L’uomo più ricco mai vissuto: vita e tempo di Jacob Fugger

L’uomo più ricco mai vissuto: vita e tempo di Jacob Fugger

[In copertina: ritratto di Jacob Fugger. Fonte: gospelherald.com]

Il ritratto di Albrecht Dürer raffigurante Jacob Fugger mostra un uomo con le labbra sottili e gli occhi che non perdonano. Indossa una mantellina di pelliccia sulle spalle e un cappello marrone. Un abbigliamento incredibilmente comune per il suo tempo, insomma. Greg Steinmetz, ex giornalista del Wall Street Journal e attualmente analista di titoli finanziari a New York, sostiene che Fugger sia stato l’uomo più ricco mai esistito.

Banchiere tardo-medioevale del sud della Germania, Fugger non è mai stato considerato alla pari di personalità come i De Medici, conosciuti soprattutto per l’interesse all’arte rinascimentale. Eppure è stato un banchiere migliore.

Se oggi fosse vivo, avrebbe saputo destreggiarsi perfettamente tra Wall Street e la City. Tuttavia la sua storia, se pur notevole, è ancora poco conosciuta.

Il racconto di Steinmetz non sempre brilla e alcuni aspetti della storia delle banche sono ambigui, tuttavia l’ambizione di Fugger, il suo essere spietato e la sua avidità sono dettagli affascinanti.

Nacque da una famiglia di agiati commercianti di tessuti e banchieri ad Asburgo nel 1549. Divenne ricco e potente rischiando il capitale e la reputazione per finanziare le mire espansionistiche degli Asburgo. Jacob saldò la relazione con la famiglia asburgica iniziata quando Federico III, sovrano del Sacro Romano Impero, ricevette un prestito dal fratello di Fugger nonostante fosse conosciuto come un cattivo pagatore. Jacob divenne il banchiere del figlio di Federico III, l’imperatore Massimiliano I, colui che costituì l’impero Austro-Ungarico e di Carlo V di Spagna, la cui vittoria nella Battaglia di Pavia favorì il consolidamento dell’egemonia asburgica. I suoi enormi prestiti erano sostenuti dalle garanzie e spesso i clienti asburgici pagavano attraverso donazioni.

Fugger fu in grado di controllare le materie prime come l’argento in Austria e il rame in Ungheria. Costruì una fonderia per raffinare il rame, e lo commerciava in maniera alquanto spietata. Quando si unì al cartello di produttori di rame di Venezia questi si accordarono per innalzare il prezzo del rame riducendo la produzione, Fugger  invece fece pressione sui rivali e sui cospiratori.

Inondò il mercato con così tanti metalli che il prezzo si abbassò vertiginosamente e i suoi rivali vennero profondamente indeboliti. Successivamente, aiutò le finanze portoghesi riorganizzando il mercato del pepe e delle spezie a Lisbona, una mossa talmente produttiva che distrusse definitivamente il commercio di Venezia. Egli inoltre aveva una sete di informazione riguardo il commercio e l’economia tale da portarlo a istituire una rete di corrieri che riportavano informazioni che venivano stampate e successivamente distribuite sotto forma di giornali arcaici. Fugger quindi si può dire essere stato l’inventore del primo sistema d’informazione.

L’uomo d’affari raccolse nuovo capitale per la sua banca sfruttando i conti di risparmio, i quali furono per la prima volta introdotti ad Asburgo e pagati il 5% all’anno, contravvenendo così al divieto di usura posto dalla Chiesa Cattolica. Fugger ne discusse personalmente con il papa Leone X (membro della famiglia dei Medici, per inciso) il quale trasse personalmente beneficio dalla sua generosità. Il papa rispose con indulgenza e il divieto di usura fu opportunamente riscritto nel 1515, quando la pratica fu ridefinita come “un profitto acquisito senza lavoro, costi o rischi.” Rischiare con i risparmi dei clienti è diventata una pratica leggittima “L’economia moderna” sostiene Steinmetz “stava ponendo le sue basi”.

La relazione di Fugger con il Vaticano era basata su una estesa rete di filiali attraverso cui poteva trasferire le donazioni dalla Germania a Roma in cambio di una commissione del 3%. Ma il risultato maggiormente sorprendente e al contempo inaspettato che ottenne, secondo Steinmetz, fu accendere involontariamente la miccia che fece scoppiare la Riforma. Fugger lavorò con un altro cliente Asburgico, per il quale comprò l’arcivescovato di Mainz, ed insieme iniziarono a vendere indulgenze (un perdono dei peccati che garantiva, in cambio di denaro, una scorciatoia per il paradiso) dividendo i guadagni con il papa che utilizzò i proventi per costruire la Basilica di San Pietro. Nel 1517 Martin Lutero fu particolarmente indignato da questo metodo e scrisse le “95 tesi”, le quali condannavano la chiesa di Roma e diedero il via alla Riforma Protestante.

Con il tempo collezionò una serie di nemici che desideravano vederlo morto. In primo luogo i Cavalieri Teutonici, un ordine militare del medioevo, e la classe contadina della Germania che insorse contro lo sfruttamento messo in atto dalla classe dei mercanti, dei quali Fugger era il maggior esponente. Uno dei leader della rivolta contadina tedesca avvenuta nel 1520 era Thomas Müntzer, un prete, considerato un primitivo “comunista” analfabeta, che promise che Dio avrebbe ucciso Fugger. (Durante la Guerra Fredda il ritratto di Müntzer apparve come simbolo della Germania Est, mentre quello di Fugger a rappresentazione della Germania Ovest). Fugger e i mercanti finanziarono l’armata che si battè a difesa dei loro interessi. Si spense indisturbato nel 1525.

Da giovane Fugger giurò che avrebbe guadagnato per tanto tempo quanto avrebbe potuto. E così fece. Al momento della sua morte era multimilionario. Visse spensierato nel lusso di un palazzo ad Asburgo. Qualunque sia la verità dietro la pubblicazione di Stenmetz, Jacob Fugger si sarebbe compiaciuto al pensiero di essere l’uomo più ricco che sia mai esistito.


[ Traduzione e sintesi di Francesca Del Vento. Articolo originale del The Economist qui ]

I punti di vista e le opinioni espressi in questa pubblicazione sono di esclusiva responsabilità degli autori e non riflettono necessariamente il punto di vista di Cronache dei Figli Cambiati

Terrorismo in Regno Unito: Lupo solitario o macchinazione complessa? Analisi sull’attentato di Manchester

Terrorismo in Regno Unito: Lupo solitario o macchinazione complessa? Analisi sull’attentato di Manchester

Editoriale de The Economist (11/05/2017) originale qui. Traduzione e sintesi di Francesca Del Vento.

I dettagli degli attacchi alla Manchester Arena stanno lentamente emergendo. Lo Stato Islamico ha rivendicato l’attacco. La polizia ha confermato che l’atto omicida è stato effettuato da un solo attentatore, che ha fatto esplodere l’ordigno imballato improvvisamente nella confusione del concerto. L’uomo è stato identificato come Salman Abedi, un ventiduenne di Manchester con origini libiche. È stato arrestato anche un 23enne in un sobborgo di Manchester connesso con il reato. Le immagini strazianti delle giovani vittime e degli spettatori dispersi sono state pubblicate on-line.

Il resto, fino ad ora, è solo supposizione. La scelta di destinare l’attacco durante un concerto pop ricorda la strage avvenuta al Bataclan di Parigi del novembre 2015. È diventata prassi operativa sia per lo Stato Islamico che per i terroristi ispirati ad Al-Qaeda che cercare di colpire i grandi ambienti ospitanti eventi che simboleggiano ciò che essi considerano la decadenza della cultura occidentale. Il fatto che molte delle vittime dell’attacco erano adolescenti non ha fatto che incoraggiare il gesto del carnefice, perché accresce notevolmente la sensazione di orrore.

L’unica nota positiva per le autorità britanniche è stata la mancanza di uomini muniti di armi automatiche, al contrario di quanto avvenne a Parigi nel cui caso si mirò anche a coloro che fuggivano dal primo attacco. Questo grazie agli stretti regolamenti britannici sulle armi da fuoco e alla mancanza di una complessa organizzazione.

Tuttavia questo non significa che l’attentatore fosse sconosciuto alle forze antiterrorismo britanniche o che egli abbia agito in solitudine. Il MI5, il servizio britannico d’intelligence interna, ha individuato circa 3.000 persone che si potrebbero considerare estremisti religiosi, ma ha le risorse per il monitoraggio costante di solo 40 di loro. La sorveglianza di un singolo sospetto per 24 ore impegna 18 ufficiali. Ci sono inoltre regole severe che determinano la longevità massima della sorveglianza intensiva.

Dati sulla convivenza del terrorismo nell'Europa Occidentale

Dati sulla presenza del terrorismo nell’Europa Occidentale

Di conseguenza, anche coloro che risultano essere altamente pericolosi possono facilmente scivolare fuori dal radar di servizi di sicurezza relativamente dotati come quello della Gran Bretagna. L’intensità della minaccia da gestire e affrontare è scoraggiante. Nei 18 mesi precedenti a marzo di quest’anno almeno 12 complotti terroristici sono stati sventati, secondo Dominic Grieve, presidente della Commissione Parlamentare Intelligence e Sicurezza.

Recentemente è stato fatto molto dai cosiddetti “lone wolf” (lupi solitari): individui che agiscono più o meno da soli utilizzando qualsiasi arma che possa successivamente incriminarli. Il 22 marzo Khalid Masood, un cinquantaduenne britannico convertito all’Islam, uccise cinque persone nel centro di Londra con una macchina a noleggio e un coltello da cucina. Il fatto che l’attacco di Manchester sia stato un bombardamento rende molto più probabile che l’autore sia stato aiutato. Anche se esistono numerosi siti web jihadisti con le istruzioni utili su come assemblare una bomba improvvisata, abbastanza piccola da poter essere nascosta nella cintura o nel gilet di un suicida e facilmente da disattivare in un momento di difficoltà.

Se l’attentatore di Manchester non faceva parte di una cellula terroristica che opera in Gran Bretagna, potrebbe aver acquisito altrove le competenze necessarie per compiere l’attacco. Circa 800 persone hanno viaggiato dalla Gran Bretagna con differenti motivazioni per combattere in Siria, e più di 400 di loro potrebbero essere ritornati. Alcune di queste potrebbero essere state addestrate per compiere attacchi di massa nei paesi di provenienza. Se questa descrizione riguardasse l’attentatore di Manchester significherebbe veder materializzato il peggior incubo dei servizi di sicurezza.

Si rifletterà inoltre sui tempi dell’attacco. Alcuni hanno notato che ha avuto luogo in occasione dell’anniversario dell’omicidio di un soldato britannico, Lee Rigby, avvenuto quattro anni fa in una strada nel sud-est di Londra. E ‘inoltre possibile che l’attacco mirasse a distogliere l’attenzione dalle elezioni generali dell’8 giugno, anche se in Gran Bretagna non c’è un partito di estrema destra che potrebbe trarre beneficio.

Questo non vuol dire che questo attacco non avrà alcun impatto sulle elezioni nonostante la sospensione temporanea della campagna elettorale. Le carenze di Theresa May, qualunque esse siano, dopo sei anni al Ministero degli Interni, possono plausibilmente presentarsi come quelle di un “primo ministro della sicurezza”. Al contrario, il leader del partito laburista all’opposizione, Jeremy Corbyn, ha un record come un simpatizzante del Esercito Repubblicano Irlandese e ha descritto i membri di Hamas e Hezbollah, nonostante siano considerati gruppi terroristici da UE e USA, come “amici”. I sondaggi hanno recentemente mostrato che la leadership della signora May sul signor Corbyn si restringe, a seguito del lancio della settimana scorsa di un manifesto conservatore impopolare. Con il terrorismo che torna a far notizia, cosa dovremo aspettarci?

I punti di vista e le opinioni espressi in questa pubblicazione sono di esclusiva responsabilità degli autori e non riflettono necessariamente il punto di vista di Cronache dei Figli Cambiati

Crazy Cat, viaggio tra fusa e caffè

Crazy Cat, viaggio tra fusa e caffè

Recentemente ho avuto modo di visitare il Crazy cat cafè a Milano. Un luogo ideale per gli animi malinconici che necessitano di fuggire dalla frenesia della città gustando un tè mentre fuori piove.

Mi ha incuriosita l’idea di bere qualcosa di caldo circondata da felini alle prese con la loro quotidianità. Ancor più curioso è stato l’effetto che ha avuto sul mio umore.

L’ambiente raccolto, la possibilità di ascoltar musica scegliendo da una collezione di vinili e la vasta produzione di cibi homemade, sono quanto di meglio si possa desiderare in una incerta domenica di marzo. Se poi ci aggiungiamo la compagnia di mici rilassati il benessere è assicurato.

Al di la della piacevolezza dell’ambiente il concept di un caffè popolato da gatti potrebbe sembrare un prodotto che vende. Ed infatti lo è. Basti pensare che il primo Neko Cafè (Neko, gatto in giapponese, nda) sia stato aperto nel 1998 a Taiwan e che da lì queste caffetterie si siano rapidamente diffuse in tutto il mondo.

A primo impatto l’idea di un luogo dove poter coccolare, accarezzare, fotografare animali potrebbe sembrare una sporca attrazione progettata dall’essere umano per divertire e intrattenere. L’idea che i gatti siano sottoposti tutto il giorno al contatto di estranei potrebbe apparire come l’ennesimo crudele caso di maltrattamento.

Ma come spesso accade ciò che crediamo fortunatamente non corrisponde alla realtà.

Al Crazy Cat, come nel resto dei Neko Cafè sparsi per il mondo, i gatti sono i veri padroni. Entrando si viene assaliti dalla sensazione di essere ospiti. Se graditi ‘qualcuno’ lo deciderà in seguito.

Coloro che vogliono accedervi sono tenuti a rispettare alcune regole fondamentali: niente foto con flash, niente rumori forti e i bambini sotto la stretta sorveglianza dei genitori. E’ vietato disturbare i pelosi mentre dormono ed è necessario attendere che siano loro a cercare attenzioni.

L’accesso alla sala è gestito dal personale che garantisce costantemente un’atmosfera rilassata affinché gli animali non vivano situazioni di stress. L’intero arredamento è curato nel minimo dettaglio e rigorosamente a misura di gatto. Al di là dei tavoli e dei banconi destinati alla consumazione, la sala è dotata di tiragraffi, cuccette e ceste piene di giochi con cui intrattenere i felini. A parte, è poi presente un’area privata in cui i nostri amici possono ritirarsi e rilassarsi lontano da occhi indiscreti.

Gli abitanti del Crazy Cat di Milano sono Freddie, Patti, Bowie, Nina, Elvis, Mina, Joey, Jimmy e Blondie, nove gatti raccolti dalla strada e scelti per il loro carattere mite.

La politica del luogo, a detta dei proprietari, è quella di (ri)dare una nuova vita ai pelosi che vivevano in strada. Si intende poi provvedere alla sensibilizzazione riguardo tematiche quali abbandono e adozione. Periodicamente infatti, all’interno del caffè, si tengono incontri e workshop con associazioni partner al fine di trovare una casa ai felini in cerca di sistemazione.

I frequentatori sembrerebbero rispondere bene. Sono infatti in molti coloro che dopo aver trascorso un pomeriggio o più al Crazy Cat abbiano pensato di adottare un gattino. Studi scientifici hanno dimostrato che vivere a contatto con un gatto porti numerosi benefici alla salute psicofisica contribuendo a tenere sotto controllo il livello di stress. Le fusa dei gatti infatti toccano particolari frequenze che aiutano ad attenuare la tensione muscolare regalando sensazioni di benessere e tranquillità. I Neko Cafè dunque, insieme a cappuccini e biscotti, omaggiano sedute di pet therapy con la speranza di convincere chi li frequenta a dare una casa ai pelosi che ne hanno bisogno, per non dimenticare realtà spesso trascurate ed ingiustamente dimenticate.

foto da: meowbox.com

 

 

 

Donne, l’importanza di reagire e ribellarsi

Donne, l’importanza di reagire e ribellarsi

foto da: ilgiorno.it

Ogni giorno la routine è la stessa. Ti svegli. Ti accingi a fare colazione. Ti sintonizzi su ciò che accade nel mondo e le notizie sembrano ripetersi. “Bombardamenti”, “Isis rivendica”, e “nuovo caso di violenza” sono accadimenti ormai all’ordine del giorno: mai una buona notizia questi telegiornali, penso ogni mattina.

Esco di casa, camminando verso l’università. Attraverso la Milano giovanile e mi soffermo ad osservare “il muro delle bambole”, l’installazione ideata da Jo Squillo contro il femminicidio. Guardo le immagini allineate di coloro che potevano essere mie sorelle, amiche, madri. Cinicamente penso a chi toccherà, dopo di loro. Perché una prossima ci sarà.

La violenza sulle donne è purtroppo un male profondamente radicato e silenziosamente accettato dalla nostra società. Sono oltre cento le donne che in Italia, nel 2016, hanno perso la vita accoltellate, strattonate, bruciate vive dagli uomini che hanno giurato loro amore e dedizione. Gli stessi uomini che dopo ogni schiaffo hanno promesso di non farlo più. Tradite e ferite nel profondo, private persino della loro stessa dignità. All’inizio la gioia, le attenzioni, la complicità. Ma al primo “no”, ecco ritrovarci cosparse di benzina. Vittime di chi scambia l’amore con il possesso ossessivo. Spesso si rimane in silenzio, continuando a difendere l’indifendibile e nascondendosi dietro un “non è stato lui”.

Penso a quanto ho letto qualche giorno fa: alla storia di Ylenia Grazia Bonavera e ai suoi 22 anni. Alle ustioni sul suo corpo e alle parole in difesa dell’ex fidanzato. Penso a cosa l’abbia spinta a pronunciarle e se crederle o meno. In molti hanno definito la loro relazione “burrascosa” e l’ipotesi che lui l’abbia cosparsa di benzina non mi pare così lontana dalla realtà. Ovviamente, la giustizia farà il proprio corso. Intanto io immagino le infinite promesse di lui circa il cambiare “cose” che non cambiavano mai.

Penso a Sara, mentre moriva bruciata viva nella sua macchina, tornata a casa dopo una birra con un’amica sotto l’indifferenza dei passanti. Riesco ad udire le sue grida dense di paura. Penso a tutte le donne di cui ora non resta che una fotografia e una breve descrizione incollata su un muro. Che sopravvivono senza far rumore, dopo l’abbandono dell’opinione pubblica del caso. Non dimenticando coloro che piangono in silenzio e nascondono i lividi con il fondotinta.

Secondo i dati Istat sono 6 milioni e 788 mila le donne che in Italia hanno subito violenze almeno una volta nel corso della vita. Di queste, solo il 12% ha denunciato l’accaduto. Una donna su tre ha quindi subito violenza di qualsiasi genere: sia fisica, psicologica o sessuale. Quella donna non è un semplice dato. Può essere la nostra compagna di classe del liceo, la nostra collega al lavoro o addirittura la nostra stessa persona dinanzi alla gelosia dei nostri uomini.

La violenza sulle donne non è un qualcosa che si sente in televisione e non ci appartiene, non è un dato grafico che forse non riusciamo ad interpretare. Siamo abituati a banalizzare, ad abbassare la testa, a condannare (solo?) a parole i gesti del folle di turno raccontato dalla tv, ignorando le richieste di aiuto di qualcuna a noi vicino. Quante volte abbiamo sottovalutato uno schiaffo? Quante volte non ci siamo sentite libere per paura di sbagliare? Quante volte abbiamo rinunciato a noi stesse perdendoci di vista?

Abbiamo subito una violenza, o l’abbiamo lasciata passare, tutte quelle volte che non abbiamo chiamato le cose con il proprio nome. Quando abbiamo cercato di trovare una giustificazione a qualcosa di inammissibile. “Forse non avrei dovuto scherzare in quel modo” o “era ubriaco” sono le tipiche frasi che usiamo per difenderci, per giustificare. Quando in realtà da giustificare ci sarebbe ben poco.

I femminicidi si verificano anche nella misura in cui non siamo capaci di riconoscere i segnali negativi. I simboli di una imminente tragedia. Quando invece dovremmo andarcene. Pensiamo che qualcosa cambierà e lasciamo correre. Non prendiamo mai una posizione fino in fondo.

Un mazzo di fiori, un paio di scuse e si torna alla normalità. Si continua a testa bassa nella speranza che il cambiamento prima o poi avvenga. Poi ci si stanca e si cerca di scappare. Ma un uomo violento è un uomo ossessionato e non ci lascerà andare. Potrebbe svegliarci una mattina con un coltello in mano e la colpa sarà anche nostra. E saremo così per sempre segnate.

E’ un concetto elementare che le istituzioni e la famiglia dovrebbero insegnarci da piccole: la violenza non è amore. Non possiamo e non abbiamo il diritto di possedere un essere umano. Invece di insegnare a vestirci in modo da non “provocare un uomo”, dovrebbero incoraggiarci a denunciare ciò che è doveroso, per quanto sentimentalmente doloroso. Dovrebbero insegnarci il coraggio ed il rispetto di noi stesse. Dovrebbero dirci, con determinazione, che non sempre la colpa è solo nostra. Ma dobbiamo anche smettere di ignorare la nostra parte di responsabilità. In attesa della voce degli uomini: coloro che dovrebbero difenderci, piuttosto che sfregiarci, bruciarci o ucciderci.

E’ solo la fine del mondo. Parola di Dolan

E’ solo la fine del mondo. Parola di Dolan

immagine da: ultimavoce.it

In questi giorni è possibile ammirare nelle sale il nuovo film di Xavier Dolan “E’ solo la fine del mondo”.

Il titolo rende l’idea, forse un po’ ironicamente, di una catastrofe:

Come possono vicende famigliari rappresentare la fine del mondo?

La “fine del mondo” descritta è quella sperimentata nel quotidiano. Nessuna apocalisse biblica, solo l’essere umano faccia a faccia con se stesso e di conseguenza con le proprie paure.

Fine del mondo è intraprendere un viaggio, continuamente rimandato per mancanza di coraggio. Dettato dalla necessità di rivedere la propria famiglia per annunciare loro qualcosa di drammatico.

L’opera inizia con un viaggio di andata, ma anche di ritorno a casa, e con un incredibile crescendo creato dal decollo di un aereo ma soprattutto dalla azzeccatissima “Home is where it hurts” della cantautrice francese Camille.

“Casa è il posto in cui fa male ritornare” è incipit in grado di sintetizzare perfettamente la carica emotiva delle vicende cui ci troveremo ad assistere, a partire dall’arrivo del protagonista che sconvolgerà i fragili equilibri di una famiglia instabile e composta da unità singolari.

Il primo personaggio di rilievo è la madre, interpretata da Nathalie Baye. Una donna energica che si approccia al figlio ritrovato con lo stereotipo che tutti gli omosessuali, compreso egli stesso, amino l’esuberanza. La donna subisce una continua svalutazione ad opera dei figli per il suo essere esuberante ed inopportuna. Nell’intimità di una sigaretta fumata di nascosto, si rivelerà tutta la propria forza. Con una disarmante credibilità regalata agli occhi dello spettatore.

Personaggio totalmente opposto è Antoine, il fratello maggiore, interpretato in maniera straordinaria da Vincent Cassel. Antoine è il brontolone di casa, un uomo scontroso e dai toni aggressivi. Cercherà di mantenere le distanze da suo fratello. Si mostra inoltre indisposto nel renderlo partecipe delle evoluzioni della propria vita e della propria famiglia, tanto da aggredire chiunque cerchi di far sentire Louis a casa, protagonista della pellicola. Egli giustifica i suoi silenzi con un apparente disinteresse nei confronti del fratello, nonostante il suo atteggiamento celi la rabbia provata per l’abbandono. Egli considera la sua vita piccola in confronto a quella del fratello, drammaturgo di successo, ed impedisce alla moglie Catherine di mostrargli i dettagli che la riguardano.

Catherine, interpretata da Marion Cotillard, è l’unico personaggio che riesce ad entrare in empatia con il protagonista nonostante l’apparente rifiuto attraverso le parole. Tra i due vi è in ballo un continuo gioco di sguardi ben più comunicativo di semplici parole. Catherine è sfuggente, imbarazzata alla presenza di questo sconosciuto membro della famiglia. Lo rimanda continuamente ad Antoine affinché abbiano il tanto auspicato confronto.

Poi c’è Suzanne, la piccola di casa, interpretata dalla bellissima Lèa Seydoux, sorella alla ricerca della parte mancante. Una ragazza cresciuta con il desiderio di conoscere un fratello del quale nutre una sfocata idea tramite i racconti di famiglia, e le poche righe delle cartoline ricevute sporadicamente. E’ assetata ed ossessionata dal tempo, non volendone sprecare neanche un secondo. E’ alla ricerca di un’intimità, che non riuscirà a costruire a causa della drammaticità di suo fratello.

Louis è dunque il centro attorno al quale ruotano tutti gli altri personaggi. Il figlio tornato a casa e riempito di attenzioni che non vuole. Un uomo sfuggente e tormentato, incapace di portare con sé la gioia del ritorno. Compone frasi da tre parole nell’attesa del momento giusto per la sua rivelazione. Il suo ritorno a casa è un viaggio dentro se stesso, nella sua infanzia, alla ricerca dei suoi luoghi felici. Ne sono una testimonianza il suo desiderio di rivedere i luoghi in cui è cresciuto. Quelli dei primi amori, accompagnati da flashback che lo riportano ai suoi giorni migliori.

L’intera narrazione è un’altalena tra l’infanzia leggera, le gite fuori porta e le emozioni vive dell’amore intervallate dalla drammaticità del presente, del ‘qui ed ora’.

In questo film, Dolan è in grado di combinare perfettamente tutti i temi che tormentano l’essere umano, legati principalmente al dolore provato in consapevolezza della propria fine. Al termine di un tormento senza via d’uscita, nel tentativo di sfruttare al meglio ciò che resta.

L’opera di Dolan inscena il rimpianto che si prova, ormai giunti al capolinea, di quello che avremmo potuto dire o fare. Uno spaccato rappresentativo di rapporti che avrebbero potuto essere coltivati o gestiti diversamente, a cominciare dagli affetti famigliari.

Ci pone davanti ad una riflessione sul tempo, distruggendo la concezione della durevolezza della vita. In maniera sublime, attraverso immagini che evocano continuamente la sua natura effimera, spaziando da inquadrature di orologi e momenti passati alla fretta di andare e alle occasioni perse. Una verità che non arriva perché attendiamo il momento giusto per rivelarla: un momento che non arriverà mai se non siamo in grado di crearlo. Forse per la nostra mancanza di coraggio, forse per l’incapacità umana di farsi carico dei propri sentimenti e delle proprie rispettive responsabilità.

Ciò che il protagonista auspica è la riuscita del viaggio:

“Fare questo viaggio per preannunciare la mia morte, per annunciarla io stesso e dare a me e agli altri, per l’ultima volta, l’illusione di essere, ora che arriva la fine, di essere padrone di me stesso”.

 

Nell’illusione di essere padrone di se stesso. Di avere la forza di sostenere le proprie emozioni senza timore. Alla ricerca del tempo perso, nella speranza di lasciare qualcosa di sé. Una aspirazione che si rivelerà tuttavia fallimentare. In definitiva, Dolan ritrae così una adeguata immagine della fragilità umana e il divario tra ciò che ognuno ha dentro se e ciò che vorrebbe invece esternare. Con il rischio di perdersi in dissolvenza.

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