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Nick Drake e quella perla chiamata Five leaves left

Nick Drake e quella perla chiamata Five leaves left

Si parlava di scrivere qualcosa a proposito di vecchi album, si parlava di tirare fuori qualche perla del passato, di dare avvio ad una specie di ciclo in cui, anziché parlare di nuove uscite, si parlasse di musica un po’ “vintage”. Così, immaginando di entrare in un negozio di dischi, vinili, ci piace pensare e immaginando di frugare, di cercare in fondo agli scaffali. Ed allora, riporteremo in auge album dal passato.

Per cominciare, siamo andati indietro nel tempo, nell’Inghilterra del 1669, e abbiamo pescato un album che avrebbe potuto vincere “il premio album autunnale del momento”, se mai ce ne fosse mai stato uno. Si, perché arriva una parte dell’anno in cui le foglie non cadono solo dagli  alberi, nel senso che questa melanconia, chissà come e perché, attanaglia un po’ tutti noi: c’è un momento dell’anno in cui è autunno anche dentro di noi.

Five Leaves Left è il primo album di Nick Drake, un talento rimasto in parte inespresso per la sua scomparse prematura nel 1974. L’album esce circa 50 anni fa e passa completamente inosservato, viene riscoperto dopo e diventa un must.  Drake all’epoca era uno studente di letteratura, schivo, solitario, appassionato di poesia, con un grande talento per la musica e molto abile a suonare la chitarra.

Time has told me è il titolo della prima traccia di questo album, che altro non è che  il riassunto di un dialogo immaginario fra Drake e il Tempo, magnanimo dispensatore di suggerimenti per la vita futura.  In realtà in questo testo c’ è soprattutto il cantautore inglese, che, rimasto solo, alla fine di questa storia d’amore struggente, confessa sottovoce all’amata che il Tempo gli ha detto che il posto di lei è accanto a lui, cosciente anche del fatto che “time has told me/ not to ask for more./Someday our ocean/ will find its shore.”

Alla seconda traccia c’è un fantomatico River Man, che sembra quasi uno sciamano,il vecchio saggio del villaggio, uno che ne sa più di quanto un altrettanto fantomatica Betty ne possa sapere. In realtà già da questi primi due pezzi, i giri di  chitarra, (che sicuramente sono figli di un peculiare cantautorato inglese, che al tempo impazzava, si pensi anche a Cat Stevens) sono così armoniosi, che è difficile non innamorarsene e danno a Drake un tocco di naïveté, che lo ha reso, nell’immaginario dei più, l’eterno ragazzo inglese di poche parole ma con una capacità comunicativa strabiliante. I suoi testi sono molto introspettivi e già anticipazione di un malessere che diventerà patologico e porterà Nick Drake, si sospetta, a porre fine alla sua vita in giovanissima età. Così anche lui entrerà nel mito, come altri celebri e ormai leggendari ventisettenni.

Diversi sono i personaggi che si avvicendano nelle narrazioni musicali di Drake: Mary Jane e Jeremy, per fare un esempio, come se fossero amici immaginari, frutto delle farneticazioni di un bambino. I racconti, comunque, ci riportano in una dimensione bucolica e fiabesca, quella campagna inglese che tanto ci piace e che raffiguriamo nell’immaginario comune così come ne abbiamo letto nei romanzi inglesi dell’Ottocento.

The Day is done è pace interiore assoluta, come se scendesse a sera, a fine giornata e fosse l’unica cosa piacevole che accompagna  la solitudine di chi narra. Ci viene in mente un parallelo con Guccini in Un altro giorno è andato, canzone piena di rimpianti, e pare, intanto, che il tempo sia un po’ l’ossessione di Drake, che ce la mette tutta però per rendere liricamente il suo scorrere.

Poi c’è il violoncello di Cello Song, e, che Drake sia stato un amante di Bach non lo capiamo solo da questa canzone, ma anche, ahimè, dal fatto che quella mattina di settembre in cui la mamma dell’artista lo trovò riverso sul letto in fin di vita, il giradischi suonasse proprio Bach. La bellezza è lampante, e questo strumento arricchisce un testo altrettanto significativo:

So forget this cruel world
where I belong.
I’ll just sit and wait
and sing my song
and if one day
you should see me in the crowd,
lend a hand and lift me
to your place in the cloud. (Cello Song)

Thoughts of Mary Jane che segue è  quasi un quadro di Chagall, tutto è fluttuante anche i pensieri del giovane inglese,  che si chiede cosa possa passare per la testa di una ragazza del genere. Mary Jane è un personaggio che ritornerà nelle sue canzoni, quasi questo fosse un racconto a puntate e come se Drake stesso fosse ossessionato da questa donna, anche se è sempre difficile capire se nelle sue canzoni parli di persone realmente esistenti o di visioni. Man in a Shed, invece, è un breve apologo che va letto più che ascoltato: è la storia di una friendzone, che anche Drake allora riteneva non essere poi una storia così nuova.

Ci avviamo verso la fine dell’album e con gli ultimi due pezzi ritorniamo in quella atmosfera bucolica di cui parlavamo prima e, forse, proprio la campagna, la natura erano le uniche a garantire un rifugio al giovane inglese, fuori da quel mondo in cui non si sentiva evidentemente a suo agio, lontano da quelle persone in carne e ossa che forse, a volte, lo avevano ferito. Fruit Tree è il titolo della traccia numero 10: è un soliloquio in cui il cantautore fa i conti con sé stesso, ma soprattutto col fatto di non avere raggiunto il successo, di non avere fama, mentre allo stesso tempo cerca di convincersi che la fama non è altro che “un albero malato”.Saturday Sun è la canzone che chiude questo splendido lavoro: il sole splende per tutti, inaspettato, non per Nick Drake per cui il sabato soleggiato presto si trasforma in una piovosa domenica, che non auguriamo invece al lettore.

L’ascolto dell’album lascia un senso di vuoto, bisogna ammetterlo. Drake è dolce, ma molto, molto triste, e ci parla di stati d’animo che viviamo un po’ tutti, a volte, quando, magari, in un sabato piovoso i pensieri corrono nelle direzioni più varie. Nick Drake è un po’ in ognuno di noi, e la sua è la storia di un ragazzo taciturno che guarda gli altri da lontano e pensa, scrive e “ha un mondo nel cuore” che però ” riesce a esprimere con le parole” e la chitarra, ovviamente. Non vi resta altro che impugnare la vostra tazza di tè, mettervi sotto le coperte, e premere play: siamo sicuri che per un lunedì un po’ freddo e complicato, questa possa essere la scelta giusta.

Cigarettes after Sex: quando la sensualità incontra il romanticismo

Cigarettes after Sex: quando la sensualità incontra il romanticismo

Foto: copertina dell’album Cigarettes after Sex di Cigarettes after Sex

No, cosa sono adesso non lo so.
Sono come un uomo in cerca di sè stesso.
No, cosa sono adesso non lo so.
Sono solo, solo il suono del mio passo…
Ma intanto il sole tra la nebbia filtra già:
il giorno come sempre sarà. (da Impressioni di settembre, PFM)

Impressioni di Settembre cantava la PFM,  in questo mese forse un po’ malinconico, che rappresenta un po’ la terra di mezzo fra l’estate e l’inverno. Un mese misterioso, fatto di piogge insistenti e principi di venti freddi, come se fossero un arrivederci sussurrato all’ennesima estate che ormai ci siamo lasciati alle spalle. Ma la musica  non si ferma, non lo ha fatto nemmeno in questa estate. Tanti sono stati gli album pubblicati, da quello degli Arcade Fire a quello dei National recentemente, per arrivare alla band di cui parliamo oggi, anche noi di ritorno dalla pausa estiva.

I Cigarettes After Sex, band di El Paso, Texas, che da un paio di anni ci tengono sulle spine, rilasciando singoli a singhiozzo, finalmente a giugno sono usciti allo scoperto con un nuovo album dal titolo omonimo. I Cigarettes After Sex, con questo loro “carisma e sintomatico mistero” hanno avuto la capacità di portarci con una curiosità a dir poco atavica a scandagliare il fondale del nostro intimo, in quella zona recondita fra il cuore e lo stomaco.

Il primo EP, I, contiene quattro tracce, e, paradossalmente, il cantante ha dichiarato che questo album è stato quasi un errore, ma come la Storia insegna, le scoperte avvenute per errore o per caso sono sempre le migliori, Cristoforo Colombo docet. Alla prima traccia, qualsiasi essa sia, si reagisce con un’esplosione di meraviglia e stupore perché la tonalità vocale di Gonzales, al limite fra il maschile e il femminile, ci conduce a fare esperienza di atmosfere ovattate, quasi una carezza sottopelle, producendo pezzi che hanno in sé, azzarderemmo, anche qualcosa di erotico, laddove dionisiaco e romantico si fondono in una combinazione che è stata sinora vincente per la band.

I contiene Nothing’s gonna Hurt you baby: gli accordi di basso, che fanno molto Joy Division in pezzi come Disorder o Transmission, cadenzati da percussioni, sono gli ingredienti di questa ricetta musicale che ci aveva forse già convinto. Il romanticismo è il lietmotiv di ogni singolo pezzo, e non a caso la band dichiara di ispirarsi ad altri gruppi come i Cocteau Twins e ai Mazzy Star, quelli della bellissima Fade into You.

A questa prima traccia ne seguono altre tre melanconiche, che pur conservano la stessa forza evocativa. Le sigarette che portano nel nome sono un po’ il tratto distintivo di questo gruppo, se pensiamo a questo cantare con pacatezza, che riesce a trasportarci in ambienti un po’ fumosi, locali esclusivi, forse francesi, in cui la puntina sul giradischi si ferma grattando un po’ sul vinile e riparte sorprendendoci con questa voce eterea, ineffabile e inafferrabile. Il brivido lungo la schiena all’ascolto crediamo sia un must.

Dreaming of you, poi, è la storia di un sogno incentrato, come è prevedibile, sulla donna amata, cosa che lei non verrà mai a sapere, a descrivere la bellezza di non avere il controllo della propria mente nel sonno e la libertà del sognato di girovagare per i sogni altrui. K. è l’album successivo del 2014, sta per Katherine; la donna è la protagonista di questo ricordo di un momento passato con chi narra, in un ristorante. Flashback di momenti passati insieme, dalla cena al ballo lento, il Texas forse il luogo migliore in cui immaginare lo svolgimento di questa storia d’amore a puntate o se vogliamo anche un po’ una storia che potrebbe svolgersi in una tavola calda, di quelle con le insegne con le luci al neon, lungo una highway americana.

Apocalypse, la quarta traccia del nuovo album, è come dice il titolo Apocalisse, ma anche estasi più pura.

Your lips, my lips, apocalypse.

Your lips, my lips, apocalypse.

Go and sneak us through the rivers, flood is rising up on your knees, oh please,

come on and haunt me, I know you want me. (da Apocalypse)

In questa sinergia di labbra sofferta, passionale e famelica ritroviamo la voce suadente di Gonzales e, non a caso, è un po’ la fine del mondo. Il bacio, si scopre dal testo, è apocalittico perché è il culmine di un’altra storia d’amore chiusasi sulle note di  questa melodia ridondante e bellissima.

Prima di Apocalypse, in ordine forse voluto, c’è Sunsetz: ci piace immaginare una trama in questo romanzo texano disconnesso, ci piace forse forzare la mano e trovare un senso a questo amore disperato, sexy e paradisiaco.

And when you go away,

I still see you.

The sunlight on your face in the rearview. (da Sunsetz)

 I Cigarettes After Sex hanno la capacità di mettere insieme una serie di polaroid di momenti vissuti, attraverso i testi, le musiche invece sono i negativi, quelli che si guardavano, stringendo gli occhi, dopo tanto tempo, giacché con la stessa nostalgia si ascoltano le loro canzoni.

Con il singolo Sweet  siamo all’apice di questa climax di sensualità e romanticismo. Gonzales comincia a cantare dal primo secondo della traccia, dichiarando apertamente di essere fortemente ossessionato dal corpo della musa ispiratrice della canzone. il testo è mellifluo al punto giusto e non poteva essere altrimenti per una canzone che si intitola Sweet.

Preferiamo, a questo punto, non andare oltre e lasciare all’ascoltatore il piacere della scoperta delle altre tracce dell’album, un po’ sullo stile dello stesso gruppo, crogiolandoci insieme in questa atmosfera di indefinito e di non finito. E intanto brindiamo, metafisicamente al successo dei Cigarettes After Sex, con l’augurio che non ci lascino sulle spine ancora per molto.

Mister Latoluminoso is back: il ritorno dei Killers

Mister Latoluminoso is back: il ritorno dei Killers

[Foto in copertina da: hharrahssocal.com]

 

Londra, agosto 2011: fra gli scaffali di un negozio di dischi megagalattico, pesco a caso Hot Fuss, il primo album dei Killers, la band alternative rock di Las Vegas, spesso indicata come il miglior gruppo del XXI secolo. Di quell’estate infatti, porto a casa oltre agli innumerevoli ricordi, una raccolta di canzoni di Elvis,il primo album dei Kasabian e si, proprio i Killers.

Eravamo tutti più o meno adolescenti, quando tormentone indiscusso era Mr. Brightside, questa canzone della band americana che tutti abbiamo canticchiato o che conosciamo anche per averla sentita in commedie altrettanto americane (fu cantata ad esempio a squarciagola da Cameron Diaz nel film  L’amore non va in vacanza).

L’intro, basta ascoltare quello e quelle due o tre frasi :”it started out with a kiss,how did it end up like this? It was only a kiss” per capire che una canzone del genere avrebbe portato il gruppo esordiente a scalare le classifiche di musica mondiali, e così è stato, anche per le produzioni successive. Il mio incontro coi Killers durante l’adolescenza è stato  proprio questo, metaforicamente, un bacio in quel negozio di dischi londinese, a caso, finito poi, come finiscono i grandi amori, senza un motivo. Ma loro, la band americana che si proclama esponente di quello stesso glam rock di cui anche Bowie aveva fatto parte, sono tornati con il singolo The man, e noi li vogliamo celebrare a nostro modo, guardandoci indietro, rispolverando alcuni dei loro successi che sono stati un po’ la colonna sonora di chi, negli anni Dieci del Duemila, si faceva scuotere da questi riff di chitarra di stampo molto americano.

E partiamo proprio dal video di Mr Brightside, una specie di Moulin Rouge, il celebre musical di Baz Luhrmann, riassunto in questi pochi minuti di videoclip, in cui la bella ballerina, di cui il cantante pare essere innamorato, deve subire le angherie del proprietario del locale in cui balla, il proprietario è poi, non a caso, il cattivo di molti film degli anni 80.

Hot Fuss, l’album d’esordio dei Killers (in cui milita una componente italiana, il batterista Vannucci) contiene anche altri successi come Somebody told me e All these things that I’ve done. La bellezza della musica dei Killers sta, oltre che nella voce metallica e allo stesso tempo suadente di Brandon Flowers (che ha anche alle spalle un paio di interessanti album da solista), nel modo che hanno di catturare l’ascoltatore coi ritmi senza pretese, ma accattivanti delle loro canzoni. Lo si capisce subito, sin dall’inizio di che stoffa sono fatti Brandon Flowers e compagni, da questo primo album, che li ha inevitabilmente portati al successo, con questa ventata di novità che in quei tempi proponevano

Dopo Hot Fuss, (che ancora gelosamente conservo tra i miei cd) c’è Sam’s Town del 2006 che sembra essere un concept album. In questo album c’è una delle canzoni sul cui videoclip ho speso personalmente più pomeriggi della mia vita. Pomeriggi in cui, sembra passata un’eternità, si stava ore davanti a MTV a guardare le classifiche o i videoclip delle band emergenti.

In questo scenario, quasi messicano, una ragazza semplice di provincia, molto religiosa, (come religiosi dai testi delle canzoni sembrano essere paradossalmente gli stessi Killers), sposa un ragazzo conosciuto a caso nel bar in cui lavorava, credendo che lui fosse l’amore della sua vita, ignara che quell’uomo la tradisse da sempre. Il video è una specie di cortometraggio che si chiude con una scena di perdono: l’adultero, figliol prodigo, torna da sua moglie, che nel frattempo era sparita, per invitarla a desistere dal suicidio. Lo stesso frontman si è più volte prestato a impersonare i ruoli più disparati nei videooclip, vestito un po’ da cowboy e un po’da Elvis in Read my mind ad esempio. Fra le collaborazioni, poi, ricordiamo Tranquillize con Lou Reed e fra le cover, la meravigliosa Romeo and Juliet, pezzo celeberrimo dei Dire Straits.

C’è stato poi l’album Day & Age nel 2008 in cui si trova la ballabilissima Human ispirata ad un saggio che ispirò anche il film Paura e delirio a Las Vegas: “Are we human or are we dancers?”  l’interrogativo lietmotiv di tutta la canzone, non è un verso sconclusionato di quelli del cantante, bensì un passo dello stesso saggio.

“It’s taken from a quote by  Hunter S. Thompson: ’We’re raising a generation of dancers,’ and I took it and ran. I guess it bothers people that it’s not grammatically correct, but I think I’m allowed to do whatever I want,” he laughed. ” ’Denser’? I hadn’t heard that one. I don’t like ’denser.’ ” (da una dichiarazione dello stesso frontman. (1))

In questo stesso album si trova una canzone, che senza voler aprire parentesi autobiografiche, ha segnato personalmente chi scrive. Anni Cinquanta, scene un po’ alla Grease, e il mondo della brillantina è anche un po’ il mondo dei Killers, un accoltellamento per gelosia, e una storia d’amore che si consuma nella tragedia. Un testo bello e a tratti poco comprensibile quello di  A dustland fairytale che si rivela una favola moderna, un po’ da Walt Disney per disillusi.

Ritornano poi nel 2012, ma gli adolescenti ai tempi di Mr. Latoluminoso, magari sono cresciuti, li hanno abbandonati, come succede con le mode, come tutti gli artisti che passano, perché per ogni genere musicale forse c’è un’età, e allora cos’è rimasto di quel brightside? delle paillettes, dei lustrini, del glamorous indie rock’n roll, dei videoclip? Sicuramente resta un affettuoso ricordo di canzoni cantate sotto la doccia, ballate e urlate a cui restano legati decine di ricordi.

Un successo quello avuto dai Killers, per molti critici non meritato e di cui sicuramente sono stati complici l’avvenenza del frontman, e tutto l’ambaradan di videoclip, testi romantici e quel modo americano di costruire favole televisive a portata di mano. Adesso stanno tornando con un nuovo album, la speranza è quella che non abbiano virato ancora una volta verso il pop commerciale, come quello del penultimo album che non aveva affatto convinto.


 

(1) https://www.quora.com/What-is-meant-by-the-Killers-song-Are-we-Human-or-are-we-Dancer

Canova: un po’ fuori dal coro

Canova: un po’ fuori dal coro

[In copertina: Canova – Avete ragione tutti]

Anche i Canova, con quest’esordio, si ascrivono al sottoinsieme dei nuovi neorealisti della canzone. Avvolti dagli spleen post adolescenziali a cantare il tableau vivant di aperitivi, Navigli, amori fallimentari e cantanti alla meno peggio. Davvero non riusciamo a permetterci di più? Davvero dopo tutte le copie dei cantautori 70s, ora ci tocca un elementare passaggio alla riproduzione degli 80s? Basteranno musiche catchy, produzioni dorate e chitarre acchiappa attenzione a offrire alla nostra musica qualcosa di significativo? Ma, soprattutto, è questo il modo migliore che abbiamo per cantare questo tempo? Preferiremmo pensare di no.(1)

Rolling Stone, in maniera tranchant, critica aspramente i Canova, la band milanese super in auge nell’ultimo periodo. Prima però di bocciarli in toto sarebbe opportuno e legittimo capire chi sono e quali novità magari apportano al panorama musicale italiano.

Crediamo di concordare con Rolling Stone per ciò che riguarda lo status attuale della musica italiana. Raf si chiedeva in una famosa hit dell’inizio degli anni 90 cosa resterà degli anni 80, mentre Vasco Brondi si chiede ne’ La lotta armata al bar, “che cosa racconteremo, ai figli che non avremo, di questi cazzo di anni zero”. In effetti, sono entrambe domande legittime, chiaramente dal punto di vista musicale. In un proliferare di band, cantautori, soprattutto nel filone indie-pop, tra chi si atteggia a paraculo e chi incarna il disagio giovanile, come cantava Battiato, chi non butteremmo giù dalla torre? Ecco, magari i Canova li salveremo.

I Canova sono un po’ fuori dal coro, si inseriscono in quel filone che cerca di narrare agli ascoltatori il disagio giovanile. Già la parola disagio è stata proprio riportata in auge dalla nostra generazione. I millennials, che non vogliono crescere e passano le loro esistenze fra una conversazione Whatsapp e Instagram. Tra “ape” e Navigli, i Canova ci raccontano, con melodie cantabili e orecchiabili, la nostra condizione, e lo fanno senza essere pretenziosi, senza essere completamente avulsi dal contesto sociale in cui viviamo.

L’album ha un titolo tanto democratico quanto provocatorio, si intitola Avete ragione tutti e la prima canzone si chiama Vita Sociale, canzone in cui il cantante dalla voce un po’ nasale ci dice che tutto è destinato a passare, dall’estate alle leggi sul posto fisso. Non c’è particolare ricerca nell’utilizzo del linguaggio, vi ritroviamo testi semplici i cui ritornelli entrano nella mente. Siamo di fronte alla solita canzonetta? Certo i ritmi anni 80 lo suggeriscono.

L’Expo viene raccontata nella seconda traccia, ma è solo un luogo, un retroscena perché è la storia di un incontro romantico di “due sanguinanti amanti”. Ritornano qui la solitudine e l’individualismo, annettendoci la descrizione della vita quotidiana di una qualunque persona che vive in città, Milano, ad esempio perché da lì provengono i Canova. Expo, è la storia convenzionale di due ragazzi del nostro tempo, lui tenta di dire a lei qualcosa (lo si scopre all’ultimo secondo della canzone), ma nemmeno alla fine della canzone ci riesce.

Come ha scritto rockol(2) ogni canzone di quest’album può essere indipendente e potrebbe essere un potenziale singolo. Portovenere è una di queste. Ci si chiede perché bisognerebbe andare fino Portovenere solo per litigare? Anche le parole usate sono la fotografia dei nostri tempi, ricorrono espressioni e frasi come “prenderci male”.

Manzarek, traccia successiva, ha un inizio da canzone di Vasco Rossi, è una canzone d’amore sgangherata, tra “la Borsa che cade e l’Oroscopo che dice che tornerà tutto a posto”, mentre la protagonista si spoglia su una canzone dei Doors. Un bel quadretto quotidiano, una canzone da strimpellare al mare.

“Siamo tutti quanti personaggi” è l’intro della canzone Brexit, canzone sulla mancanza di un futuro, inno generazionale di una generazione allo sbando che non ha “neanche un soldo per viaggiare, andare a Londra”, mentre la Brexit è solo un’esclusione fatale e personale dalla possibilità stessa di viaggiare.

Siamo quelli che domani morirò,
ti dedico un pezzo degli Strokes.
Stiamo insieme dopo mezzanotte,
che poi ci viene l’ansia di esser coppie. (da Brexit)

L’album quindi è uno di quelli in cui non c’è una canzone sbagliata dal punto di vista musicale, tutte potrebbero essere dei potenziali successi. I Canova e gli altri come loro che hanno raccontato la gioventù e i sogni, le speranze, le delusioni non sono nuovi nella musica, si pensi a Guccini (ma Guccini scriveva Eskimo e Farewell, poesie quasi infarcite di lotta studentesca, idee politiche, viaggi in America, Edgar Lee Masters!). La differenza fra i due modi di essere la colonna sonora dei vent’anni è abissale, ma di questo non c’è n’è da fare una colpa ai Canova o a chi come loro ci prova, perché ogni forma d’arte è figlia del suo tempo. Al di là della sociologia spicciola, forse i Canova passeranno, forse no, intanto, nello scorso 2016, va messo agli atti,  ci hanno regalato un’ora e mezza di musica giovane, fresca e spensierata non senza una buona dose di cinismo.


(1) Rolling Stone Italia, 31 ottobre 2016, di Giulia Cavaliere

(2) Rockol, 12 novembre 2016, di Marco Jeannin

Fossati e dintorni: La pianta del tè

Fossati e dintorni: La pianta del tè

Qualche pomeriggio fa, nel cortile dello studentato in cui vivo, seduta per terra con un amico, chiacchieravo di futuro, di depressione post-Erasmus, di crisi dei 25 anni, e, in preda all’ ‘”allegria”, a caso dico che sarebbe stato bello stare in quel momento ” in questi posti davanti al mare”, ignara che il mio amico sapesse. Lui  a tono mi risponde con i versi successivi della canzone, ovvero “per noi che non ci sappiamo raccontare, nei bar davanti al mare”. Da questo discorso alquanto sconclusionato è nata una conversazione su Fossati, parzialmente ignoto a chi scrive, sostanzialmente perché la verità è che, quando cresci con la triade di Francesco (con annesso Fabrizio), la tua mente si stagna sulle loro intere discografie e diventa difficile spaziare.

Quello stesso mio amico mi propone l’ascolto di Terra dove andare, seconda traccia dell’album La pianta del tè. Lo fa apposta, perché sa che quella canzone rappresenta la sintesi dei discorsi fatti qualche minuto prima. Un’incipit, con fisarmonica in sottofondo, accompagna il ragazzo protagonista della canzone che è perso, incastrato nei suoi 18 anni, mentre rifiuta l’età adulta, in questo battere e levare quasi reggae. A fare pressione il sindacato, i contratti e suo padre che sono solo metafore di un mondo, che come dice Guccini in Un giorno, ” là fuori t’aspetta e tu quasi ti arrendi, capendo che a battito a battito è l’età che s’invola.” ché “non è senza un prezzo salato diventare grandi”.

(Piacevolmente sorpresa, faccio a due a due le scale, mi piazzo su Spotify e in un’oretta ascolto tutto l’album, pentendomi per aver ignorato così a lungo questo capolavoro.)

Alla terza traccia, più lenta, più malinconica, a tratti nostalgica, troviamo un altro (quasi)ragazzo:

Qui il ricordo non è uomo,
e il più delle volte nemmeno donna.
Qui è il tempo che sta seduto
a mettere i numeri in colonna,
non per tracciare una rotta
che non si può dare una via,
quando ad un acuto dolore segue
una più acuta fantasia. (da L’uomo coi capelli da ragazzo)

La gioventù ritorna, col paradosso dell’uomo di 40 anni che ha i capelli da ragazzo, in una canzone piena di rimpianti, di rabbia non contro qualcuno, ma contro il destino, contro lo scorrere del tempo, contro la solitudine, le scelte sbagliate. Un ritratto, questo, di estrema delicatezza che tocca l’anima dell’ascoltatore, calandolo in un’atmosfera da romanzo ottocentesco. Questo dialogo fra il medico e il ragazzo diventa apologo del tempo che passa, senza possibilità di intervento alcuno,lasciando solo, baluardo di una stagione passata, e forse migliore, “i capelli da ragazzo”.

La pianta del tè, è un album di ricerca, ma, paradossalmente, anche di rassegnazione. La prima traccia, omonimo titolo dell’album, usa la pianta del tè come metafora di sperimentalismo, di nuovo, esotico e lontano, che è ciò che Fossati ha cercato di produrre artisticamente, allontanandosi dal modo di fare musica utilizzato negli album pregressi:

Ma le metafore non si fermano a quella della pianta del tè, la volpe è la protagonista della quarta traccia: è una canzone inquieta all’inizio, quasi angosciante, è una canzone basata sui “forse”, sull’attesa di qualcuno che si vede all’orizzonte, sull’attesa di un ritorno, cani, volpi, amici o amore non si sa e Fossati si riserva bene dal dircelo.

Proprio a metà delle tracce si trova la seconda parte de’ La Pianta del tè, come se fosse un’opera in due movimenti, i ritmi sono chiaramente orientali, e, questa canzone segna una sorta di cesura e di preludio per la seconda parte dell’album.Non ci sono parole, ma solo quasi 4 minuti di arpeggi che ci sbalzano  direttamente dalle persone e dai luoghi delle prime 4 tracce ad altri universi. Infatti, dopo il ragazzo-Peter Pan, l’uomo quarantenne e la volpe, si sbarca in altri luoghi.

Questi posti davanti al mare, citata prima, fu cantata da una trinità, azzarderemmo, quasi sacra: De Gregori, De Andrè e Fossati appunto. L’incipit di Fossati si sofferma su ragazze provenienti da diversi posti in Italia, immaginarie le ragazze, come si immagina che nei posti da cui provengono ci sia il mare. Queste donne ce le si immagina belle, abbronzate e fiere ondeggiare dopo il lavoro verso le spiagge. A guardarle, questi tre uomini che dal mare provengono,e, che pur osservando i vari flirt estivi, non si sentono a loro agio, timidi, discreti, perché tra le altre cose ” non si sanno raccontare”. Il connubio di queste tre voci, roche e scure quasi allo stesso modo, sul ritmo spensierato della canzone hanno un’effetto così prorompente, che al bancone del bar ci piacerebbe ritrovarci a bere con loro, ci piacerebbe provarci a indurli a raccontarsi, facendoci dolcemente accarezzare dalla brezza, al tramonto.

Dopo l’estasi per la bellezza di questo trio meraviglioso ricomposto in questa perla rara, ci si sposta a Genova, quello stesso luogo che ci ha regalato talenti a iosa, che ci ha regalato la musica in versi, come se lì si fosse radicato l’ultimo germe di poesia. Le donne del ponte lance, sono le protagoniste della traccia successiva. Fossati, dalla parte dei marinai, le guarda, cantando un pezzo anche in francese (tanto che potrebbe sembrare una canzone di Brassens o Jacques Brel), racchiudendo in questi versi la bellezza e la fugacità del momento, perché questa canzone di marinai ha in sé la brevità degli arrivi e delle partenze di chi va per mare.

Il marchio di Fossati dell’album si riconosce in Chi guarda Genova, quasi che quest’ultima, Terra dove andare e Questi posti davanti al mare  potrebbero essere tre canzoni gemelle. Questa canzone è un altro inno al mare, che come si potrà notare, resta il lietmotiv di tutto l’album. Genova, poi, si ammonisce nel testo, si guarda solo dal mare. Un luogo aspro ma bello, vero, tutto “rocce e gerani”. Il porto, la Procura e gli avvocati con le loro segretarie (forse “con gli occhiali che come fanno a farsi sposare dagli avvocati” ) sono tutti parte di questo paesaggio, mentre Fossati descrive scorci di vita quotidiana, belle signore, amori non da aspettare, sé stesso e i suoi affaires: Fossati fa diventare Genova il retroscena e l’alter ego di chi “ha il cuore arido e un orecchio al traffico”.

La costruzione di un amore è forse la canzone più celebre dell’album e qui ritroviamo il Fossati poeta deluso ma realista di Di Tanto Amore, Carte da decifrare e Il bacio sulla bocca. L’ultima canzone è invece Caffè lontano:

Io cosa non ti direi,
e, mi viene da pensare che,
se chiudi gli occhi anche tu
nello stesso momento,
puoi prendermi la mano.

Il cantautore genovese ci lascia sospesi in quest’ultima canzone, quasi come il caffè si lascia sospeso, secondo una nostra usanza contemporanea. Lui, lontano da casa sua, lontano dalla donna che ama, solo davanti ad un caffè, fa pensare ad una canzone di un altro genovese, Paolo Conte, che  parlava di amori fugaci e distanti, in Architetture lontane. Fossati si racconta in un momento fisso ma lontano nel tempo, ed è  quasi come se si guardasse attraverso o meglio è come se si fosse sdoppiato e si stesse guardando dall’esterno.

Questo album, così delicato, è uno scrigno magico, un breve racconto moderno, con una trama difficilmente intelligibile ma sensata e bellissima e, se non vi è ancora capitato di farlo, non vi resta che  tuffarvi in questa pietra miliare di un’ età aurea della musica italiana, forse troppo lontana.

 

 

Foto: copertina del vinile La Pianta del tè

 

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