Cinema, identità sessuale e tabù contemporanei

Cinema, identità sessuale e tabù contemporanei

Il freddo è tagliente, la nebbia fitta. Bologna profuma di inverno e trasuda silenzio. Al Lumière, la sala è gremita di gente, le luci si spengono e la visione comincia. La luce del grande schermo illumina i volti emozionati, pronti a farsi pervadere i sensi dall’intensità dell’ultimo e atteso film di Xavier Dolan.

Il francese scorre dolcemente tra i denti degli attori, come i fotogrammi che con amara lentezza cominciano a lacerare l’anima. Juste la fin du monde mi riporta a casa, nella cucina dai mobili anni Ottanta, dove il pranzo e la cena non sono che banali contorni formali di scontri emozionali pericolosi, che si sciolgono in facili piagnistei o grandi risate a bocca larga.

Le luci si accendono e “Natural Blues” di Moby continua a riecheggiare, finché non scompaiono tutti i titoli di coda e le poltrone rosse non si vuotano, come il mio stomaco, che comincia a gorgogliare e che metto velocemente a tacere accendendo l’ultima sigaretta della giornata. Il centro del petto rimbomba freneticamente e la testa va più veloce del corpo.

I portici mi tengono al caldo, ma gli occhi sono ancora in sala: sola, al centro della stanza, il telo bianco proietta la scena più intensa: Louis poggia la testa su un vecchio materasso impolverato, la luce è fioca e quella camera racconta un passato animato dal sesso omosessuale, dalla cannabis e dalla cocaina. Due minuti di flemmatico erotismo e morbida trasgressione. Il pop leggero di Exotica abbraccia la bellezza dell’adolescenza che distrugge la norma comune.

Come l’argenteria che cade sul marmo, così Xavier Dolan comincia a far rumore nelle mie giornate: uno dopo l’altro, da Mommy a Laurence Anyways, poi Les Amours Imaginaires e J’ai tué ma mere, riempiono i giorni del bianco Natale. L’entusiasmo cresce e le parole si accavallano su fogli bianchi dimenticati in un cassetto.

I lungometraggi sono pieni di provocazione, apnea, nostalgia, mancanza, affezione, rabbia, amore, tragicità, lacrime. Non mancano il sesso, la droga, i disturbi psichici, la sessualità, la dipendenza, la famiglia. La selezione musicale è sorprendente, l’aspect ratio 1:1 è geniale, la sceneggiatura non lascia nulla al caso.

Xavier Dolan rompe gli indugi, spacca i tabù, zittisce la naturalizzazione arcaica di comportamenti sociali culturalmente determinati: un figlio che bacia una madre, una madre single che denuncia la medicalizzazione degli ospedali psichiatrici, un padre che non esiste, una madre che è assente, un figlio omosessuale, un insegnante da premio Pulitzer, ma trans-gender, l’amore che va oltre il sesso e la sessualità senza sesso.

Laurence Anyways e il desiderio di una donna…è un film dal sapore agrodolce, non-convenzionale, in cui i ruoli si ribaltano, i corpi si trasformano, l’amore è preso dal collo e appeso al muro, l’aria è pesante e l’intensità è un crescendo esplosivo. E’ la sfida della contemporaneità a prendere il sopravvento, dove la natura lascia spazio alla tecnologia, per chi in vesti d’uomo diventa donna.

“A New Error” dei Moderat diventa una ballata per la riconquista dell’amore perduto: gli abiti cadono su Fred e Laurence e sanciscono la vittoria dell’amore sul(lla) sess(ualità)o. Il glitch diventa armonia, ma quella felicità ha la durata di un istante: la convenzione ha la meglio sui grandi sogni di cambiamento e non c’è posto per l’inconsueto.

Allora penso a Simone Cangelosi, ospite nel 2015 a Bari al Festival delle donne e dei saperi di genere, organizzato dal Centro interdipartimentale Studi cultura di genere. Nel suo cortometraggio “Dalla testa ai piedi” racconta come ha abbandonato il corpo femminile con difficoltà e paura, modellando un nuovo corpo tutto maschile.

Nasce nel 1968 a Pisa, si trasferisce a Bologna, dove frequenterà il Dams e dopo lavorerà presso la Cineteca Comunale come tecnico dell’Immagine Ritrovata per il Progetto Chaplin. Nel 1995 conosce Marcella di Folco, fondatrice e presidente del Mit, Movimento Identità Transessuale. A Bologna comincia a percepire pian piano il cambiamento e a sopportare un’identità transessuale. Il cinema, secondo Cangelosi, serve a descrivere paesaggi, e nei ventotto minuti di corto c’è la descrizione della sua corporeità e individualità, bellissimi paesaggi in movimento.

Così l’arte, in particolar modo il cinema, diventa la testimonianza che la trasformazione è possibile, non solo pensabile, grazie alla partecipazione attiva del corpo, mai solo, in un contesto politico, sociale, culturale ed economico che può essere rimodernato, prima decostruito e poi riscritto.

Settembre, la fine dell’estate…e il #FertilityDay

Settembre, la fine dell’estate…e il #FertilityDay

In copertina: prime foto di donne in minigonna. Originale qui

Settembre è il mese dei buoni propositi, gli stessi appuntati il 31 Dicembre. Il mese della bassa stagione estiva, in cui qualche fortunato continuerà a prendere il sole sulle calde spiagge italiane. Il mese dei rientri, delle prime manifestazioni in università, dello stress negli uffici, dei grembiulini nelle scuole, dei nuovi libri usati da acquistare, delle zuppe di verdura e delle iscrizioni in palestra.

A settembre tutto riacquista un ordine innato, abitudinario: un puzzle lasciato a metà nel mese di giugno, quello degli arrivederci. Qualche pezzo manca, lo si mette al giusto posto e magari quei vecchi buoni propositi si riescono a realizzare prima che cominci un nuovo anno. Forse settembre è il mese dell’attesa per qualcosa che l’estate non è riuscita a regalare, proprio come quella dello scorso anno.

Il mattino è sempre più fresco, ma il rito è lo stesso: la colazione, il telegiornale, un cartone animato anni ’80 a reti Mediaset, un altro caffè, le notizie flash sulla home di Facebook, il link di quella che ti ha colpito di più. I tempi sono drasticamente cambiati.

Così, il 31 agosto, con il peso di Settembre nello stomaco e una tazzina in mano, mi imbatto in un post di Roberto Saviano: “Ecco la nuova, sorprendente trovata del Ministro della Salute Beatrice Lorenzin: il #FertilityDay, da festeggiare il 22 settembre.”

Continuo a leggere: lo scrittore ne critica la campagna pubblicitaria analizzandone i punti irrimediabilmente discutibili, dimostrandone l’inefficienza, con dodici cartoline sullo schermo che illustrano l’artificio ministeriale.

Cos’è questa novità? E questo nuovo evento da festeggiare? Perché?

Mi rendo conto che devo fare un passo indietro. Freneticamente comincio a digitare sul web parole che possano ricondurmi a qualcosa di più completo. Così la ricerca dà forma a quel qualcosa che mi sta letteralmente piovendo addosso.
Il Fertility Day, o meglio “Piano nazionale per la Fertilità”, è un documento lungo 137 pagine, pubblicato nel maggio del 2015 dal ministero della Salute, con l’obiettivo di informare il popolo italiano riguardo l’importanza della Fertilità in qualità di caratteristica propria di ogni essere umano, della durata della stessa e della prevenzione annessa.

Ecco così che viene istituita una giornata per onorare una quasi rivoluzione culturale per ri-scoprire il “Prestigio della Maternità”. Tutto è spaventosamente segnato con la lettera maiuscola, quasi a voler marcare l’importanza dei ruoli, delle scelte e delle posizioni. Scopro che il documento è frutto di un lavoro di squadra tra professori universitari e medici, che hanno collaborato in tavoli consultivi ministeriali. Tutto sarà più chiaro dopo la giornata di oggi, quando a Roma, Bologna, Padova e Catania, si terranno quattro tavole rotonde nelle quali interverranno professionisti in grado di fornire mezzi e strumenti utili alle finalità del programma.

In realtà, il pezzo forte è in quelle dodici cartoline che attirano sguardi e sgomento: una clessidra, una frase che invita a non aspettare la cicogna, una buccia di banana vuota per farti capire quanto non sia poi così improbabile l’infertilità maschile, poi ancora la scritta “La Fertilità è un bene comune”, come l’acqua. La tua fertilità, sì: tu che stai leggendo, tu che stai bevendo una birra ma non dovresti, tu che fumi anche se sai che fa male, tu che non hai ancora capito che a 28 anni sei già troppo grande e che i genitori giovani sono cool e creativi. Se studi o lavori per poche centinaia di euro poco importa, dovresti pensare a preparare una culla, perché “la bellezza non ha età, ma la Fertilità sì”.

Quindi non ti sballare, non ti drogare, non fare cin cin mentre bevi con un amico o con la tua ragazza, sii prudente affinché la Costituzione possa tutelarti e garantirti una procreazione cosciente e responsabile: prevenire è meglio che curare, ce lo hanno insegnato da bambini!

Dottori, scarpette verdi e nastri tricolore, pance scoperte, preservativi e spermatozoi. Poi ancora hashtag sui social e donne con la rivolta tra i denti: “L’utero è mio e comando io!” Vengono pubblicati articoli su blog e testate nazionali: il Fertility Day è sotto attacco e la campagna viene oscurata, per poter essere riformulata. Beatrice Lorenzin conferma le intenzioni del documento ministeriale, affermando che non vuol essere un’offesa ma una provocazione, un invito per rendere consapevoli sulla tematica.

Parlare di fertilità significa scoperchiare un vaso di pandora, fatto di tabù e proibizioni, di sessualità e orgasmi, di pene e vagina, di autonomia e responsabilità, di volontà e di potenza, di maternità surrogata e endometriosi.

Scrivere di fertilità evidenzia il senso dell’uomo e della donna, in quanto coppia, due logiche lontane e in corrispondenza, delle differenze dei generi e dei muri che non sono stati ancora valicati, delle coppie di fatto e della mancata stepchild adoption. Pronunciare la parola fertilità vuol dire capire cosa sono gli anticoncezionali, le malattie sessualmente trasmissibili, il paternalismo medico e il principio di beneficenza.

Occorre cambiare obiettivo, con lo sguardo dietro una macchina da presa, osservare le dinamiche sociali, storiche ed economiche. Le stesse che ti fanno tornare a casa con 850€ al mese dopo ore massacranti di lavoro. Quelle dinamiche che hanno dato avvio alle rivoluzioni femministe, le quali possono sfociare in un ‘essenzialismo’ massacrante, proprio quelle che mi hanno dato l’opportunità di esprimermi coscientemente a riguardo di questa folle iniziativa che poteva essere qualcosa di grande, se studiata opportunamente con rigore, esperienza e dinamismo.

Ma la frittata è fatta: il risultato è debole, gretto e statico. Come le nostre scuole, l’educazione sessuale dimenticata, le case e i bei palazzoni della Roma parlamentare. L’invito alla consapevolezza è dunque legato alla crescita sostanziale di un corpo, quello umano, che ancora non riesce a trovare spazio e tempo nelle nostre quotidiane idiozie. Nel rispetto del valore della maternità ma prima di tutto delle scelte umane e della nostra libertà di donna.

‘Sì, viaggiare’…con Erasmus+

‘Sì, viaggiare’…con Erasmus+

In una calda sera d’estate, in cameretta, lo schermo del computer illuminato.

In una calda sera d’estate, il tempo libero non mancava, i pensieri si facevano vorticosi e i minuti scorrevano.
Era un tiepido inverno quando ho terminato gli studi triennali in Filosofia. E’ stato allora che ho pensato senza sosta ai mesi che sarebbero passati prima di riprendere in mano libri, penne e fogli. A quanto sarebbe stato bello allontanarmi da quel mondo fatto di alienanti routine. E ho capito che la miglior crescita esperienziale l’avrei potuta assaporare viaggiando, esplorando, camminando. Lasciandomi travolgere da ciò che il più delle volte ho semplicemente bramato. Bramavo il cielo in una stanza. Desideravo ardentemente poter tornare a casa stanca, con i chilometri nelle scarpe e nuovi fotogrammi negli occhi. Nello zaino poche magliette da lavare. Magari qualche calamita nuova per il frigorifero.

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