmo di tensione che collide con la comicità che la reazione del pubblico vorrebbe suggerire.

Il botta e risposta dei protagonisti può risuonare del tutto incoerente ad un primo ascolto, eppure in qualche modo si arriva a pensare che le battute non siano del tutto affidate al caso. La sensazione che si ha è quella di una sceneggiatura tagliuzzata battuta per battuta e rimaneggiata in modo che ogni enunciato acquisti un nuovo senso all’interno dell’ordine apparentemente casuale che il regista sembra affidare. I tre conigli sono quindi costretti, e lo spettatore con loro, a perdersi in un vortice mentale che impedisce loro di ricostruire e ridare un senso alla sequenza di eventi cui hanno assistito e preso parte. Sequenza di eventi la cui natura, per quanto sconosciuta, assume i toni del crimine violento man mano che la narrazione prosegue in maniera lenta e inesorabile verso l’enigmatica conclusione. Il film si chiude infatti con una porta che si spalanca facendo entrare nella stanza una luce abbagliante e un grido disperato.

I tre protagonisti si raccolgono spaventati nel divano e uno di loro dice: “Mi domando chi sarò”. La crisi di identità è un topos classico nella cinematografia lynchiana ma l’assenza di una logica premessa in questo racconto rende tremendamente complicato mettere insieme i vari pezzi di una narrazione che suggerisce tanto senza affermare nulla. Il tutto sembra esaurirsi in un’insieme di sensazioni, come quelle poetate nel monologo che i tre protagonisti tengono in momenti diversi, senza soluzione di coerenza. È uno sguardo sui fatti filtrato da menti che affannano nel tentativo di comprendere un ordine che non possono afferrare.

Ci troviamo pienamente inseriti nella logica dell’incubo che intrappola il sognatore nei propri schemi privi di coerenza. E il sognatore, di fatto assente, dovrà essere individuato nello sguardo della soggettiva a cui questo racconto appartiene. È lo spettatore infatti a trovarsi imprigionato inconsapevolmente nei meccanismi di decodifica che la sua mente attiva di fronte a questa trama, in un gioco che Lynch intrattiene con lui fin dall’inizio illudendolo di appartenere ad una platea che non esiste.

Con Rabbits si rende quindi la tipicità degli schemi di coinvolgimento del regista in una forma che, proprio grazie alla sua apparente incoerenza narrativa, concretizza l’esperienza dell’incubo, confermando a pieno titolo l’eccezionale talento di Lynch.

TRILOGIA DEL SOGNO (1997-2006): Lost Highway, Mullholand Drive, Inland Empire

E’ così che giungiamo agevolmente al richiamo più importante della (seconda parte) legata alla carriera di Lynch: la trilogia del sogno venuta alla luce tra il 1997 e il 2006. Da Lost Highway (Strade Perdute), sino al capolavoro Mullholland Drive (2001) per culminare con l’apice di Inland Empire, il regista rilancia una già onorata carriera, dopo le eccellenze di Eraserhead, Blue Velvet ed il celebre The Elephant Man.

Nella trilogia del sogno, Lynch mostra allo spettatore tutte le proprie abilità non solo cinematografiche ma principalmente psicologiche, costringendolo ad essere parte narrante ed attore delle claustrofobiche vicende dei tre capolavori. Il tema onirico rappresenta la base di una narrazione molto vicina al cinema di Chaplin, Bunuel o dello stesso Polanski nella trilogia dell’appartamento. In Lost Highway l’incipit dalla perenne incertezza firmato “Dick Laurent è morto”, apre ad un noir psicologico e strutturalmente (ma solo apparentemente) contorto, all’interno di un puzzle che acquisirà una definizione reale rispetto alla chiara impronta onirica, giunta all’apice in Mullholland Drive.

In Lynch, molti temi sanno essere rivelatori del proprio pensiero e della sua complessiva visione cinematografica. Si pensi a quello piuttosto ricorrente del doppelganger, ampiamente accentuato nella trilogia attraverso i personaggi del Sig.Eddy/Dick Laurent in Strade Perdute, di Betty Helms/Diane Selwyn e Rita/Camilla Rhodes in Mullholland Drive, per concludere con l’ottima interpretazione di una sempre affascinante Laura Dern in Inland Empire, attraverso il personaggio di Nikki/Susan.

«Mi piace fare film perché mi piace perdermi in un altro mondo. I film sono un mezzo magico che permette di sognare nel buio» – è quanto David Lynch ha avuto modo di dichiarare in relazione al suo rapporto con il cinema e con il pubblico. Comprendere il significato del cinema lynchiano è un esercizio mentale tuttavia avaro di soluzioni pronte ed immediate. E’ del resto lo stesso Lynch a comunicarlo, al netto delle infinite recensioni messe in campo da critici e cinefili: «Mi mette a disagio parlare dei significati dei miei film perché si tratta di una cosa molto personale. Il significato per me è diverso dal significato per qualcun altro». Come a dire: inutile litigare su interpretazioni univoche che non esistono e non potranno esistere, ma che potranno e dovranno semplicemente muovere dall’analisi della propria filosofia di pensiero, la cui impronta freudiana traspare inequivocabilmente.

In Lost Highway, agli albori della trilogia onirica, è possibile constatare la struttura narrativa del Nastro di Moeblius. Secondo Enrico Ghezzi, la seguente struttura toccherebbe anche il secondo film della trilogia, Mullholland Drive. Gli attori si ritroveranno così all’interno di scene già vissute con ruoli interscambiati, come del resto emerge nelle vicende che si susseguono. Ed in Lost Higway è possibile così individuare non solo aspetti della teoria del matematico tedesco, ma anche il tema della trasfigurazione e dell’Io all’interno della psicoanalisi. Ritroviamo dunque l’Es lynchiano-freudiano, la personalità violenta capace di farsi corpo, l’Io (ciò che non siamo ma vorremmo essere), la presenza del Super-Io, la narrazione riavvolta sull’omissione omicida del protagonista, l’ossessione sentimentale, il continuo avvicendarsi di personalità che l’uomo intende cancellare nella propria personale modellazione di un sogno.

Il labirinto di Lost Higway è solo un primo passo verso il grande capolavoro di quattro anni dopo. Con Mullholland Drive, Lynch richiama drammaticamente il tema del doppio con le straordinarie interpretazioni di Naomi Watts e Laura Harring, attrice feticcia del regista del Montana, altra caratteristica presente nel cinema lynchiano (la presenza dei cosiddetti attori simbolo). La storia di Betty/Diane è solo il preludio al ‘film non film’ Inland Empire, accompagnato da tre ore formato trip mentale che richiamano anche la tristezza e frivolezza del mondo hollywoodiano in contemporanea al lunghissimo sogno di Nikki-Susan.

Il richiamo onirico alla definizione freudiana di «finestra nell’intimidità del mondo» conclude il cerchio di una narrazione coerente e tutt’altro che incomprensibile, come spesso rimproverato a Lynch. Un buon modo per ricordare come fornire al cinema del buon cinema non voglia e possa dire regalare prodotti pronti e preconfezionati ma rappresentazioni poliedriche che sveglino lo spettatore dalla realtà e lo riportino alla riflessione. A quello che vorremmo e non sappiamo essere, negando quotidianamente di non essere. Il cinema di Lynch, per quanto onirico, resta dunque straordinariamente reale. Evitarlo è un atto di codardia e timore esistenziale, così come limitarlo alla pur straordinaria e celebre serie cult che si accinge a rivelarsi nuovamente sui teleschermi a venticinque anni dalla precedente apparizione.

Aicha Matrag e Cosimo Cataleta

[I Trivial di CFC] Quante ne sai sul cinema italiano?

[I Trivial di CFC] Quante ne sai sul cinema italiano?

Dimostra a tutti di essere un vero esperto del cinema nostrano rispondendo a 10 semplici domande…

Sei un vero cultore del cinema italiano, un amatore o totalmente apatico? Pochi sanno che il cinema italiano deve la sua nascita alla prima proiezione pubblica avvenuta il 28 dicembre 1895 nel sottosuolo di un caffè sul boulevard des Capucines, a Parigi. Nel corso del primo ventennio del ‘900 quest’arte porterà l’Italia a diventare capitale del cinema mondiale fino agli anni che precedono la grande guerra.

L’attentato a Londra non nasconde i fallimenti di Daesh

L’attentato a Londra non nasconde i fallimenti di Daesh

I fatti di ieri di Londra destano sicuramente molta preoccupazione alla luce dell’ennesimo attacco subito dall’Europa, dopo i dolorosi strascichi di Parigi, Bruxelles, Nizza e Berlino. Ed il tutto durante le commemorazioni dell’attentato in Belgio, avvenuto esattamente a distanza di un anno.

E’ pur vero che le notizie nel corso della serata si sono rivelate piuttosto frammentate, soprattutto in merito alla presunta identità del terrorista, che avrebbe agito da solo nei pressi di Westminster, cuore delle istituzioni inglesi. Ma se quella identità, riferita a Trevor Books alias Abu Izardeen fosse confermata, è chiaro che Scotland Yard e i sistemi di intelligence britannica rischierebbero di uscire dalla vicenda in maniera mesta e piuttosto singolare. Perché si sarebbe potuto evitare il disastro, dal momento che l’attentatore risultava noto agli inquirenti già a partire dal 2006, poiché coinvolto nel cosiddetto nocciolo duro resosi protagonista degli attacchi del 2005 alla metropolitana di Londra. La tesi è stata tuttavia poi smentita, lasciando così in campo le incertezze sull’identità dell’assalitore.

La dinamica e la tempistica dell’attentato lascerebbero pensare ad una ritorsione dello Stato Islamico contro la stretta antiterrorismo della Gran Bretagna e degli Stati Uniti, con una norma che vieta l’utilizzo di computer e tablet nelle cabine degli aerei provenienti da otto Paesi (Giordania, Egitto, Turchia, Arabia Saudita, Kuwait, Qatar,Emirati Arabi e Marocco). Non è chiara la motivazione di questa nuova misura di sicurezza, ma alcuni ufficiali americani dell’antiterrorismo, rimasti anonimi, hanno riferito al New York Times che ci sarebbero informazioni di intelligence riguardo la possibilità di bombe nascoste nelle batterie dei computer portatili o in altri dispositivi elettronici. L’attentato di Londra avviene all’indomani del provvedimento con modalità tutt’altro che elaborate: un’auto investe dei pedoni e un poliziotto viene accoltellato. Ciò fa pensare ad una organizzazione frettolosa e semplice, pensata all’ultimo solo per dare un segnale di non gradimento al governo britannico.

Secondo il Site si tratterebbe infatti di un attacco tipico dei metodi di Daesh, in riferimento alle modalità adottate in Europa negli ultimi anni, ma che tuttavia continuerebbe a rivelare più le difficoltà del terrorismo islamico che una sua possibile espansione. Ed il copione di ieri ci ricorda come gli attacchi terroristici avvengano solitamente in relazione alle difficoltà sul campo riscontrate (meno) in Siria e (maggiormente) in Iraq.

L’autoproclamato Stato Islamico si insediava infatti a Mosul il 29 giugno 2014. Ma da allora la situazione è profondamente cambiata, dato che proprio a Mosul si starebbe consumando il lento declino degli uomini di Al-Baghdadi, probabilmente in fuga dopo il suo presunto ferimento in battaglia. E’ così che Isis, nato a Mosul, rischia di morire a Mosul, liberata per ormai oltre un terzo dall’esercito iracheno e dalle forze speciali della Golden Division.

Ma l’aumento delle difficoltà dello Stato Islamico non coincide e non coinciderà, come erroneamente da più parti si ritiene, con la definitiva conclusione del terrorismo islamico. L’unico aspetto positivo sarebbe costituito dalla necessità per i superstiti di Daesh di doversi nuovamente riorganizzare dopo l’eventuale fallimento. Un fallimento che non può inoltre essere confermato, poiché non ancora pervenuto e tutt’altro che definitivo.

Nella notte tra il 6 e il 7 marzo, le forze armate irachene hanno ripreso il controllo degli edifici governativi nella zona occidentale di Mosul, riconquistando anche il consolato della Turchia dove Daesh prese in ostaggio 49 persone. Altra vicenda cardine è il ‘taglio’ tra la città di Raqqa, altra nota roccaforte, e quella di Deir er Zor. Un colpo piuttosto duro, considerato che secondo fonti Reuters «tagliando la via tra le due città in pratica si certifica che l’accerchiamento della capitale di Daesh è completo». E cosa dire del 23 febbraio, quando il generale Abbas al Juburi ha confermato «la piena liberazione dell’aeroporto» di Mosul.

C’è poi un problema foreign fighters, i combattenti stranieri che tanto avevano sostenuto l’avanzata nei territori oggetto di conquista Isis. Ciò che aveva dunque rappresentato un punto di forza (oltre che necessario, considerata la imprescindibilità di una presenza numerica ormai limitata) si sta rivelando come un dramma in casa Daesh, poiché lo scollamento tra i foreign e i combattenti locali richiama di fatto il fallimento dei terroristi a Ovest di Mosul.

Ma la crisi del Califfato è anche (e soprattutto) finanziaria. Combattere una guerra presuppone una forte disponibilità economica, che al momento starebbe venendo meno. Isis ha provato a debellare tale problema con il taglio dei salari nei confronti dei funzionari pubblici o con il dimezzamento degli stipendi dei miliziani. Ma ciò non sembra bastare, poiché meno territori si controlla minori saranno le entrate in questione.

I dati sono inequivocabili: secondo “Il Sole 24 Ore” Isis avrebbe perso rispetto al 2014 il 30% del territorio siriano e il 62% di quello iracheno, anche se si precisa come possa essere effettivamente difficile rivelare con precisione le difficoltà economiche del sedicente Stato Islamico, quanto meno sotto l’aspetto quantitativo. Ma è certo come la perdita dei territori abbia apportato un duro colpo a quelle casse che si accingono a divenire sempre più vuote, comportando una forte riduzione delle spese militari e di reclutamento dei combattenti.

Vi è dunque correlazione tra l’attentato di Londra (e più in generale quelli ‘europei’) e le difficoltà di Daesh sul terreno di battaglia? L’impressione è che oggi più che mai tale correlazione paia difficile, come del resto risulta addirittura improbabile ritenere il sedicente Stato Islamico in grado di mettere in pratica attacchi sotto la propria organizzazione direttamente in Europa, date le modalità già giornalisticamente ribattezzate “fai da te”. Ciò è quanto emerso dal fenomeno terroristico nel nostro continente. Questo non vuol dire tuttavia abbassare la guardia, e nemmeno ignorare le possibili responsabilità del sistema di sicurezza britannico, che nulla avrebbero invece a che vedere con le difficoltà belliche di Daesh in Siria ed Iraq.

Di Cosimo Cataleta e Samy Dawud

Come le rifugiate siriane usano il cibo per la lotta contro Trump

Come le rifugiate siriane usano il cibo per la lotta contro Trump

Traduzione dal TIME: http://time.com/4663317/syrian-refugee-women-cook-food-restaurant/?xid=homepage

Le storie

Dyana Aljizawi ha passato tre giorni cucinando più di due dozzine di piatti tradizionali siriani– riso pilaf, hummus, insalata, baba gaboush, cosce di pollo arrosto e altro- ed era esausta. E’ stata una notte impegnativa per la ventenne rifugiata siriana al Syria Supper Club, gruppo dedicato all’accoglienza dei rifugiati attraverso la condivisione di pasti.

Aljizawi è una delle molte donne rifugiate che sono riuscite a entrare in sintonia con le loro nuove case e a guadagnare cucinando e condividendo piatti tradizionali con i vicini degli Stati Uniti e del Canada. Grazie al Syria Supper Club, queste donne ricavano profitti dall’organizzazione di cene a buffet con l’intento di respingere l’islamofobia e la xenofobia che, a detta loro, è stata esacerbata dall’elezione del Presidente Donald Trump. “Sono spaventata all’idea di uscire perchè, con il corrente clima politico e Trump, ho paura che possiamo essere rispedite a casa, in una zona di guerra”, ha detto Aljizawi, che ora vive nel New Jersey con suo marito. “L’America è piacevole, bellissima, ma abbiamo dovuto affrontare moltissimo dolore qui”.

La guerra civile siriana ha creato circa 11 milioni di emigranti, mandandone più di 10,000 in America e 40,000 in Canada. Prima di arrivare negli USA, Aljizawi ha vissuto in Egitto per alcuni anni. Sebbene non abbia fornito molti dettagli circa la sua precedente vita in Siria, Aljizawi ha detto di aver imparato la cucina tradizionale siriana da sua madre all’incirca a 17 anni, mentre viveva in Egitto. Durante la serata, gli invitati alla cena hanno fatto i complimenti allo chef, meravigliati dalla varietà delle sue abilità culinarie ad una così giovane età. A differenza del cibo americano, la cucina siriana, ricca di verdure e carne “halal”, include miriadi di piatti. I 20 piatti e più di quella sera non erano niente, ha detto Aljizawi.

“Dovreste vedere com’è durante il Ramadan”, ha detto, mentre descriveva l’infinita quantità di cibo che lei e la sua famiglia avrebbero mangiato alla fine del mese santo di digiuno Islamico. Un po’ timida all’inizio, Aljizawi si è aperta con il proseguire della cena, aiutata dal suo traduttore Asma Alqudah, studente alla Montclair State University. Alla fine del pasto delle risatine riempivano l’angolo della sala occupato dalle donne più giovani che parlavano animatamente in Arabo e si facevano alcuni selfies. Alijzawi ha detto che il suo più grande obiettivo è cucinare per la sua famiglia ed occuparsi della sua casa, una volta stabilitasi perfettamente nella sua nuova dimora.

La cucina come forma di integrazione

Oltre al rischio di islamofobia, altre sfide hanno reso la vita in America difficile per Aljizawi. Casa sua è troppo piccola e in pessime condizioni, l’affitto è troppo caro e lei e suo marito non hanno agevolazioni adeguate, ha detto. I soldi che guadagna grazie alle cene sono d’aiuto mentre cerca lavoro. Gli ospiti acquistano i biglietti a 50 dollari l’uno, per poter partecipare alla cena, e il ricavato va alle donne siriane per acquistare gli ingredienti necessari. Iniziato da Kate McCaffrey e Melina Macall, il Syria Supper Club offre opportunità ai rifugiati e cerca di opporsi a Trump. Le donne, che sono state coinvolte nel progetto dalla sinagoga di Montclair, Bnai Keshet, hanno organizzato circa 30 cene, di cui 15 solo a Gennaio, tanto  la popolarità del club cresce. Circa 30 rifugiate hanno cucinato, e ci sono stati vari ospiti che si sono proposti per organizzare eventi successivi.

Trump ha attraversato le menti di tutti gli ospiti durante la cena del 5 Febbraio, tenutasi nei giorni seguenti all’emanazione da parte di un giudice federale di una conferma circa il suo ordine esecutivo sull’immigrazione, che bandiva i provenienti da sette nazioni a maggioranza musulmana, incluso un bando a tempo indeterminato per i rifugiati siriani. Molte persone vedono il bando come anti-Musulmano e condividere i beni con i rifugiati già presenti negli USA è diventato l’unico modo per gli americani di ribellarsi contro l’ordine, che è stato subito ostacolato da un appello alla corte federale in California.

Il desiderio di familiarizzare con i nuovi vicini ed aiutarli ad avere una vita piena ha spinto gli americani e i canadesi ad avviare in entrambi i Paesi pop-up restaurants e servizi di catering che assumono le donne per condividere quelle ricette della tradizione orale che potrebbero dissolversi a causa della dispersione nelle varie parti del mondo. A Toronto, in Canada, Newcomer Kitchen invita le donne siriane rifugiate a preparare pasti settimanali che vengono venduti online per 20$. Il menù varia da settimana a settimana e può includere torte salate di carne, Tabbouleh, hummus, pollo, verdure e sempre un dolce tipico siriano.

“Vogliamo celebrare il fatto che conservino una delle più antiche tradizioni culinarie al mondo”  afferma la co-fondatrice Cara Benjamin-Pace. “Il nostro obiettivo non è formare queste donne affinché si inseriscano nel settore culinario. Vogliamo riunirle e accoglierle come donne e come parte della comunità.”

Sembra abbia funzionato per tre donne che cucinano ogni settimana per Newcomer Kitchen. Le tre vivevano a Toronto da circa un anno e hanno raccontato al TIME, attraverso un traduttore, di quanto si sentissero frustrate prima di essere coinvolte nel progetto,  e di come il loro umore sia migliorato ora che sono parte di una comunità affiatata. Una cuoca, Amina Alshaar, ci ha raccontato di aver esitato prima di unirsi al progetto perché non aveva mai fatto “questo tipo di esperienze”. Come casalinga, cucinare per la sua famiglia poteva risultarle stressante ma, alla Newcomer Kitchen, sente di avere una nuova energia. “Sono qui per sette ore e sono davvero felice. Per niente stanca” dice Alshaar.

Cucinare per non sentirsi sole

Khadija Alibrahim, un’altra cuoca, ci racconta di come  la sua famiglia ha reagito alla notizia di voler lavorare ora che vive in Canada. Hanno cambiato idea quando hanno visto quanto lei fosse soddisfatta. “Mi ha resa davvero felice l’idea di riunirmi con altre donne” dice. “Se non mi fossi unita a questo tipo di progetto, non avrei avuto la possibilità di familiarizzare con gli eventi sociali che la cucina racchiude.”

Ghada Neemat racconta invece della necessità di cucinare per evitare di sentirsi sola. Neemat, 32 anni, ci ha detto di aver perso suo padre, suo fratello e tre cugini a causa della guerra. “La possibilità di incontrare Cara e far parte di questo progetto è stata davvero d’aiuto” racconta Neemat che ora è incinta. “Prima ero totalmente depressa, ora mi sento molto meglio”

La politica di accoglienza canadese nei confronti dei rifugiati ha sorpreso totalmente le donne, molte delle quali al proprio arrivo sono state accolte dal primo ministro Justin Trudeau in persona. Alshaar dice che le ci vorrebbero circa dieci giorni per esprimere a pieno la sua opinione nei confronti di Trump e della sua politica isolazionista. “Non ce lo si aspetta da un presidente degli Stati Uniti” dice riferendosi all’ordine esecutivo di Trump, il quale ha causato la detenzione negli aeroporti di milioni di persone il giorno dopo averlo sottoscritto. “Come hanno fatto ad eleggerlo?”

Benjamin-Pace dice che la Newcomer Kitchen è riuscita a raggiungere le donne proprio perché tendono ad essere messe in secondo piano quando la propria famiglia arriva nella nuova casa. Mentre gli uomini trovano un lavoro e i figli vanno a scuola, loro restano a casa e si isolano. “E’ quasi come se le loro vite non avessero l’opportunità di ripartire. Se dai nuova energia alle donne, lo sviluppo complessivo della famiglia è parecchio superiore.” sostiene Benjamin-Pace. “Le donne in Siria hanno un grande potere. Non stiamo cercando di cambiarle. Vogliamo solo valorizzarle per ciò che sono.”

Traduzione di Silvia Fortunato e Francesca Del Vento

I punti di vista e le opinioni espressi in questa pubblicazione sono di esclusiva responsabilità degli autori e non riflettono necessariamente il punto di vista di Cronache dei Figli Cambiati

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