C’era una volta in Siria

C’era una volta in Siria

Tra i banchi di scuola, da bambini, ci hanno insegnato che il Medioriente è stato la culla della civiltà. Ci hanno parlato di una terra a forma di mezzaluna, tra i fiumi Tigri ed Eufrate, abitata dai Sumeri prima e poi dagli Accadi, dagli Assiri e dai Babilonesi. Quella terra era la Mesopotamia ed è lì che gli uomini hanno smesso di cacciare ed essere nomadi e hanno iniziato a coltivare, a stanziarsi, a costruire le prime città, i primi palazzi. Hanno iniziato a scrivere e a sviluppare la cultura. In quella terra è nato l’alfabeto, la ruota, l’agricoltura e i sistemi di irrigazione, la ceramica, l’algebra. In quella terra gli uomini hanno iniziato a misurare il tempo e a studiare le stelle. In quella terra siamo nati anche un po’ noi.
Oggi quella terra, culla della civiltà, ne è diventata la sua tomba. Da sei anni il conflitto siriano ha ucciso più di 200.000 persone e sta spazzando via quel che resta di una millenaria e affascinante cultura. Ma prima che la barbarie umana si esprimesse in tutta la sua violenza, prima che le armi chimiche soffocassero bambini innocenti, prima che il sangue tingesse di rosso le sue strade, esisteva un’altra Siria.

Terra di fiorenti scambi commerciali sin dai tempi di Greci e Romani, la Siria è stata per lungo tempo crocevia di culture e simbolo di tolleranza religiosa. Quando nel 1517, l’impero ottomano sconfisse l’esercito musulmano dei Mamelucchi, trovò a convivere insieme Cristiani, Musulmani ed Ebrei.
La pacifica convivenza delle tre grandi religioni monoteiste è dimostrata dalla presenza di quartieri e chiese cristiane, che a dispetto di pregiudizi radicati, se ne stanno lì da secoli accanto a quartieri ebrei, armeni e musulmani.
A Damasco e nel territorio circostante hanno lasciato le loro tracce gli antichi Romani, i Bizantini, gli Omayyadi, i Crociati cristiani e le più alte espressioni della civiltà araba sunnita, e i loro resti rischiano di essere sepolti per sempre nella sabbia.

Damasco, la “rivale del paradiso”, era una capitale profumata, immersa in giardini ricchi di melograni ed olivi, tra palmeti e aranceti. Vi si respiravano atmosfere da mille e una notte, nei suq, antichi mercati, i colori di stoffe e mercanzie si univano agli odori delle spezie ad allietare i sensi. La città vecchia, patrimonio Unesco, ospitava il festival del jazz e l’opera. Si organizzavano concerti anche con ospiti di fama internazionale. Per decenni,in passato, cristiani e musulmani hanno pregato assieme nella famosa moschea degli Omayyadi.
“A Damasco lo straniero dorme in piedi sulla sua ombra come un minareto nel letto dell’eternità. Non ha nostalgia né di un paese, né di una persona” recita il verso di Mamhoud Darwish, poeta palestinese.

Oggi questa Damasco esiste solo in parte. La città è divisa tra zone contese tra governo e ribelli, e quartieri dove la gente continua a vivere come se nulla fosse, provando ad ignorare il fragore di una bomba caduta qualche kilometro più in là.

Peggiore è la situazione ad Aleppo, una delle città più antiche del mondo, con una storia ininterrotta di 5000 anni che rischia di essere spazzata via per sempre. Molti dei luoghi simbolo della città Patrimonio Unesco, sono stati ridotti in rovine dai bombardamenti. La moschea degli Omayyadi e il suo minareto sono semidistrutti. E distrutti sono anche la Cittadella, il souk risalente al periodo bizantino, la città vecchia.

Ma a crollare non sono solo splendidi edifici, testimonianze di un passato ricco di storia. A crollare sono i luoghi in cui uomini e donne, per secoli, hanno vissuto la loro quotidianità. Sui muri di Aleppo, mani anonime scrivono versi di poesie e pensieri prima di abbandonare la città:
“Amami…lontano dalla terra della repressione, lontano dalla nostra città sazia di morte”


Quando gli occhi si abituano a vedere la distruzione,  si dimentica che c’era la vita prima della morte. Si pensa che così è sempre stato e così sempre sarà. Ma c’era una volta una Siria che rideva, che amava, che giocava tra le strade. C’era una Siria che andava a scuola, che passeggiava tra le bancarelle dei suq, che coltivava rose. C’era una Siria che si rilassava negli hammam, che andava al cinema e al teatro. C’era la Siria dei poeti:

“Non so scrivere su Damasco senza che si intrecci il gelsomino sulle mie dita
Non so pronunciare il suo nome senza che sulla mia bocca si addensi il nettare dell’albicocca, del melograno, della mora e del cotogno
Non so ricordarla senza che si posino su un muretto della memoria mille colombe… e mille colombe volino.”
Nizar Qabbani

John “Bull” Walker, il wrestler che contribuì allo sviluppo della moderna terapia del dolore

John “Bull” Walker, il wrestler che contribuì allo sviluppo della moderna terapia del dolore

È appena arrivato il circo a Brookfield, New york. È l’estate del 1941. Sotto i tendoni ci sono funamboli, clown, giocolieri e c’è anche lui: John “Bull” Walker, che a vederlo ti mette paura. È l’uomo forzuto che con un pugno ti atterra. All’improvviso un annuncio: il domatore di leoni ha la testa tra le fauci del felino. Quando l’animale molla la presa, lui giace incosciente per terra. Serve un dottore e arriva John Bull Walker a salvarlo con la respirazione bocca a bocca. Nessuno lo sa, ma l’uomo forzuto è uno studente di medicina al terzo anno e il suo vero nome è John Bonica.

È nato nel 1917 a Filicudi, nelle isole Eolie. Il padre è il vicesindaco del paese, la madre ostetrica e infermiera. Assieme alla madre assiste per la prima volta all’intervento di un ascesso al seno; ha soli 8 anni e sviene alla vista dell’incisione, ma l’evento resterà indelebile nella sua memoria.
La vita scorre tranquilla in quella terra della macchia mediterranea, tra ginepri e capperi e l’odore del mare tutto intorno. Forse anche troppo tranquilla, quando sai che dall’altra parte del mondo c’è l’America che sa di successo e fortuna. Così nel 1925 Antonino Bonica, padre di John, lascia Filicudi e parte per dare ai suoi figli un futuro più stabile. Tre anni dopo la famiglia lo raggiunge a Brooklyn.

Nonostante la crisi del 1929 e l’impossibilità di traferire il capitale in America a causa delle restrizioni sulla valuta, Antonio Bonica riesce a mantenere la sua famiglia lavorando come bracciante e successivamente come supervisore in un’agenzia telefonica. Inaspettatamente però, nel 1932, il padre di John muore all’età di 55 anni, lasciando la famiglia con i soli risparmi accumulati in 4 anni.
E’ un periodo di grandi difficoltà economiche e John Bonica inizia a perdere la speranza di realizzare il suo sogno: diventare un medico. Tuttavia, grazie ai sacrifici della madre e alla sua tenacia, riesce a proseguire  gli studi. Tra il ’32 e il ’36 contribuisce alle spese della famiglia lavorando come venditore di giornali la sera e lustrascarpe e commesso in una drogheria nei fine settimana. In questi anni si appassiona anche al wrestling amatoriale e durante uno dei suoi incontri conosce Emma, una ragazza di origini veneziane che presto diventerà sua moglie.

Nel 1936 vince il campionato interscolastico e intercollegiale di wrestling e viene notato da uno dei maggiori esponenti del settore che lo spinge a diventare un wrestler professionista. Lotta nei maggiori centri degli Stati Uniti. Nel ’38 vince il titolo americano di campione nazionale e l’anno successivo quello canadese. Nel ’41 è il campione del mondo dei pesi mediomassimi. D’estate gira con il circo per pagare la retta universitaria. E’ l’uomo forzuto. E’ John “Bull” Walker. Usa uno pseudonimo perché nessuno deve sapere che dietro quei muscoli e l’aspetto da duro, c’è John Bonica,studente di medicina. Neanche i suoi colleghi in ospedale conoscono il suo segreto. Per due volte si presenta in sala operatoria con un occhio così malridotto da non riuscire a vedere, le orecchie storpiate dai combattimenti sembravano due cavolfiori.
In questi anni John vive due vite parallele. E’ un lottatore e uno studente di medicina, infligge dolore e lo cura. E’ John Bull Walker e John Bonica.

Nel 1942 si laurea in medicina e sposa Emma, inizia il tirocinio al Saint Vincent Hospital e proprio qui accade un evento che colpisce profondamente Bonica.
Alla moglie, durante le doglie per la nascita della sua prima figlia,viene somministrato un cattivo anestetico da un medico interno inesperto che ha un effetto quasi fatale per l’ipossia indotta dall’aspirazione del contenuto gastrico. Bonica, che assiste al parto, spinge via il medico, libera le vie aeree della moglie e salva lei e la sua bambina.
Decide così di dedicare la sua vita all’anestesiologia e al trattamento del dolore.

Nei suoi anni tra le corsie degli ospedali, Bonica comincia a notare casi che contraddicevano quello che aveva imparato. Il dolore doveva essere un campanello d’allarme, un segnale che indicava qualcosa che non va. Eppure c’erano casi di persone che,dopo l’amputazione di una gamba, continuavano a sentire dolore proprio nella gamba inesistente, o che lo avvertivano anche in assenza di ferite.
Bonica vuole saperne di più. Incontra altri medici, legge libri, si documenta, ma scopre paradossalmente che il dolore , soprattutto quello cronico, è uno degli argomenti meno affrontati dalla medicina.
E allora scrive lui le pagine mancanti. Scrive “Il trattamento del dolore”,a carattere enciclopedico, che sarebbe diventato la bibbia dell’ anestesiologia. Propone nuove strategie, nuovi trattamenti basati sull’impiego di iniezioni neurobloccanti. Crea una nuova istituzione, “la Clinica del dolore”, consapevole della necessità di un approccio multidisciplinare sulla gestione dello stesso. Contribuisce allo sviluppo dell’epidurale per le partorienti. Nessuno prima di lui aveva mai dato così importanza ad uno degli aspetti più frustranti della malattia.

Bonica vide il dolore da vicino. Lo sentì. Lo visse. Per questo non potè ignorarlo negli altri. Gli anni da wrestler professionista gli procurarono serie lesioni a livello dei muscoli scheletrici. Intorno ai 55 anni soffriva di una grave osteoartrite e fu costretto a sottoporsi a più di 18 operazioni nel corso della sua vita. Camminava con le stampelle e a malapena riusciva ad alzare il braccio e a ruotare la testa. Conosceva il dolore e dedicò la sua intera vita a combatterlo, perché come disse lui stesso, il dolore è l’esperienza umana più complessa e riguarda la vita passata, quella presente, le relazioni, la famiglia. Bonica ha ridefinito lo scopo della medicina: l’obiettivo non è solo curare il paziente, ma anche alleviare le sue sofferenze. Oggi John Bull Walker, l’uomo forzuto che a vederlo ti metteva paura, il wrester professionista che con un pugno ti atterrava, è considerato il padre della  moderna terapia del dolore.

Giappone, il “mono no aware” e la concezione estetica della natura

Giappone, il “mono no aware” e la concezione estetica della natura

Il concetto di “Mono no Aware”

Quando in Giappone i ciliegi iniziano a fiorire, si celebra l’evento con un’usanza dalla storia millenaria. E’ quella dell’Hanami, che in lingua nipponica vuol dire “ammirare i fiori” e consiste appunto nell’osservare e godere della bellezza dei sakura (fiori di ciliegio) organizzando pic nic e passeggiate all’aperto. Questa antica tradizione è strettamente legata ad uno dei temi centrali del Buddismo e della filosofia Zen: il fiore di ciliegio è infatti il simbolo della fugacità della vita umana e dell’impermanenza della realtà.  Il meraviglioso spettacolo offerto dai ciliegi in fiore dura solo pochi giorni, è passeggero come tutto ciò che ci circonda, ma è proprio questo a renderlo così affascinante ed unico. L’Hanami esprime al meglio il concetto estetico giapponese del “mono no aware”.

Se volessimo tradurlo a parole, il “mono no aware” può essere definito come il pathos delle cose, un sentimento di partecipazione emotiva nei confronti dell’esistenza. E’ la contemplazione della bellezza seguita dalla sensazione nostalgica legata al suo incessante mutamento. Il termine è l’unione di due parole: “mono” che significa “cose” e “aware” che originariamente indicava l’esclamazione di stupore nei confronti di un soggetto naturale. Successivamente “aware” ha assunto il significato di “compassione”, “pietà”, “tristezza”. Il “mono no aware” è quindi quel sentimento di malinconia che deriva dall’apprezzamento del bello e dalla consapevolezza della sua caducità. E’ osservazione che si fa sentimento. E’ la struggente solitudine della bellezza, di ciò che in un momento è, e il momento successivo non è più.

L’impermanenza: la bellezza è nel cambiamento

Tuttavia, al di là della tristezza che ne deriva, si cela dietro questo concetto anche un importante insegnamento della saggezza orientale: sono proprio l’impermanenza e la transitorietà delle cose a renderle uniche e ad esaltarne la bellezza.  Se i ciliegi fossero sempre in fiore perderebbero sicuramente gran parte del loro fascino. La consapevolezza dell’impermanenza, inoltre, nella visione buddista è fondamentale per adattarsi alla imprevedibilità degli eventi e alla natura effimera delle cose. Gran parte della sofferenza umana deriva dall’incapacità di accogliere il distacco, il cambiamento, la fine. Ma la vita è un implacabile scorrere di avvenimenti, di inizi e cessazioni. Accettarlo, permette di comprendere che non serve opporre resistenza e che se ogni cosa è effimera e fugace, affannarsi per essa diventa inutile. La transitorietà delle cose non deve essere quindi motivo di angoscia nichilista, ma piuttosto può essere considerata come un invito a godere il momento presente nella sua speciale unicità.

Il mono no aware trova la sua massima espressione letteraria in una delle opere principali della letteratura giapponese, il Genji Monogatari. Il romanzo ruota intorno alle vicende del figlio dell’imperatore e il discorso che egli pronuncia quando è ormai prossimo alla morte, è forse il più rappresentativo del “pathos delle cose” di cui l’opera è il simbolo:

Non mi lamento di un destino che condivido con i fiori, con gli insetti, con gli astri. In un universo dove tutto passa come un sogno, non ci perdoneremmo di durare per sempre. Non mi addolora che le cose, gli essere e i cuori siano perituri, dal momento che una parte della loro bellezza è fatta di questa sciagura. Ciò che mi affligge è che siamo unici…Saranno in fiore altre donne, sorridenti come quelle che ho amato, ma il loro sorriso sarà diverso. Altri cuori si spezzeranno sotto il peso di un amore insopportabile, ma le loro lacrime non saranno le nostre lacrime. Mani umide di desiderio continueranno a intrecciarsi sotto i mandorli in fiore, ma la stessa pioggia di petali non cade mai due volte sulla felicità umana”

 

Protesta in Romania, la battaglia anticorruzione che rievoca il 1989

Protesta in Romania, la battaglia anticorruzione che rievoca il 1989

Vrem democraţie, fără amnistie!” Urlano a piena voce migliaia di manifestanti per le strade delle maggiori città rumene. Significa “vogliamo la democrazia, senza amnistia” ed è uno degli slogan che da giorni accompagna le proteste che infiammano il popolo rumeno.

E’ il 31 gennaio quando il governo, guidato dal premier socialdemocratico Sorin Grindeanu, approva un decreto d’urgenza in piena notte che rende l’abuso di potere punibile solo se arreca un danno allo stato superiore a circa 44.000 euro. Il provvedimento prevede, inoltre, che il reato sia investigabile solo a seguito di denuncia, la quale deve essere presentata entro sei mesi dall’accadimento dei fatti.

Il decreto è stato presentato, almeno nelle intenzioni, come misura urgente contro il sovraffollamento delle carceri. Secondo i critici, tuttavia, proteggerebbe proprio il leader del partito al governo e presidente della camera, Liviu Dragnea, condannato a due anni in via definitiva con sospensione della pena per frode elettorale e accusato di una perdita dello stato pari a circa 24.000 euro. A poche ore dall’approvazione del decreto, le piazze delle maggiori città si riempiono di uomini e donne armati di bandiere, cartelli e voci urlanti “Hoții” (ladri). Dopo solo due ore dall’annuncio del Ministro della Giustizia Florin Iordache, ci sono già in Piazza della Vittoria a Bucarest 10.000 persone pronte a urlare la loro rabbia nonostante il freddo e l’orario.

Alle 2.00 circa i manifestanti iniziano a tornare ad abbandonare le piazze, ma sui social network l’appuntamento è già fissato per il giorno successivo e la partecipazione diventa sempre più massiccia, portando in pochi giorni davanti al Palazzo del Governo 200.000 cittadini e 300.000 in totale in tutta la Romania. Un numero così alto non si vedeva dai tempi della rivoluzione che nel dicembre 1989 portò alla caduta del regime comunista di Nicolae Ceaușescu. Il clima è bollente. Il 2 febbraio il Ministro del Commercio Florin Jianu esprime il suo disaccordo con le scelte del governo. Sulla sua pagina Facebook, riferendosi al figlio, scrive: “Tra qualche anno, quando lo guarderò negli occhi non avrò bisogno di dirgli che suo padre era un vigliacco.”

Protesta in Romania immagine da ilPost

E mentre la Commissione Europea esprime forte preoccupazione per la modifica del Codice Penale rumeno, le manifestazioni continuano e il 4 febbraio il premier annuncia la revoca del decreto. Sembrerebbe una storia a lieto fine, ma ormai la miccia è scoppiata e i numeri aumentano. 600.000 persone continuano a protestare nonostante il dietrofront del governo. Nelle loro parole c’è la diffidenza di un popolo che si sente preso in giro. La costituzionalità incerta della nuova ordinanza ha infiammato ulteriormente gli animi dei manifestanti che ora chiedono a gran voce le dimissioni del governo.

Sfilano per le strade giovani e anziani e i loro volti esprimono tutta la rabbia di un paese stanco di essere uno tra gli stati più corrotti d’Europa. Centinaia negli ultimi anni sono infatti i funzionari incriminati di abuso di potere e corruzione e un report dell’IPP (Institute for Public Policy) rileva che il 15% dei parlamentari eletti nel 2012 era sotto indagine o lo è stato in passato.

Sfilano tutte le generazioni in Romania. Ci sono gli adulti che fino a poco tempo fa, disillusi, credevano di non poter cambiare nulla ed ora vedono riaccendersi la speranza. Ci sono ragazzi e ragazze che urlano a temperature sotto lo zero, da giorni, la propria rabbia e che non hanno assolutamente intenzione di fermarsi. E ci sono persino i bambini, con le loro bandierine di plastica tra le mani, a rappresentare il futuro per cui si sta lottando.

Intanto nelle ultime ora il presidente rumeno Khlaus Ioannis ha dichiarato di fronte al Parlamento che “l’abrogazione del decreto e le eventuali dimissioni del ministro della Giustizia non sono sufficienti. La soluzione della crisi si trova all’interno della maggioranza di sinistra” suggerendo implicitamente le dimissioni del governo e la nomina di un nuovo esecutivo sempre affidato al PSD. “Convocare elezioni anticipate sarebbe eccessivo in questo momento” ha aggiunto. Alle parole del presidente molti deputati della maggioranza hanno abbandonato l’aula.
La questione sulle sorti del governo rimane ancora sospesa. Ma ciò che è certo è che, in un tempo in cui la sfiducia nei confronti del cambiamento è alta, il popolo rumeno dimostra che uniti, senza violenza e con grande tenacia, si può fare la differenza. Dimostra che la politica, ossia l’arte di governare, non è solo di chi siede sulle poltrone in un aula del Parlamento, ma è anche e soprattutto dei cittadini, senza la cui partecipazione non può esistere democrazia.

Monia Sammali

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