Revolutionary Women: le donne, la musica, le “rivoluzioni”

Revolutionary Women: le donne, la musica, le “rivoluzioni”

Chissà se esiste una festa dell’Uomo, chissà quali fiori regaleremmo loro. Chissà se questa Festa della Donna non è un modo come un altro per sottolineare ancora di più le differenze di genere. Chissà se, appunto, questa festa non sia assimilabile, come idea, a concetti come le quote rosa o il femminicidio. Tralasciando discorsi qualunquisti e polemiche (e la solita tiritera fra il mi si nota di piu se non accetto gli auguri o se non gli accetto e me ne compiaccio ugualmente?) di cui questo articolo non vuole essere la sede, oggi, ci interessa la musica, e, quelle donne che nella musica sono andate contro luoghi comuni e contro pregiudizi di vario genere. Accodandoci ad un recente articolo pubblicato dall’organizzazione Films for action, ovvero 10 Female Revolutionaries That You Probably Didn’t Learn About In History class, analizziamo cinque figure di musiciste “rivoluzionarie”, a prova del fatto che anche nella musica, spesso e volentieri, le donne abbiano dimostrato di non essere affatto il sesso debole.

La prima è Billie Holiday, con la canzone Strange Fruit. Billie Holiday, l’angelo di Harlem, come la definirono gli U2 in una loro canzone omonima, nel 1939, quando Hitler aveva già invaso la Polonia, sul palco del Cafè Society di New York (dove è ambientato anche l’ultimo film di Woody Allen) intonava per la prima volta Strange Fruit. Fin qui nulla di strano, oltre al fatto che il mondo dava il suo benvenuto all’esordio di quella che diventerà una gran voce del jazz. Il fatto è che Strange Fruit è una canzone di denuncia, scritta da Abel Meeropol, membro del partito comunista americano e insegnante ebreo a New York. Meeropol scrive il poema dopo aver visto una fotografia del linciaggio di Thomas Shipp ed Abraham Smith, due neri delle piantagioni del Sud. (1) L’esecuzione della canzone della Holiday fa accapponare la pelle, fornisce con violenza l’immagine di questi strani frutti, che altro non sono che corpi appesi ad un albero, vittime dell’odio razziale. La sua, fu una delle prime canzoni di protesta, una denuncia di atrocità che la Holiday fece senza paura di affrontare temi raccapriccianti e scottanti per l’epoca.

 

Joan Baez, l’usignolo di Woodstock, nota ai più per la liaison avuta con Bob Dylan, è stata da sempre attivista di movimenti pacifisti, dimostrando più volte il suo dissenso riguardo la Guerra del Vietnam. Canta anche We shall overcome, l’inno a cui resterà legata sempre, eseguito per la marcia di Martin Luther King a Washington e, da qui, i diritti civili diventano il tema centrale della sua musica. Per incoraggiare l’obiezione di coscienza dei cittadini maschi americani, inoltre, reinterpreta una canzone di Pete Seeger, Where have all the Flowers gone?, rifiutando pubblicamente di pagare l’imposizione fiscale nel tasso che sarebbe stato devoluto alla guerra del Vietnam. La Baez non finisce mai di stupire: si esibisce in Cecoslovacchia nel 1989, dove incontra il Presidente Havel che la considerò di grande aiuto per lo sviluppo della Rivoluzione di Velluto, che liberò il paese dal regime comunista (2). A questo aggiungiamo la sua esibizione per beneficienza nel carcere di Alcatraz, e a questo punto, c’è poco da commentare ancora, per quest’artista che non ha mai separato musica e politica, quest’ultima spesso prima considerata “roba da uomini”. Una lottatrice la Baez senza se e senza ma, oltre che una grande artista.

Violeta Parra, corrispettivo femminile di Victor Jara, cileno come lei, viene ricordata come una guerriera. Dopo una vita difficile, dovuta alle ristrettezze economiche della sua famiglia, si trasferisce a Santiago del Cile e comincia a cantare e a denunciare le angherie che il suo popolo era obbligato a sopportare. Però, il suo vero obiettivo era l’opera di preservazione del patrimonio culturale cileno, proposito maturato dopo un lungo viaggio in cui attraversa il Cile, alla riscoperta delle più antiche tradizioni, una specie di viaggio alla Diari della motocicletta, da cui torna profondamente cambiata. Cosi’ spiego’ Violeta Parra stessa in riferimento al compito che la musica avrebbe dovuto avere in quegli anni: “Ogni artista ha l’obbligo di mettere la sua creativita’ al servizio degli uomini. Oggi non si deve cantare piu’ di ruscelletti e di fiorellini. Oggi la vita e’ piu’ dura e la sofferenza del popolo non puo’ essere disattesa dall’artista”.  Violeta, aspetto sempre dimesso, molto semplice, fiera e combattiva non ha mai smesso di lottare per il suo Cile, fino all’ultimo momento, quando si toglie la vita, nel 1967(2).  La Carta è considerata una delle canzoni più rivoluzionarie dell’artista. La Parra si riferisce ad una lettera giuntale mentre era a Parigi, che le annunciava l’arresto del fratello, accusato per aver appoggiato uno sciopero.

Si ritorna in Africa, dove nasce nel 1932 Miriam Makeba, a Johannesburg precisamente, dove a causa del suo forte attivismo politico non potrà più ritornare. Si oppose fortemente al regime dell’aparthied, partecipando anche ad un documentario sul tema che le valse un invito alla Mostra del Cinema di Venezia. Morirà in Italia, a Castel Volturno, sede del suo ultimo concerto in memoria di sei immigrati africani, uccisi lì dalla Camorra. Per questo, più volte lo scrittore Roberto Saviano ha tessuto le lodi di Mama Afrika, senza esser stato l’unico, perché  lo fece a sua volta anche Nelson Mandela. La ricordiamo con il suo singolo più famoso, Pata Pata, che prende il nome da una danza tradizionale africana. Questa canzone, pur non parlando di lotte contro la discriminazione, spaventò i governanti dell’epoca tanto che, a causa degli inviti a danzare felici e del ritmo gioioso con cui la cantante profetizzava e si augurava un periodo futuro di pace, decisero per l’esilio dell’artista africana nel 1969. (3)

Dulcis in fundo, Mina, e ci si chiede legittimamente, cosa possa avere a che fare con le donne che hanno fatto le rivoluzioni. Apparentemente nulla, ma non tutti sanno che Se telefonando, in realtà, nell’Italia di quegli anni, che cominciava ad assaporare i “primi vagiti del’68”, era in realtà una vera e propria rivoluzione, un po’ come lo fu l’avvento della minigonna. La canzone, scritta da Maurizio Costanzo e arrangiata da Ennio Morricone, è in realtà una delle prime canzoni interpretate da una donna, in cui è la donna, dopo una one night stand, che dice all’uomo in questione di non provare amore per lui. La Tigre di Cremona, con tutta la sua sensualità, porta in auge una canzone che è un po’ una rivoluzione nella concezione della libertà sessuale delle donne dell’epoca. Indiscrezioni dicono che la canzone fu in realtà censurata dalla Rai, poichè la prima versione diceva “le tue mani sulla mia” che per qualcuno dava adito a fraintendimenti; infatti la canzone fu modificata nel testo che ora dice “le tue mani sulle mie.”

Crediamo che bastino questi cinque esempi, almeno per il mondo della musica, a dimostrare che, chi dice donna più che dire danno, in questi casi, dice coraggio. Alle donne allora, alla Musica che è essa stessa donna (se pensiamo alla sua Musa Euterpe, d’accordo con l’epica greca) e alle donne che fanno Musica, affinchè continuino a farsi portavoce dei diritti anche di quelle donne che, per una ragione o per l’altra,non hanno la possibilità di farlo.

NOTE

(1) Canzoni contro la guerra, https://www.antiwarsongs.org/canzone.php?id=3080

(2) pagina Wikipedia dedicata all’artista

(3)Adriana Langtry, Violeta Parra, L’enciclopedia delle donne, http://www.enciclopediadelledonne.it/biografie/violeta-parra/

(3) Chi era Miriam Makeba, Il Post

Giorgio Canali: canzoni d’amore e d’anarchia

Giorgio Canali: canzoni d’amore e d’anarchia

Chi lo conosce sa che è un’artista scomodo, di quelli che non hanno peli sulla lingua, un contestatore nato ma anche un professionista della musica. Giorgio Canali comincia come tecnico del suono accanto a gruppi come la PFM e I CCCP, e, come è facile che possa  accadere, poichè l’appetito vien mangiando, mette su i Rossofuoco, gruppo di cui diventa frontman .

Nasce a Predappio, paese di Mussolini, con cui ha ben poco da spartire, lui che ha scritto piu di una volta odi alla Resistenza italiana. Ha vissuto per un periodo in Francia, dove ha collaborato con i Noir Desir. Non tutti sanno che è stato poi lui il fondatore dei CSI e dei PGR con alcuni dei vecchi membri dei CCCP, in cui ha anche suonato come chitarrista. Un curriculum ricchissimo il suo, che lo vede anche in veste di produttore del primo disco dei Verdena, per fare un nome, e come collaboratore di diversi gruppi fra i quali gli Afterhours.(1)

La parte più interessante però è quella lo vede in veste di cantautore. Cinque sono gli album alle spalle: se ne contano tre con i Rossofuoco e due  da solista, l’ultimo viene pubblicato a suo nome nel 2016 e si intitola Perle per porci. Giorgio Canali, come dimostra la sua carriera, è un artista poliedrico, lo si  nota anche nelle sue canzoni dove non tiene affatto un unico registro. Si passa dalla politica a canzoni più intime, utilizzando sempre un cinismo caustico che arriva diretto all’orecchio e all’animo dell’ascoltatore.

Rojo del 2011 con i Rossofuoco è uno degli album più politici. Canali  cha ha sempre atteso la rivolta, non come una chimera, ma come un qualcosa di probabile, esprimendosi in invettive anarchiche contro uno stato che secondo lui mostra sempre più derive autoritarie,in questo album, poichè sente che la situazione politica in cui viviamo è pessima, non si pone alcun freno nel condannare chiunque, sentendosi libero anche di utilizzare il suo peculiare sarcasmo. Più volte, allora, l’artista si è espresso contro gli abusi di potere delle forze dell’ordine, come accade in Falso Bolero o con la dedica dell’album Tutti contro Tutti a Federico Aldovrandi ucciso a Ferrara da degli agenti di polizia nel 2005. Le sue sono quindi canzoni che ritornano attuali, alla vigilia dell’ultima sentenza sul caso Cucchi. Bisogna essere allora molto arditi per trattare temi così delicati, si potrebbe rischiare l’esclusione dal mercato discografico, finire nell’ “indice degli album proibiti”, come è già successo allo stesso Canali, con la canzone Lettera del compagno Lazlo al colonnello Valerio. Valerio nella realtà Walter Audisio, ovvero colui che fucilò Mussolini. A causa delle bestemmie presenti nella canzone, questa non viene pubblicata e viene esclusa dalla raccolta Materiali resistenti (2)

La delusione è palpabile nelle sue canzoni, che diventano le colonne sonore di un paese alla deriva. Non crediamo sia nemmeno una descrizione dello stato italiano in particolare, bensì una critica generale al sistema. Si inneggia all’insurrezione e i ritornelli non possono che essere slogan, come in Morire di noja dove Canali chiede una rivolta al giorno nell’ora dell’aperitivo. Le sue canzoni però, come si è già detto, sono come le montagne russe: dallo spirito rivoluzionario si passa alla delusione degli amori finiti, come in Lezioni di poesia,  in cui manda a quel paese i ciarlatani che pretendono di insegnare la poesia, mantre lui non riesce a schiodarsi dalla mente il pensiero della donna che amava, scrivendo così una contro-canzone d’amore. Ma il modo di Canali di raccontare l’amore non è avulso dal contesto socio-politico, bensì diviene strumento di critica e analisi dello stato politico e sociologico attuale, come in Controvento che ha come scenario la Primavera Araba. Canali, anche per questo, lo si può includere tra quegli artisti che praticano il cantatautorato con impegno civile, come lo era la poesia di Pasolini ai suoi tempi.  Non si risparmia nemmeno in Sai dove in cui parla anche dell’assurdità di non avere ancora una legge sul testamento biologico in Italia,  un altro tema che ritorna attuale in questi giorni, dopo la morte “programmata” di dj Fabo.

Canali è bravo a sparare nel mucchio è uno di quelli a cui non va bene niente: la società, le storie d’amore comunemente intese, il sistema politico, le convenzioni, a Canali direbbe Gaber “gli fa male il mondo“, ma nonostante questo, rimane in lui l’interesse di di svelare alcune verità, l’intento di criticare aspramente, non per distruggere ma, forse, per ricostruire il distrutto. Non è facile mandare giù e osannare chi delle regole del sistema se ne frega, chi non ha alcun riguardo per quello che dicono i più, però per questo l’artista romagnolo è un rivoluzionario, uno che con le sue canzoni ti prende dritto a pugni nello stomaco.

Canali è poi musicista e un musicologo a tutto tondo, e, spesso si colgono nelle sue canzoni riferimenti a grandi della musica del passato, italiani e nonNuvole senza Messico, per esempio,  èun chiaro riferimento a Jannacci, che nel frattempo diventa la descrizione di una fenomenologia dell’amore catastrofica, quella di un cuore anoressico ossessionato da ciò che è stato.

I ritmi delle sue canzoni, invece, sono quelli del rock’n roll: i riff di chitarra sparsi qua e là si alternano a passaggi in cui si rabbrividisce al suono dell’armonica a bocca di dylaniana memoria. Canali resta “fedele alla (sua) linea”, così duro e intransigente che non si può non apprezzare quella vena indipendente e fiera di chi continua a scalpitare a denunciare senza censure.

NOTE

(1)Giorgio Canali: Discografia, Biografia, Concerti e molto altro su Rockol nella pagina Wikipedia dedicata all’artista

(2) Canzoni contro la guerra – Lettera del compagno Lazlo al colonnello Valerio, nella pagina Wikipedia dedicata all’artista

Foto: http://www.pietraiadeipoeti.it

La poesia ai tempi del cantautorato: 5 esempi di canzoni dietro cui si nascondono poesie

La poesia ai tempi del cantautorato: 5 esempi di canzoni dietro cui si nascondono poesie

Il lettore più in là con l’età (ma non per forza) ricorda quanto si sia dovuto penare sui versi di qualche celebre poesia del Manzoni, quanta fatica nel ricordare gli endecasillabi del Sabato del villaggio, mentre ai più “sfortunati” potrebbero essere capitati i canti della Divina Commedia da imparare a memoria. Infatti, la poesia nelle scuole italiane, durante gli anni di scuola obbligatoria, non si apprezza mai fino in fondo, la si studia come se fosse un dovere. Sono pochi i docenti a cui va riconosciuto il merito di trasmettere il grande valore di questa forma di letteratura che pian piano diventa obsoleta, e che nel contemporaneo a volte non ha la forza di esprimersi fra il grande pubblico. La letteratura classica poi è caduta nell’oblio, non per una questione di gradimento, ma per il fatto che viene studiata e non letta, vista e non guardata. C’è poi chi ha addirittura proclamato la morte della poesia.

La parola “lirica” richiama la prassi greca di proclamare i versi di questo genere poetico accompagnati da strumenti a corda come appunto la lira. Questo è solo il primo esempio di quanto il mondo della musica e quello della poesia siano in realtà strettamente connessi. L’esempio più recente arriva invece da Stoccolma, per altre ragioni, ma può sempre essere considerato come un aver sancito l’interconnessione tra questi due mondi rendendolo noto ai più. Si parla ovviamente del conferimento del Premio Nobel per la Letteratura a Bob Dylan lo scorso anno.

Può capitare inoltre che, inaspettatamente, dietro una melodia canticchiata a caso, può nascondersi un verso o un’intera poesia. Uno fra i tanti che hanno messo poesie in musica è lo stesso Bob Dylan che, per esempio, in A hard rain’s day A-gonna fall si ispira liberamente Lord Randal, ballata tradizionale scozzese del XIII secolo. Molti interpreti la collegano ad una ballata italiana cantata anche da Angelo Branduardi, L’avvelenato. Si tratta di un dialogo tra un uomo e una donna che l’ha ferito. Bob Dylan ne fa una canzone contro la guerra, ai tempi della crisi dei missili a Cuba nel 1962, mentre c’è anche chi legge in questa canzone significati biblici. Pare che Dylan l’avesse prima scritta in forma di poesia decidendo poi di metterla in musica, producendo così con questo rimaneggiamento una canzone che passerà alla storia. (1)

Leonard Cohen, che poeta lo è anche stato, in Take this waltz interpreta meravigliosamente una poesia di Federico García Lorca, ovvero Piccolo valzer viennese, e mette insieme i versi realizzando qualcosa di divino a metà fra un quadro e un romanzo breve, in cui musica e poesia si fondono in quel modo unico di cui solo Cohen può essere artefice. Nella poesia si racconta di una donna che chi narra sta inseguendo,il tutto ricreando un po’ un’ atmosfera da club parigino, pur essendo la vicenda ambientata a Vienna. Non si può che ringraziare Cohen per aver conferito ancor più splendore ad una poesia già bella, che altrimenti sarebbe rimasta in un libro polveroso, magari nelle nostre librerie, magari senza che mai ce ne accorgessimo. Cohen compone un vero e proprio valzer e in un attimo ci si ritrova a immaginarsi volteggiare nella sala di un qualche palazzo imperiale.

Ovviamente in questa carrellata di poesie-canzoni non poteva mancare Fabrizio De Andrè che diverse volte ha musicato versi. Interessante è il retroscena del ritrovamento de’ Le passanti, anche questa ispirata ad una poesia, anche se di un poeta minore. Il testo è di tale Antoine Pol che combatté nella “Grande guerra” come capitano di artiglieria e poi militò nel sindacato degli importatori di carbone francesi. Pol aveva la passione della poesia. Nella primavera del 1943, un ragazzo nella Parigi occupata dai nazisti scovò un suo libro su una bancarella. (2) Il resto è storia nota agli ascoltatori. In realtà questa è la storia del prestito di un prestito, perchè primo a musicarla fu il cantautore francese George Brassens e De Andrè la tradusse e reinterpretò come è noto ai più.

Certo, per i cantautori è molto più facile oltrepassare il guado, prendere un testo e musicarlo, resta però il fatto che far rivivere opere come queste è un atto di estrema importanza dal punto di vista della divulgazione e della diffusione. L’intento è allora quello di mettere a disposizione di tutti un sapere che altrimenti, ancora oggi, rimarrebbe elitario. Tra gli artisti emergenti l’ha capito Ettore Giuradei che mette in musica una poesia di Pasolini, che porta il nome dello stesso poeta, dedicata alla morte di suo fratello Guido, partigiano durante la Seconda Guerra Mondiale. Il pianoforte nella canzone addolcisce le parole forti, aspre e deluse del poeta confluendo in un connubio di melodia e versi di grande pregio.

Non poteva farsi scappare un’occasione del genere,il professor Roberto Vecchioni che mette in musica reinterpretandola Saffo,ne’ Il cielo capovolto, e prova a dare un colore con le note alla descrizione dello strazio provato nell’abbandonare la sua amante Anattoria. Resta da menzionare Angelo Branduardi che canta William Butler Yeats, nonché Lorenzo de’ Medici con Il trionfo di Bacco e Arianna, o il poeta russo Sergej Esenin.

Branduardi stesso dichiara allora quanto poesia e musica siano facilmente sovrapponibili e a noi ascoltatori non resta che prenderne atto e assaporare i risultati sublimi che l’incontro di questi due mondi può regalarci. Noi, che spesso “sommersi da immondizie musicali”, con la poesia nelle canzoni inspiriamo una boccata di bellezza salutare.

NOTE

(1) Canzoni contro la Guerra, https://www.antiwarsongs.org/canzone.php?lang=it&id=3

(2) Canzoni contro la Guerra, https://www.antiwarsongs.org/canzone.php?id=8132&lang=it

 

Battisti oltre Mogol: gli album bianchi

Battisti oltre Mogol: gli album bianchi

Tutto mi spinge verso una totale ridefinizione della mia attività professionale. In breve tempo ho conseguito un successo di pubblico ragguardevole. Per continuare la mia strada ho bisogno di nuove mete artistiche, di nuovi stimoli professionali: devo distruggere l’immagine squallida e consumistica che mi hanno cucito addosso. Non parlerò mai più, perché un artista deve comunicare solo per mezzo del suo lavoro. L’artista non esiste. Esiste la sua arte.

Lucio Battisti - Don Giovanni cover 1986

Lucio Battisti – Don Giovanni cover 1986

Sono le parole di Lucio Battisti nella sua ultima intervista pubblica. Sono parole quasi arrabbiate, di un artista che non si sente più a suo agio con l’immagine di icona pop attribuitagli negli anni precedenti, quelli del maggior successo. Lucio Battisti, si avvia in questa fase a riscrivere la storia della musica italiana. Fa una scelta difficile, si ritira dalle scene, e per questo, per chi non lo capì, il suo fu un gesto di falsa modestia, aspramente criticato e contestato da critica e fan. Ma Lucio, con un gesto di profonda onestà intellettuale, decide che val la pena applicare il canone dell’ art for art sake, solo per il semplice piacere di spingersi oltre i confini della musica contemporanea.

Tutto comincia con un incontro fortuito con il poeta Pasquale Panella, grazie ad Adriano Pappalardo nel 1980: qui comincia una fase diversa, una fase che ci consente di dire che negli ultimi album, i celeberrimi e contestatissimi album bianchi, Lucio Battisti smette di fare canzonette e si eleva, dimostrando tutta la potenza del suo genio.

Lucio Battisti e Mogol

Lucio Battisti e Mogol

Gli album in questione sono cinque, definiti album bianchi, per il fatto che il cantante ne disegna a mano le copertine, con sfondo bianco su cui emergono semplici tratti, quasi scarabocchi puerili (1). Il genio musicale incontra la poetica di Panella e questo binomio se non fortunato come quello costituito con Mogol, appare di un pregio elevatissimo. Pasquale Panella si muoveva già da tempo nella scena musicale e della letteratura italiana. Prima di incontrare Battisti, aveva infatti già scritto per Enzo Carella e per il teatro. Il paroliere più volte definito ermetico, dadaista e futurista dà un tocco di avanguardia alle musiche dell’artista romano, che al contrario di quanto accadeva per le canzoni scritte con Mogol, vengono dopo la scrittura dei testi.(2)

Lucio Battisti - L'apparenza cover 1986

Lucio Battisti – L’apparenza cover 1986

Già nel 1988, L’apparenza, secondo album bianco dimostra quanto non ci si ritrovi più di fronte al Battisti de’ La canzone del Sole. Il linguaggio è forbito, le immagini minimal ma efficaci. I ritmi richiamano il rithm’n blues di cui Battisti era molto appassionato, ed anche l’elettronica. I cultori di Battisti ne parlano spesso come si parla dei Beatles, ovvero si dice che Battisti abbia sperimentato ogni sorta di genere musicale, prima ancora che alcuni di questi fossero catalogati come generi musicali. Battisti, inoltre, esce con tutta la forza che ha dall’etichetta di cantante nazional-popolare, si guarda indietro e quasi non si riconosce. La scelta del cantante romano è elitaria ma giustificabile con il fatto che l’istinto del genio  brama nuovi percorsi. Il risultato però è che tutti e cinque gli album fecero calare vertiginosamente le vendite. I testi, poi, sono pieni di immagini spezzettate, apparenti nonsense, onomatopee, aulicismi, accompagnati dagli usuali falsetti. Nonostante ciò,  questo divincolarsi di Battisti dalla precedente immagine avviene gradualmente, infatti il vecchio Lucio ritorna in pezzi come Per Nome e Don Giovanni.

Lucio Battisti - La Sposa Occidentale cover 1990

Lucio Battisti – La Sposa Occidentale cover 1990

Nel 1986, l’aveva preceduto l’album Don Giovanni, in cui Panella supera Battisti: i virtuosismi in Le cose che pensano, dove i passati remoti sono la chiusa di quasi tutti i versi e confluiscono in un insieme di assonanze che hanno lo scopo quasi di dilatare il tempo, come quando l’amore finisce e si vuole rimandare all’infinito la realizzazione di ciò che è successo. Sono abili giochi di parole per descrivere ciò che resta dell’amore, quando l’amore non c’è più, quando restano solo gli oggetti e i ricordi. Panella sa anche bene dove andare a parare con le immagini, accostando frasi che sembrano proprio non centrare le une con le altre, che confondono l’ascoltatore, sfuggono. Perchè, si, Panella è Dada, è anche Aldo Palazzeschi, ovvero il Futurismo.

Se sbatti un addio c’esce un’omelette.
Le cosce dorate van fritte.
Coi sorrisi fai croquettes.
E tu dici ancora che non parlo d’amore.
Batte in me un limone giallo basta spremerlo.
Con lacrime salate agli occhi tuoi,
ben condita amata t’ho. (da Fatti un pianto)

A chiudere questo album, nel lato B, c’è Il diluvio, che potrebbe benissimo essere una reinterpretazione, tra la beffa e il reale de’ La pioggia nel Pineto. Piove anche qui, e anche qui i due protagonisti sono un uomo e una donna. Come D’Annunzio seppe dare un tono al rumore che faceva la pioggia sulla vegetazione e reinterpretare la pioggia come metafora di rinascita, così Panella descrive in maniera moderna l’acquazzone come metafora di vita (tragicomica).

Lucio Battisti - Cosa succederà alla ragazza cover 1992

Lucio Battisti – Cosa succederà alla ragazza cover 1992

Così si arriva al terzo album, La sposa occidentale, che segna quai una sorta di pareggio fra questi due geni. Ne’ I ritorni, lo stream of counsciousness regna sovrano, mentre si descrivere il ritorno sia nell’amore che nella vita,con versi che restano sempre confinati nell’area dell’inafferrabile.

Il quarto album C.S.A.R., acronimo che sta per Cosa succederà alla ragazza in cui si distingue il pezzo La Metro eccetera, che è descrizione di luoghi affollati in cui ci si sente soli, in cui ci si incontra senza incontrarsi mai in realtà. Si parla di luoghi dove tutto potrebbe succedere, ma non accadrà mai, in cui decine di vite si scontrano camminando però sempre su strade parallele, come in una solitudine di numeri primi.

Battisti e Panella mettono, poi, il punto con Hegel, copertina dell’album una E, Come the end, perché questo è il testamento musicale di Battisti, oltre ad essere l’album più oscuro e incomprensibile di tutti.

Lucio Battisti se ne va così,  il 9 settembre 1998, lontano dai palchi che per più di  vent’anni ha calcato, se ne va incompreso dai più, come i geni, sul più bello perché Hegel probabilmente segnava l’inizio di un’altra fase ancora. Un artista che l’Italia ha visto crescere, evolvere : visionario, istrionico, colto e appassionato. Battisti diventa quindi esempio del genio, di chi rifiuta gli onori per perseguire l’arte, per il semplice gusto di farlo, il bambino che non perde la  meraviglia  e vuole ancora scoprire e sperimentare, che offre il suo talento musicale ad un poeta di alto calibro quale è stato Panella.

Lucio Battisti - Hegel cover 1994

Lucio Battisti – Hegel cover 1994

Al di là delle simpatie o meno che tutti possiamo provare per il cantante, questi ultimi cinque album sono la prova che qualcosa di grande è accaduto in questa fucina musicale in cui Battisti e Panella si porgevano la mano. Gli ascoltatori, anche i più scettici, non possono che restare inermi e affascinati dai ritmi e dagli estrosi incastri di parole perfettamente calzanti con le melodie sincopate create da tastiere e basi elettroniche. Restiamo allora quasi come si sta davanti ad un quadro di arte moderna, consapevoli di non aver tutti gli strumenti per comprenderlo, ma altrettanto certi che si è di fronte a qualcosa di originale e intramontabile destinato a cambiare il corso degli eventi.

Note

(1) pagina Wikipedia dedicata all’artista

(2)Lucio Battisti, Un’emozione italiana, di Francesco Buffoli, ondarock.italia

Gogol Bordello, il nuovo tour: they’re “comin’ rougher”again

Gogol Bordello, il nuovo tour: they’re “comin’ rougher”again

Foto: La Repubblica

Metti una sera a cena, nella cucina di casa propria, con un ragazzo e una ragazza inaspettati, due sconosciuti… Lei indossa un pantalone militare e un paio di anfibi, lui, maglione vecchio e denti neri, si rolla una sigaretta con uno strano aggeggio di metallo,una specie di portatabacco. Sono ucraini: lei si è unita da volontaria due anni fa alle truppe ucraine, dopo l’invasione della Crimea da parte della Russia. Pilotava droni perchè ha studiato Geografia all’università e sa leggere le mappe. Lui aspirante scrittore, sembra uscito da un film di Buster Keaton. Ci raccontano l’Ucraina, il freddo, la città, ovvero Kiev. Si parla di musica, di Prokofiev, quando lei racconta di essere stata chitarrista di un gruppo rock composto da sole ragazze, prende la chitarra che porta sempre con sè, anche in questo viaggio in Portogallo, dove entrambi sono arrivati in autostop. Esegue Tribal Connection in versione acoustic e nella stanza ormai aleggia un solo nome: Gogol Bordello. Le si illuminano gli occhi, quando pronuncia  il nome del cantante, Eugene Hütz, ucraino d’origine, di Kiev  ma cresciuto negli States, dove i genitori si rifugiano durante la sua infanzia per scappare dal disastro di Chernobyl del 1986.

Il cantante, Hütz, baffone da vero uomo dell’Est, occhio blu, denti d’oro, sempre in abiti gitani, fonda i Gogol Bordello ed esporta la musica dell’Europa dell’Est, o meglio, parte di essa nel mondo. La band si forma nel 1993, e subito ha un grande successo. I testi mescolano inglese, ucraino e a volte spagnolo, in una lingua che somiglia un po’ all’idea del patchanka di Manu Chao. Preponderanti nella loro musica sono il violino suonato dal russo Sergey Ryabtsev e la fisarmonica… Ed è subito folk, tanto che il gruppo è stato spesso paragonato agli irlandesi Pogues.

Scrivono la colonna sonora del film Ogni cosa è illuminata di cui il frontman è anche protagonista, non a caso, perché il film racconta del viaggio fisico (e metafisico) di un ragazzo ucraino, l’autore, partito alla ricerca della sua famiglia, delle sue origini. Il film è, infatti, la trasposizione cinematografica del libro omonimo di Jonathan Safran Foer e la colonna sonora è una ballata dolce e melanconica, diversa da quello a cui i fan dei Gogol Bordello sono abituati e, si intitola Through the roof’n’ Underground.

Nelle canzoni dei Gogol Bordello l’anima gipsy emerge forte: ci si trova davanti ad un mix di punk, rock, folk, in una ricetta che fornisce una dose esorbitante di energia, perché spesso e volentieri, i testi cantati sono potenti come la stessa Tribal Connection, che è il lamento arrabbiato di chi sente di non avere possibilità nel proprio paese d’origine :

No can do this, no can do that.
What the hell can you do, my friend?
In this place that you call your town.

Il primo album, Voi-La Intruder del 1999, non tralascia la politica, o meglio la storia della politica, sempre interpretandola con tono scanzonato, disordinato, scomposto, scorretto, irriverente: basta ascoltare Mussolini vs Stalin in cui si traccia questo sarcastico e pittoresco quadretto in cui i due dittatori ballano insieme la tarantella. Con l’album Super Taranta fanno il botto nel 2007, per poi regalarci canzoni che sono ormai diventate inni come Immigraniada (We Comin’ Rougher) o My Companjera, indiscutibili successi dell’album successivo. Il mondo gitano si sente, si vede anche, per esempio, nel videoclip di Wanderlust King in cui troviamo Hütz  che, più sfrenato che mai, strimpella e balla (che sembra quasi in preda al ballo di San Vito) con una cartina dietro le spalle mentre scorrono immagini di posti diversi in Europa dell’Est e non solo: è una sorta di sintesi dei suoi viaggi, in cui parla di questo Re delle meraviglie perdute, facendo venire a tutti la voglia di girovagare per il mondo sulle note gipsy-punk della sua musica.Nel frattempo, i Gogol Bordello, per non farsi  mancare nulla, non si lasciano scappare nemmeno l’occasione di inneggiare e scrivere un elogio all’alchool in una canzone omonima.

Il cantante che ha vissuto per un po’ nel borgo di Santa Marinella vicino Roma, a cui è dedicata la canzone che porta lo stesso titolo e, che fece scalpore all’Umbria Jazz perché le bestemmie nella canzone risultarono offensive, ha raccontato inoltre, che nel periodo in cui suonava per vivere in Piazza Navona fu arrestato perché scambiato per uno zingaro e accusato di furto. Le loro canzoni sono la perfetta colonna sonora della vita da nomadi, loro sono una meravigliosa e spumeggiante carovana di artisti pronta a far saltare e ballare i propri fan (1). Ci si trova di fronte a ritmi di contrabbando, per dirla con le parole di Eugenio Bennato. I Gogol Bordello si atteggiano a bad boys, cantando le rivoluzioni ma continuando ad usare la musica per affrontare temi caldi in Ucraina, sempre presente nelle loro canzoni che, nonostante il ritmo sgangherato, offrono spunti di riflessione. Sbeffeggiano persino motti pro globalizzazione in Think locally, fuck globally. In più, le loro canzoni, sull’immigrazione, tema caro al cantante,non sono state mai attuali quanto ai giorni nostri.

Gli album più famosi sono probabilmente gli ultimi tre, in cui si dà più importanza all’ energia della taranta (genere di cui Hütz ha fatto incetta nel suo periodo italiano), e al folk. Nelle innumerevoli clip dei loro live emerge quanto siano coinvolgenti i giri di violino, quanto irriverente, folle e sfrenato sia il loro atteggiamento e chi riesce a stare fermo deve avere delle qualità fuori dal comune. Indimenticabile è a questo proposito il mash -up live con Madonna, di cui il cantante è grande amico, fra La Isla Bonita e Pala tute, storia d’amore cantata dai Gogol Bordello in romani, la lingua parlata da alcuni rom dell’Europa . Emerge, in questa memorabile performance al Live Earth nel 2009, quanto i Gogol Bordello siano più una band da live che da studio di registrazione .Infatti, il 2017 sarà l’anno del nuovo loro tour che prevede anche date italiane, il 14 luglio a Trento e poi il Pistoia Blues Festival, perché a Hütz manca, come lui stesso ha dichiarato più volte, il periodo italiano. Nel frattempo ci si accontenta di ascoltarli in cuffia perché certamente, they’re coming rougher again e il divertimento è assicurato.

NOTE:

(1)Il caso “Santa Marinella”. Barberani e Olimpieri intervengono sulla discussa bestemmia della canzone dei Gogol Bordello, di Davide Pompei, Orvietonews.it, 25 agosto 2010

Pin It on Pinterest