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Liberi e Uguali. Agli altri?

Liberi e Uguali. Agli altri?

Lo scorso 3 Dicembre il travagliato processo riorganizzativo delle principali forze politiche italiane alla sinistra del PD è giunto ad un’apparente conclusione, con buona pace dei disegni ecumenici dell’ex sindaco meneghino Pisapia, liquidati (a buon diritto) per il palese anacronismo sotteso alla riproposizione di un baraccone litigioso come il centrosinistra del passato quindicennio, forzosamente unito da nient’altro se non la volontà di blandire le aspirazioni maggioritarie e bipolaristiche dell’elettorato italiano.

La medesima sorte è toccata al “percorso del Brancaccio”: il progetto politico lanciato da Anna Falcone e Tomaso Montanari, spinti dal desiderio di coagulare intorno ad uno stabile nucleo le forze progressiste espresse dal variegato fronte del No al referendum costituzionale di cui si è da poco celebrato il primo anniversario (per modo di dire: e la rimozione dal dibattito pubblico di quell’importante consultazione, sin dal giorno ad essa immediatamente successivo, dovrebbe far riflettere sulla genuinità dell’entusiasmo che in buona fede si è pensato di poter incanalare in un movimento), si è spento nel silenzio, senza per vero essere mai riuscito a decollare.

A celebrare il funerale di queste progettualità, prendendone il posto come referente mainstream del mondo progressista italiano, è stato il movimento Liberi e Uguali, lanciato in quella fredda Domenica di inizio di un rigido inverno, destinato ad essere scaldato da una campagna elettorale che si preannuncia infuocata come anni di bipolarismo annacquato ci hanno portato a dimenticare essere possibile, da Sinistra Italiana, Possibile e Movimento Democratico e Progressista. Gli ex-SEL e le due ondate dei fuoriusciti PD, semplificando all’estremo la storia ben più nobile ed articolata delle formazioni confluite in LeU, dopo un flirt durato più di un mese a causa delle (giustificate, ad avviso di chi scrive) diffidenze di SI e Possibile, già unite da significative collaborazioni a livello parlamentare, nei confronti di Mdp, hanno finalmente deciso di coalizzarsi in vista delle elezioni politiche della primavera del 2018. Contestualmente, la neonata coalizione ha espresso come proprio candidato premier Pietro Grasso, ex Procuratore Nazionale Antimafia ed attuale Presidente del Senato, per l’occasione uscito a sua volta da un Partito Democratico in preda ad una vera e propria emorragia causata dalla sempre più vistosa appropriazione personalistica renziana; emorragia che, ad onor del vero, fa sorgere più di un dubbio sulla buona fede di Grasso, mai espostosi più di tanto nei malumori interni al PD (certamente complice il suo ingombrante ruolo di seconda carica dello Stato) e che con una punta di malizia potrebbe essere tacciato di aver fiutato una maggiore convenienza portata dal novello vento spirante a sinistra.

Da sinistra verso destra: Roberto Speranza; Pietro Grasso; Pippo Civati; Nicola Fratoianni

Da sinistra verso destra: Roberto Speranza; Pietro Grasso; Pippo Civati; Nicola Fratoianni

A prescindere dalla lettura data alla mossa del Presidente del Senato, LeU pone all’elettore di sinistra una serie di interrogativi dalla soluzione non propriamente agevole. È bene chiarirlo fin da sùbito: chi scrive nutre fortissime perplessità nei confronti della scelta unitaria, non tanto in sé considerata quanto in rapporto alle sue concrete modalità attuative.

Se l’impostazione di Pisapia (e di Bersani, Prodi e D’Alema prima di lui), a vocazione maggioritaria ed artificiosa nel suo voler tenere insieme una galassia composita ed incomponibile, rappresentava il modo sbagliato di superare la storica frammentazione delle forze di sinistra (o pretesa tale, in più di un caso) l’idea di radunare attorno ad un programma condiviso, genuinamente laico, redistributivo ed antiliberista, tutte e solamente le forze in grado di rispecchiarvisi, quale il progetto ventilato negli ultimi mesi dagli esponenti di SI-Possibile-Mdp, non poteva che incontrare, sul piano teorico, il favore di quanti fossero pesantemente angosciati da uno scenario politico incapace di esprimere opinioni critiche nei confronti dello status quo se non in senso beceramente destrorso.

Sul piano teorico, si è detto: per le ragioni che si tenterà brevemente di tratteggiare, la neonata coalizione sembra atteggiarsi, sul piano pratico, a mero moltiplicatore del peso della sua anima più stantia e compromessa con l’ideologia dominante, Mdp, a tutto discapito di Sinistra Italiana e Possibile, entrambi partiti che, seppur secondo strategie diverse e non sempre condivisibili, nel passato biennio erano riusciti a ritagliarsi significativi spazi di originalità ed appetibilità elettorale nel mondo della sinistra.

IL METODO

Il Presidente del Senato Pietro Grasso

Preliminari considerazioni vanno svolte sul modus operandi prescelto dalle forze politiche in questione per dare vita al progetto condiviso.

Ad un’impressione superficiale, quale non può che essere quella che si può trarre dai primi ed incerti passi fatti dalla neonata formazione nelle sue poche settimane di vita, la nuova coalizione sembra essere viziata da un’impostazione leaderistica di stampo berlusconiano. Questa malattia della vita politica italiana nell’ultimo quarto di secolo, di cui il recente centrosinistra (probabilmente suo unico pregio!) era riuscito a dimostrarsi portatore sano, cedendo sì alle lusinghe di un’opinione pubblica addestrata ad accodarsi a figure individuali più che ad aderire ad ideali e valori, ma contemperandole col periodico ricambio dei leader presidiato dalle primarie (in realtà più uno scotto da pagare all’esasperato correntismo che lo caratterizzava, che una cosciente scelta politica) sembra non aver risparmiato LeU, apparentemente nato intorno alla personalità di Grasso, senza dare luogo all’imprescindibile opera di sintesi di istanze e visioni del mondo che dovrebbe precedere simili opzioni politiche.

Questo vizio genetico sembra confermato, da un lato, dal cedimento all’odiosa prassi di inserire il nome del candidato premier nel simbolo della coalizione, sintomatica appunto di una precedenza del leader sul contenuto favorita in tutti i modi dalla recente cultura politica deideologizzata italiana, e dalla stessa legislazione elettorale dal Porcellum in poi in cui essa si è tradotta; dall’altro, dalla fortunatamente avvertita necessità di far seguire ad uno sposalizio prematuro ed affrettato dall’angosciante approssimarsi della consultazione primaverile una serie di “Assemblee nazionali tematiche” aperte, tenutesi in questi giorni inter alia a Genova, Brescia, Roma, nel contesto delle quali elaborare, con un apprezzabile sforzo di democrazia interna (irrobustita dai contributi della società civile e di ogni interessato) le linee programmatiche sulla cui base redigere il venturo programma elettorale.

Una simile pratica rappresenta certamente una preziosa occasione per permettere un maturo interscambio fra le tre anime di LeU (sempre ammesso che agli sforzi della base sia dato corso effettivo in sede di Assemblea nazionale, che a Gennaio sarà chiamata ad approvare definitivamente il programma), ma è innegabilmente sintomatica, nel suo essere intervenuta successivamente alla nascita della formazione, del segnalato deficit identitario della stessa. Di più: la stessa scelta di gareggiare insieme prima di aver deciso il tragitto della corsa rischia di portare ad insoddisfacenti compromessi posticci fra posizioni in realtà inconciliabili, ma non adeguatamente concettualizzate ex ante, e/o a perdere pezzi importanti fra gli indisponibili ad una simile mediazione, privando di significato la stessa scelta unitaria.

IL CONTENUTO

Le vere note dolenti, però, provengono dalle finora scarse, in ragione dell’essere l’iter di elaborazione dell’identità di LeU ancora in fieri, esternazioni contenutistiche provenute dal neonato soggetto politico.

La sintesi del patriottismo costituzionale di Sinistra Italiana, del postmodernismo welfaristico e cosmopolita di Possibile e del riformismo moderato di Mdp sembra, come anticipato, tutto sbilanciato a favore di quest’ultima componente, con l’effetto di depotenziare la freschezza che aveva caratterizzato il laboratorio politico targato SI-Possibile degli ultimi tempi, lanciatosi nella difficile opera di affrancamento dalla castratura blairiana e neoliberista inflitta alla sinistra occidentale dal crollo del “socialismo reale” e dall’ubriacatura della globalizzazione del capitale degli ultimi cinque lustri. Questo sbilanciamento, di cui è emblematica la stessa scelta di Grasso come denominatore comune (non potendosi certo ritenere il Presidente del Senato, con la sua storia personale lodevole, ma obbligata dalla carriera in magistratura a non esporsi politicamente, emblema di militanza di una sinistra “radicale” – etichetta incomprensibilmente affibbiata a LeU da Matteo Renzi), si impone prepotentemente agli occhi del lettore della prolusione con cui Grasso ha lanciato il progetto davanti alla gremita platea composta di delegati di SI, Possibile e Mdp accorsi all’Atlantico Live di Roma per l’occasione.

Pur con tutti i limiti intrinseci ad un discorso poco più che programmatico, intervenuto, come segnalato, prima che si formasse un effettivo consenso sui temi elettorali, quanto detto da Grasso non sembra andare al di là di una generica e retorica professione di fede in un non meglio specificato progressismo, infarcito di valori  certamente condivisibili quali l’attenzione per il welfare e per il mondo del lavoro, ma non in grado di indicare le strade concrete per la loro realizzazione. Parole come: «Ricuciremo i lembi di questa nostra comunità, ferita dagli anni di crisi e sempre più frenata dal pensiero che “tanto siamo in Italia, le cose vanno così”. Io non posso accettare di vivere in un Paese che mette i giovani contro gli anziani, che butta via il capitale umano di migliaia di persone facendole sentire inutili, che litiga tra nord e sud, tra poveri e più poveri, che obbliga a scegliere tra lavoro e salute, che ancora non riconosce la possibilità di decidere, in scienza e coscienza, quando le cure si trasformano in sofferenza, in accanimento terapeutico.» sono certamente importanti dichiarazioni di principio che testimoniano un’attenzione tanto per i diritti civili, quanto per i diritti sociali, troppo spesso concepiti come non cumulabili o addirittura contraddittori, che non può mancare in una forza di sinistra; ma siamo sicuri che non avrebbero potuto essere esternate, senza differenze di rilievo, da un Renzi qualsiasi, tanto più dopo il presunto revirement di Bergoglio in tema di accanimento terapeutico (pretestuosamente celebrato dalla stampa progressista come una rivoluzione copernicana in realtà mai verificatasi, come fin troppo spesso accade con le parole del Pontefice) che ha, se non altro, finalmente permesso al PD di superare certe proprie storiche incertezze in campo bioetico, sottraendo però alle forze alla sua sinistra la stessa possibilità di rivendicare originalità rispetto a questi temi?

Logo Possibile e Sinistra Italiana

Il vero aspetto problematico, in ogni caso, non è tanto la natura puramente retorica del discorso di Grasso (lo si ripete per l’ennesima volta, inevitabile alla luce del processo genetico di LeU), quanto piuttosto una verifica dei campi semantici ai quali tale retorica è stata applicata; ed è tale opera che consente di rilevare come Sinistra Italiana e Possibile siano stati enormemente ridimensionati, quanto a peso politico interno, nell’opera di fusione.

È proprio Sinistra Italiana a risultare l’anima forse più pregiudicata dalle nozze con le altre forze. Il partito aveva, nell’ultimo anno, intrapreso un’intensa attività politica e culturale di severa ed olistica critica all’Unione Europea, mettendone in luce il cuore pulsante neoliberista con una battaglia, snodatasi attraverso dibattiti parlamentari, convegni e pubblicazioni, più contro la complessiva ispirazione eurounitaria che contro i suoi esiti specifici e contingenti, a favore di rivendicazioni sovraniste giustificate dall’indubbio, maggiore progressismo dei valori sociali incarnati dalle Costituzioni europee nate dall’unità antifascista nell’immediato dopoguerra rispetto allo sterile liberismo dei Trattati europei. Questa attività, pur non condivisibile negli accenti eccessivamente patriottici ed ambigua sotto il profilo delle soluzioni concrete (apparentemente più tesa a sancire la fine del progetto europeo a favore di un irrealizzabile rafforzamento dello Stato nazionale che a far penetrare princìpi solidaristici nell’architettura UE), aveva l’indiscutibile merito di colmare l’enorme vuoto di discorsi politici lasciato dalla sinistra “classica” sul problema, nel quale si insinuavano e continuano ad insinuarsi beceri populismi neonazionalisti (qui mie riflessioni più approfondite sul tema).

Ebbene, nel discorso di Grasso non vi è traccia alcuna della stimolante battaglia condotta in questi mesi dagli esponenti di SI, con Stefano Fassina in testa. L’unico passaggio nel quale il problema UE venga “affrontato” (le virgolette sono d’obbligo) è il seguente: «Siamo perfettamente consapevoli che l’Italia non potrà avere un futuro fuori dall’Unione Europea, con convinzione e senza tentennamenti.» Ferma la doverosa impostazione fondo, lo scarno periodo nulla fa se non lanciare un ammonimento alle frange più sovraniste di SI, senza, però, concettualizzare debitamente l’indubbio problema rappresentato dalle politiche europee dal 1957 ad oggi, che hanno inferto colpi mortali alle opposte politiche welfaristiche e redistributive degli Stati membri. L’apparente abbandono dell’impostazione Mélenchoniana di SI rischia di tramutarsi in un clamoroso passo falso, una rinuncia ai propri più marcati tratti di originalità tale da alienare più di una simpatia elettorale e, ancora peggio, far perdere alla Sinistra il suo l’appuntamento con la Storia – Storia che, ad oggi, va sotto il nome di globalizzazione.

Discorso analogo va fatto per i tratti qualificanti di Possibile, sin dalla sua nascita in prima linea nelle campagne per i diritti civili – quelli della comunità LGBT e la legalizzazione delle droghe leggere su tutti – e nelle battaglie di civiltà sulla questione migratoria. L’ex magistrato non affronta di petto questi temi, attestandosi ancora una volta su riferimenti retorici che nulla dicono sulle modalità con cui i problemi, segnalati come nuclei dell’azione futura di LeU, andranno affrontati («Difendere i diritti», «Una vera parità di genere» – sorvolo volutamente sulla stucchevole e pretestuosa polemica sulle “foglioline” -, «Grandi migrazioni»: quali diritti? Come raggiungere la parità? Migrazioni incoraggiate, contenute o avversate? La questione della cittadinanza?).

Assenti i contenuti, resta una pomposa retorica totalmente inidonea a distinguere la nuova formazione dal PD e, per certi versi, dallo stesso M5S, a loro volta sempre pronti a presentarsi progressisti e solidaristici ad un’opinione pubblica che sanno essere orientata in questo senso nonostante inquietanti recrudescenze reazionarie e neoconservatrici, salvo puntualmente tradirne le aspettative in sede concreta. Le stesse assemblee tematiche, quantomeno a giudicarle dai temi prescelti, sembrano a tratti conservare questa forma mentis: nessuna di esse è stata esplicitamente dedicata al nodo dell’Unione Europea, anche se è ragionevole attendersi che significativi spazi di discussione sul tema siano stati ritagliati, ad esempio, nell’assemblea genovese su “Welfare e Lavoro”, alla quale, non a caso, ha partecipato l’agguerrito Fassina. Lattitudine complessiva sembra, dunque, essere quella di Mdp, un movimento da sùbito dotatosi di una base in indubbia buona fede e desiderosa di rompere con la scoperta destrificazione del PD, ma che sinora, quantomeno al livello dirigenziale, non ha saputo connotare le proprie proposte in senso genuinamente sociale, dando a più riprese l’impressione di aver proceduto alla scissione più per questioni di calcolo elettorale che per un’effettiva rivalutazione della tradizione del socialismo e del comunismo europei, confinata al linguaggio dei comizi e non adeguatamente sistematizzata a livello ideologico.

LA SPERANZA

Quanto precede è un quadro estremamente parziale, composto più di impressioni a caldo tratte dai primi passi di un non facile percorso, influenzate emotivamente dalla delusione discendente da un’apparente prevalenza di preoccupazioni elettorali di breve periodo (non si spiegano altrimenti le ambiguità segnalate e il complessivo messaggio moderato e centrista pervenuto ad oggi) sul recupero di un’identità, prima di tutto culturale, di una sinistra smarrita che faticosamente aveva iniziato un proprio ripensamento anche nelle sede istituzionali.

Ci sono però, in esse, considerevoli margini di errore.

La campagna elettorale è appena iniziata, e il necessario riempimento contenutistico che ciò comporterà potrà smentire queste impressioni, anche alla luce delle prime avvisaglie di malumori interni che le attuali incertezze e titubanze hanno già prodotto (è recente la notizia di prime, massicce defezioni all’interno di Sinistra Italiana, che si conferma così, ancora una volta, la componente più sacrificata nel progetto di Grasso, anche nella percezione dei propri militanti) con cui si dovrà fare i conti, definendo in maniera più netta l’identità del nuovo soggetto. L’esplicita critica di moderatismo ed inautenticità rivolta a LeU da Potere al Popolo, interessantissima realtà di movimento (di recente formalizzatasi definitivamente) in grado di unire sotto un’unica bandiera una pluralità di attori ben a sinistra della lista di Grasso e potenziale bacino di raccolta per i delusi di questa, andrà fronteggiata, chiarendo esplicitamente il quadro valoriale di riferimento. Le assemblee tematiche e le linee programmatiche da esse redatte, al momento della scrittura di questo articolo purtroppo non ancora rese pubbliche, così che risulta impossibile valutarne i contenuti, avranno un indubbio effetto benefico sulla definizione del programma (chi scrive ha partecipato all’incontro “Diritti e cittadinanze”, tastando di prima mano l’entusiasmo suscitato nella base dal progetto unitario ed ottenendo ulteriore conferma dell’indubbio spessore di molti componenti delle formazioni coinvolte), che attraverso questo canale potrà beneficiare delle energie di militanti e simpatizzanti avulsi dalle miopie delle valutazioni di convenienza.

Le speranze di essere contraddetti in queste valutazioni negative, insomma, ben possono tradursi in realtà. Se i quadri di LeU sapranno raccogliere i segnali, al momento piuttosto tiepidi, provenienti dal mondo della sinistra, non a torto volgente il proprio sguardo altrove (anche in termini internazionali: alla già ricordata assemblea di presentazione di Potere al Popolo hanno partecipato, ex plurimis, rappresentanti di La France Insoumise e Podemos), nonché dalla propria stessa base, sarà possibile prevenire il processo di duplicazione del PD in atto.

Purtroppo, l’insegnamento che è possibile trarre dai primi giorni di LeU è che non basta chiamarsi vicendevolmente “compagni e compagne” per fare Sinistra. Fortunatamente.

L’ideologia europea. Le storture che ogni europeista dovrebbe riconoscere

L’ideologia europea. Le storture che ogni europeista dovrebbe riconoscere

Le elezioni presidenziali francesi dell’Aprile-Maggio 2017 sono state (correttamente) viste dalla maggior parte degli interpreti come una sorta di “termometro” dello stato di salute dell’Unione Europea:

si è, cioè, tentato di leggere nelle scelte dell’elettorato francese, sin dalle primissime fasi dell’acceso dibattito politico attraverso cui esse si sono snodate,  il grado di legittimazione popolare goduto dall’Unione, difesa dai candidati dei partiti tradizionali e dall’outsider Emmanuel Macron, e, di converso, il peso politico posseduto dalle posizioni “populiste” ed antieuropeiste, incarnate da Marine Le Pen e dal suo rinnovato Front National, al lordo della loro avanzata su scala globale rappresentata dalla vittoria del “Leave” nel referendum su Brexit prima, e dall’elezione di Donald Trump poi.

Ad un osservatore smaliziato, però, l’intera vicenda, e soprattutto la narrazione che ne è stata effettuata a livello mediatico, può apparire paradigmatica anche del concreto e desolante atteggiarsi del dibattito quotidiano sui temi dell’Europa, propiziato dalla cultura politica, condivisa da una parte sin troppo estesa dell’élite che quella stessa Europa è chiamata a governare, ormai divenuta maggioritaria al riguardo. Pressoché tutti i discorsi che vengono articolati nelle sedi mainstream sull’argomento, infatti, sono caratterizzati da un vero e proprio occultamento dei reali temi del contendere, funzionale, in modo più o meno consapevole a seconda dei casi, a prevenire una reale dialettica tra posizioni critiche. Più in particolare, si assiste ad una sconcertante divisione manichea tra “europeisti” e “populisti”: l’atteggiamento complessivo assunto dagli attori politici sull’UE, rispettivamente di adesione o di contestazione, è la prima informazione trasmessa su di essi da giornali, televisioni ed opinionisti, quasi che la “precisa” catalogazione nell’un campo o nell’altro fosse condizione essenziale e pregiudiziale per permettere all’opinione pubblica di valutare correttamente il partito o movimento in questione, il più delle volte conformemente agli oscillanti umori di volta in volta propiziati da quegli stessi media che rilanciano, rinsaldandolo, tale tertium non datur fatto sempre più proprio dagli stessi esponenti delle istituzioni europee. Come ogni discorso improntato ad una logica binaria, le effettive posizioni politiche e i sistemi valoriali ad essi soggiacenti finiscono per perdere qualsivoglia ruolo autonomo, divenendo vittime di un tritacarne ideologico il cui unico fine pare essere la semplificazione ad ogni costo, raggiunta attraverso la forzosa sussunzione entro dette categorie, che pretendono di esaurire le possibilità offerte dallo spettro politico, di soggettività che, ad uno sguardo più attento, non hanno nulla a che spartire l’una con l’altra.

EGALITÈ, LIBERTÈ, FRATERNITÈ

A fare le spese della perversa logica politico-culturale per cui ad una critica del sistema europeista corrisponde una pressoché automatica etichettatura come «populista», a prescindere dalle concrete modalità di svolgimento della critica stessa, sono stati, nella vicenda francese, Jean-Luc Mélenchon e il suo movimento La France Insoumise. Ambedue estremamente critici nei confronti dell’UE e della sua ideologia liberista, ambedue per ciò solo etichettati pressoché unanimemente come «populisti di sinistra», il neonato partito e il suo istrionico leader sono comunque riusciti ad ottenere risultati notevoli, rispettivamente alle elezioni legislative del Giugno 2017 e (soprattutto) al primo turno delle elezioni presidenziali in parola, dove Mélenchon ha conquistato la fiducia del 19,6% dei votanti sfiorando il ballottaggio.

La poderosità del conformismo mediatico nel senso dell’appiattimento sull’equazione tra critica dell’UE e populismo si è dispiegata appieno appunto a sèguito dell’arrestarsi del filosofo francese al primo turno. Per quanto l’opinabile equiparazione tra Le Pen e Mélenchon (portata avanti anche da buona parte dei media italiani, con un’impressionante coincidenza tra opposti quali Il Sole 24 Ore e Il Fatto Quotidiano), nel segno di una presunta comunanza d’intenti nell’uscita dall’UE e dalla NATO e nel recupero della sovranità nazionale, fosse iniziata già durante l’incerta e mozzafiato campagna per il primo turno, l’esclusione del secondo dal ballottaggio e la sua conseguente necessità di prendere una posizione hanno aperto il vaso di Pandora dei commentatori, interessati e non, che rispettivamente auspicavano e vaticinavano un endorsement del “populista di sinistra” alla “populista” tout court. Che in Italia il più illustre esponente dei primi sia stato  Matteo Salvini (allineatosi alla strategia di Le Pen stessa), secondo il quale gli elettori di Mélenchon avrebbero dovuto votare Le Pen perché «(…) il punto non è più destra o sinistra, ma l’essere alle dipendenze di Bruxelles o non esserlo», non dovrebbe sorprendere più di tanto: “il popolo” contro “le élites” non è, d’altro canto, che l’ultima versione, una volta rivelatasi impraticabile la vecchia dicotomia “nazione”– “non nazione”, della consueta strategia della destra reazionaria di negare la complessità del reale astraendolo in categorie vuote, ma tali da creare un senso di appartenenza e promuovere lo scontro manicheo tra “noi” e “loro”.

Meno scontato è che posizioni nella sostanza analoghe siano state e siano assunte da commentatori dotatisi di analisi ben più profonde e di segno ben più progressista. In un precedente articolo ho tentato di ricondurre l’ascesa del “populismo di destra” (specificazione che non ritengo debba, in realtà, essere effettuata) all’effettiva estromissione delle istanze di sinistra dallo spettro politico di gran parte delle democrazie liberali, ormai ridotto ad autorappresentarsi (in maniera, purtroppo, tendenzialmente fedele alla realtà della sua prassi quotidiana) come imperniato sulla dialettica tra “moderati”, sparpagliatisi tra due “poli” sempre più ideologicamente simili l’uno all’altro, e “populisti”. L’equiparazione di La France Insoumise e Front National non è altro che il frutto avvelenato di questa stessa logica, legato al fatto che, in Europa, le sorti dei “moderati” e dell’europeismo siano, storicamente, state inscindibilmente connesse: sinistra e destra istituzionali (o, se si preferisce, centrosinistra e centrodestra) sono, infatti, ormai da almeno un trentennio unite, tra l’altro, dal comune favore per l’Europa unita, e da tutto ciò che ne consegue. Qualunque soggettività politica si ponga al di fuori dell’insieme di assunzioni assiomatiche che fondano l’ideologia “moderata”, e in particolare la celebrazione acritica dell’UE, sia essa l’erede ritoccato dei nostalgici di Vichy o una forza di sinistra ambientalista, ispirata alla logica della partecipazione dal basso, è egualmente peccatrice – dell’irredimibile peccato di “populismo”.

Si tratta, però, di un’equiparazione assolutamente mistificatoria, che pur di autoperpetuarsi giunge a fare a pugni con la realtà dei fatti. Se, infatti, è già sufficientemente sorprendente che, nonostante Mélenchon abbia ripetutamente fatto presente di non avere intenzione di uscire dall’UE, ma “semplicemente” di correggerne il tiro in direzione sociale-redistributiva ,abbandonandone l’esasperato liberismo, i media mainstream abbiano ossessivamente ripetuto il mantra dell’esito fatale per l’Europa unita, in ogni caso, di un ballottaggio Le Pen-Mélenchon; pressoché incomprensibili, e tanto più tali quanto meno partigiani, risultano gli incoraggiamenti/pronostici di una convergenza degli elettori di La France Insoumise su Le Pen al ballottaggio, a fronte del format scelto da Mélenchon per lanciare la consultazione con la propria base sulla questione – oggettivamente spinosa – della posizione da assumere al secondo turno:

«Visto il profondo attaccamento di La France Insoumise ai valori d’egalité, liberté e fraternité, il voto per il Front National non costituisce un’opzione per la consultazione.»

La formula è significativa nel suo esprimere l’incolmabile abisso che separa due forze che soltanto ad una superficiale osservazione possono apparire, ed anche in tal caso solo sommariamente, assimilabili. Se da un lato Le Pen agita il feticcio di una sovranità statuale colpita a morte dall’integrazione europea concependola come un fine in se stessa, in quanti realizzazione dell’autodeterminazione nazionale, dall’altro Mélenchon propone una rinnovata valorizzazione di quella stessa sovranità, oltre che come misura sussidiaria, solamente quale mezzo per realizzare quei fini di eguaglianza, libertà e solidarietà che i rigurgiti nazionalisti si prefiggono invece di negare esplicitamente, attraverso quei diritti sociali (alla salute, all’istruzione, al lavoro) che lo Stato sociale europeo ha saputo garantire nell’Hobsbawmiana «età dell’oro» e che la globalizzazione economica liberista, alle cui ideologia e prassi l’UE aderisce (pur temperandole, in certi casi anche significativamente), sta ora mettendo in crisi.

In ciò risiede la legittimità dello Stato agli occhi di una sinistra nel cui patrimonio valoriale è ben presente la nozione della strumentalità delle organizzazioni politiche rispetto alla vita delle persone (e non viceversa), e in ciò si esaurisce la proposta di un suo recupero contro la globalizzazione. L’orizzonte culturale, prima ancora che politico, in cui si muovono quelle che qualche osservatore ha più propriamente descritto come destra e sinistra “sovraniste”, registrando un trend non certo limitato alla sola Francia, è dunque incommensurabile, e prenderne atto si fa ogni giorno più necessario.

IDEOLOGIA

Ciò che ha reso possibile trattare allo stesso modo Front National e La France Insoumise va, insomma, ricercato al di fuori dei rispettivi obiettivi politici. Nelle opere del giovane Karl Marx acquista centrale importanza la nozione di “ideologia”, intesa, nel suo nucleo più essenziale, come sistema teoretico astratto dalla realtà materiale e sociale, teso a giustificarla tendenziosamente e ad occultarne gli squilibri nei rapporti di forza economici. Qualcosa di simile è accaduto nel contesto dell’Europa unita: il suo sistema istituzionale e l’intricato sistema di norme giuridiche da esso prodotto hanno saputo guadagnare legittimità agli occhi di un’opinione pubblica tendenzialmente orientata in senso democratico-sociale aderendo alla sua stessa retorica, per quanto la loro concreta prassi si sia orientata in senso esplicitamente contrario e finalizzato alla realizzazione mercato unico. La volontà di superare il paradigma sovranistico e nazionale, propiziata dagli orrori della Seconda guerra mondiale che ne costituivano il logico sviluppo, è così diventata (a buon diritto!) parte integrante della mentalità collettiva; ne sono, però, discesi, soprattutto negli anni passati, una retorica europeista pervasiva ed un aprioristico favore per l’integrazione sovranazionale (che oggi ha ironicamente ceduto  il passo ad un altrettanto aprioristico antieuropeismo) noncurante dell’oggettivo contrasto esistente tra i valori fondamentali della grande unità antifascista, che davano lo slancio alla ricostruzione europea degli anni ’50-’60, e quelli della Comunità Economica Europea prima, e della Comunità Europea e dell’Unione Europea poi.

Gli esempi dell’irrisolta tensione tra i princìpi costituzionali, egualitari e redistributivi, degli Stati membri e quelli ispiratori del sogno europeista, liberisti e orientati al mercato, al di là della convergenza su specifiche questioni (anche numerose, se si pensa all’apporto oggettivamente progressista recato alla politica internazionale dall’UE su una pluralità di temi, quali la tutela dell’ambiente), si sprecano. Come acutamente notato, tra gli altri, da Cesare Salvi nel suo «Capitalismo e diritto civile» (Il Mulino, 2015), anche un semplice raffronto fra il testo della Costituzione italiana del 1948 e quello della Carta dei Diritti Fondamentali dell’Unione Europea del 2000 permette di cogliere significative differenze negli orizzonti valoriali di riferimento.

Laddove la prima recita, all’art. 41:

«L’iniziativa economica privata è libera. Non può svolgersi in contrasto con l’utilità sociale o in modo da recare danno alla sicurezza, alla libertà, alla dignità umana. La legge determina i programmi e i controlli opportuni perché l’attività economica pubblica e privata possa essere indirizzata e coordinata a fini sociali.»,

la secondasullo stesso tema, prevede scarnamente, all’art.16:

«È riconosciuta la libertà d’impresa, conformemente al diritto comunitario e alle legislazioni e prassi nazionali.»

Bandito ogni riferimento espresso ai fini sociali promossi dalla regolamentazione legislativa ed ai limiti intangibili della sicurezza, della libertà e della dignità umana, il documento simbolo di un’Unione Europea che si vuole paladina dei diritti fondamentali rinvia, in primis, al «diritto comunitario» latamente inteso (essendo le «legislazioni e prassi nazionali» obbligate ad essere a questo conformi), per la definizione dei limiti entro i quali la libertà d’impresa possa esplicarsi.

Come sottolineato da Salvi, già il semplice fatto di connotare la libertà d’impresa (così, come, d’altro canto, il diritto di proprietà – art. 17) come «diritto fondamentale», equiparato al diritto alla vita, alla libertà di espressione e al diritto di sciopero, risulta estraneo alla mentalità degli ordinamenti costituzionali novecenteschi, che – come testimoniato dalla Costituzione italiana – hanno sottoposto tale libertà a severe limitazioni, assegnandole un ruolo subordinato nel proprio quadro valoriale complessivo. Ciò che Salvi caratterizza come ritorno al paradigma individualistico ottocentesco è, però, ancora più evidente nello “zoccolo duro” di quello stesso diritto comunitario che dovrebbe delimitare l’operatività della libertà in questione, rappresentato da quelle che l’UE qualifica come «libertà fondamentali» (la libera circolazione delle merci, delle persone, dei servizi e dei capitali fra gli Stati membri), la garanzia delle quali è stata storicamente – ed è ancora, in una misura solo parzialmente temperata dai sempre più osteggiati propositi di integrazione politica – la finalità primaria dell’Europa unita. Tali libertà, funzionali a creare un mercato unico e fondato sul libero scambio fra i Paesi aderenti all’UE, comportano, tra l’altro, l’obbligo per tali Stati di eliminare tanto qualsiasi forma di imposizione doganale o restrizione quantitativa allo scambio delle merci che, imponendo costi non sostenuti dagli agenti economici nazionali, rendano maggiormente difficile per gli omologhi esteri la penetrazione nel mercato interno, quanto qualsiasi «misura ad effetto equivalente» alle prime: concetto estremamente ampio, tale da ricomprendere qualsiasi tassa, norma o provvedimento (compresi controlli sanitari sui prodotti d’importazione addebitati all’importatore) che abbia l’effetto di comportare, anche indirettamente o soltanto potenzialmente, costi per l’impresa esportatrice che non sarebbero sostenuti se la stessa provenisse dallo Stato interessato, secondo uno schema applicato, nelle sue linee guida, anche a servizi, persone e capitali.

Un esempio particolarmente evidente di come il primato assegnato a tali libertà dall’ordinamento europeo sia difficilmente conciliabile con i princìpi sociali è offerto dalla celeberrima e contestata sentenza «Laval», resa dalla Corte di Giustizia dell’Unione Europea nel 2007. La Laval, impresa edile lettone, si era vista aggiudicare un appalto per la costruzione di una scuola in Svezia, ed aveva iniziato i lavori attraverso una società locale da essa controllata, distaccando, però, lavoratori lettoni. I sindacati svedesi di settore avevano dato luogo ad un intenso ciclo di lotte, conformemente al diritto nazionale, finalizzate ad imporre alla Laval l’adesione al contratto collettivo svedese in materia, stabilente una serie di condizioni lavorative (quali la sicurezza del luogo di lavoro e il periodo massimo di lavoro) maggiormente favorevoli rispetto a quelle che l’impresa intendeva applicare ai propri dipendenti, stabilite dal contratto collettivo cui essa aveva aderito in Lettonia. La preoccupazione di fondo era quella di prevenire la formazione di un pericoloso precedente, idoneo a dare luogo a pratiche di social dumping (l’abbassamento degli standard di tutela del lavoro attraverso l’impiego di lavoratori provenienti da aree dotate di minori garanzie, così da obbligare i dipendenti maggiormente protetti ad accettare condizioni sfavorevoli, pur di non vedersi sostituire dai primi). A sèguito del fallimento della società controllata, la Laval aveva agìto in giudizio, chiedendo che i sindacati fossero obbligati a risarcire il danno provocato dalle azioni collettive, in quanto queste sarebbero state contrastanti con la libertà di prestazione dei servizi, imponendo all’impresa difficoltà che non avrebbe incontrato se fosse stata svedese, rendendole impossibile conoscere prima di investire nella prestazione le condizioni contrattuali cui sarebbe stata costretta ad aderire (a causa dell’affidamento da essa fatto sulla possibilità di continuare a praticare i contratti stipulati in Lettonia). Investita della questione, la Corte di Giustizia ritenne fondate le pretese dell’impresa lettone, stabilendo che le lotte sindacali svedesi avessero ristretto ingiustificatamente (il che sarebbe potuto legittimamente accadere, ad altre condizioni) la libertà di prestazione dei servizi, essendo già operativo un “nucleo di norme imperative di protezione minima” in materia, fissato da una direttiva dell’UE. Poiché le rivendicazioni si collocavano al di sopra di tale standard minimo, le difficoltà causate alla Laval nell’esercizio della propria libertà fondamentale non potevano dirsi inquadrabili nel necessario (stante l’oggettivo contrasto esistente tra di essi) bilanciamento tra questa e il diritto, parimenti fondamentale, allo sciopero, funzionale ad ottenere un miglioramento delle condizioni lavorative.

La pronuncia è significativa nel segnare il distacco esistente tra il quadro dello Stato democratico-sociale e quello dell’ordinamento europeo, tanto nell’equiparazione, ad un livello astratto, tra i diritti sociali dei lavoratori e la libertà economica della prestazione di servizi (la quale, sola, rende necessario il bilanciamento reciproco), quanto nel concreto risultato applicativo raggiunto, che non può dirsi in linea con ciò che le Costituzioni moderne, recettive delle istanze democratico-progressiste, avrebbero probabilmente richiesto in un caso analogo. La Corte ha, in effetti (in ciò suscitando un vespaio di critiche ancora non sopite), legittimato quel social dumping che quasi unanimemente è indicato come uno dei più gravi problemi sollevati dalla globalizzazione economica.

Gli esempi ora citati si inseriscono in un quadro complesso, caratterizzato da innumerevoli sfumature di cui è qui impossibile rendere conto, ma che indubbiamente presenta un’inquietante ambiguità degli obiettivi fondamentali perseguiti dall’integrazione europea, che nonostante le proclamate mire di realizzazione di una «economia sociale di mercato» sembra pericolosamente oscillante verso una valorizzazione dell’elemento liberista a scapito di quello sociale. Se così è, mal si comprende come la critica delle politiche europee sembri appannaggio esclusivo delle destre, sempre più scopertamente neo-nazionaliste, di ispirazione Lepenista, e a sinistra si assista ad un’assunzione pressoché assiomatica della retorica europeista, ed alla rinuncia a denunciare con la decisione che appare necessaria il duplice (e strettamente interconnesso nei suoi due aspetti) problema del persistente deficit democratico e dell’altrettanto persistente mancanza di un orizzonte sociale nel contesto europeo.

Per quanto probabilmente non condivisibile negli esiti (per le ragioni indicate poco oltre), la battaglia di Mélenchon ha l’indiscutibile merito di aver spezzato un tabù che ormai da troppo tempo legava le mani della sinistra europea, invischiatasi in un europeismo acritico e in un rifiuto di denunciare le storture dell’UE anche quando la totale estraneità ai propri valori fondanti era maggiormente evidente (peraltro, dopo una fase di iniziale – e giustificata, stante la pesantissima assenza nel Trattato di Roma degli elementi più progressisti di cui l’architettura comunitaria si è arricchita nel corso degli anni -, durissima contrarietà alle istituzioni europee, globalmente considerate). Tale apriorismo, che, cavalcando le ambizioni del secondo ‘900, è diventato un vero e proprio fenomeno di massa e non certo limitato ai soli partiti di sinistra, sta in questa fase storica facendo il gioco dei populismi più beceri; laddove la serena constatazione della legittimità di sottoporre a critica, per quanto dura, qualsiasi tipo di istituzione politica (comprese quelle UE, terribile a dirsi!) non fosse sufficiente a persuadere dell’opportunità di prendere atto di alcune innegabili criticità, la preoccupante forza delle destre euroscettiche dovrebbe comunque portare più di un osservatore ad interrogarsi seriamente su dove l’Unione Europea stia andando e – soprattutto – voglia andare.

DIALETTICA DEL SOLIDARISMO

La strada de La France Insoumise, intrapresa nel nostro Paese anche da Sinistra Italiana (il cui leader, Stefano Fassina, non a caso ha scritto alcune delle parole più lucide che siano state spese sulle vicende elettorali francesi), non è, però, l’unica alternativa teorica elaborata dalle forze della sinistra sul tema dei complessi rapporti tra Stato ed UE, come declinazione particolare della grande, generale sfida della globalizzazione.

In «Impero» (Harvard University Press, 2000; Rizzoli, 2002), summa di pensiero postmoderno e libro-manifesto dell’enorme bolla di sapone che a posteriori si è rivelato essere il movimento No Global dei primi anni 2000, Toni Negri e Michael Hardt elaborano un affresco tanto spesso non in grado di convincere fino in fondo quanto raramente privo di forza suggestiva. Prendendo le mosse dalla presa d’atto dell’irreversibile declino del paradigma nazionale e statuale e delle sue varie declinazioni (dalla storia delle idee al diritto internazionale), causato dalla globalizzazione economica, gli Autori criticano serratamente la sinistra statalista e localista di stampo Mélenchoniano, che si ripropone di combattere gli effetti distorsivi della globalizzazione economica tornando a valorizzare la sovranità tradizionalmente intesa e i sistemi produttivi territoriali, plaudendo invece al tramonto dello Stato, caratterizzato come intrinsecamente repressivo anche nelle sue declinazioni più progressiste e assistenzialistiche, e alle possibilità di emancipazione che la mobilità di beni e persone offrono ad un’umanità ormai libera dalle anguste barriere territoriali e culturali che hanno caratterizzato l’età moderna. La globalizzazione andrebbe, dunque, “semplicemente” reindirizzata in senso sociale, e non contrastata; avversata nei suoi profili di diseguaglianza e sfruttamento dell’uomo sull’uomo, e non rigettata in quanto tale.

Depurando l’analisi di Negri e Hardt dai suoi elementi troppo rigidamente marxisti, ed applicandola allo specifico problema dell’Unione Europea, è possibile trarre utili indicazioni circa le contraddizioni della sinistra “sovranista”, l’impraticabilità delle sue proposte e la non desiderabilità della riproposizione di un modello, quello statuale, che ha certamente prodotto alcuni tra gli più stupefacenti progressi registrati nella storia dell’umanità, ma ha anche segnato con la propria impronta alcune delle pagine più buie della stessa. Riproporre un apparato fondato sul legame fra popolazione e territorio, quando l’indissolubilità, un tempo data per scontata, di questo rapporto è ogni giorno messa più in crisi dai fenomeni migratori, sempre più strutturalmente propri della nostra epoca, diventa ogni giorno più difficile; l’idea di una sovranità esercitata su, e grazie a, questo binomio è sempre meno attuale, tanto più la questione ambientale e i colpi di testa al riguardo di un Presidente eletto nell’esercizio della sovranità stessa mettono in luce la necessità di sue limitazioni.

Da quest’angolo visuale, l’Unione Europea sarebbe, nello spirito dei suoi padri fondatori (quelli ideali: non certo quelli che hanno concretizzato il sogno proto-federale nel Trattato di Roma del ’57, che, come poc’anzi accennato, disegnava anzi un quadro ancor più liberista ed antidemocratico di quello attuale), il mezzo per superare il mito della sovranità moderna incondizionata, ed affrontare con cognizione di causa le sfide del mondo attuale: superamento che, però, non può, da un lato, prescindere da un effettivo riconoscimento dei diritti umani a prescindere da appartenenze territoriali e nazionali, senza il quale l’Unione non rappresenterebbe altro che una trasposizione in scala maggiore dello Stato nazionale; e, dall’altro, non può declinarsi nel cieco liberismo cui l’UE continua ad ispirarsi, pena il divenire il miglior vassallo di quella globalizzazione (solo) economica che sta mettendo in crisi la democrazia in tutto il mondo.

Un radicale ripensamento dell’architettura europea e dei suoi fini, in direzione davvero democratica e sociale sarebbe, insomma, probabilmente più coerente con i princìpi della sinistra storica di quanto non lo siano le resistenze sovraniste di Mélenchon. Precondizione per questo è, però, che sia possibile criticare da sinistra l’UE: che le forze di sinistra rinuncino al proprio europeismo retorico e riconoscano l’esistenza di gravi problematiche nello stato attuale dell’Unione, e che a livello mediatico si smetta di associare automaticamente la critica delle politiche europee al populismo e – di conseguenza – alle destre. L’alternativa sono l’attuale stagnazione del processo di integrazione e, in ultima analisi, l’autodistruzione dell’Unione.

Se si crede, come chi scrive, che il progetto unitario (idealmente) meriti supporto, si devono fare i conti con i problemi che esso sta (materialmente) incontrando, e prendere in considerazione senza orrore né sgomento anche l’ipotesi che esso si arresti, laddove in ultima istanza si rivelasse non meritevole d’essere perseguito (per quanto, è importante ribadirlo, quest’ipotesi al momento non sembri prospettarsi). Il ‘900 ci ha mostrato, con Auschwitz e l’arcipelago GULag, i risultati del considerare lo Stato un fine in se stesso. Perché con un’organizzazione internazionale le cose dovrebbero essere diverse?

Thoughts from a militant mind. «Rage Against The Machine», 25 anni dopo

Thoughts from a militant mind. «Rage Against The Machine», 25 anni dopo

L’11 Giugno 1963, un gruppo di monaci buddhisti attraversò le strade di Saigon (capitale dell’allora Vietnam del Sud), diretto verso l’ambasciata cambogiana. Giunti a destinazione, i religiosi si disposero circolarmente per assistere al traumatico spettacolo passato alla storia come “Immolazione di Thich Quàng Duc”:  dopo essere stato cosparso di benzina, Lâm Văn Tức (questo il nome da laico dell’immolato) si diede fuoco e si lasciò, imperterrito, divorare dalle fiamme, circondato dagli sbigottiti confratelli. L’episodio ebbe risonanza mondiale grazie alla ad una celeberrima foto scattata dal fotografo statunitense Malcolm Browne, e giocò un ruolo determinante nella caduta dell’autoritario regime di Ngo Dinh Diem, a causa delle pressioni dell’alleato statunitense (che di lì a poco avrebbe intrapreso il tristemente noto intervento militare nella guerra che vedeva contrapposto il Paese al Vietnam del Nord, comunista) generate dal discredito internazionale seguìto all’immolazione. Thich aveva, infatti, aperto una serie di roghi volontari e di violente proteste della maggioranza buddhista della popolazione sudvietnamita, duramente colpita dalle politiche governative che miravano ad imporre la religione cattolica.

Circa trent’anni dopo, lo scatto di Malcolm Browne divenne la copertina di un disco destinato ad entrare nella storia della musica leggera e ad influenzare un’intera generazione di musicisti, dotato della stessa carica contestatrice del tragico  gesto del monaco vietnamita e in grado di dare vita all’ultima, grande band del panorama del rock mondiale: “Rage Against The Machine”, pubblicato nel 1992 dalla band omonima.

SUCCESSO

Il gruppo nacque in California nel 1991, dall’incontro delle brillanti menti del chitarrista Tom Morello e del cantante Zack De La Rocha. La formazione sarebbe stata a breve completata con l’ingresso del batterista Brad Wilk e del bassista Tim Commerford, legati da precedenti rapporti (musicali e personali), rispettivamente, a Morello e De La Rocha. La line-up, ormai completa, iniziò a scrivere un gran numero di pezzi, attirando in breve tempo l’attenzione di numerose case discografiche statunitensi: la scelta ricadde sulla Epic Records (acquisita nel 1987 dalla Sony, il che porterà, per le ragioni che verranno a breve esposte, a numerose critiche nei riguardi del gruppo), che nel 1992 pubblicò l’album d’esordio del gruppo (appunto, “Rage Against the Machine”).

Il disco, che grazie all’appoggio della Epic raggiunse presto un successo planetario, si compone di 10 tracce di media durata (dai 4:05 minuti di Bombtrack ai 6:07 di Wake Up), ciascuna delle quali destinata ad entrare nella storia della musica leggera: i Rage Against The Machine (nel prosieguo: RATM), infatti, rivoluzionarono totalmente l’ormai declinante panorama del metal statunitense, che dopo l’età aurea degli anni ’80 stava venendo forzatamente estromesso dal panorama mediatico mainstream, infondendovi nuova linfa vitale grazie all’innesto, su strutture compositive, ritmiche ed armoniche proprie soprattutto della sua prima fase, di poderosi influssi provenienti dai generi più disparati.

In primis, per quanto riguarda la voce: De La Rocha, figlio di immigrati messicani socialmente emarginati, aveva nel decennio precedente esplorato le potenzialità dei generi maggiormente politicizzati della scena musicale americana per esprimere il proprio disagio, e dopo una “gavetta” nella scena hardcore punk aveva sviluppato una forte passione per l’hip hop che, in quel periodo, vedeva i propri canoni stilistici assumere la propria forma più compiuta ed elaborata. Al suo ingresso nei RATM portò dunque un dote un cantato ascrivibile appunto alla tradizione hip hop statunitense (allora in via di consolidamento) dotato di una vena di aggressività e di occasionali escursioni in vere e proprie urla che tradivano la sua formazione più propriamente punk, che meglio di qualunque altro potesse esprimere il radicale messaggio portato avanti nei veementi testi, da lui stesso composti in via esclusiva.

INNOVAZIONE

A farla da padrone in tutto l’album è, però, il rivoluzionario e poliedrico lavoro chitarristico di Morello. Rivoluzionario, sì, ma non certo dal punto di vista armonico, se è vero (come è vero) che raramente il Nostro esula da riff costruiti su quelle scale pentatoniche che avevano fatto la fortuna della prima fase del metal e, soprattutto, delle sue espressioni ancora maggiormente legate agli stilemi hard rock portati alla ribalta, a cavallo tra gli anni ’60 e ‘70, dai Led Zeppelin (cui Morello si ispirò dichiaratamente per gran parte della propria militanza nei RATM). Il geniale apporto del chitarrista italo-irlandese-keniota-americano (questo l’articolato pedigree del musicista!) consiste, piuttosto, nell’affiancamento ad un riffing squisitamente settantiano (che in alcuni casi sorregge, con poche divagazioni, l’intero pezzo, come ad esempio in Know Your Enemy) di una strabiliante serie di effetti chitarristici innovativi ed ottenuti in maniera assolutamente eterodossa – tanto che gli album dei RATM divennero celebri per il loro recare, all’interno del proprio booklet, la frase «Nessun campionamento, nessun sintetizzatore e nessuna tastiera sono stati utilizzati nella produzione di quest’album», per prevenire il formarsi, nell’ascoltatore, del ragionevole dubbio che gli inusitati suoni rinvenibili nella produzione fossero stati ottenuti in uno dei modi succitati. Basti ascoltare pezzi come Bullet In The Head e Township Rebellion: ad un ritornello di stampo indubbiamente convenzionale (la chitarra distorta che suona power chords, sorretta dal basso che ne ripete le note fondamentali) fanno da contraltare strofe in cui questo stilema è totalmente destrutturato, per lasciare posto, in entrambi i casi, ad un lavoro ritmico esclusivamente bassistico cui si sovrappongono assurdi effetti di chitarra (ottenuti, rispettivamente, sfregando il plettro sulle corde e pizzicando le corde stesse sulla paletta invece che sulla tastiera).

L’intero lavoro di Morello si regge, insomma, su questa dicotomia tra tradizione ed innovazione: dicotomia che talvolta si esplica, come nei due pezzi appena ricordati, all’interno della canzone stessa, contrapponendo ritornelli assimilabili alla prima a strofe assimilabili alla seconda (secondo un modello che sarà poi portato alle estreme conseguenze in “The Battle of Los Angeles”, del 1999; sempre eccellente, ma privo della freschezza della release del ’92 e, alla lunga, ripetitivo, proprio per il suo insistere su questo schema) e talaltra nell’alternarsi di pezzi pressoché totalmente “canonici” (per quanto questo termine possa avere senso se riferito ai RATM; si pensi alla celeberrima Killing In The Name) e composizioni integralmente rivoluzionarie (Fistful Of Steel). In entrambi i casi, il chitarrista è in grado di lasciare la propria inconfondibile impronta: anche quando, nell’intro di Wake Up, opera un dichiarato tributo alla storica Kashmir dei Led Zeppelin, lo fa raggiungendo il medesimo risultato che si otterrebbe con la convenzionale tecnica chitarristica attraverso un continuo scordare e riaccordare la corda della chitarra durante l’esecuzione stessa, dimostrando così di saper aggiungere il proprio tocco personale anche quando la continuità con il passato è il fine esplicitamente perseguito. Morello si staglia così come un gigante nel panorama dei chitarristi di musica leggera del  XX secolo, dotato tanto di padronanza del linguaggio espressivo più classico, quanto di visionario ed incontenibile estro innovativo, tali da permettergli di sviluppare uno stile totalmente inimitabile – ed inimitato, quasi come se tutti i chitarristi giunti alla ribalta dopo di lui si fossero resi conto dell’irripetibilità di un’esperienza così genuinamente unica nella sua tensione interna tra i due poli.

MILITANZA

I RATM sono, però, più, molto più che una semplice band metal – sempre che il risultato finale del loro mix stilistico-espressivo possa ancora essere definito tale (tanto che, usualmente, viene indicato come alternative metal; etichetta, come si capisce, quanto mai vaga e priva di reale contenuto). Il gruppo ha, infatti, fin dei propri esordi, affiancato alla dimensione strettamente musicale un costante impegno di natura politica che forse, per certi versi, è anzi la vera ragion d’essere della formazione. L’attenzione per temi come il consumismo, la globalizzazione, le battaglie delle minoranze etniche e la causa libertaria, affrontati da una prospettiva marcatamente di sinistra, è frutto essenzialmente dell’apporto di De La Rocha, che, come sopra accennato, vi era stato sospinto dal clima di forte disagio sociale entro cui era cresciuto, e di Morello, il cui avvicinamento al mondo della politica era stato propiziato dall’attivismo della famiglia (il padre, diplomatico kenyota, era a sua volta nipote di Jomo Kenyatta, primo presidente eletto del Kenya postcoloniale). Com’è logico, la forte politicizzazione del gruppo traspare in primo luogo dagli infuocati testi di De La Rocha: dalla traccia di apertura, Bombtrack (vero e proprio flusso di «thoughts from a militant mind», a metà tra un concitato j’accuse nei confronti del capitalismo e del vuoto patriottismo statunitense ed un’ardente professione di fede rivoluzionaria), a quella di chiusura, Freedom (dedicata all’attivista politico Leonard Peltier, condannato all’ergastolo per l’omicidio di due agenti dell’FBI a sèguito di una controversa vicenda processuale), «Rage Against the Machine» si dipana attraverso una serie di canzoni che nulla concedono a temi estranei alla sfera pubblica, i quali vengono, invece, sempre trattati con sferzante schiettezza. Se Killing in the Name, dedicata allo spinoso (e tragicamente attuale) tema del razzismo delle forze dell’ordine statunitensi, e Wake Up, vero e proprio compendio di storia dei movimenti contro la segregazione razziale e della lacerazione da essi prodotta nella società americana (giunte fino a vere e proprie forme di repressione da parte dello Stato), tradiscono l’ispirazione nascente dalle vicende personali di De La Rocha, altri pezzi, come Take The Power Back e Bullet In The Head, affrontano temi più generali propri alle concettualizzazioni della nuova sinistra del secondo ‘900, come l’omnipervasività del consumismo (leitmotiv marcusiano del ‘68) e il carattere repressivo del sistema educativo occidentale. La scelta dell’immolazione Thich come immagine-simbolo dell’album appare, così, pienamente giustificata: idealmente, De La Rocha e compagni si pongono infatti il fine di denunciare, con la medesima intransigenza del monaco vietnamita, le storture del mondo loro contemporaneo, riuscendo peraltro ad incanalare il proprio, radicale messaggio nella forma estetica a ciò più adeguata.

Ciò non esaurisce, però, l’attivismo del gruppo. Per tutto il corso degli anni ’90, i RATM  sfruttano l’enorme notorietà acquisita grazie alla propria musica per compiere gesti eclatanti di sensibilizzazione rispetto alle tematiche trattate nei tre album di inediti di cui si compone la loro succinta discografia. Tra gli episodi più noti, l’annullamento di un concerto nel 1993 per protestare contro la censura nei confronti delle opere musicali (i musicisti si presentarono sul palco nudi, senza strumenti, con le bocche tappate da strisce di scotch e la sigla PMRC – associazione di genitori statunitensi, particolarmente attiva verso la fine degli anni ’80 per prevenire la diffusione di messaggi “diseducativi” – dipinta sul petto) e la partecipazione, nel 2000, alla manifestazione della sinistra no global contro la convention nazionale del Partito Democratico statunitense; ma innumerevoli sono gli episodi di radicale contestazione attribuibili al gruppo nel corso degli anni, come la sistematica prassi di bruciare bandiere statunitensi al termine dei propri concerti. Menzione a parte merita la realizzazione, nel 2000, del videoclip della canzone Sleep Now In The Fire, affidata al celebre regista Michael Moore: il gruppo si fece riprendere mentre suonava, senza autorizzazione, davanti all’ingresso della borsa di Wall Street (peraltro con notevole coinvolgimento dei dipendenti della stessa), causandone la mancata apertura per l’intera giornata.

Era inevitabile che il gruppo attirasse una fiumana di critiche nei propri confronti: come ricordato in apertura, infatti, per tutta la sua esistenza esso fu prodotto e distribuito da una sussidiaria della Sony, multinazionale della tecnologia quotata su quel mercato azionario globale che la sconcertante occupazione di Wall Street (ante litteram) mirava a danneggiare. Dell’ineliminabile tensione che da ciò discendeva era peraltro ben conscio lo stesso Morello, che in una celebre dichiarazione affermò, rivendicando la dignità della propria condotta ed, anzi, la sua perfetta coerenza con le finalità che il gruppo si proponeva, nella misura in cui la dimensione transnazionale della Sony favoriva la diffusione di idee contestatrici:

«Non ci importa predicare per chi si è convertito. È bello occupare illegalmente case abbandonate guidate da anarchici, ma è bello anche saper raggiungere la gente con un messaggio rivoluzionario.»

È però innegabile come il vero perno della portata contestatrice del gruppo non fosse Morello, ma De La Rocha. A sèguito (e, almeno parzialmente, a causa) della vittoria delle elezioni presidenziali americane del 2000 da parte del repubblicano G. W. Bush, infatti, l’istrionico cantante lasciò i RATM, decretandone, di fatto, lo scioglimento.  La scelta venne giustificata con il seguente comunicato:

«Sento di dover lasciare adesso i Rage, perché il nostro processo nel prendere le decisioni è completamente fallito. Non incontra più le aspirazioni di noi quattro collettivamente come band, e, dalla mia prospettiva, ha minato i nostri ideali artistici e politici. Sono estremamente orgoglioso del nostro lavoro, sia come attivisti che come musicisti, così come sono riconoscente e grato a tutte le persone che hanno espresso solidarietà e condiviso questa incredibile esperienza con noi

Come peraltro traspare dalla stessa dichiarazione di De La Rocha, il gruppo era allora minato da dilanianti tensioni interne, principalmente legate al difficile rapporto tra le ingombranti personalità di De La Rocha stesso e Morello, ed è pertanto difficile ritenere pienamente sincera la preponderanza della motivazione politica nella decisione del rapper. È, però, un dato di fatto che, a sèguito della sua dipartita, questi abbia continuato, con il suo progetto solista, la strada dell’attivismo (peraltro non sempre raggiungendo, dal punto di vista estetico, risultati esaltanti), anche a costo di relegarsi volontariamente nel più puro underground; i rimanenti membri, invece, diedero vita al progetto Audioslave, affidando la voce a Chris Cornell, cantante dei Soungarden. Il gruppo, pur caratterizzato dal consueto ed inconfondibile tocco morelliano, si orientò su stilemi completamente differenti da quelli che avevano reso celebri i RATM (componendo comunque pezzi di eccellente qualità e che, peraltro, raggiunsero un notevole successo radiofonico), e bandì pressoché totalmente dal proprio orizzonte le tematiche politiche che avevano caratterizzato, e contribuito a rendere grande, l’irripetibile esperienza precedente. (altro…)

Bipolarismo e populismo, due facce della stessa medaglia?

Bipolarismo e populismo, due facce della stessa medaglia?

«Ma il secolo che iniziò pieno di fiducia in se stesso e nel trionfo definitivo della democrazia liberale occidentale sembra ormai prossimo a tornare, circolarmente, al punto dal quale è partito: (…) ad una vittoria incontrastata del liberalismo, politico ed economico.» (F. Fukuyama, «La fine della Storia?», The National Interest, n. 16, 1989)

«Our democracy has been hijacked!»(«Ci hanno sottratto la democrazia!»): con questo grido Zack de la Rocha, cantante dei Rage Against the Machine, apriva, nell’Agosto del 2000, uno degli ultimi concerti del suo gruppo, fuori dal palazzetto dello sport di Los Angeles nel quale contemporaneamente si teneva il Congresso nazionale del Partito Democratico statunitense, che avrebbe ufficializzato la nomina di Al Gore a candidato alla presidenza per le elezioni del Novembre di quell’anno (vinte da George W. Bush). La performance (parzialmente caricata su YouTube, frammista alle immagini dei violenti scontri con la polizia, che disperse l’assembramento) si inseriva nel più ampio contesto delle proteste indette in tale sede da un variegato conglomerato di sigle ed attivisti, generalmente riferibile a quell’area No Global che meno di un anno prima aveva ottenuto risonanza mondiale grazie alle infuocate proteste in occasione del summit della WTO di Seattle, contro il sistema politico, saldamente bipolare, statunitense. Tale sistema era accusato, appunto, di aver sostanzialmente svuotato di significato i meccanismi democratici, obbligando l’elettorato ad una scelta puramente formale, il cui esito sarebbe stato totalmente indifferente rispetto ad una pluralità di questioni, tra cui l’adesione ad una linea economica liberoscambista ed una politica estera aggressiva, mirante a profittarsi dell’apparente possibilità di instaurare un ordine internazionale unipolare.

L’attenzione del gruppo per questi temi non era nuova: pochi mesi prima, esso aveva pubblicato il videoclip della canzone «Testify», nel quale, con l’icastico sarcasmo proprio di Michael Moore (che ne curò la realizzazione), veniva messa alla berlina la pressoché totale interscambiabilità dei candidati dei due partiti maggiori, attraverso il rapido susseguirsi di identici spezzoni di loro discorsi. Questo video risulta particolarmente efficace nel mettere in luce quello che non pare azzardato ritenere il tratto saliente della vita politica nelle democrazie liberali consolidate nella nostra epoca, in grado di fornire un’efficace chiave di lettura dei fenomeni maggiormente degradanti e degradati della stessa, quali l’ascesa delle destre “populiste” e la crisi delle forze di sinistra: l’appiattimento delle posizioni dei partiti politici e la generalizzata instaurazione di sistemi bipolari.

LA FINE DELLA STORIA E IL BIPOLARISMO AD UNA DIMENSIONE

Tale fenomeno, che negli ultimi 25 anni ha rivestito carattere strutturale nella quasi totalità degli Stati riferibili al modello liberaldemocratico (dagli Usa, all’Italia, passando per gli altri Paesi dell’UE), è la precisa conseguenza di quello che il politologo statunitense Francis Fukuyama, nell’articolo «The End of History?»(citato in epigrafe) e nel successivo saggio «The End of History and the Last Man» (1992), che ne sviluppava ulteriormente le tesi, definì «fine della Storia». Tali opere, che godettero diuna fama notevole quanto immeritata (a fronte del dilettantismo col quale Autori come Hobbes, Hegel e Platone venivano diffusamente citati) negli anni immediatamente successivi alla dissoluzione del blocco sovietico, sostenevano, sulla scorta di opinabili argomentazioni che non è qui la sede di approfondire, che, a seguito delle convulse vicende del biennio ’89-’91 (la perestrojka, la glasnost, il crollo del Muro di Berlino…), il sistema economico capitalista e il sistema politico liberaldemocratico occidentali, avendo vinto la competizione col rivale sovietico che aveva informato di sé la seconda metà del XX secolo, dopo aver fatto piazza pulita nei secoli precedenti degli altri antagonisti socioeconomici quali il fascismo e le società tradizionali, fossero ormai privi di competitori nell’arena dei possibili modelli sociali disponibili all’umanità, e che presto l’intero globo  vi avrebbe aderito. Fukuyama riteneva, infatti, che le forze storiche che avevano portato all’affermazione degli stessi secondo uno schema progressivo non fossero reversibili, né che tale progresso potesse condurre ad ulteriori evoluzioni: si era, insomma, giunti alla “fine della Storia” preconizzata da Hegel, essendosi ormai risolte tutte le contraddizioni che costituivano il propellente del cammino dell’umanità sul rettilineo della Storia stessa attraverso l’interazione dialettica tra opposti.

Negli anni successivi, a fronte della vigorosa smentita delle sue concezioni offerta in particolare dall’area mediorientale e dall’area asiatica (delle quali, ad onor del vero, lo stesso Autore riconosceva la potenziale problematicità), Fukuyama ritrattò le proprie posizioni. Nella prassi politica degli Stati “occidentali” (termine che, qui come sopra, viene usato senza alcuna implicazione culturale, ma semplicemente per riferirsi ai già citati Stati aderenti al sistema liberaldemocratico), però, queste furono con ogni evidenza, esplicitamente o meno, accolte. In altre parole, i partiti che la animavano, a seguito del crollo del “socialismo reale”, agirono precisamente come se il sistema politico liberaldemocratico e (ciò che più conta in questa sede) quello del libero mercato globalizzato fossero modelli storicamente necessari, privi di contraddizioni e di alternative e nei confronti dei quali non si poteva assumere altro atteggiamento che quello dell’accettazione acritica e/o entusiastica.

Il risultato fu, pressoché ovunque, l’adozione del già ricordato sistema bipartitico: allo scioglimento dei partiti comunisti, piagati dal rapporto di dipendenza dal liberticida sistema sovietico e la cui dottrina non risultava più praticabile, a fronte del suo clamoroso fallimento storico e dal totale mutamento delle condizioni sociali in rapporto alle quali era stata elaborata, fece generalmente seguito la creazione di due “poli” antagonistici (ad esclusione di formazioni politiche minori); come nel modello anglosassone, la filosofia di fondo era quella di incoraggiare l’alternanza tra i due avversari, chiamati ciascuno a governare senza “scossoni” per un periodo prestabilito, al termine del quale sarebbero stati giudicati dall’elettorato, che, se insoddisfatto, avrebbe votato il polo “di opposizione”. Centrosinistra e centrodestra in Italia, socialisti e gaullisti in Francia, socialdemocratici e cristiano-democratici in Germania divennero così gli attori chiamati ad avvicendarsi ai ruoli di potere nei rispettivi Stati. In tutti questi casi, tanto l’uno quanto l’altro schieramento mostravano di avere aderito ai princìpi liberisti che, complice il vigoroso (e non casuale) rafforzamento della CE/UE tra gli anni ’80 e ’90 del secolo scorso, si ponevano alla base del sempre più strettamente integrato sistema economico globale. Eliminata in radice la possibilità stessa di concepire una critica dello stesso, il contrasto politico si spostava, nel migliore dei casi, sul piano dei diritti civili: accesi diverbi sulla depenalizzazione delle droghe leggere, dibattiti sui diritti LGBT, rigurgiti antiabortisti e correlative resistenze divennero temi di primo piano nei comizi e nei talk show. Nel peggiore dei casi, la contrapposizione tra l’un polo e l’altro si riduceva ad una mera contrapposizione tra i centri di interesse economico, mediatico e culturale che in essi trovavano espressione.

È opinione di chi scrive, come accennato, che questa situazione si ponga alla base dei fenomeni, strettamente correlati, della crisi dei partiti di sinistra (o presunta tale) e del travolgente successo delle istanze “populiste”. Venuta meno la legittimazione storica dell’ideologia che ne aveva guidato l’azione per più di un secolo, e che aveva posto al centro del proprio programma la trasformazione dell’esistente partendo dai rapporti di forza economici, nella convinzione che a ciò sarebbe conseguita l’emancipazione dell’essere umano in ogni altro àmbito, le forze di sinistra istituzionale non trovarono di meglio, per perpetuare la propria esistenza, che il collocarsi nel campo “progressista” della citata contrapposizione sui temi delle libertà individuali. Era però inevitabile che la rinuncia a porre in discussione le logiche del mercato comportasse uno snaturamento di queste forze, tale da alienare da esse le simpatie elettorali degli irriducibili e sempre più sparuti sostenitori di un totale ripensamento, nell’ottica indicata, di un mondo che, d’altro canto, appariva sempre più sfuggente alle loro tradizionali categorie interpretative di «classe» e «proprietà dei mezzi di produzione», abiurate in blocco dai partiti in esame. Perduta ogni connotazione ideologica, in un generale contesto di declino di qualsiasi forma di fidelizzazione partitica, esse rimasero succubi della logica dell’alternanza, esposte alle incostanti oscillazioni di un elettorato a sua volta disorientato dalla ristrettezza di divergenze sulle visioni di lungo periodo tra le alternative politiche disponibili e cedevole alle lusinghe delle narrazioni, spesso mendaci, sull’operato del “potente” di turno.

La politica veniva così declassata ad amministrazione. In un clima di generale scollamento tra società ed istituzioni rappresentative, specialmente in Italia in costante aggravio fin dalla seconda metà degli anni ’70, divenne sempre più frequente il leitmotiv «sono tutti uguali»: un’eguaglianza che, generalmente, veniva ritenuta consisterein una spiccata tendenza al malaffare. In tale lamentela, troppo spesso demonizzata ed irrisa negli ambienti della sinistra, si nascondeva un’inquietante verità: dal punto di vista economico, effettivamente si era diffuso un consenso bipartisan sui princìpi cardine. Lungi dal proporre un disegno complessivo della società da portarsi avanti per la durata del proprio governo, i partiti finirono sempre più ad assomigliare a complessi apparati burocratici, impegnati a confrontarsi sulla gestione più o meno efficace delle finanze pubbliche e sulla percezione che di essa sarebbe giunta all’elettorato. Così, in Italia, l’ondata delle privatizzazioni e delle riduzioni della spesa pubblica degli anni ’90, imposta dall’UE come condizione per poter aderire all’Unione monetaria, poté proseguire senza soluzione di continuità nonostante i convulsi avvicendamenti delle maggioranze politiche, organizzatesi (almeno in linea ideale) secondo uno schema bipolare, nella narrazione dell’epoca (e non solo) indicato come la panacea di tutti i mali. Anzi, in questa fase il potere di governo fu per la maggior parte del tempo detenuta da quel centro-sinistra che si proponeva quale erede, almeno parziale, della tradizione del Partito Comunista Italiano.

IL (GIUSTIFICATO?) SENTIMENTO ANTI-ESTABLISHMENT

Crediamo che a questa situazione, e al suo protrarsi pressoché ininterrotto nei passati 25 anni, debba essere imputata l’ascesa dei movimenti “populisti”. La stessa “sinistra” che (giustamente) irride lo sboccato berciare sessista e xenofobo di Trump dovrebbe (e, fortunatamente, lo sta facendo) sottoporsi ad un severo esame di coscienza: essa è, infatti, la maggior responsabile della creazione di quel “establishment” in contrapposizione al quale l’attuale presidente USA ha costruito il proprio consenso, e che ha posto le condizioni che fanno sì che Marine Le Pen sia da taluni indicata come plausibile vincitrice delle prossime elezioni presidenziali francesi. Quando Grillo urlava che avrebbe aperto il Parlamento come una scatoletta di tonno, «mandando a casa» la Casta dei corrotti «tutti uguali», essa ha preferito girarsi disgustata dall’altra parte, senza rendersi conto di come l’aver impostato tutta la propria azione politica dalla fine della Guerra Fredda in avanti sulla (sacrosanta ed irrinunciabile) battaglia per l’espansione dei diritti civili avesse lasciato quello che, nell’odierno linguaggio giornalistico, è definito “ceto medio impoverito”, totalmente privo di rappresentanza.  C’era un fondo di verità in quello scomposto vociare, indubbiamente e visceralmente di destra, sulla non attualità della distinzione tra destra e sinistra, sull’interscambiabilità dei rappresentanti di quel “sistema” che rincorreva il mito dell’alternanza bipolare e della stabilità. L’accettazione supina, da parte della sinistra, delle logiche del mercato globale, o, peggio, l’essersene essa stessa fatta la principale portabandiera, recando come unico segno distintivo rispetto al polo avversario il progressismo e l’accoglienza rispetto alla questione migratoria, ha anzi favorito una perversa associazione di idee tra il fenomeno dell’impoverimento e queste istanze. Questo sta alla base del coagularsi di quella parte di elettorato, che non è andata ad ingrossare le sempre più spaventose ed ormai strutturali file dell’astensionismo,intorno a chi tuona contro “l’establishment”, e dell’inquietante recrudescenza di posizioni reazionarie, che credevamo di aver debellato, sui temi della sfera individuale. La traumatica provocazione di Žižek, teorico tra i più in vista dell’odierna sinistra non istituzionale, che nell’imminenza dell’elezione di Trump dichiarò che, se fosse stato chiamato a votare, la sua scelta sarebbe ricaduta su Trump stesso, per «scuotere la sinistra dall’immobilismo», pur non condivisibile negli esiti, offre tragici spunti di riflessione. Lo stesso Žižek, poco più tardi, scrisse:

«È evidente che il loro (di Trump, Brexit, Le Pen e il partito polacco “Diritto e giustizia”, ndr) spazio è stato aperto dal fallimento delle sinistre: intendendo ora per sinistra i residui della socialdemocrazia, la sinistra istituzionale, o la sinistra liberale, che forse non dovremmo neppure chiamare sinistra.(…)La sinistra liberale ufficiale è la migliore esecutrice delle politiche di austerità, anche se conserva il suo carattere progressista nelle nuove lotte sociali antirazziste e antisessiste; dall’altra parte, la destra conservatrice, religiosa e anti-immigrazione è l’unica forza politica a proporre ingenti trasferimenti sociali e a sostenere seriamente i lavoratori.»

Per quanto la visione del filosofo sloveno non appaia priva di contraddizioni («ingenti trasferimenti sociali» e «sostegno serio ai lavoratori» appaiono evidenti forzature dei programmi politici di un miliardario che progetta di deregolamentare i mercati finanziari, avvalendosi dell’operato di una squadra di governo composta anch’essa da “Paperoni”), è innegabile che la sinistra del XXI secolo, di modello Blairiano, abbia negli ultimi anni sostenuto politiche ben lontane non già da un programma di radicale redistribuzione della ricchezza, ma anche dalle politiche socialdemocratiche di miglioramento delle condizioni di vita dei ceti subalterni e di stemperamento delle diseguaglianze più radicali causate dal mercato che furono tanto in voga nell’immediato dopoguerra: in ciò non distinguendosi affatto dai partiti della destra liberale coalizzatisi a livello europeo nel Partito Popolare, e lasciandosi sorpassare sulla linea dell’assistenzialismo dalle forze populiste, abili nel catalizzare consensi attribuendo le colpe della crisi del Welfare State ai migranti (mentendo) e, per quanto riguarda l’Europa, all’Unione Europea (dicendo, almeno parzialmente, il vero).

CHE FARE?

Crediamo, dunque, che sia evidente come, almeno in parte, allo slogan «Destra e sinistra non esistono più» debba essere riconosciuta una certa dignità. Se, inteso come proposizione assoluta, esso è certamente mistificatorio e, come già sostenuto, intrinsecamente destrorso, non si può negare che esso contenga una parte di verità, nella misura in cui lo si riferisca alla politica istituzionale maggioritaria: a questo livello, infatti, si è assistito per un ventennio ad un’egemonia incontrastata della destra economica e ad una totale estromissione di quelle istanze che dovrebbero formare il nerbo di una vera sinistra, essendo necessario, ma non sufficiente, battersi per i diritti civili per reindirizzare la società in una direzione egualitaria.

Una sinistra moderna, per essere definita come tale, deve dunque recuperare la propria identità: la qual cosa non passa certo attraverso la rinuncia, come paiono sostenere alcuni irriducibili nostalgici del ‘900, al proprio progressismo culturale e alle politiche di accoglienza sulla questione migratoria, ben lungi dall’essere gli «strumenti del capitale» che li si taccia da rappresentare in certi ambienti estremistici, ma avendo il coraggio di affiancare loro una linea economica alternativa al libero mercato ed un’analisi critica della globalizzazione e dei suoi effetti distorsivi. L’ultimo ventennio ci ha consegnato un mondo per interpretare il quale il retaggio culturale della sinistra otto-novecentesca è in larga parte inadeguato, ma rinunciare ad elaborare strumenti alternativi significa rassegnarsi a vagabondare smarriti tra le macerie di cui questo mondo è composto, nell’attesa che sia una destra populista sempre più sdoganata, probabilmente peggiore dei nazionalismi del secolo scorso cui sovente la si paragona (depotenziandone una reale critica), a costruirvi sopra il proprio aberrante disegno sociale.

È positivo, in quest’ottica, che i traumatici eventi del 2016 (l’incanalamento del disagio nei confronti dell’Unione Europea – la quale, non dimentichiamolo, ha in ogni caso giocato un ruolo fondamentale nell’eliminazione dal dibattito pubblico di qualsiasi posizione ideologica alternativa al liberoscambismo – nella cieca direzione della Brexit e l’elezione di Trump) abbiano, come auspicato da Žižek, creato più di un tumulto a sinistra. Sono recenti le notizie di un sussulto d’orgoglio contro il neoliberismo da parte del PSOE in Spagna e del rinnovato attivismo, costellato di termini che invero rappresentano poco più che una strategia retorica («Compagne e compagni», «Rivoluzione socialista», «Capitalismo sregolato»), ma contribuiscono a spazzare via sul piano culturale la bambagia bipolare e neutralizzata che ci ha avvolti negli ultimi anni, di Enrico Rossi in Italia. Per quanto non si possano non nutrire perplessità nei confronti di soggetti che fino all’altro giorno si sono prestati al gioco delle parti dell’immobilismo sopraindicato, si può sperare che questi siano i primi passi su un lungo percorso di rifondazione della Sinistra (l’utilizzo della maiuscola non è casuale).

È quindi ora di rispondere, a chi per anni ha ripetuto «Destra e sinistra sono morte e sepolte», che esse sono state solo occultate dall’illusione di poter creare un mondo interamente basato sul, ed unito dal, liberismo. Quest’illusione, ben lungi dal rappresentare un tramonto delle categorie di cui sopra, altro non è stata che una stagione di dominio incontrastato di una destra individualista che ha anestetizzato le coscienze politiche, frammentato la società civile e distrutto la relazione tra di essa e le istituzioni che dovrebbero rappresentarla, producendo l’odiosa immagine dell’establishment e creando l’humus più adatto per una destra ancor più becera, priva perfino di quell’adesione alla retorica dei diritti umani, ora sprezzantemente irrisa come “politicamente corretto”, che rendeva minimamente accettabile la cultura “politica” (se tale può essere definita) maggioritaria. In un’epoca in cui il termine “ideologico” è ormai carico di disvalore, è tempo di accettare nuovamente la possibilità di elaborare modelli interpretativi dell’esistente per poterlo cambiare, e di abbandonare la chimera del bipolarismo, per sua stessa natura volto a produrre stagnazione, immobilismo e conformismo. Insomma, di rifondare la Sinistra.

Paolo Mazzotti

foto da: independent.co.uk

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