Stefano Cucchi: sulla pelle di tutti

Stefano Cucchi: sulla pelle di tutti

Sono passati nove anni dall’omicidio di Stefano Cucchi, trovato morto all’interno del reparto protetto dell’ospedale Sandro Pertini di Roma, sei giorni dopo il suo arresto per detenzione di stupefacenti.

Presentato e acclamato all’edizione 2018 del Festival del cinema di Venezia, Sulla mia pelle, regia di Alessio Cremonini, racconta gli ultimi e infernali sei giorni di vita dal punto di vista di Stefano, interpretato da un magistrale Alessandro Borghi.

Il paragone con Diaz-non pulite questo sangue è qualcosa che è subito affiorato, per associazione di idee, nella mia mente ed ha plasmato le mie aspettative precedenti alla visione di Sulla mia pelle. Sono in realtà due film profondamente diversi, ed in questo sta, a mio avviso, la potenza narrativa di entrambi.

Voglio quindi, nonostante i punti in comune fra i due film siano appena qualcuno, procedere sulla linea del paragone fra essi in questa recensione di Sulla mia pelle, perché è stata proprio la mancata somiglianza fra le due opere a farmi prendere coscienza di alcuni punti cruciali che rendono la vicenda Cucchi un caso sui generis che ci dice qualcosa di più, della semplice brutalità delle forze dell’ordine, appurata anche se ad oggi senza colpevoli materiali nelle aule di giustizia.

In Diaz massacri e violenza su inermi sono brutalmente rappresentati sullo schermo senza alcun filtro. Il focus del film è l’abbruttimento completo di uomini che abbandonano ogni pietà umana cedendo il posto alla divisa; la brutalità di una violenza che sa di dissociazione, “la freddezza organizzata e meccanica” citando il commento di Pasolini sull’eccidio di Reggio Emilia, con cui “i colpi si succedono ai colpi, le raffiche alle raffiche, senza che niente la possa arrestare, […] come la voluttà distratta di un divertimento”, che lascia spazio solo all’impotenza, alla frustrazione, ad un’unica richiesta disperata e piena di rancore: “don’t clean up this blood”.

Il film del 2012 restituisce con efficacia queste sensazioni, così come il fatto, altrettanto cruciale, che la violenza di Genova 2001 fu sì barbaramente cieca nei singoli episodi, ma ebbe precise ragioni politiche reazionarie, e come obiettivo la repressione di precise istanze sociali.

Efficace quindi la brutalità del film, perché Genova ci ha lasciato più di ogni altra cosa come eredità morale precisamente quel sangue, quello shock, quell’incredulità di fronte a tale violenza cieca ma fortemente motivata politicamente.

La vicenda Cucchi non si esaurisce “solo” nell’episodio del pestaggio. Ci dice qualcosa di più profondo della “semplice” brutalità delle forze dell’ordine, ed è per questo necessario andare oltre nell’analisi della vicenda, e il film riesce efficacemente a suggerirlo.

Le percosse in Sulla mia pelle non sono mai mostrate. Questa scelta si spiega, ad un primo livello, con la volontà da parte del regista di non mostrare nulla che non sia comprovato dai verbali (si intende quelli non modificati a posteriori dai carabinieri indagati al fine di depistare le indagini) e dalle sentenze.

Le percosse sono sì riconosciute dall’ultima sentenza, ed esse sono imputate come seconda probabile causa del decesso – dopo l’epilessia –, ma restano al momento senza colpevoli. Mostrare le percosse sarebbe significato mostrare gli autori di queste e quindi accusare senza alcun fondamento giudiziario. L’essere innocenti fino al giudizio di un tribunale, principio fondamentale del garantismo che anima l’intero film, è rispettato anche nelle scelte registiche e di sceneggiatura.

A mio avviso c’è però in tale scelta registica una volontà di concentrare il focus del film su un altro tipo di violenza che non si esaurisce nel pestaggio e che rappresenta il vero “scandalo” nella vicenda Cucchi: una violenza da “calvario kafkiano” fatta di omertà, di abbandono, di incuria in cui viene lasciato un uomo, un cittadino, in quanto spacciatore e tossicodipendente.

Nella condizione che ha funto e che funge  inoltre da attenuante per l’omicidio presso l’opinione pubblica, come riconosciuto con disagio in un’intervista dallo stesso attore protagonista.

Il diritto all’inviolabilità individuale dell’arrestato, principio base del diritto civile, a Cucchi non viene riconosciuto, non solo per via di quelle percosse subite ancora prima dell’udienza di convalida dell’arresto, ma anche, e il film insiste soprattutto su questo, all’interno della struttura carceraria dove nessuno sembra notare o badare alle condizioni fisiche sempre peggiori in cui Stefano versa.

Un’incuria determinante nel concorrere alla sua morte e motivata, nemmeno troppo velatamente, dal fatto che in barba a qualsiasi pretesa garantista, egli è già condannato senza appello da uno stigma sociale che pur in assenza di una condanna, lo marchia a morte come tossicodipendente, spacciatore, deviante.

Ogni retorica di funzione rieducativa del carcere, ogni parvenza di diritto civile è abbandonata in una struttura carceraria che pure esiste in quanto deputata a eseguire le sentenze emesse in aula di giustizia, una giustizia formalmente garantista, ma che non sembra notare il volto tumefatto di Stefano prima, le sue richieste di un avvocato e il suo dolore dopo.

Il film, pur con un’ assoluta asciuttezza che mai scade nel pietismo, racconta l’impatto che tutto questo ha “sulla pelle” di chi, pur con le proprie responsabilità personali nella scelta di commettere reati, vede calpestata la propria umanità: Stefano è raccontato non come un eroe o una vittima sacrificale, ma come un uomo solo, comprensibilmente traumatizzato dalle percosse tanto da essere terrorizzato all’idea di chiedere aiuto.

D’altronde, i pochi che si curano di domandargli il perché dei quei lividi, lo fanno in maniera del tutto retorica o sono comunque sempre affiancati da membri delle forze dell’ordine. L’unica volta che Cucchi ammette, esausto e nervoso, il pestaggio, la sua denuncia cade nel vuoto, ed egli torna a rinchiudersi nel silenzio.

Il film insiste infinitamente di più sulla violenza di questo silenzio, condiviso tanto dalla vittima traumatizzata tanto dal personale della struttura detentiva, che, più del pestaggio, lo conduce lentamente ad una morte miserabile.

La disumanizzazione di Stefano si spinge al punto di negargli qualsiasi contatto con gli affetti all’esterno del carcere, quasi questi non fossero nemmeno previsti per i “devianti”. I familiari si scontrano contro una burocrazia estenuante e impersonale, che fra permessi negati e iter incomprensibili, a stento permette loro di vedere il figlio e fratello persino dopo la morte.

Ciò ha suscitato due interrogativi in chi scrive; il primo: Stefano ebbe la “fortuna” di avere una famiglia borghese alle spalle. Ciò, pur non avendo ancora portato a vedere riconosciuti con una sentenza dei colpevoli definitivi nella sua morte, ha quantomento portato la vicenda in tribunale e agli onori della cronaca, dividendo l’opinione pubblica e le istituzioni non senza dare vita a penose dichiarazioni.

Ma quanti Cucchi, magari con la pelle scura, magari clandestini, magari provenienti da vissuti che per i più disparati motivi economici o sociali non ottengono la stessa dovuta attenzione, muoiono ogni anno nelle carceri italiane senza che alcuna indagine faccia luce sulle loro vicende, e restano all’oscuro dell’opinione pubblica?

Il secondo: il dibattito sulla vicenda e sul processo Cucchi, rinvigorito da questa pellicola, ha portato alla luce (ma questo è purtroppo comune a fin troppi casi di abuso di potere da parte delle forze dell’ordine dall’omicidio Pinelli ad oggi) un’inaccettabile atteggiamento omertoso da parte delle forze dell’ordine nei confronti dei PM incaricati di indagare sul caso, espressosi con depistaggi, falsi ideologici, promozioni di carriera nei confronti di uno dei carabinieri indagati
e declassamento di coloro che collaborano con la giustizia testimoniando contro i colleghi.

Questi intralci alla giustizia sono tanto più gravi in quanto minano alla base la legittimità dell’esercizio della forza che lo stato moderno delega alle istituzioni poliziesche, agendo queste ultime in aperto contrasto nei confronti del primo.

Questo fatto, unito al non rispetto dei diritti civili dei detenuti, getta una luce sinistra e denuncia una grave mancanza di coscienza civile da parte di quei rappresentanti delle istituzioni politiche e dell’opinio e pubblica che giustificano l’omicidio Cucchi o pretenderebbero di sbrigare la questione tacciandolo come “drogato”, e quindi, sottinteso, non meritevole di rispetto dei suoi diritti civili.

La cosa può sembrare un’osservazione ovvia, ma non lo è, nel quadro di una democrazia rappresentativa, che non può quindi prescindere da un’impronta culturale di stampo liberale.

Citando l’avvocato della famiglia Cucchi:“L’Italia ha prima di tutto bisogno di una crescita culturale oltre che di una legge sulla tortura. Una legge di questo tipo lascia invece freddi gli italiani, la consapevolezza necessaria riguarda il rispetto fondamentale dell’essere umano. In Italia il sistema di comunicazione è fallimentare, definisce la famiglia Cucchi e noi legali il partito dell’antipolizia, quando chi rispetta le istituzioni e la polizia sono proprio queste famiglie.  Vi è un sistema di scarsissima sensibilizzazione popolare per quello che è il tema delle condizioni di vita dei detenuti nelle nostre carceri.”

Paradossalmente, a fronte di istituzioni politiche e opinione collettiva più o meno narcotizzate riguardo l’argomento, le uniche realtà che portano avanti battaglie legate a questo e ad altri diritti che, piaccia o meno ammetterlo alle parti, sono liberali, sono, oltre alle associazioni create dai familiari, le realtà dei centri sociali o ad esse affini, che pure non si riconoscono nello stato liberale.

Cucchi ci dice quindi di più della brutalità, appurata, delle forze dell’ordine: ci dice delle contraddizioni in cui si consuma il degrado morale e civile di una democrazia illiberale; Il film in questione ha il merito di ricordarci, dolorosamente, che queste contraddizioni si consumano sulla pelle di esseri umani.

Di Mariachiara Elia

Emma Dante tra Bestie e Anima

Emma Dante tra Bestie e Anima

Quella nuda vita che, nell’Ancien Régime, apparteneva a Dio e, nel mondo classico, era chiaramente distinta dalla vita politica, entra ora in primo piano nella cura dello Stato e diventa, per così dire, il suo fondamento terreno.

Giorgio Agamben ritiene che l’idea dei diritti umani si evolva in un nuovo fondamento, nato non dall’appartenenza al genere umano ma dal “paradigma della sua possibile esclusione”.

L’homo sacer, che possiede soltanto il proprio corredo biologico, è bandito dalla comunità ed è sottomesso ad una forza sovrana che ne determina l’esistenza. Su questo sfondo danzano i corpi vulnerabili che danno vita a “Bestie di scena” di Emma Dante il cui lavoro era destinato, come ha dichiarato in più occasioni, a descrivere la condizione dell’attore sul palcoscenico.

Fortunatamente, grazie alla generosità degli artisti l’occhio della regista si è spostato su una dimensione più profonda, introspettiva e delicata con la quale tutti, prima o poi, siamo costretti a confrontarci: l’esistenza dell’essere umano in relazione con la comunità. I performers iniziano il loro riscaldamento a sipario aperto permettendo così agli spettatori di cogliere immediatamente uno degli elementi fondamentali del racconto: la collettività.

Al suono della terza campana i corpi iniziano il loro inquieto moto, spostandosi da una parte all’altra del palco senza mai staccarsi, finché uno di loro non risponde ad un bisogno, un’esigenza quella di liberarsi da ogni costrizione, di regredire ad uno stato primordiale dove poter esprimere i propri diritti, i propri bisogni liberamente. Ed ecco che tutti si ribellano all’invisibile demiurgo che regola la loro vita; paura, vergogna, disagio sono le emozioni che riempiono i volti dei protagonisti colpendoci violentemente e facendo emergere in noi un imbarazzante disagio.

Emma Dante, la regista di Bestie di scena

Ma è nel moto irrefrenabile delle mani che, tenacemente, cercano di nascondere le proprie oscenità che si scorge quell’orgasmico piacere dell’abbandono, dell’essere liberi dalla gabbia della comunità. Lo spettacolo ruota intorno alla necessità di modificarsi e regredire per poter liberamente cercare il senso del proprio agire, evadendo dalle consuetudini e dal buon costume per giungere ad un Eden ardito e scevro.

A questo bisogno si contrappone la convenzione che, con quotidiane azioni, riporta gli attori nel loro ordinario e catatonico stato, inducendoli a desistere dalla loro ricerca. Il tappeto sonoro è composto dal suono dei corpi che violentemente si scontrano, cadono, ansimano e soffocano interrotti da un grammelot multi-caotico che ci lascia intuire qualche parola.

Non va sottovalutata la chiusura dello spettacolo che pur sottolineando la ciclicità dell’opera, mette in risalto la sconfitta della comunità ed il trionfo di quei corpi che hanno subito innumerevoli metamorfosi per
rivendicare la propria libertà.

Di Manuela Magarelli

Svezia: semplicità e bellezza

Svezia: semplicità e bellezza

Dici Svezia e dici Ikea. Pensi a Filippa Lagerback  e in sottofondo ti  pare di ascoltare ” Mamma mia” degli Abba. Icone di un paese che ha fatto della sua semplicità un punto di forza: boschi, laghi azzurri, barche a vela e casette rosse dal bordo bianco.

Ma la Svezia non è una cartolina. È realtà. Ed è proprio lì a poche ore di volo dall’Italia. Anche qui a Malmo, la città più a sud della Svezia, la natura non si presenta timida ma ,al contrario, prepotente ed intensa, vera protagonista del grande Nord.

svezia

Padrona dei suoi spazi, non chiede permesso. No. Lei è così, libera di esprimersi in tutta la sua grandezza. Città di pescatori,  vibra di emozioni ad ogni angolo circondata da un turismo particolare, fatto da molti svedesi e pochi turisti. Fantastico.

Pontili che fanno l’amore con il mare, casette aguzze una accanto all’altra quasi legate da un patto indissolubile, quello di conservare un’identità troppo cara al Paese. Un mare reale che funge da metafora di una vita pacata e silenziosa ma anche acqua inquieta che cova forza e rivoluzione.

Qui, non troverete Cattedrali, borghi e palazzi lussuosi. L’unico è il grattacielo, costruito da Calatrava, il Turning Torso il più alto edificio di tutta la Svezia con i suoi  centonovanta metri di altezza, seguito dal suggestivo Castello di Malmo. Nel centro cittadino troviamo varie opere che promuovono la NON violenza, situate nei pressi della bellissima biblioteca di Malmo, preceduta da diversi canali che attraversano la città. Gli svedesi hanno fatto della loro terra un tempio da rispettare.

L’eleganza della natura e la compostezza della gente, fanno di questo paese un universo quasi parallelo, che non ti aspetti. Che non lo immagini neanche, se non vai lì ad osservarlo. Una realtà dal sapore assoluto che nella sua totale normalità non dà nulla per scontato, nulla rimane nell’anonimato. In un mondo dominato dall’astratto, dal vuoto, dal finto, un viaggio nel Nord Europa regala quello che hai sempre cercato. Palpabile concretezza e autenticità. Ti riporta a te stesso e al centro del tuo viaggio. Sei parte integrante di una terra che ti fa respirare a pieni polmoni la bellezza.

La città vanta anche di un vero e proprio paradiso culinario: salmone freschissimo, gamberi, aragoste e aringhe cucinate in tutti i modi possibili. La Svezia ti pulisce il cuore e la mente. Ti permette di giocare in un infinito dialogo tra te e il gelido vento del Nord. Godi di questo, senza fretta ma senza sosta, consapevole che prima o poi tutto questo finisce. E ti riprometti di tornare, ma questa volta il tempo durerà di più di uno schiocco di dita.

È una promessa che le fai, è una promessa che fai a te stessa. Perché sotto un cielo così non si può far altro che danzare. Ascolti il battito accelerato. È l’anima della Svezia che incontra la tua. E allora, “you are the dancing queen, young and sweet….oh yeah!”.

Certo che gli Abba, ci avevano visto giusto.

Di Martina Picciallo

Un giorno a Istanbul

Un giorno a Istanbul

I luoghi,le persone,la lingua. I sapori,gli usi e i costumi. I colori, il Sultano e il suo mondo, le meraviglie del Bosforo. E’ indescrivibile quanto la città sia avvolta dalle mille tonalità. Dall’azzurro al rosso porpora. Ecco Istanbul. Un luogo con una storia molto lunga e per questo motivo è una città piena di cultura. Il segno di questa si vede per le strade,sugli edifici, ma soprattutto nelle moschee. Affascinanti e davvero numerose. Ognuna ha i suoi minareti da cui, cinque volte al giorno, c’è il richiamo alla preghiera: il Muezzin ovvero la persona che, con un canto,richiama i fedeli in ogni dove. All’interno delle moschee è vietato indossare le scarpe, a causa del fatto che i pavimenti sono ricoperti di tappeti e durante la preghiera è vietato scattare foto. Le donne,inoltre,devono coprirsi il capo nascondendo per bene i capelli con sciarpe o foulard.

Nelle moschee più grandi, l’ingresso è separato per i turisti in modo da non disturbare la preghiera dei fedeli. La Moschea Blu costituisce quello che è il luogo per eccellenza della città,luogo di raduno per le carovane di pellegrini in partenza per la Mecca. Qui, le persone  hanno la gentilezza tipica della gente di queste parti dietro la carnagione olivastra, lunghi baffi e uno sguardo intenso che parla già da solo. Ma chi attira davvero la curiosità sono quegli uomini che in qualche locale sono intenti a conversare, vestiti decisamente demodè e ogni tanto inalano dal narghilè, avvolti da fumi di tabacco aromatizzato ai frutti. Sembra un quadro questa scena. Naturale, serena e coinvolgente. Guardi e ti convinci di appartenere a questo contesto, tra sorrisi e tratti somatici, profumi di dolci al miele o di spezie.

Spostandomi verso il centro con Mustafà, il mio personale tassista a completa disposizione per tutto il tour, arrivo alla bellissima Basilica di Santa Sofia e all’immenso Palazzo del Topkapi, prima residenza imperiale del regno del Sultano Maometto II.  All’interno dell’Harem del Palazzo si respira ancora quella sensazione di intrigo e mistero. Dalla Stanza dei Tesori, la cui terrazza si affaccia sul Bosforo, è possibile godere del panorama dal lato Asiatico della città.

Resta qualcosa tuttavia che non dimenticherò mai, la sua vera bellezza: il sontuoso Bazar di Istanbul. Un enorme mercato coperto, quasi una piccola città, dove si mescolano culture e lingue. Questo dedalo presenta numerosi accessi collegati da una fitta rete di strade. Ci troviamo all’improvviso in un altro mondo governato da caos più totale: forti odori, cianfrusaglie,gioielli, tappeti, lampade magiche…forse anche il mago dai tre desideri! Un armonioso andirivieni di gente, sotto le volte ornate di disegni geometrici e floreali.

Questa è Istanbul: l’odore di spezie misto fumo, il venditore ambulante che urla per attirare l’attenzione dei passanti mentre spinge il suo carretto su cui vende di tutto: castagne, pannocchie di granoturco e simit (ciambella di pane ricoperta di semi di sesamo). Ma è anche il passaggio di una ragazza turca con la maglia altezza ombelico, viso truccato e pantaloni a vita bassa, che cammina accanto a una donna interamente coperta dall’abito lungo che segue,a distanza, il marito barbuto con il berretto aderente al capo e un Tasbeeh nella mano. Un miscuglio sociale che si fonde quasi in maniera naturale, che ti entra nel cuore e da cui non andrai mai via neanche quando sarai a migliaia di chilometri di distanza. Una città contesa armoniosamente tra Europa e Medioriente. Come essere in due posti contemporaneamente. Due mondi completamenti diversi ma in perfetto accordo tra loro.

Martina Picciallo

Matera, con gli occhi di Pasolini

Matera, con gli occhi di Pasolini

C’è una bellezza nascosta nei sassi di Matera. Certo, se uno pensa che per secoli centinaia di persone vivevano lì, in un incastro di case che erano grotte di tufo, si perde a meditare com’era la vita in Italia solo sessant’anni fa e allora la bellezza la mette in prospettiva. Eppure questa città che alle volte sembra essere senza colori, quasi scialba, in certe ore sul far del giorno s’illumina grazie al sole. Quel sole “ferocemente antico”, come diceva Pasolini mentre in quelle strette viuzze girava il Vangelo secondo Matteo, che rimbalza sulla roccia e penetra tra le cavità delle case appollaiate una sull’altra e come un flash le risveglia.

La storia dei Sassi di Matera è proprio quella di un risveglio. Chiese rupestri, ipogei e grotte che un tempo, neanche troppo remoto, erano “la vergogna nazionale” oggi sono patrimonio UNESCO. I Sassi rappresentano un paesaggio unico nel suo genere, divisi in due quartieri: il Barisano e il Caveoso. Nel punto più alto della città troviamo la Cattedrale di Matera la cui facciata è in stile romanico;  mentre nella centralissima piazza Vittorio si osserva il Palombaro lungo, cisterna scavata sotto la piazza visitabile tramite percorso guidato.

Consigliato anche il parco della Murgia Materana con le sue riserve naturali. Quest’aerea è facilmente raggiungibile attraverso un innovativo ponte sospeso che parte direttamente dai Sassi. Se una volta la parola d’ordine era scappare da Matera, oggi l’ordine è l’opposto: tornare e valorizzare. E allora ecco che nei Sassi spuntano alberghi che fanno dell’essenzialità un lusso, della scarna povertà un vanto. E la città, una volta capitale di una civiltà contadina, diventa teatro del possibile, che guarda avanti, che fa di un inverno una costante e spettacolare primavera.

Quando ho visitato Matera, ho osservato tutti i dettagli: la solida materialità della roccia, la Gravina che costeggia i Sassi, i colori, il silenzio tra i vicoli: tra i sassi domina una totale atemporalità. Una atmosfera sospesa, testimonianza di una vita trascorsa ma ancora viva. Ora però, grazie al flusso inarrestabile dei turisti che popolano questo eterno presepe, questa percezione tende via via a diluire. I turisti, oggi, ci sono proprio perché Matera è stata protagonista più volte di opere cinematografiche (ricordiamo “The Passion” con Mel Gibson) ma il primo che fu catturato dalla “ricchezza” di questo territorio fu proprio Pasolini e non è difficile capire cosa lo abbia persuaso a trasformare la povera Matera in Terra Santa, la Gerusalemme d’Italia. Con le sue scene ha regalato a questa città l’immortalità della bellezza, ha individuato da subito le risorse che aveva da offrire un territorio, forse, dimenticato da tutta Italia e ha contribuito in maniera notevole al suo sviluppo culturale.

Mi chiedo cosa penserebbe Pasolini dell’Italia d’oggi, che cosa direbbe della sua Matera, passata da capitale del sottosviluppo a capitale Europea della Cultura 2019. Chissà. Ma una cosa è certa: Pasolini non l’ho mai conosciuto eppure, con le sue opere letterarie e cinematografiche, gli voglio un gran bene.

Mi ritrovo qui, tra queste stradine, con degli amici americani. Li osservo. Noto il loro stupore davanti a tutto questo, sono letteralmente a bocca aperta e fotografano all’impazzata per poi tornare a casa e raccontare quello che hanno visto, ma nessuno ci crederà e allora mostreranno fieri le loro foto e racconteranno di queste grotte, di queste vecchie case e lo faranno ai piedi di un grattacielo ed è lì che capiranno che il mondo vale la pena viverlo a 360° e sentiranno dentro di loro quella sensazione di benessere : è la ricchezza che regala un viaggio. E questa felicità, è per sempre.

Martina Picciallo (Con questo articolo l’autrice comincia la propria collaborazione con Cronache dei Figli Cambiati)

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