Le bugie di Trump e il nostro cervello

Le bugie di Trump e il nostro cervello

[In copertina: Donald Trump in Ottumwa, Iowa – di Evan Guest – Fonte]

Tutti i Presidenti mentono. Richard Nixon disse che non era corrotto, eppure orchestrò la più sfrontata e disonesta messainscena della politica moderna statunitense. Ronald Regan disse che non era a conoscenza degli accordi Iran-Contra, ma ci sono prove del contrario. Bill Clinton affermò che non ebbe rapporti sessuali con quella donna; li ebbe, più o meno. Mentire in politica trascende ere e partiti politici. È, in un certo qual modo, una parte intrinseca della professione del politicante.

Ma Donald Trump è in una categoria differente. La grande frequenza, spontaneità e l’apparente irrilevanza delle sue bugie non ha precedenti. Nixon, Regan e Clinton stavano proteggendo le proprie reputazioni; pare, invece, che Trump menta per il puro piacere di farlo. Il 70% delle dichiarazioni di Trump, scrutinate da PolitiFact durante la campagna (elettorale del 2016 ndr.) erano completamente false, mentre solo il 4% erano vere, e l’11% parzialmente vere. Confrontando le percentuali con quelle del politico che Donald Trump ha rinominato “Corrotta”, solo il 26% delle dichiarazioni di Hillary Clinton sono state riscontrate come false.

Coloro i quali hanno seguito la carriera di Trump affermano che il suo mentire non è solo una tattica, piuttosto una abitudine radicata. Gli scrittori dei tabloid newyorkesi che scrissero di Trump come di un magnate in ascesa negli anni ’80 e ’90, ne sottolinearono la grande differenza con le altre celebrità nella frequenza, e neppure con grande senso, con la quale lui mente. Trump ha utilizzato la frase “iperbole onesta”, un termine coniato dal suo ghostwriter in riferimento all’estensiva quantità della modifica della realtà che ha utilizzato, in continuazione, per concludere affari. Trump, a quanto pare, ama il termine, che ha da subito adottato.

Il 20 Gennaio, le iperboli oneste di Trump non saranno più relegati al mondo degli affari e delle campagne elettorali. Donald Trump diventerà il presidente della più potente nazione al mondo, l’uomo in carica di rappresentare quella nazione nel globo, e, soprattutto, raccontare la storia dell’America, di nuovo, agli americani. Ha a disposizione il megafono dell’ufficio stampa della Casa Bianca, il suo popolarissimo account Twitter e una nuova armata di media di destra, la quale non solo ripeterà la sua versione della realtà ma attivamente proverà a smontare i tentativi di schernirlo con fatti verificabili. A meno che Trump si transformi completamente, gli americani vivranno in una nuova realtà, nella quale il loro leader è una fonte palesemente inaffidabile.

Cosa significa per la nazione, e per gli americani, parte ricettrice della versione della realtà in costante distorsione di Trump? È sia una questione culturale che psicologica. Per decenni, ricercatori hanno lottato con la natura della falsità: come cresce? Come agisce sul nostro cervello? Possiamo combatterla? Le risposte non sono incoraggianti per coloro preoccupati dell’impatto sulla nazione di un regno di non verità per i prossimi quattro, o otto, anni. Le bugie sono estenuanti da combattere, dannose nei loro effetti e, probabilmente il punto peggiore di tutti, quasi impossibili da correggere se i loro contenuti riecheggiano abbastanza fortemente nell’ego dell’ascoltatore, cosa che Trump chiaramente fa.

L’impari battaglia tra il cervello e le bugie

Cosa succede quando una bugia arriva al cervello? Il modello, divenuto ora standard, è stato proposto per la prima volta da psicologo Daniel Gilbert dell’università di Harvard più di 20 anni fa. Gilbert sostiene che la gente vede il mondo in due fasi. In primo luogo, anche solo brevemente, abbiamo la bugia vera: dobbiamo accettare qualcosa per capirlo. Per esempio, se qualcuno dovesse dirci, ovviamente in ipotesi, che in Virginia è avvenuta una grave frode elettorale durante le elezioni presidenziali, dobbiamo per una frazione di secondo accettare che in realtà la frode sia stato compiuta veramente. Solo in un secondo momento, è possibile accertare se l’ipotesi sia vera o falsa. Purtroppo, mentre il primo passo è una parte naturale del processo cognitivo, accade automaticamente, il secondo passo può essere facilmente interrotto. È necessario impegno: bisogna decidere attivamente di accettare o rifiutare ogni affermazione che viene recepita. In certe circostanze, la verifica semplicemente non viene compiuta. Come scrive Gilbert, le menti umane “quando si trovano di fronte a carenze di tempo, di energia o di prove convincenti, possono non verificare le informazioni che recepiscono involontariamente durante la comprensione”.

I nostri cervelli sono particolarmente inadeguati per affrontare bugie quando non vengono singolarmente ma in un flusso costante e Trump, è noto, mente continuamente, da questioni particolarmente gravi come i risultati delle elezioni fino a quelle banali come le piastrelle di Mar-a- Lago. (Secondo il suo maggiordomo, Anthony Senecal, Trump gli disse che le piastrelle in un vivaio al West Palm Beach Club erano state fatte da Walt Disney. Quando Senecal non credette alla storia,Trump ebbe una sola risposta: “A chi importa?”). Quando sopraffatti da affermazioni false o potenzialmente tali, i nostri cervelli vanno così rapidamente in sovraccaricato che smettono di verificare ogni singola affermazione. Si chiama carico cognitivo: le nostre risorse cognitive limitate sono sovraccaricate. Non importa quanto sono implausibili le affermazioni, condividine il giusto quantitativo e la gente inevitabilmente inizierà ad assorbire e credere ad una parte di esse. Alla fine, senza rendersene conto, i nostri cervelli semplicemente rinunciano a cercare di capire cosa sia vero.

Ma Trump va un passo avanti. Se ha una particolare bugia che vuole propagare, non solo un bombardamento indifferenziato, continua a ripeterla ad oltranza. Il risultato della ripetizione pura della stessa menzogna può eventualmente renderla vera nella nostra testa. È un effetto noto come verità illusoria, scoperta negli anni ’70 e recentemente dimostrata con l’aumento delle fake news. Nel suo esperimento originale, un gruppo di psicologi ha chiesto ad un gruppo di persone di classificare alcune dichiarazione come vere o false in tre diverse occasioni per un periodo di due settimane. Alcune delle affermazioni sono apparse solo una volta, mentre altre sono state ripetute. Le dichiarazioni ripetute sono state giudicate come vere molto più facilmente la seconda e terza volta che sono apparse, indipendentemente dalla loro effettiva validità. Continua a ripetere che è avvenuta una grave frode elettorale, e l’idea comincerà a penetrare nelle teste della gente. Ripeti abbastanza volte che eri contro la guerra in Iraq, e il tuo record effettivo su di esso in qualche modo scompare.

Ecco la brutta notizia per tutti quei controllori e pubblicazioni che sperano di contrastare le false pretese di Trump: la ripetizione di qualsiasi tipo, anche per confutare l’affermazione in questione, serve solo a consolidarla. Ad esempio, dichiarando: “Non è vero che ci sia stata una frode elettorale”, o cercare di confutare l’affermazione con prove, spesso ha come risultato l’opposto desiderato. In seguito, quando il cervello ricataloga le informazioni per fare mente locale, la prima parte della frase spesso si perde, lasciando solo la seconda. In uno studio del 2002, Colleen Seifert, uno psicologo dell’Università del Michigan, ha scoperto che anche le informazioni ritrattate, che riconosciamo come tali, possono continuare ad influenzare i nostri giudizi e le nostre decisioni. Ad esempio, anche dopo fu dichiarato che un incendio non fu causato da vernici e bombole di gas lasciati in un armadio, la gente ha continuato ad usare queste informazioni, ad esempio, dicendo che il fuoco era particolarmente intenso a causa dei materiali volatili presenti, anche se riconoscevano che questa informazione non era più ritenuta plausibili. Anche davanti alle contraddizioni nelle loro risposte, alcuni hanno replicato con: “In un primo momento, i cilindri e le lattine erano nell’armadio ma poi furono spostati”, creando nuove giustificazioni per spiegare la loro continua dipendenza da false informazioni. Ciò significa che quando il New York Times, o qualsiasi altra pubblicazione, pubblica un titolo come “Trump dichiara, senza prove, che – Milioni di persone hanno votato illegalmente -” rafforza la stessa dichiarazione che vorrebbe confutare.

Trump, fake news e politica: quando le bugie diventano arma

In politica, le false informazioni hanno un potere speciale. Se le fake news si basano su informazioni preesistenti, magari con argomenti di parte, il tentativo di confutazione può anche ritorcersi contro, insinuandolo ancora più saldamente nella mente di una persona. Trump ha vinto gli elettori repubblicani, così come i democratici che si sono allontanati dal loro partito, dichiarandosi contrario a “Washington”, “l’istituzione” e “politically correct”, e spaventando con affermazioni sullo Stato Islamico, gli immigrati e la criminalità. Leda Cosmides all’Università della California, Santa Barbara, ne parla nel suo lavoro con il suo collega John Tooby sull’uso di indignazione per mobilitare la gente: “La campagna è stata più di oltraggio che di politiche”, dice. E quando un politico può creare un senso di oltraggio morale, la verità cessa d’esser rilevante. Le persone si lasceranno guidare dall’emozione, sostenendo la specifica causa, trincerandosi nella loro identità di gruppo. Il nocciolo della sostanza non ha più rilevanza.

Brendan Nyhan, esperto di politica dell’Università di Dartmouth che studia false credenze e miti politici, ha scoperto che quando le false informazioni sono di natura specificamente politica e parte del nostro retaggio politico, diventa quasi impossibile correggerle. Quando la gente legge un articolo nel cui incipit è presente l’affermazione di George W. Bush che l’Iraq possa aver inviato armi alle reti terroristiche, anche se in seguito nell’articolo è specificato che l’Iraq non ha effettivamente posseduto alcuna arma di distruzione di massa al momento dell’invasione statunitense, la pretesa iniziale persiste tra Repubblicani e, anzi, è stata spesso rafforzata. Di fronte ad un assalto apparente sulla loro identità, non hanno cambiato idea per conformarsi alla verità: invece, sorprendentemente, hanno rinforzato le proprie posizione sulle informazioni non appena confutate.

Riguardo Trump, Nyhan sottolinea che le dichiarazioni legate all’etno-nazionalismo, nello specificio quella ad inizio campagna secondo la quale il Messico stesse mandando “stupratori”, va a toccare il vero nucleo della nostra umanità: “Può rendere le persone meno disposte o in grado di valutare l’affermazione empiricamente”. Se credete già che gli immigrati mettono a rischio il lavoro, chi può dire che la castità delle tue figlie non è in pericolo? Oppure come uno psicologo di Harvard University Steven Pinker ha dichiarato, una volta che Trump completa quella connessione emotiva: “Può dire quello che vuole, e la gente lo seguirà”.

Una battaglia senza difese

Quindi, cosa possiamo fare di fronte a un indiscutibile bugiardo come capo di stato? Qui, purtroppo, la notizia non è particolarmente promettente. In una pubblicazione del 2013 volta a correggere le concezioni politiche false, è stato chiesto ad un gruppo di persone in tutto il paese le loro conoscenze su diverse politiche di governo: ad esempio, quanta familiarità avevano sulla gestione dei loro registri sanitari elettronici? È stata chiesta anche la loro opinione nei confronti di queste questioni: erano a favore o contrari? In seguito, i soggetti hanno letto un articolo appositamente creato per lo studio riguardo la precedente politica: come funzionano i record di salute elettronica, quali sono gli obiettivi di utilizzo e quanto sono ampiamente utilizzati. Successivamente, ogni partecipante ha potuto leggere una correzione dell’articolo, dove si asseriva che nel testo erano presenti un diverso numero di errori relativi ai contenuti, assieme ad una spiegazione degli errori. Ma le uniche persone che in realtà hanno corretto le proprie idee ed informazioni sbagliate sono quelle la cui ideologia politica è già allineata con le informazioni corretta. Coloro i quali hanno concezioni politiche distanti dalle informazioni corrette? Hanno cambiato la propria opinione sui fatti relativamente minori, scartando le informazioni più importanti o che in ogni caso siano contro i loro preconcetti.

Ancora più spaventoso per coloro che non hanno mai sostenuto Trump è l’idea che possa influenza il loro cervello. Quando siamo in un ambiente guidato da qualcuno che si mente così spesso, succede qualcosa di spaventoso: smettiamo di rispondere al bugiardo come bugiardo. La sua menzogna diventa normalizzata. Talmente assuefatti, potremmo diventare noi stessi dei bugiardi. Trump sta creando una visione politica dove tutti quando sono sulla difensiva: tu sei con me o contro di me; se tu vinci, io sono sconfitto, e viceversa. Fiery Cushman, uno psicologo dell’Università di Harvard, ha descritto in questo modo la visione di Trump: “Le nostre intuizioni morali sono deformate dalle regole della partita”. In un ambiente a somma zero, rossi contro blu, vincitori e sconfitti e diventiamo, “disertori intuitivi”, ovvero che il nostro primo istinto non è di cooperare con gli altri ma di agire nel nostro interesse personale, che potrebbe significare diffondere le nostre bugie.

 

 


Traduzione da Politico.com – Trump’s Lies vs Your Brain di Maria Konnikova – Fonte

Perchè l’economia della Nord Corea è in crescita

Perchè l’economia della Nord Corea è in crescita

[In copertina: Mansudae Great Monument, Pyonyang, Nord Corea. Bjørn Christian Tørrissen. Fonte qui]

L’atteggiamento della Nord Corea è divenuto sempre più ostile nel corso degli ultimi anni. Il 19 Giugno, la morte di Otto Warmbier, uno studente americano prigioniero della Nord Corea per oltre un anno, la cui salute durante la detenzione è peggiorata a tal punto da portarlo in uno stato comatoso fatale, è stata solo l’ultima provocazione. La Nord Corea ha condotto test missilistici per circa due settimane dall’inizio dell’anno. Sanzioni occidentali e le promesse di azioni forti da parte della Cina non sono riuscite ad imbrigliare il programma nucleare del regime coreano. Meno noti ma probabilmente più sorprendenti sono i deboli effetti delle sanzioni, che non hanno colpito negativamente l’economia nordcoreana. Sebbene tutte le statistiche e calcoli sulla povera economia coreana rimangano pure supposizioni di settore, la maggior parte degli esperti concordano sulla crescita della Nord Corea, che si aggirerebbe tra l’1% e il 5%. Cosa la rende così resistente?

Questo in parte perchè non tutte le sanzioni sono state pensate per colpire l’economia. La maggior parte, anzi, hanno un obiettivo ristretto. Congelamento di beni e risorse ma anche divieti di viaggio hanno coinvolto personalità vicine al regime, La proibizione del commercio militare è stata intesa per colpire l’efficacia ed efficienza dell’esercito. Ma anche le sanzioni più generiche non hanno sortito l’effetto sperato.

Le Nazioni Unite hanno tentato di bloccare l’accesso a valute forti da parte della Nord Corea mettendo un tetto alla quantità massima di carbone che lo Stato possa esportare. Questa opzione, potenzialmente, depriverebbe la Nord Corea di più di un quarto dei propri ricavi da esportazione. La Cina, il compratore che detiene il 99% delle vendite dichiarate di carbone della Nord Corea, ha dichiarato in Febbraio che avrebbe sospeso ogni tipo di commercio della materia prima. Eppure, nei porti di carbone cinesi attraccano ancora navi merce nordcoreane. La Nord Corea, inoltre, può utilizzare altri canali per guadagnare valuta estera: utilizzando prestanome stranieri, il regime vende droga, armi e merce contraffatta. Il governo di Kim Jong-un può contare anche su più di 1 miliardo di dollari all’anno dalla vendita forza di lavoratori all’estero.

Una struttura di imposizione debole limita gli sforzi per sopprimere il commercio illegale, e le sanzioni potrebbero essere maggiormente estese. Stati e individui che aiutano la Nord Corea nella conduzione di affari non sono stati soggetti di “sanzioni secondarie” che isolerebbero ulteriormente il governo. Tali sanzioni furono essenziali nel persuadere l’Iran ai tavoli di negoziato per il proprio piano nucleare nel 2015. E ciò nonostante, secondo Anthony Ruggiero, ex ufficiale del Tesoro statunitense, collaboratore degli Stati Uniti durante gli ultimi negoziati con la Nord Corea, entità nordcoreane in lista nera continuano ad avere accesso al sistemo bancario internazionale attraverso l’aiuto di reti ed attività fantoccio cinesi. Nuovi sforzi si stanno compiendo per chiudere le falle. Rex Tillerson, Segretario di Stato statunitense ha dichiarato questo mese al Congresso che l’Amministrazione si sta muovendo per porre sanzioni sugli Stati che non rispettano le misure imposte dalle Nazioni Unite.

Ma l’economia nordcoreana potrebbe resistere a questa accresciuta pressione. Sebbene sia ufficialmente illegale, è cresciuto il numero di aziende private che, a seguito delle riforme incoraggiate da Kim Jong-un, hanno reso possibile ad individui di generare profitto. Oltre ciò che deve essere prodotto per lo Stato, agricoltori ed imprenditori industriali hanno ora margine di libertà per cercare clienti in autonomia. Immagini satellitari mostrano una chiara crescita in numero e grandezza di aree mercatali in varie realtà. Piccole e medie aziende stanno proliferando, secondo Rudiger Frank dell’Università di Vienna, sottolineando come sei imprese taxi operano ora nell’area della capitale Pyongyang.

Miniso, una multinazionale cinese operante nella vendita di oggettistica domestica, è stata la prima catena ad aprire le proprie sedi in Nord Corea, in Aprile. Marginali riforme hanno inoltre permesso al regime risolvere parte del proprio deficit in dollari: il Donju, la nuova classe di imprenditori e commercianti della Nord Corea, compra protezione per sé stessa con delle “donazioni” di valuta forte a favore del governo.


[Traduzione dall’originale Perchè l’economia della Nord Corea è in crescita: “The Economist explains: Why the North Korean economy is growing”. Fonte qui]

I punti di vista e le opinioni espressi in questa pubblicazione sono di esclusiva responsabilità degli autori e non riflettono necessariamente il punto di vista di Cronache dei Figli Cambiati

 

Ilaria Alpi e Miran Hrovatin: 23 anni di silenzi ed ombre

Ilaria Alpi e Miran Hrovatin: 23 anni di silenzi ed ombre

[In copertina: Ilaria Alpi durante una registrazione. Fonte: ilariaalpi.it]

8507. Sono i giorni trascorsi dal duplice omicidio di Ilaria Alpi e Miran Hrovatin. Una storia complessa e convoluta, dove i sentori della presenza della criminalità organizzata sono stati forti fin dai primi momenti, ma mai ritenuti valenti dagli organi preposti. 23 anni ci separano ormai dalla scomparsa della giornalista del TG3 e il fotografo/cineoperatore italiani, caduti vittima di un tragico leitmotiv in zone di guerra. Fucilati a bordo di una autovettura da un commando somalo, il quale se spinto da motivi economici o braccio armato di personalità corrotte non si è riusciti a verificare ed appurare senza dubbi.

 

Ilaria Alpi e Miran Hrovatin in Somalia: prodromi storici e il caos della guerra civile

Gli anni a cavallo tra il 1980 e il 1990 furono particolarmente tormentati per la storia della Somalia. Il Corno d’Africa aveva da poco visto la conclusione della disastrosa Guerra dell’Ogaden del 1977. Il generale Siad Barre, allora presidente della Somalia, ruppe ogni indugio ed organizzò l’invasione della regione dell’Ogaden, a maggioranza somala ma sotto il dominio etiope. La dura sconfitta patita dalla Somalia si ripercosse sulla politica interna tanto che, a seguito dell’indebolimento fisico e politico del generale Barre, nella regione esplose la guerra civile, che tutt’oggi non può ritenersi conclusa.

I protagonisti della prima fase della guerra civile somala furono Ali Mahdi Mohamed, preminente figura dell’ala politica del USC (Congresso della Somalia Unita) e nominato Presidente della Repubblica, e Mohammed Farah Aidid, generale del USC e signore della guerra somalo.

Il nostro Paese si è mosso da sempre in Somalia, essendo stata una parte del fallimentare Impero Italiano. L’Italia intratteneva interessanti rapporti con il regime di Siad Barre, con il quale furono inviati aiuti di Stato ed anche poco chiari aiuti economici. Il 19 Gennaio 1986 il Fondo d’Aiuti Italiano, per ordine del suo Commissario Francesco Forte, versò nelle casse somale 400 miliardi di lire come aiuto allo sviluppo. Rilevante nella storia di Ilaria Alpi e Miran Hrovatin fu la donazione di 6 pescherecci alla società Shifco, i quali furono al centro di un’indagine per traffico internazionale di armi e rifiuti tossici.

Il duplice omicidio

La presenza della Alpi e Hrovatin in Somalia sarebbe collegata proprio alle loro indagini sugli insoliti movimenti di questo possibile traffico illecito. Solo 4 mesi prima in Somalia, Vincenzo Li Causi, sottoufficiale del SISMI, fu assassinato, evento anch’esso avvolto in una serie di fatti poco chiari e dalle motivazioni mai chiarite. Il sottoufficiale fu un informatore dell’inchiesta di Ilaria Alpi. La giornalista avrebbe collezionando una serie sempre maggiore di prove per la sua inchiesta, inclusa una intervista ad Abdullah Moussa Bogor, “sultano” di Bosaso. I primi problemi iniziarono al loro ritorno a Mogadiscio, dove non trovarono il loro autista ma Ali Abdì, che li scortò in vari alberghi della città, fino al Hotel Hamana, che fu teatro del duplice omicidio.

Reazione italiana: procedimento penale e commissione d’inchiesta

Importante impatto ebbe la vicenda nell’opinione pubblica italiana, e le indagini per accertare i fatti non tardarono. Il sostituto procuratore di Roma Franco Ionta chiese formalmente il rinvio a giudizio di un cittadino somalo, Omar Hashi Hassan, il 18 Luglio 1998. Hassan fu accusato di concorso in omicidio volontario aggravato, in quanto egli sarebbe stato l’autista del commando che attaccò ed uccise Ilaria Alpi e Miran Hrovatin, mentre si trovava su suolo italiano in qualità di testimone in una indagine sulla Missione Ibis e possibili violenze attuate dalle forze italiane. Secondo la testimonianza di Ahmed Ali Rage, conosciuto come Jellè, Hassan fu riconosciuto come autista e parte del commando ed anche il secondo autista della Alpi e Hrovatin, Ali Abdì, testimoniò in favore delle parole di Jellè. La difesa di Hassan chiamò a testimoniare due cittadini somali, i quali sostenevano che il somalo fosse a 200km dalla scena del delitto, in visita familiare.

In primo grado, il 20 Luglio 1999, Hassan fu assolto per non aver commesso i fatti, sottolineando come l’uomo fosse stato indicato come autore dalle fragili autorità somale come capro espiatorio, per ristabilire i contatti con l’Italia. Venne poi ribaltata la sentenza in appello, dove Jellè e Ali Abdì vennero considerati attendibili e la condanna per Hassan fu l’ergastolo. Ma l’impianto d’accusa si sgretolò in poco tempo, dato che Jellè fece perdere le sue tracce, mentre Ali Abdì, tornato in Somalia, fu ucciso poco dopo. La Cassazione confermò la condanna, eliminando però l’aggravante della premeditazione, e l’appello bis condannò Hassan a 26 anni di reclusione. 17 anni dopo, Jellè, fuggito in Gran Bretagna, fu reperito dagli inviati di “Chi l’ha visto” e ritrattò tutto, cancellato di fatto ogni informazione chiara della vicenda.

Fu inoltre istituita una Commissione parlamentare d’inchiesta, con presidente Carlo Taormina. La Commissione concluse i suoi lavori il 23 Febbraio 2006 i cui risultati furono 3 relazioni finali, una di maggioranza e due di minoranza. La versione principale, secondo la Commissione, verteva su un delitto a scopo economico: Ilaria Alpi e Miran Hrovatin furono uccisi da un commando il cui scopo era quello di rapirli, ma la situazione sfuggì al controllo dei miliziani, che aprirono il fuoco contro i due giornalisti. Questa ipotesi fu avvalorata anche da alcuni testimonianze, secondo le quali il rapimento era sì basato sulla visione di un possibile riscatto ma anche come vendetta nei confronti di possibili trattamenti violenti da parte delle forze italiane nei confronti di banditi somali (pg 440-443). 

Il presidente della Commissione Carlo Taormina, in una debacle con lo scrittore e giornalista Roberto Saviano, scriverà così dell’accaduto:

Fonte Huffington Post: Ilaria Alpi, Carlo Taormina a vent’anni dalla morte ribadisce su Twitter: “In Somalia era in vacanza”. Roberto Saviano: “Vergogna senza fine”.

Omicidi senza mandanti né fautori

[Sono molto contenta per Hassan, ndr] Tuttavia, se è una grande giornata per lui, da parte mia devo dire che sono molto amareggiata e depressa.

[…] È come se lei e Miran Hrovatin fossero morti per il caldo che faceva a Mogadiscio.

[…] La verità non l’abbiamo e secondo me non l’avremo mai. […]

Ormai sono convinta che sulla morte di mia figlia e di Miran Hrovatin non è stato fatto nulla a livello di indagine. Sul caso si sono alternati negli anni ben cinque magistrati e tre procuratori. Eppure, nessuno è riuscito a porre fine alle troppe bugie, ai troppi depistaggi che hanno caratterizzato questa vicenda. […]

Personalmente ho l’impressione che gli inquirenti non siano mai stati interessati a scoprire la verità”.

Fonte: La Repubblica: “Alpi-Hrovatin, assolto e liberato Omar Hassan era l’unico condannato per gli omicidi”

Ilaria Alpi e Miran Hrovatin erano due osservatori, due reporter, alla ricerca della verità in una regione dove il marasma della guerra civile imperversava imperterrito, in una zona ritenuta “riserva di caccia per politici e faccendieri”. Come in seguito per la morte di Giulio Regeni, così la morte dei due giornalisti italiani è stata avvolta in un alone di mistero, di segretezza, che difficilmente potrà essere ripanato del tutto: dopo 23 anni di battaglie, chi ha combattuto in prima linea per la verità o non c’è più (Giorgio, il padre di Ilaria) o non ha più forze fisiche e mentali per continuare una infinita battaglia contro un muro senza nome (Luciana, la madre di Ilaria). 8507 sono i giorni trascorsi dall’omicidio alla seconda richiesta di archiviazione, in un girone di indagini, commissioni di inchiesta, false testimonianze, nel quale le vittime sono note, ma i mandanti e il movente ignoti.

Leonardo Cristiano


eCommerce: il futuro astratto del Commercio

eCommerce: il futuro astratto del Commercio

In copertina: eCommerce – Mediamodifier @Pixabay

Gli ultimi due decenni sono stati, più di ogni altro segmento temporale nell’ultimo secolo, anni di profondo cambiamento per le interazioni sociali ed economiche dell’umanità. Lo sdoganamento commerciale di Internet ed una profonda accelerata della globalizzazione hanno, inevitabilmente, unito sempre più la nostra società e distrutto le vecchie concezioni che la componevano. Dal modo in cui creiamo nuove reti, interagiamo con i nostri “peers” e manteniamo contatti con quest’ultimi, le nuove tecnologie sono state lo strumento per una vera rivoluzione. Ma il segmento, che per noi italiani vive ancora in un limbo di diffidenza, più in crescita ed in mutamento nell’economia globale è sicuramente il commercio.

Quello che noi italiani vediamo come “semplice” eCommerce, nel Nuovo Mondo ha raggiunto quote di mercato importanti: le proiezioni parlando di 660.4 miliardi di dollari di vendite nel 2017 nel solo territorio statunitense. Queste vendite riguardano il solo settore Business to Consumer, ovvero da produttore a consumatore, e nella vendita “classica” di beni e servizi (singola transazione per singola prestazione). Sono, quindi, tagliate fuori tutte le nuove forme di mercato quali servizi in abbonamento come Netflix o piattaforme di scambio servizi come Fiverr o Freelancer che vedremo in seguito.

Nuovo e vecchio: l’economia al tempo dell’eCommerce

Il tratto più importante della nuova economia del Nuovo Millennio è proprio la smaterializzazione ed astrazione delle transazioni. I nostri nonni, ad esempio, sono stati abituati ad una economia basata sul negozietto sotto casa: il fruttivendolo, il macellaio, il sarto, tutte le transazioni erano basati su un rapporto umano, una contrattazione tra due persone della stessa cerchia, dello stesso gruppo sociale.

Sono arrivate, in seguito, le economie di scala: tutti i settori dell’economia scoprono una nuova e più importante grandezza guadagnando maggiore efficienza e riduzione dei costi. Nascono così le grandi catene ed i grandi gruppi industriali, aiutati dal perfezionamento dei servizi di trasporto, fondamentali fin da subito per mantenere minimi i tempi di attesa ed alta l’efficienza aziendale. Così per i nostri genitori è diventata parte della routine frequentare i grandi centri commerciali, che sia per compiere vere spese o semplicemente come passatempo, talmente assuefatti da questi templi del consumismo.

In seguito, l’introduzione dell’elettronica nelle nostre vite, ha mutato significativamente tutte le metodologie e costruzioni preesistenti: l’avvento dell’eCommerce ha creato un inventario e possibilità infinite per il consumatore, e per il produttore in primis. Visitare Amazon e ritrovare quel prodotto che nel negozio sotto casa non era presente, ordinare una pizza direttamente dal divano o noleggiare l’ultimo film per la serata sono diventate azioni sempre più presenti nelle nostre vite.

Servizi a sottoscrizione e freelance senza barriere: il prossimo passo

Siamo ora in una fase di transizione, ma per i nostri figli tutti i loro acquisti saranno basati sull’eCommerce. Evoluzione che alcuni sono riusciti ad abbracciare a pieno, elaborando nuovi metodi da applicare ai vecchi mercati. Sarebbe semplicissimo richiamare all’attenzione Amazon, un colosso che in quarto di secolo non ha semplicemente rivoluzionato il commercio, ma ne ha distrutto le pratiche costruendo un nuovo paradigma. Ma ancor più di Amazon, aziende come Blue Apron in Nord America incarnano a pieno l’evoluzione del Nuovo Millennio.

Blue Apron, nata soli 4 anni fa a New York, verte su una business idea piuttosto bizzarra rispetto alle nostre conoscenze: un servizio a sottoscrizione mensile di consegna cibo. Ogni settimana, i clienti ricevono un pacco contenente tutti gli ingredienti necessari per preparare i pasti di tutti i giorni. Varie ed interessanti ricette vengono proposte ogni settimana, avendo a cuore, ovviamente, le varie necessità dei clienti, che siano essi vegetariani o intolleranti a qualche ingrediente. Come Blue Apron, sono nati tantissimi altri casi di servizi a sottoscrizione di prodotti basilari (Dollar Shave Club , Lootcrate , The Bookish Club solo per citarne alcuni) che stanno trasformando il nostro modo di fare acquisti.

Neppure settori tradizionalmente basati su rapporto umano sono esenti da trasformazioni. Il lavoro creativo, ad esempio, ha trovato la sua evoluzione tecnologica in piattaforme come Freelancer o Fiverr: su queste piattaforme, è possibile creare delle aste di commissione, indicando budget e necessità, ed attraverso le quali migliaia di creativi propongo al committente le proprie capacità e la propria professionalità. Nella fase attuale, ci troviamo in una situazione tragicamente votata al ribasso, nella quale il livello si è inevitabilmente abbassato (queste piattaforme sono piene di semi-professionisti il cui lavoro finale è alquanto discutibile in molti casi) ma che a lungo termine potrà portare solo che giovamento in un settore nel quale, specie i piccoli studi o i nuovi arrivati, è sempre più difficile trovare clienti disponibili ad una seria collaborazione.

Rimuovere il fattore umano e semplificare il processo per il consumatore

Il dato di fatto di questa evoluzione è inevitabilmente la continua ed inesorabile cancellazione del commercio al dettaglio nello stile che tutti conosciamo. La stessa Amazon sta sperimentando negozi fisici in formati nuovi con Amazon Go. Amazon Go permette ai suoi clienti di entrare negli spazi dedicati allo shopping, scegliere i propri prodotti e portarli a casa senza passare dalle casse, poiché il conto passa direttamente dal conto Amazon. Per quanto innovativa, questa esperienza risulta più come un esercizio di stile, un modo per mostrare un pensiero fuori dal comune, piuttosto che una vera realtà aziendale.

Il dado è tratto e i consumatori apprezzano: perchè trascorrere ore in coda, affollare grandi centri commerciali, iniziare una caccia al tesoro tra mille prodotti, quando con uno smartphone posso cercare ciò di cui ho bisogno e farlo arrivare a casa nel giro di poche ore? I vantaggi dell’eCommerce e dei servizi a sottoscrizione, che ci sollevano dalla ricerca e dal ritiro, sono indubbi. L’economia sta cambiando ed assieme ad essa le necessità dei consumatori. A costo, però, del fattore umano, lasciandoci chiusi dalle voci esterne, togliendoci anche le più piccole esperienze sociali.

Ansel Adams: pura fotografia e Naturale amore

Ansel Adams: pura fotografia e Naturale amore

in copertina: ritratto di Ansel Adams. Fonte Wikicommons

Tutte le fotografie qui presenti sono dei dettagli. Per gli scatti completi, visitare Wikicommons

Ansel Adams, un maestro senza freni

Henri Cartier-Bresson, Steve McCurry, Robert Capa. Quando parliamo di grandi fotografi, questi ed altri nomi spesso sovvengono nelle menti dei neofiti e di chi alla fotografia si avvicina con poco ardore. Ansel Adams, invece, è uno dei padri della fotografia paesaggistica, cultore della Natura e grande maestro per chiunque ritenga la fotografia arte e non mera riproduzione di immagini.

Prima di diventare un maestro, Adams ebbe un percorso unico: figlio di imprenditori, la sua famiglia aveva costruito il proprio benessere sulla lavorazione del legno, dalla raccolta al taglio, un aspetto che Adams avrà modo di biasimare nella sua vita, da amante della Natura quale era. Vissuto a San Francisco, Adams fu un bimbo ed adolescente irrequieto, iperattivo ed entusiasta nelle varie attività che intraprese nei primi anni della sua vita. Prima studente di piano e poi fotografo, Adams coltivò il suo amore per la Natura fin da piccolo. Suo padre, la figura che per primo supportò le sue passioni, gli regalò la sua prima fotocamera: una Kodal Brownie Box e da quel momento in poi la sua vita cambiò.

Half Dome, Apple Orchard, Yosemite trees with snow on branches, April 1933. Fonte Wikicommons

Yosemite e l’amore per la Natura e la fotografia

Adams fu sempre condizionato da Ralph Waldo Emerrson e l’idea di una responsabilità sociale nei confronti della natura. Assieme a Cedric Wright, suo amico e collega fotografo, imparò ad amare “Towards Democracy” di Edward Carpenter, dal quale carpì ed alimentò il suo infinito amore nei confronti della Natura.

Ma il viaggio allo Yosemite nel 1916 con la famiglia fu quello che più condizionò la sua crescita. Scriverà, anni dopo: “Innumerevoli meraviglie si susseguivano allo sguardo, una dopo l’altra. C’era luce ovunque. Una nuova era iniziò per me”. Da quel momento in poi, Ansel Adams abbracciò a pieno la Natura: la sua esplorazione della High Sierra con il geologo Francis Holman, detto Zio Frank, fu solo uno dei tanti viaggi intrapresi nella Natura, che lo forgiarono per il suo futuro da fotografo.

L’amore per i paesaggi californiani lo portò ad iscriversi al Sierra Club, gruppo dedicato alla protezione della fauna selvatica del territorio. Fece parte del consiglio del club fino al 1971 e organizzò diversi viaggi nelle Sierra e sarà tra i responsabili della prima scalata alla Sierra Nevada.

Il rapporto con Yosemite e la Natura fu sempre fortissimo. Preservare la natura e le sua fauna è stato uno dei temi ispiratori di Ansel Adams, motivato dalla continua distruzione della Valle di Yosemite, il quale veniva sempre più mangiata e depauperata della sua bellezza selvaggia a causa dello sviluppo economico della zona. Il suo libro, Sierra Nevada, the John Muir Trail, edito e pubblicato nel 1938, diventerà il punto cardine della strategia del Sierra Club per la salvaguardia del territorio, che vedeva impegnato il Club per la creazione dei parchi nazionali Sequoia e Kings Canyon.

“La Valle di Yosemite, per me, sarà sempre un’alba, il verde e le dorate meraviglie su un vasto edificio di pietra e spazio. Non conosco scultura, dipinto o composizione musicale che supera la magnificenza spirituale delle imponenti scarpate di granito, della patina della lucina sulla roccia e la foresta e dei fulmini e I sussurri delle acque. A primo acchitto questo aspetto può sopraffare, per poi comprendere il delicato e penetrante complesso della natura”.

La fotografia diventa un mezzo, oltre che semplicemente legato alla funzione artistica, di sensibilizzazione sociale. Come le fotografie di Dorothea Langley hanno condiviso l’amara realtà della Grande Depressione, così Ansel Adams ha costruito sulla sua poetica fotografica la propria missione, ovvero quella di tratteggiare la bellezza della Natura per convincere la società di quanto la preservazione della stessa fosse il primo obiettivo dell’umanità.

Conosciamo tutti la tragedia delle dustbowls (conche di polvere), la crudele ed imperdonabile erosioni del suolo, il forsennato sfruttamento della fauna e il restringimento delle nobili foreste. E sappiamo che tali catastrofi abbattono lo spirito delle persone. La Natura viene sempre più confinata, l’uomo è ovunque. La solitudine, così necessaria per l’uomo, è praticamente assente”.

The Tetons and the Snake River (1942) Grand Teton National Park, Wyoming. Fonte Wikicommons

Gruppo f/64 e il Sistema a zone

In una California ancora dominata dalla fotografia pittoriale, che fin troppo si accostava alla pittura e cercava di emularne gli stili e la poetica, nacquero I presupposti del Gruppo f/64. Adams, assieme ai primi fondatori (William Van Dyke, Edward Weston) avevano visto nella fotografia non un’arte ancillare nei suoi metodi, ma qualcosa di nuovo, in grado di essere indipendente dagli stili artistici pre-esistenti ed essere considerata parte delle Belle Arti. Il Gruppo f/64 fu, di fatto, la prima vera corrente artistica indipendente nella fotografia, assieme alla fotografia pittoriale. Un duopolio che in ogni caso perdura fino ad oggi.

Il nome, Gruppo f/64, deriva proprio dalla dedizione alle apertura diaframmatiche minime da parte del gruppo. Per i meno avvezzi, un obiettivo fotografico è composto non solo dal gruppo ottico e dal sistema di focalizzazione, ma anche da un diaframma (composto da una serie di lamelle) che, a seconda che sia più aperto o chiuso, consente il passaggio di più o meno luce. Il risultato di questa variabile è un aumento della nitidezza della fotografia direttamente proporzionale al livello di chiusura del diaframma, dato che viene espansa la profondità di campo, ovvero la zona a fuoco in una fotografia. L’idea della fotografia, di Adams e Weston in primis e di tutto il gruppo, è, quindi, la visione artistica non legata ad una romantica riproduzione di atti e momenti, come nel Pittorialismo, ma piuttosto nella più fedele riproduzione della realtà.

Il Gruppo f/64 è composto da membri che cercano di definire la fotografia come un’arte costruita e presentata attraverso solo metodi fotografici. Il Gruppo non presenterà lavori che non sono conformi ai suoi standard di fotografia pura. La fotografia pura si definisce su qualità tecniche, composizione ed idee derivate solo dalla fotografia stessa e non da altre Arti. La produzione del “Pittorialismo” si basa sui principi artistici che sono direttamente correlati alla pittura e alle arti grafiche.”

Group f/64 Manifesto (1932)

Per raggiungere tale scopo, Ansel Adams e Fred Archer svilupparono un metodo alternativo per la corretta esposizione fotografica: il Sistema a Zone. Questo sistema parte dall’equazione dell’esposizione: Esposizione = Illuminamento * Tempo (E=j*t), il cui risultato dovrà essere pari ad una densità di 0.76 per corretta esposizione. Questo dato comporta la trasposizione su carta il più fedele possibile rispetto alla scena originale e, data la necessità concettuale teorizzata dal Gruppo f/64, è il metodo più accurato per poter comprendere la resa finale della fotografia prima che essa stessa sia scattata. La scala di grigi viene così suddivisa in 11 zone, che partono dal puro nero, fino al puro bianco, mentre l’esposizione corretta viene posta in Zona 5. Allo scalare delle zone, i dettagli nello scatto vengono meno, persi nella sottoesposizione nel nero e nella sovraesposizione nel bianco. Utilizzando questo metodo, il fotografo potrà misurare, nella scena le varie luci ed ombre, per poter adattare la sua configurazione di diaframma e tempi (ed ISO nel digitale). Questa tecnica, sebbene non sia stata priva di critiche da parte di esperti che la ritenevano fin troppo complicata e superflua, è stata la base di tutti i capolavori di Adams e della concezione artistica del Gruppo f/64.

Oggi, con le moderne tecnologie applicate alla fotografia, ci può sembrare assurdo un tale sistema, eppure risulta valido anche con il digitale, poiché siamo in grado di comprendere immediatamente quale sarà il risultato finale, che sia esso a colori o in bianco e nero.

Farm, farm workers, Mt. Williamson in background, Relocation Center, California. Fonte: Wikicommons

Sempre e comunque, un maestro per la Natura

L’eredità che Adams ci ha lasciato dopo la sua morte nel 1984 è stata immensa: assieme al Gruppo f/64, ha visto qualcosa di più nella fotografia. Per diventare essa stessa Arte, questa doveva rompere le catene di un infausto senso di inferiorità, che la attanagliavano alle altre Belle Arti. La fotografia non doveva emulare sterilmente gli stili dei pittori o degli illustratori, ma doveva assurgere nell’olimpo della bellezza tramite i propri canoni, le proprie tecniche e modalità. Una fotografia fine a sé stessa fu il leitmotiv dell’esistenza artistica di Ansel Adams. Il suo infinito amore per la Natura si abbracciò dolcemente con la poetica purista della sua fotografia, costruendo così la sua maestosa personalità artistica, permettendogli di cogliere, dal minimo dettaglio fino al grande paesaggio, ogni aspetto del territorio, della fauna, di ogni cosa che fu e sempre sarà Naturale.

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