Tra empatia e sensazionalismo: Sense8

Tra empatia e sensazionalismo: Sense8

In copertina: materiale promozionale per la seconda stagione di Sense8. Fonte qui

Sense8 è una serie tv fantascientifica scritta e diretta da Lana e Lily Wachovski (autrici e registe di Matrix) e Michael Straczynski per la piattaforma di Netflix. La serie è stata pubblicata nel Giugno del 2015 mentre la seconda stagione è disponibile dal 5 Maggio di quest’anno.

Si tratta di una grossa produzione con un cast internazionale e riprese on location in giro per il mondo. La spettacolarità di Sense8 è infatti dovuta soprattutto alla sua straordinaria capacità di trasportare lo spettatore nelle realtà più disparate in ogni singola puntata, spingendolo ad assaporare virtualmente le atmosfere di luoghi lontanissimi con i quali impara ad acquistare familiarità.

Gli otto protagonisti di questo racconto appartengono a realtà nazionali diverse ma sono legati da un codice genetico particolare che li accomuna. Sono infatti il frutto di un processo evolutivo che percorre in parallelo quello del homo sapiens, dando vita ad una specie, quella dei sensate, che comunica attraverso una connessione di tipo empatico oltre le barriere spaziali. Di fatto Will, Riley, Sun, Capheus, Lito, Nomi, Wolfgang e Kala non hanno nulla in comune, ma l’appartenere ad un gruppo che connette in modo spontaneo pensieri ed emozioni fornirà la base per la nascita di un legame solido fra di loro.

Sense8 sviluppa un racconto in cui il concetto stesso di protagonista viene meno nei suoi comuni schemi narratologici. Il protagonista infatti va costantemente frantumandosi e ricomponendosi in coscienze collettive e individuali, corporalità singole e plurali, fisicità virtuali e concrete e menti autonome e interconnesse. Questi cortocircuiti di senso costituiscono il motore d’azione di una narrazione che costruisce la propria spazio temporalità sul filo dell’empatia.

La capacità di connessione empatica e mentale dei personaggi, oltre a rappresentare un’ottima soluzione narrativa, crea le premesse per una riflessione più ampia che riguarda il contesto al di qua dello schermo. In quella che viene spesso definendosi come l’era dell’interconnettività, amplificata e accelerata che crea l’illusione di una comunicazione costante e di una realtà sconfinata, il singolo vive nell’idea di non essere mai solo e di appartenere ad una rete più grande di lui in cui può condividere la propria quotidianità, le proprie abitudini e i propri pensieri. Questa realtà apre l’immaginazione ai più svariati scenari distopici (si veda Black Mirror) che però tengono conto unicamente delle conseguenze di un modo distorto di approcciarsi all’altro e alla socialità. Sense8 ci trasporta invece in un mondo, che è il nostro mondo, in cui la rete sociale dei sensate è un punto di forza perché non ha nulla di illusorio. I protagonisti, nell’affrontare le proprie personali tragedie, non si trovano mai soli pur essendo fisicamente isolati. È una serie che celebra i legami umani in ogni loro forma.

La minaccia omologante è rappresentata da una forza più grande di loro, distribuita in modo capillare e allo stesso tempo non individuabile che vuole distruggere le identità altre e la loro connessione, considerandole minacce. Il tema dell’identità in questa serie è molto forte e di fatto le identità di ogni personaggio sono costantemente a rischio e perseguitate.

La serie affronta diverse questioni, potendosi calare nei più disparati contesti sociali e culturali. Dall’identità sessuale e di gender al sessismo fino alla corruzione politica e al dramma della criminalità nelle sue varie sfaccettature. Quelle dei protagonisti sono di fatto esistenze al limite che aumentano la temperatura drammatica di ogni episodio.

Sense8 si nutre dei generi più svariati: dal melodramma all’action movie, dalla distopia al documentario e lo fa servendosi di una fotografia impeccabile, di scenari spettacolari e di un montaggio efficace che tiene lo spettatore avvinghiato ad una trama iper-emozionale. Il fascino di Sense8 sta anche in questa sua straordinaria capacità di invisibilizzare l’illusione e trasformare lo spettatore nel nono elemento del gruppo, coinvolgendolo pienamente nell’azione.

È una serie dotata di ritmo che si muove sulle note decise della tecno o sui motivi suggestivi di Sigur Ròs. Il pezzo che in qualche modo fa da tema ricorrente è What’s Up dei 4 Non Blondes, riarrangiato nella seconda stagione in un remix originale che spinge la canzone oltre i propri orizzonti, conferendole quel tono esplosivo che accende ogni scena di questa serie anticonvenzionale.

Anche la sessualità trova uno spazio di rappresentazione particolare. L’amplificazione delle sensazioni dei personaggi e la loro risonanza all’interno del gruppo trasformano quella che è un’esperienza individuale in un momento di condivisione totale del piacere sessuale da parte di tutti i membri. Sono ormai celebri le scene che vedono l’intero gruppo partecipare a quelle che possono definirsi orge sensoriali.

Nel celebrare la sensibilità di ogni singolo personaggio e nel trasformare questa sensibilità nell’unica arma attraverso la quale i vari protagonisti possono difendersi da un mondo che vuole perseguitarli, Sense8 riesce in qualche modo ad affrontare tematiche spesso trattate con superficialità con uno sguardo intimo ma mai ingenuo. Di fatto creando un’utopia all’interno di una distopia, Sense8 parla di resistenza, la resistenza di identità che vengono celebrate per non essere annientate.

Piedi di Loto: il sottile confine fra bellezza e sofferenza

Piedi di Loto: il sottile confine fra bellezza e sofferenza

“Mia nonna era un’autentica bellezza. Aveva il viso ovale, con le guance rosee e la pelle luminosa. I capelli lunghi, di un nero lucente, erano raccolti in una folta treccia che le arrivava fino alla vita. Quando l’occasione lo richiedeva, e cioè quasi sempre, sapeva mantenere un atteggiamento riservato, ma sotto la compostezza esteriore fremeva di energia repressa. Era piccola di statura, circa un metro e sessanta, con una figura snella e le spalle cadenti, che erano considerate l’ideale. Il suo pregio maggiore, però, erano i piedi fasciati, che in cinese venivano chiamati ‘gigli dorati di otto centimetri’ (san-tsun-gin-lian). Ciò significava che si muoveva ‘come un tenero virgulto di salice alla brezza primaverile’, per usare l’espressione tradizionale degli intenditori di bellezza muliebre cinesi. Si riteneva che la vista di una donna che vacillava sui piedi fasciati avesse un effetto erotico sugli uomini, in parte perché la sua vulnerabilità avrebbe dovuto ispirare a chi la osservava il desiderio di proteggerla.”

Loto d’oro o Gigli d’oro è il poetico nome che veniva dato ai piedi fasciati in Cina a partire dall’origine di quello che è un fenomeno oggi ormai praticamente estinto. Il nome deriva dall’andatura precaria e oscillante cui le donne erano costrette a causa della fasciatura, un ondeggiare che ricordava quello dei fiori di loto scossi dal vento, associati ad un particolare ideale di bellezza che si diffuse a partire dal 900 d.C circa.

Reportage di Jo Farrell

Vi sono diverse teorie riguardo l’origine di questa pratica, dalle più fantasiose alle più verosimili. Una leggenda popolare cinese racconta di una volpe che aveva provato ad assumere le sembianze dell’imperatrice Shang fasciandosi le zampe in modo da celare la propria natura animale. Secondo un’altra leggenda l’imperatrice aveva un piede equino ed impose la compressione dei piedi in modo da poter esibire la propria deformità come sinonimo di grazia ed eleganza.

La versione più quotata è però quella rilevata da Zhang Bangji, un chiosatore vissuto agli inizi del XII secolo, secondo la quale la pratica ebbe inizio sotto il regno di Li Yu (961-75), imperatore e poeta della dinastia meridionale dei Tang. Li Yu aveva a palazzo una concubina chiamata Fanciulla Soave, una danzatrice di estrema bellezza, che si fasciò i piedi per eseguire la Danza della luna sul fiore del Loto. I suoi piedi infatti dovevano assumere la forma della mezzaluna in modo che potesse volteggiare con leggerezza intorno al fiore di loto dorato che si fece costruire.

Quel che pare più certo è che furono le danzatrici di corte a dar vita questo fenomeno, il che sembra suggerire che il tipo di fasciatura originaria dovesse essere molto più leggero in modo da rendere agevoli i loro movimenti.

Fu quindi prima di tutto un fenomeno cortigiano e nei secoli successivi si diffuse fino a raggiungere borghesia e proletariato e a diventare un elemento fondamentale nel delineare lo status sociale.

Le donne con il loto d’oro infatti venivano associate ad uno stato di benessere economico del marito e della famiglia di provenienza in virtù del fatto che erano impossibilitate a lavorare e dunque dispensate dal contribuire al reddito famigliare.

Fra le frange popolari e contadine spesso si fasciavano i piedi alle ragazze in età più avanzata in modo da poterle sfruttare come forza lavoro il più a lungo possibile. In genere l’età in cui veniva avviato il processo era tra i 4 e i 5 anni in modo da permettere al piede di conformarsi durante la crescita.

“A quei tempi quando una donna si sposava, la prima cosa che la famiglia dello sposo faceva era esaminarle i piedi. Si riteneva che i piedi grandi, cioè normali, fossero un disonore per la famiglia dello sposo. La suocera sollevava l’orlo della lunga gonna della sposa e, se i piedi erano lunghi più di una decina di centimetri, lo riabbassava di scatto con un gesto di ostentato disprezzo e si allontanava con sussiego, lasciando la sposa esposta agli sguardi critici degli invitati alle nozze, che le fissavano i piedi e manifestavano il loro disdegno borbottando insulti. A volte una madre aveva pietà della figlia e le toglieva la fascia; ma quando la bambina cresceva e doveva subire il disprezzo della famiglia del marito e la disapprovazione della società, arrivava a rimproverare la madre per la sua eccessiva debolezza.”

Con il passare degli anni la pratica assunse svariati significati man mano che si inseriva all’interno di un paradigma socio-culturale nel quale si trovò a contribuire alla costruzione di un’immagine di donna ideale

sempre più canonizzata.

 

Camminare a passi piccoli e misurati faceva parte in realtà di un modello estetico comportamentale precedente in cui si valorizzavano della figura femminile

“Il Ventaglio Segreto” – Wayne Wang (2011)

grazia ed equilibrio.

In un manuale del XIX secolo si legge: “Quando cammini, non girare la testa; quando parli, non aprire la bocca; quando siedi, non muovere le ginocchia; quando sei in piedi, non agitare le vesti; quando sei felice, non ridere forte; quando sei arrabbiata, non alzare la voce”.

La mobilità limitata della donna divenne garanzia di castità e fedeltà coniugale. La fasciatura infatti impediva alle spose di fuggire e le rendeva dunque proprietà acquiescente del marito. Le donne erano quindi escluse anche dagli spazi sociali, che diventavano prerogativa degli uomini, riducendosi a simulacro di un’essenza che nutriva il piacere e l’immaginario maschile dell’epoca. Il giglio d’oro comunicava docilità, sopportazione e coraggio ma portava con sé anche forti connotati di erotismo. La fasciatura infatti stimolava l’immaginazione maschile in un gioco di vedo/ non vedo in cui l’idea di ciò che potesse celare era più importante di ciò che in realtà nascondeva. Si diffuse inoltre l’idea che le difficoltà nel movimento provocassero un irrigidimento dei muscoli adduttori favorendo il restringimento della vagina e rendendo il piacere sessuale maschile più intenso.

Le calzature venivano spesso realizzate dalle donne stesse per esaltare la forma acquisita ma anche per mettere in mostra le loro doti artigianali.

La pratica ovviamente creava non poche sofferenze. La fasciatura, anche se allentata, andava portata anche la notte per impedire alle fratture di ricomporsi. La carne spesso andava in suppurazione anche a causa della crescita delle unghie. Setticemia, cancrena e perdita delle dita erano rischi cui si incorreva costantemente. Il dolore dominava soprattutto la prima fase perché il piede continuava a crescere anche se deformato. La sopportazione era dunque una dote che veniva allenata fin dalla tenera età.

“Per anni mia nonna visse in preda a un dolore incessante e tormentoso. Quando pregava la madre di toglierle le fasciature, la mia bisnonna si metteva a piangere e le diceva che i piedi non fasciati le avrebbero rovinato la vita, e che lei lo faceva per la sua felicità futura.”

Come molti altri riti invasivi e brutali perpetrati per secoli nei confronti delle donne, anche in questo caso sono state le donne stesse le più agguerrite conservatrici di una pratica che man mano che si avvicinava il XX secolo veniva sempre più messa da parte. Ogni tentativo di riforma fu infatti inizialmente osteggiato dalle donne più anziane che minacciavano di disconoscere le nipoti se vi avessero rinunciato.

Reportage di Jo Farrell

Nel 1898 il celebre riformatore politico cinese Kang Youwei scrisse un memoriale all’imperatore chiedendo l’abolizione della pratica. Nel 1902 furono emanati i primi editti dalla dinastia imperiale e nel 1911, dopo la fondazione della Repubblica di Cina, la fasciatura dei piedi diventò illegale. Ma fu soltanto negli anni Cinquanta, con la fondazione della Repubblica Popolare Cinese nel 1949, che la pratica si estinse del tutto: le donne dovevano lavorare e non potevano permettersi di avere i piedi fasciati.

Quella dei piedi di loto è in realtà una questione oggi soggetta a revisione da parte di chi vorrebbe sottolineare come  l’Occidente stesso nel raccontare questa pratica e denunciarla abbia di fatto invisibilizzato fenomeni restrittivi propri come il corsetto che di fatto provocava gravi danni alla fisicità della donna e ne limitava la libertà di movimento, rendendosi anch’esso simbolo più o meno palese di oppressione e controllo. Inoltre lo stigmatizzare tale pratica non tiene spesso in conto quelle più o meno socialmente accettate che vedrebbero la donna oggi ancora vittima di soluzioni estetiche pagate a duro prezzo.

I vari passaggi sono tratti da Cigni Selvatici, Tre figlie della Cina di Jung Chang, Longanesi&C Editore

 

Il piacere della lettura – La lezione di Calvino

Il piacere della lettura – La lezione di Calvino

La Giornata Mondiale del Libro e del Diritto d’autore è un evento patrocinato dall’UNESCO che si tiene il 23 Aprile ogni anno dal 1996 per promuovere la lettura e la pubblicazione dei libri.

Secondo una recente indagine Istat in Italia ci sono oltre 4 milioni di lettori di libri in meno rispetto al 2010. Dai dati emerge che nel 2016 sono circa 33 milioni le persone con più di 6 anni che non hanno letto nemmeno un libro di carta in un anno, cioè il 57,6% della popolazione, la stessa quota che era stata toccata nel 2000.

Ma in un’occasione come questa, invece di considerare la lettura come un fenomeno del quale valutare in maniera chirurgica deficit e statistiche, occorrerebbe forse misurarsi e far misurare lettori effettivi e potenziali con quella che è la reale intima esperienza della lettura perché leggere non è un processo meccanico che implica un sordo e freddo assoggettamento alla parola di una pagina stampata.

Leggere è “un processo che coinvolge mente e occhi insieme, un processo d’astrazione o meglio un’estrazione di concretezza da operazioni astratte, come il riconoscere segni distintivi, frantumare tutto ciò che vediamo in elementi minimi, ricomporli in segmenti significativi, scoprire intorno a noi regolarità, differenze, ricorrenze, singolarità,sostituzioni, ridondanze”

scrive Italo Calvino in Mondo scritto e Mondo non scritto. E Calvino è uno dei pochi autori che hanno condotto una vera e propria indagine su un atto che viene spesso dato troppo per scontato e lo ha fatto dedicando svariati saggi al tema ma soprattutto consegnandoci un’opera tanto singolare come Se una notte d’inverno un viaggiatore. Un’opera in cui la figura dell’autore e quella del lettore si con/fondono in un gioco in cui si svelano i meccanismi sottesi a quel misterioso incontro che avviene fra le pagine di un testo. Calvino nello spiegare il suo lavoro scrive:

“è un romanzo sul piacere di leggere romanzi; protagonista è il Lettore, che per dieci volte comincia a leggere un libro che per vicissitudini estranee alla sua volontà non riesce a finire. […] Ho dovuto scrivere l’inizio di dieci romanzi d’autori immaginari, tutti in qualche modo diversi da me e diversi tra loro […] più che d’identificarmi con l’autore di ognuno dei dieci romanzi, ho cercato d’identificarmi col lettore: rappresentare il piacere della lettura d’un dato genere, più che il testo vero e proprio. […] Ma soprattutto ho cercato di dare evidenza al fatto che ogni libro nasce in presenza d’altri libri, in rapporto e confronto ad altri libri.”

 La lettura per Calvino è infatti un’esperienza soggettiva che lascia tracce diverse su ogni individuo. In Perché leggere i Classici l’autore scrive: “Il «tuo» classico è quello che non può esserti indifferente e che ti serve per definire te stesso in rapporto e magari in contrasto con lui.” Ognuno di noi è quindi in realtà portatore delle centinaia e migliaia di esistenze raccolte tra le pagine che lo hanno accompagnato e che finiscono in qualche modo per costruirgli intorno un’identità fondata sulla molteplicità. La molteplicità di cui parla Calvino ne Le Lezioni Americane è quella delle coscienze. Quale atto è infatti più democratico della lettura? È una forma di comunicazione pura in cui si accoglie la parola dell’altro praticando un silenzio interiore che raramente conosciamo. Ma è anche un processo di transfert in cui si guarda al mondo indossando uno sguardo estraneo, dando forma a quello che è probabilmente il più puro ed intimo esempio di contatto umano.

Nella sua ancestralità la lettura è in realtà ancora oggi la più forte ed efficace esperienza interattiva che si possa compiere. Nell’abitare gli svariati corpi dei personaggi con cui entra a conoscenza e nel vivere e assaporare i tempi e gli spazi che appartengono loro, il lettore si fa protagonista di un’immensa varietà di esistenze in un puro, breve e provvisorio momento di convergenze temporali. E lo fa mettendo in moto un processo cognitivo che, passando prima per il corpo e poi per la mente, crea una forma di conoscenza altrimenti inafferrabile. Questa conoscenza passa prima di tutto per un’autoconoscenza  perché “la lettura è un rapporto con noi stessi e non solo col libro, col nostro mondo interiore attraverso il mondo che il libro ci apre.”

Con la straordinaria ironia che tanto lo caratterizza, Calvino apre il suo romanzo con un cerimonioso quanto goliardico invito alla lettura che prende lo spazio di un intero capitolo in quello che è un gioco di strizzate d’occhio e complicità che instaura con il lettore.

 “Rilassati. Raccogliti. Allontana da te ogni altro pensiero. Lascia che il mondo che ti circonda sfumi nell’indistinto. La porta è meglio chiuderla; di là c’è sempre la televisione accesa. Dillo subito, agli altri: «No, non voglio vedere la televisione!» Alza la voce, se no non ti sentono: «Sto leggendo! Non voglio essere disturbato!» Forse non ti hanno sentito, con tutto quel chiasso; dillo più forte, grida: «Sto cominciando a leggere il nuovo romanzo di Italo Calvino!» O se non vuoi non dirlo; speriamo che ti lascino in pace.”

Calvino va poi a costruire un romanzo che è un costante lanciarsi ed aprirsi ad una storia che sembra non assestarsi mai finché il lettore non arriva a comprendere di essere lui stesso il protagonista di un racconto che gli affida la propria trama. E in questo Calvino si rende autore straordinario. Nell’elevare il mistero dell’incontro tra un narratore ed un lettore a tema del romanzo, Calvino spinge il lettore reale a guardare se stesso con la stessa lente indagatrice con la quale descrive minuziosamente i suoi piccoli rituali e a rendersi quindi cosciente di ciò che realmente lui/lei chiede al libro.

Se una notte d’inverno un viaggiatore è quindi un romanzo che celebra la lettura sollevandola dalle ceneri dell’atto scontato per renderla una piena presa di consapevolezza. Nelle parole del narratore, sotto lo strato di compiaciuta ironia, si cela la poesia di chi vuole raccontare il piacere di un’esperienza che non trova quasi mai lo spazio per far parlare di sé, un’esperienza spesso relegata a strumento, a tramite, a filtro. Ma nel descrivere le piccole azioni che la circondano Calvino le restituisce una fetta di visibilità, ponendola sotto i suoi stessi riflettori in modo che possa auto raccontarsi e lasciare intravedere, anche se in minima parte, il suo misterioso richiamo. Quel richiamo che ogni giorno ci spinge ad andare incontro a qualcosa che sta per essere e ancora nessuno sa cosa sarà.”.

Rossetti ed Elizabeth Siddal – La vera storia de Il Corvo di Edgar Allan Poe

Rossetti ed Elizabeth Siddal – La vera storia de Il Corvo di Edgar Allan Poe

Dante Gabriel Rossetti moriva il 10 Aprile 1882 lasciandosi dietro un’eredità artistica delle più note ed apprezzate. Fu infatti uno dei padri fondatori della Confraternita dei Preraffaelliti, che contava fra i suoi membri artisti come John Everett Millais (colui che dipinse la celebre Ophelia), William Hunt e John Waterhouse giusto per citarne alcuni.

Figlio di un insegnante emigrato italiano, Rossetti nacque a Londra il 12 Maggio 1828 come Charles Gabriel Dante Rossetti. Dagli amici si faceva chiamare Gabriel ma nelle sue opere si firmava sempre come Dante, in onore del vate che fu fondamentale nell’educazione che il padre gli fornì.

Dante fu molto attivo come poeta ma durante la sua educazione  si appassionò anche all’arte medievale italiana, cosa che lo spinse a maturare gli studi d’arte alla Henry Sass‘ Drawing Academy prima e alla Royal Academy dopo. Fu questo ambiente che gli permise di entrare poi in contatto con il giovane William Hunt e di formulare con lui e Millais la filosofia che diede vita alla Pre-Raphaelite Brotherhood. E fu in questo contesto che conobbe nel 1850 la nota musa dalla folta chioma rosso fuoco di nome Elizabeth Eleanor Siddal.

Rossetti ed Elizabeth Siddal in Dante’s Inferno (1967)

Ma torniamo indietro di un paio d’anni a quando nel 1848 Rossetti realizzò delle illustrazioni per la pubblicazione de Il Corvo di Edgar Allan Poe, intitolate Angel Footfalls.

Angel Footfalls – Dante Gabriel Rossetti (1848)

In quegli anni il noto autore gotico riscuoteva grande successo e Rossetti era un suo fervente ammiratore. Poe ha infatti rappresentato per Rossetti un punto di svolta sia nella sua carriera artistica, spingendolo verso quell’estetica tardo romantica che caratterizzerà l’esperienza preraffaellita, sia in quella letteraria quando Rossetti stesso scrisse un’opera di risposta a Il Corvo intitolata The Blessed Damozel di cui realizzò anche un quadro. Ma l’influenza di Poe non si limitò a questo.

The Raven, come altre opere di Poe, si concentra sul tema della colpa anche se in questo caso si tratta di una colpa che non conosciamo. Il protagonista vive l’angosciante ossessione per la morte della sua amata Lenore, ossessione che poi si materializza concretamente in un corvo che bussa alla sua porta e che si installa nella sua stanza ripetendo senza tregua le parole “nevermore”. Questa tortura che l’animale infligge al protagonista non è altro che la proiezione visiva e sonora dei suoi tormenti. Il fatto di non conoscere la natura reale di queste ansie rende sempre più angosciante il ritmo incalzante della narrazione mentre questa trascina il lettore in fondo agli abissi della coscienza del protagonista. Rossetti, come altri, fu molto impressionato dallo stile e dalla forza di questo poema ma solo una decina d’anni dopo poté realmente comprenderne il significato.

Nel 1850 infatti, dopo aver fatto la conoscenza della Siddal, intraprese con lei una lunga e tormentata relazione. Elizabeth Siddal rappresentò per i preraffaelliti molto più che una musa. Il suo carattere e il suo aspetto furono la linfa vitale che nutrì le loro prime opere, perlomeno fino a quando Rossetti non decise di tenerla tutta per sé. La Siddal prese molto a cuore le idee e le ambizioni del gruppo e lo  fece a costo di giocarsi la vita. Per fare da modella all’Ophelia di Millas, per esempio, mise a repentaglio la propria salute decidendo di rimanere immersa in una vasca d’acqua gelata che le provocò i primi accessi  di una bronchite che la tormentò per anni.

Ophelia – John Everett Millais (1851)

La relazione con Rossetti fu molto intensa e produttiva. Elizabeth apprese da lui i fondamenti della pittura, realizzando opere che riuscirono ad attirare il patrocinio di una figura come John Ruskin. Si diede poi anche alla poesia e trovò in Gabriel un compagno incoraggiante ed un ottimo insegnante. Rossetti d’altra parte realizzò quasi tutte le proprie opere sulla figura di Elizabeth tra cui le note Giovanna d’Arco, Lady Lilith e Bocca Baciata e conservò di lei svariati schizzi e studi.

Lady Lilith – Dante Gabriel Rossetti (1866)

I due riusciranno a sposarsi solo dieci anni dopo, nel 1860, a causa delle resistenze della famiglia di lui. Furono diverse le occasioni di matrimonio bruciate all’ultimo secondo e ciò influì parecchio sulla debole psiche di Elizabeth, che cominciò a fare uso del laudano per placare le proprie ansie. Rossetti in seguito iniziò ad utilizzare nuove modelle mentre la fedeltà al loro amore cominciava a vacillare. La salute cagionevole di Elizabeth divenne sempre più l’unica occasione in cui Rossetti si ravvedeva del proprio comportamento facendo ritorno da lei e questo finì per rendere la natura  del loro legame sempre più patologica e ossessiva. Elizabeth scriveva in L’amore finito:  “E l’amore destinato ad una morte precoce / Ed è così raramente vero. (…) Le più belle parole sulle più sincere labbra / Scorrono e presto muoiono, / E tu resterai solo, mio caro, / Quando i venti invernali si avvicineranno”

Elizabeth arrivò infine a perdere un figlio e questo episodio segnò un punto di rottura con la sua coscienza della realtà. Il laudano divenne un rifugio per lei e il suo rapporto con Rossetti si fece sempre più tormentato. Così quello stesso fuoco che li unì saldando quel forte sodalizio che era stato il loro legame umano e artistico cominciò a spegnersi mentre il gelo attraversava silenzioso e implacabile la sottile trama del loro legame. Elizabeth infine morì.

Sulla sua morte ci sono svariate interpretazioni. C’è chi infatti parla di suicidio, riferendosi anche ad una presunta lettera che lasciò al marito e chi invece parla di overdose di laudano (overdose di cui morì anche Poe). Portava con sé in grembo un altro figlio che morì con lei. Rossetti non si riprese mai da questo lutto.

E così entra in scena oscuramente la trama di The Raven. L’ossessione e la colpa del protagonista di Poe diventano improvvisamente una realtà per Rossetti e il corvo fa la sua tragica entrata nella  stanza. La serie di Angel Footfalls che disegnò allora per l’opera di Poe assunse l’orrorifico tratto della verità e trascinò l’incubo fuori dall’inchiostro.  L’angelica figura che Rossetti decise di tratteggiare sulla carta, facendole dominare la realtà e la coscienza del protagonista, rivelò con amarezza i suoi tratti famigliari.

Angel Footfalls – Dante Gabriel Rossetti (1848)

Rossetti nel seppellirla, pose fra i suoi capelli le svariate poesie che le dedicò durante la loro vita insieme.  Edgar Allan Poe scrisse che “la morte (…) di una bella donna è senza dubbio il più poetico dei soggetti in tutto il mondo” e di fatto Rossetti realizzò in quella fase quello che divenne poi uno dei suoi quadri più celebrati, Beata Beatrix, dove Elizabeth prende la forma della Beatrice di Dante, la sua unica salvezza. Così facendo impresse la sua anima nella tela, consegnandola all’immortalità.

Beata Beatrix – Dante Gabriel Rossetti (1864)

In quella che potrebbe sembrare la trama del più oscuro dei poemi gotici, Rossetti un giorno fece riaprire la tomba dell’amata per riprendere in mano quelle poesie e condividerle con il mondo. Una leggenda racconta che vi trovò i folti capelli di Elizabeth cresciuti, ancora forti e vigorosi.

 “E il corvo, non svolazzando mai, ancora si posa, ancora è posato sul pallido busto di Pallade, sovra la porta della mia stanza, e i suoi occhi sembrano quelli d’un demonio che sogna; e la luce della lampada, raggiando su di lui, proietta la sua ombra sul pavimento, e la mia, fuori di quest’ombra, che giace ondeggiando sul pavimento non si solleverà mai più!”

(The Raven – Edgar Allan Poe, 1846)

8 marzo, da Virginia Woolf a Frida: una ‘autoriflessione’ al femminile

8 marzo, da Virginia Woolf a Frida: una ‘autoriflessione’ al femminile

Cosa significa celebrare la donna l’8 Marzo del 2017? Ci troviamo ancora a fare i conti con una ricorrenza svuotata del suo significato originario, stigmatizzata da una parte della società e inflazionata da un’altra. Eppure non sarebbe più saggio approfittare della popolarità che questa giornata ha riscosso nel corso degli anni, una giornata che è ormai entrata a far parte dell’immaginario comune, per fare i conti con ciò che comporta l’essere donna oggi, alle soglie della postmodernità?

Tanto si è parlato e si parla ancora della donna in relazione allo sguardo maschile. Uno sguardo oggettivante, figlio di una supremazia estinta dal quale pare ci si debba ancora riscattare. Il discorso sulla donna viene tuttora tematizzato in una impropria modalità che la vede costantemente nella posizione di dover dimostrare qualcosa, mentre rincorre un timbro sociale che attesti e approvi la validità della posizione che si è conquistata. L’emancipazione, insomma, si gioca ancora tutta sul terreno dei progressi rispetto a come l’uomo vede la donna.

E se fosse la prospettiva a cambiare? Se lo sguardo sulla donna appartenesse alla donna stessa? In questo modo sarebbe forse possibile affrontare un tipo di discorso di natura affermativa, in grado di spostare l’attenzione su un piano di consapevolezza che esula da un tipo di giudizio ‘eteronomo’. Perché il parlare in positivo di cosa significhi essere donna, ad un livello più intimo e personale, non trova quasi mai spazio nell’arena di dialogo che giornate come quella di oggi possono offrire, e potrebbe invece rivelarsi un atto liberatorio e terapeutico.

Oggi siamo sommersi da discorsi che spesso riducono la femminilità ad un corollario di esperienze negative. Discorsi che lamentano e che non affermano. Ma affermazione e proposizione sono forse gli strumenti che la donna dovrebbe impugnare per riprendere parola su se stessa, riflettendosi nello specchio delle proprie ‘autoconsapevolezze’.

Celebri artiste e autrici hanno posato lo sguardo su quello specchio tracciando le linee di autoritratti, anatomie della propria femminilità. Basta pensare a nomi come Virginia Woolf, Simone de Beauvoir, e Frida Kahlo. Esse si sono infatti ‘fatte’ in qualche modo sacerdotesse di un concetto spesso paventato e bistrattato dalle donne stesse. Perché parlare di femminilità e di cosa sia femminile a volte riporta a galla discorsi di ben altro tipo. Ma ciò che queste donne straordinarie hanno cercato nel proprio riflesso si ritraeva in canoni di una femminilità che sfugge a qualunque ordine, timorosa di ripiombare nelle anguste celle di una secolare stigmatizzazione. E questo perché la femminilità non è casuale approssimazione ma materia informe, che spinge su entrambi i lati di un sistema binario che un arbitrario e troppo stretto paradigma del genere ha creato.

Frida Kahlo ci dimostra come le donne siano in grado fare delle proprie ferite dei segni di bellezza. I suoi autoritratti sono squarci aperti, ancora sanguinanti, sulla ruvida pelle di una delle creature più delicate e allo stesso tempo coraggiose che la storia dell’arte abbia mai conosciuto. E questa è forse una delle ragioni che la rendono ancora un’artista straordinariamente attuale. Scrive di sé: Non sono malata. Sono rotta. Ma sono felice, fintanto che potrò dipingere.”.

È una donna che ha condotto un’esistenza al limite, sperimentando e immergendosi nella vita sociopolitica dell’epoca con un genio che nemmeno la sua unica vera nemica, la salute, è riuscita ad ostacolare. Oggi si fa protagonista di una favola per bambine che sta cambiando il modo in cui guardiamo all’educazione di quelle che saranno le donne di domani (“Antiprincipesse 1: Frida Kahlo” – Nadia Fink, Rapsodia Edizioni, 2015).

Ci ha insegnato anche che essere donna è una sorta di presa di coscienza. È la capacità straordinaria di unire sensibilità e determinazione. È una forza motrice, una spinta verso un pensiero o un’azione che in qualche modo sono sempre riconoscibili come atti di profondo coraggio ed onestà emotiva.

Se oggi ci sentiamo  libere di mostrarci in tutte le nostre umane contraddizioni non è perché rifiutiamo la femminilità ma è perché ne abbiamo esteso il significato, legandolo a doppio filo con la nostra reale esperienza di donne.

Serie tv come per esempio Girls, New Girl o Two Broke Girls hanno come protagoniste ragazze che non si attengono ad alcun modello. Ragazze libere di apparire grottesche e disordinate, sboccate e politicamente scorrette. Ragazze in difficoltà che superano gli ostacoli con le proprie forze affrontando insidiose giungle urbane. Che si ubriacano e fanno scelte sessuali ‘irresponsabili’ senza doverne rendere conto a nessuno. Se questi personaggi oggi risultano essere possibili e non ripudiati, è proprio perché siamo riuscite a riappropriarci di quegli schemi di comportamento che un tempo erano redatti secondo aspettative che non ci appartenevano. Ed è per questo motivo che in questi giorni centinaia di migliaia di ragazze hanno simpatizzato per Emma Watson, che si è trovata a difendersi dall’ennesimo giudizio anacronistico sulla propria integrità di donna per aver per così dire ‘mostrato il seno’.

Ma la donna è in qualche modo anche frutto di una consapevolezza pagata a caro prezzo; una consapevolezza storica mista a migliaia di intime prese di coscienza. Simone de Beauvoir ci dice a riguardo che “non si nasce donne: si diventa”. È un fardello che arricchisce l’esperienza umana femminile in modo singolare e spesso inesplicabile.

La donna è soprattutto colei che guarda nel fiume variegato delle proprie emozioni, le raccoglie e le celebra senza paura. È un circuito sempre attivo di spinte caotiche prive di regole e di freni.  E Virginia Woolf ha saputo esprimere e raccontare come nessun altro le intime contraddizioni (o affermazioni) del proprio genere. E quale conclusione migliore si può offrire in questa data se non una delle sue più liriche riflessioni a riguardo?

Le donne devono sempre ricordarsi chi sono, e di cosa sono capaci. Non devono temere di attraversare gli sterminati campi dell’irrazionalità, e neanche di rimanere sospese sulle stelle, di notte, appoggiate al balcone del cielo. Non devono aver paura del buio che inabissa le cose, perché quel buio libera una moltitudine di tesori. Quel buio che loro, libere, scarmigliate e fiere, conoscono come nessun uomo saprà mai.

foto da: queerblog.it

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