Storia dei 115 giorni di proteste ad Hong Kong. Come siamo arrivati ​​fin qui?

Storia dei 115 giorni di proteste ad Hong Kong. Come siamo arrivati ​​fin qui?

Quasi quattro mesi di proteste pro-democrazia hanno scosso Hong Kong, la polizia ha arrestato più di 1.500 persone e sparato almeno 2000 colpi di gas lacrimogeni.

Le prime proteste erano marce pacifiche contro un disegno di legge impopolare. Poi si sono aggiunti i gas lacrimogeni e un governo che ha rifiutato di ritirarsi. Nelle settimane e nei mesi successivi, la città è stata terreno di proteste e di scontri violenti, le manifestazioni si sono trasformate in un movimento più ampio sulle riforme politiche e sulla responsabilità della polizia.

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Hong Kong disturberà il grande giorno della Cina?

Hong Kong disturberà il grande giorno della Cina?

Le strade sono monitorate, i soldati hanno fatto le prove e i droni invisibili sono pronti all’azione. Pechino è pronta a celebrare il 1° ottobre il 70° anniversario della fondazione della Repubblica Popolare Cinese. La guerra commerciale sospenderà le ostilità, con gli Stati Uniti che hanno rimandato i nuovi dazi.

Da parte di Hong Kong non ci saranno degli auguri di buon compleanno, infatti le proteste che l’hanno scossa per oltre tre mesi non sono ancora finite. Anzi, questi disordini potrebbero raggiungere la svolta durante la Giornata Nazionale. Il Partito Comunista al potere in Cina assicura tutti che nulla rovinerà la sua grande parata.

Le manifestazioni ad Hong Kong per il controverso disegno di legge hanno provocato una ribellione contro “i padroni politici della città” a Pechino. Il disegno di legge, che avrebbe consentito l’estradizione nella Cina continentale, è stato ritirato all’inizio di settembre, ma i manifestanti hanno poi insistito su altre quattro richieste, inclusa quella per la piena democrazia nelle elezioni.

Le proteste nel fine settimana sono ora una violenta routine, con manifestanti vestiti di nero che lanciano mattoni e molotov, danneggiando stazioni ferroviarie e dando fuoco alle strade. In risposta, la polizia ha iniziato a fare più arresti e il 23 settembre ha minacciato di sparare con munizioni vere.

Si dice che Pechino abbia dato alle autorità di Hong Kong tempo fino al 1° ottobre per reprimere le proteste pro-democrazia, ma nessuno sforzo è riuscito a contenerle. Ne i gas lacrimogeni, ne le aggressioni dei sostenitori di Pechino. Proprio per il delicato anniversario alle porte alcuni manifestanti hanno preso di mira più apertamente i simboli del governo cinese.

Il 21 settembre, i manifestanti hanno dato fuoco alla bandiera cinese. Il giorno successivo ne hanno gettata un’altra nel fiume Shing Mun, a nord del centro città. Ma la data della fondazione della moderna Cina rappresenta l’obiettivo più grande finora per i manifestanti.

A dimostrare quanto siano agitati i funzionari sulle potenziali irruzioni, la presenza del governo di Hong Kong per assistere all’alza bandiera avverrà prima delle 7:15, con un largo anticipo rispetto all’arrivo degli altri ospiti.

Per Pechino, la posta in gioco è alta. “Celebrazioni per il settantesimo anniversario conferiscono certamente legittimità al Partito comunista cinese”, afferma Willy Lam, professore presso il Centro per gli studi cinesi dell’Università di Hong Kong.

“Nella propaganda si afferma che: anche se il Partito Comunista non è legittimato con elezioni, è amato dal popolo cinese ed è sempre più popolare.” Questa pietra miliare è particolarmente significativa, poiché lo Stato comunista cinese ha vissuto 69 anni con un Unione Sovietica, un potere permanente economico e militare.

Per il presidente Xi Jinping, che l’anno scorso ha abolito i limiti di mandato, le celebrazioni offrono un’altra possibilità per legittimarsi come leader del partito a vita. La stravaganza in serbo include il previsto indirizzo di Xi alla nazione, spettacoli culturali in tutto il Paese e fuochi d’artificio.

Al centro di tutto c’è la parata militare. Circa 15.000 membri delle forze armate scenderanno lungo l’Avenue of Eternal Peace di Pechino mentre gli aerei da combattimento voleranno sopra di loro e saranno esposti 580 pezzi di equipaggiamento militare, tra cui missili balistici intercontinentali e il nuovo drone stealth Sharp Sword.

Mentre Xi cerca di proiettare un’immagine di forza e di unità cinese, il malcontento di Hong Kong offre una visione alternativa. “Sotto Xi Jinping, il messaggio della Cina al mondo è che il suo modello è superiore ai valori liberali e al suffragio universale dell’Occidente”, afferma Lam. Ma si fa presto a “smentire guardando Hong Kong, l’unico posto libero in Cina, perché lì il modello cinese viene respinto”.

La situazione a Hong Kong ostacola anche le ambizioni di Xi di riunificare alla sua Cina l’isola autonoma di Taiwan. Pechino sperava che il quadro “un paese, due sistemi” per la semi-autonomia di Hong Kong, ex colonia britannica, potesse essere un modello per riportare Taiwan all’ovile dopo sette decenni di allontanamento.

Ma mentre il quadro a Hong Kong si sgretola, il sostegno popolare alla sovranità tra i cittadini di Taiwan è aumentato ulteriormente. “Non diventeremo un’altra Hong Kong”, ha dichiarato il presidente TsaiIng-wen a luglio. Un impero che inizia a sfilacciarsi ai bordi non è la visione che Xi vuole presentare al mondo il 1° ottobre.

Non è chiaro per quanto tempo ancora, il leader più potente della Cina dai tempi di Mao Zedong, tollererà questa situazione. Pechino non ha continuato le sue minacce in estate preferendo mobilitare le truppe di Hong Kong e gli analisti nel complesso concordano tutti sul fatto che l’ottica di un intervento sanguinoso avrebbe ripercussioni globali, minando in particolare alle ambizioni di Xi all’estero.

Le crescenti tensioni a Hong Kong hanno attirato l’attenzione degli Stati Uniti, come ha chiarito il presidente Donald Trump nel suo discorso all’Assemblea Generale delle Nazioni Unite il 24 settembre. “Le azioni che la Cina farà per gestire la situazione [a Hong Kong] ci dirà molto sul suo futuro ruolo nel mondo”.

Pechino spererà che tutti gli occhi si rivolgano alla Cina il 1° ottobre in occasione del suo settantesimo compleanno. Ma i manifestanti di Hong Kong sono consapevoli che il mondo sta guardando anche loro. “Gli Stati Uniti e tutti i Paesi che si basano su valori democratici dovrebbero opporsi per Hong Kong”, afferma Yukki Leung, 30 anni. “Questa è una sfida per la libertà”.


[Traduzione e sintesi di Roberto Del Latte. Articolo di Redazione da Time.com opinione di Laignee Barron link all’articolo qui]

I punti di vista e le opinioni espressi in questa pubblicazione sono di esclusiva responsabilità degli autori e non riflettono necessariamente il punto di vista di Cronache dei Figli Cambiati

Brexit no-deal: quale impatto sull’economia del Regno Unito?

Brexit no-deal: quale impatto sull’economia del Regno Unito?

Ministro degli Esteri nel Governo di Theresa May, il nuovo Premier Boris Johnson – subentratole il 24 luglio scorso – sta infiammando la scena europea. Come in una partita a scacchi dal finale imprevedibile, ogni mossa risulta fondamentale per rimettere tutto in discussione. Proprio quando la prospettiva di un’uscita dall’Unione Europea senza lo straccio di un accordo sembrava concretizzarsi, BoJo è costretto a rivedere le proprie mosse. 

Il 28 agosto Johnson aveva chiesto (ed ottenuto) la sospensione dell’attività parlamentare (cd. prorogation) per cinque settimane (fino al 14 ottobre) in modo da evitare qualunque sgradita (per quanto legittima) interferenza. Il Parlamento era corso ai ripari approvando in tempi record una legge anti no-deal che impone al Governo di chiedere una proroga dei termini di recesso al 31 gennaio 2020

Pur non essendovi certezza che il Consiglio Europeo la conceda (del resto, ad oggi, manca sul tavolo europeo una proposta realistica di accordo alternativo), la recente decisione della Corte Suprema del Regno Unito riporta Johnson alla realtà e ai valori democratici. Con sentenza del 24 settembre, gli 11 giudici del collegio presieduto da Lady Hale hanno unanimemente dichiarato l’illiceità della sospensione in quanto l’unico effetto di tale azione – data l’eccezionalità delle circostanze – era stato quello di “vanificare o impedire il ruolo costituzionale del Parlamento (tdr)” in vista della scadenza del 31 ottobre

A prescindere da come finirà, è lecito chiedersi: quale tipo di scenario prospetterebbe una Brexit no-deal? Un finale che i più definiscono come lo scenario peggiore possibile a differenza di chi, invece, ne sminuisce la portata rispetto agli effetti (ritenuti) ben peggiori che avrebbe una no-Brexit.

Backstop irlandese: le opzioni che potrebbero porre fine al caos Brexit

La backstop solution, nodo della discordia

Ha da subito infervorato il dibattito tra l’UE e lo UK: è il backstop. Il 10 Downing Street ritiene imprescindibile rinegoziare l’accordo ed eliminare tale clausola: diversamente, l’unica alternativa sarebbe una Brexit no-deal. Bruxelles continua a sostenere che l’accordo del 2018 sia il migliore possibile e che l’integrità del mercato unico ed il backstop irlandese vadano preservati. Ma di cosa si tratta e perché è così importante?

È un meccanismo di sicurezza di ultima istanza volto a impedire l’istituzione di un confine rigido tra le due Irlande, in assenza di un miglior accordo di regolamentazione dei rapporti commerciali UE-UK. Qualora entro un periodo transitorio di due anni non dovesse raggiungersene uno valido, il backstop diverrebbe pienamente operativo e lo UK rimarrebbe nell’Unione doganale, l’area di libero scambio commerciale priva di dazi e frontiere rigide.

Un finale che nemmeno l’UE è interessata a perseguire, ma anche soluzione necessaria per preservare la pace nell’Irlanda del Nord consacrata con il Trattato del Venerdì Santo.

Brexit: gli scenari possibili

No-deal: meglio di un cattivo accordo?

Per ogni scenario, la conclusione è sempre la stessa: un’economia più povera. Tuttavia, un’hard Brexit avrebbe un impatto maggiore sul Pil in termini di decrescita economica pari a quasi l’8% per i prossimi 15 anni, con un impatto addizionale pari a 6.1 punti percentuale rispetto allo scenario EEA e di 2.9 punti percentuale rispetto allo scenario FTA. Una stima ottimistica che dà per scontate alcune soluzioni (fra cui la conclusione di accordi commerciali con Stati Uniti e UE) e non tiene conto degli impatti a breve termine, come il costo di adeguamento al nuovo regime doganale. Difatti, con la ricostituzione della frontiera, ne deriverebbero per le imprese maggiori costi oltre che notevoli ritardi: secondo le stime governative (operazione Yellowhammer), al porto di Dover si formerebbe una fila lunga ben 17 miglia con attese fino a due giorni e mezzo e disagi fino a tre mesi.

Il ritorno alle condizioni commerciali OMC avrà ripercussioni significative su produttori, fornitori di servizi e consumatori. L’attenuazione di tali effetti dipenderà dal successo dei negoziati con ogni membro OMC. La situazione si complicherebbe ulteriormente qualora i negoziati con l’UE si interrompessero, rivestendo quest’ultima un ruolo cruciale che va anche oltre l’aspetto meramente commerciale. 

Banca d’Inghilterra: rischio shock economico 

Le recenti stime della Bank of England lasciano presagire uno scenario poco raccomandabile: deprezzamento della sterlina, aumento dell’inflazione e rallentamento della crescita con un tasso di variazione del Pil dell’1,3% per il biennio 2019-2020 rispetto alle stime iniziali rispettivamente dell’1,5% e dell’1,6%. Crescita che, in caso di Brexit no-deal, potrebbe essere ancora più lenta

Un effetto domino che si ripercuoterebbe soprattutto sul settore trasporti, sull’industria chimica e su quella alimentare temendosi, tra l’altro, una grave interruzione nell’approvvigionamento di alimenti e medicinali come si legge nella contestata valutazione del rischio del Governo Johnson. 

Per approfondire:

Traduzione della telefonata tra Trump e il presidente ucraino Zelenskyj

Traduzione della telefonata tra Trump e il presidente ucraino Zelenskyj

La presidente della Camera dei rappresentanti degli Stati Uniti, la democratica Nancy Pelosi, ha avvierà la procedura di impeachment contro Trump. L’accusa è di aver abusato del proprio potere facendo una richiesta impropria al capo di Stato ucraino Volodymir Zelensky. A quest’ultimo, durante una telefonata a luglio, Trump ha chiesto di indagare su Joe Biden, ex vicepresidente degli Usa e probabile rivale alle elezioni del 2020. Dopo JevroMaidan, Biden aveva fatto pressioni su Kiev affinché venisse rimosso il procuratore generale che stava conducendo un’indagine su Burisma, l’azienda di gas nel cui consiglio d’amministrazione sedeva Hunter Biden, figlio di Joe. Mercoledì la Casa Bianca ha rilasciato una trascrizione della telefonata; si attende ora la copia della denuncia del funzionario che ha ravvisato possibili violazioni.

ATTENZIONE: Questo memorandum della conversazione telefonica (TELCON) non è una trascrizione testuale dell’intera discussione. Il presente testo documenta le note e i ricordi nella “Situation Room Duty”. Gli ufficiali e il personale della NSC svolgeva l’incaricato di ascoltare e trascrivere la conversazione man mano che essa si svolgeva. Pertanto numerosi fattori possono influenzare l’accuratezza della registrazione, tra cui: le cattive connessioni della telecomunicazione; le variazioni di accento e/o l’interpretazione di una parola “impercettibile” che può essere stata utilizzata per indicare le parti di una conversazione che il notaio non è stato in grado di ascoltare bene.

Donald Trump: Congratulazioni per questa grande vittoria. Abbiamo tutti assistito con interesse dagli Stati Uniti, ha fatto un ottimo lavoro. Eppure è partito da fuori dell’ambiente politico, mentre ad altri non è stata data molta possibilità e alla fine ha vinto facilmente [le elezioni n.d.t.]. Questo è un risultato fantastico. Congratulazioni.

Volodymyr Zelenskyj Presidente dell’Ucraina: Ha perfettamente ragione, signor Presidente. Abbiamo vinto alla stragrande ma abbiamo lavorato sodo proprio per questo. Un duro lavoro, e le confesso che ho avuto l’opportunità di imparare da lei. Abbiamo usato il suo stesso metodo e le sue stesse conoscenze adattandole alle nostre elezioni, e sì, è vero che queste elezioni erano proprio uniche. Eravamo in una situazione particolare e siamo riusciti a raggiungere un grande successo. Posso dirle quanto segue: mi ha chiamato la prima volta per congratularsi con me per la vittoria nelle elezioni presidenziali; questa seconda volta invece mi ha chiamato perché il mio partito ha vinto le elezioni parlamentari. Comincio a pensare che dovrei concorrere più frequentemente, così da sentirci più spesso telefonicamente.

Trump: [risate] È un’ottima idea. Penso che il tuo paese possa essere molto felice.

Zelenskyj: Beh, sì, a dire la verità, stiamo cercando di lavorare sodo per prosciugare il pantano in cui si trova il nostro paese. Abbiamo portato molti volti nuovi. Non i vecchi politici e nemmeno i soliti politici proprio per dare un nuovo volto e un nuovo corso al governo. Lei è un grande insegnante per noi proprio per questo.

Trump: Beh, è ​​molto gentile da parte sua. Sa noi facciamo molto per l’Ucraina. Dedichiamo tanto impegno e tempo. Molto di più di quanto i paesi europei stiano facendo. Loro dovrebbero aiutarti di più di quello che fanno. La Germania non fa quasi nulla. Tutto che fa è parlare, penso che sia qualcosa su cui dovresti davvero discutere con loro. Angela Merkel nei colloqui mi parlava spesso dell’Ucraina, ma non ha mai fatto nulla. Gli altri paesi europei ragionano allo stesso modo, quindi penso che dovresti pararne, invece gli Stati Uniti sono stati molto buoni con l’Ucraina. Non credo che siamo stati mai ricambiati per questo, ovviamente perché stanno accadendo cose brutte, ma gli Stati Uniti sono stati molto buoni con l’Ucraina.

Zelenskyj: Sì, ha assolutamente ragione. Non solo al 100%, ma al 1000%; posso dirle che ho già parlato con Angela Merkel e l’ho anche incontrata. Ho anche incontrato e parlato con Macron e ho detto loro che non si stanno impegnando molto riguardo le sanzioni. Non le impongono affatto. Scopriamo quindi che, anche se logicamente, l’Unione europea dovrebbe essere il nostro più grande partner, tecnicamente gli Stati Uniti lo sono in maniera più rilevante rispetto all’UE e ti sono molto grato per questo perché gli USA ci stanno aiutando molto. Molto di più rispetto all’Unione Europea, soprattutto se parliamo delle sanzioni contro la Federazione Russa. Approfitto anche ringraziarvi per il vostro grande sostegno nel settore della difesa. Siamo pronti a collaborare per i prossimi passi, in particolare siamo quasi pronti ad acquistare più Javelin* dagli Stati Uniti per difenderci.

* Il Javelin o FGM-148 Javelin è un’arma militare utilizzata in caso di attacco contro mezzi blindati e carri armati, ma non sono esclusi elicotteri a bassa quota. Il raggio d’azione è di circa 2–3 km. L’arma è composta da un lanciatore spalleggiabile usa e getta, chiamato CLU (Command Launch Unit, unità di controllo lancio); il proiettile utilizzato è un missile a combustibile solido.

Trump: Vorrei che tu ci facessi un favore perché il nostro Paese ne ha passate molte e l’Ucraina ne sa qualcosa. Vorrei che tu scoprissi cosa è successo con l’intera situazione in Ucraina, riguardo Crowdstrike**… Immagino tu abbia uno dei tuoi uomini, o il tuo personale… I server, dicono che [le informazioni] siano in possesso dell’Ucraina. Sono successe molte cose. Credo che lei si stia circondando di alcune di quelle stesse persone. Vorrei che il Procuratore Generale chiamasse lei o il suo staff e che arrivaste in fondo. Come ha visto ieri, tutta questa assurdità si è conclusa con una performance molto pessima di un uomo di nome Robert Mueller, una performance da incompetente, ma dicono tutto sia iniziato con l’Ucraina. Qualunque cosa tu possa fare, è molto importante farlo se è possibile.

**Crowdstrike è una società di sicurezza informatica americana coinvolta negli attacchi e-mail del Comitato nazionale democratico del 2015 e 2016 e accuse di illeciti di Joe Biden e suo figlio. Trump stesso non ha usato le parole “aiuto militare” nella trascrizione rilasciata della chiamata del 25 luglio.e la sospensione da parte dell’amministrazione Trump degli aiuti obbligati dal Congresso fu uno shock per i funzionari del governo ucraino. Secondo quanto riferito, l’Ucraina non sapeva fino ad agosto che era stata trattenuta.

Presidente USA Donald Trump e il Presidente dell’Ucraina Volodymyr Zelensky si stringono la mano a New York il 25 Settembre 2019 (Photo credit should read SAUL LOEB/AFP/Getty Images)

Zelenskyj: Sì, è molto importante per me e ciò che ha appena detto. In quanto presidente, è molto importante e siamo aperti a qualsiasi cooperazione. Siamo pronti a voltare pagina sulla cooperazione nelle relazioni tra Stati Uniti e Ucraina. A tale scopo, ho appena ricordato al nostro ambasciatore negli Stati Uniti che sarà sostituito da una figura più competente che lavorerà affinché le nostre due nazioni si avvicinino. Spero di poterla incontrare personalmente per cooperare ulteriormente. Uno dei miei assistenti ha parlato di recente con il signor Giuliani, speriamo moltissimo che possa soggiornare in Ucraina così da poterlo incontrare. Questo è per assicurarle che non ha altro che amici con noi. Mi assicurerò di circondarmi di personale più efficiente. La ritengo un amico. Siamo amici noi e ha amici nel nostro paese così da poterle assicurare una partnership strategica. Intendo circondarmi di personale capace e, oltre a quell’indagine, garantisco come presidente dell’Ucraina che tutte le indagini saranno condotte apertamente e candidamente. Glielo assicuro.

Trump: Bene perché ho sentito che ha un procuratore molto bravo ma che è stato bloccato una vera ingiustizia. Molti parlano di come l’hanno bloccato e ha coinvolto alcune persone molto cattive. Il signor Giuliani è un uomo molto rispettato. Era sindaco di New York City, un grande sindaco e vorrei che la chiamasse. Gli chiederò di chiamarla insieme al procuratore generale. Rudy sa cosa sta succedendo è un tipo molto capace. Se potesse parlargli sarebbe fantastico. L’ex ambasciatrice degli Stati Uniti, la donna, era una cattiva informatrice e le persone con cui aveva a che fare in Ucraina lo erano altrettanto, ci tengo a farglielo sapere. Un’ultima cosa, si parla molto del figlio di Biden, di Biden che bloccato l’accusa e molte persone vogliono scoprirlo, quindi qualsiasi cosa tu possa fare con il procuratore generale sarebbe grandiosa. Biden si è vantato di aver bloccato l’accusa, quindi vedi se riesci ad informarti… Mi sembra orribile.

Zelenskyj: Parlerò con il procuratore. Prima di tutto quello che so e sono ben informato sulla situazione. Adesso abbiamo la maggioranza assoluta in Parlamento; il prossimo procuratore generale sarà al 100% il mio candidato, sarà approvato dal parlamento e inizierà come nuovo procuratore da settembre. Lui o lei esaminerà la situazione, in particolare per la società che hai citato. Il problema dell’indagine sul caso è in realtà il problema di assicurarsi di ripristinare l’onestà, quindi ci occuperemo di questo e indagheremo. Inoltre, le chiedo gentilmente se hai ulteriori informazioni da fornirci, sarebbe molto utili per il caso e ai nostro magistrati; per quanto riguarda l’ambasciatore negli USA dall’Ucraina per quanto ricordo il suo nome era Ivanovich. È fantastico, lei è stata la prima a dirmi che era una pessima ambasciatrice e sono d’accordo con lei al 100%. Il suo atteggiamento nei miei confronti era tutt’altro che positivo in quanto ammirava il mio predecessore. Non accetta di vedermi come nuovo presidente.

Trump: Beh, esaminerò alcune cose. Chiederò a Giuliani di chiamarla e lo farò anche io. Il procuratore generale Barr la chiamerà così arriveremo in fondo al caso. Sono certo che lo scopriremo. Ho sentito che il procuratore è stato trattato molto male nonostante sia stato molto onesto, quindi buona fortuna con tutto. La tua economia migliorerà sempre di più. Hai molte risorse. È un grande paese. Ho molti amici ucraini e sono persone incredibili.

Zelenskyj: Io ho parecchi amici ucraini che vivono negli USA. In realtà nel mio ultimo viaggio negli Stati Uniti sono stato a New York, a Central Park e ho anche alloggiato alla Trump Tower. Parlerò con loro e spero di rivederla in futuro. La ringrazio per il suo invito a visitare gli Stati Uniti, a Washington DC. D’altra parte, voglio anche assicurarle che saremo molto seri riguardo al caso e lavoreremo sull’indagine. Per quanto riguarda l’economia, c’è un grande potenziale per i nostri due paesi e una delle questioni molto importanti per l’Ucraina è l’indipendenza energetica. Credo che possiamo avere molto successo e cooperare per l’indipendenza energetica con gli Stati Uniti. Stiamo cooperando. Acquistiamo petrolio americano e sono molto fiducioso di incontrarla in futuro. Avremo più tempo e più opportunità per discutere di queste opportunità e per conoscerci meglio. Grazie per il vostro supporto.

Trump: Ottimo. Bene grazie mille e lo apprezzo molto. Dirò a Rudy e al procuratore generale Barr di chiamare. Grazie. Ogni volta che vorresti venire alla Casa Bianca, sentiti libero di chiamarmi. Dacci un appuntamento e lo risolveremo. Non vedo l’ora di vedervi.

Zelenskyj: Mille Grazie. Sarei molto felice di venire e sarei felice di incontrarla personalmente e conoscerla meglio. Approfitto anche invitarla a visitare l’Ucraina e venire a Kiev, è una città bellissima. Abbiamo un paese meraviglioso e sarebbe il benvenuto. D’altra parte, credo che il 1° settembre saremo in Polonia e potremo incontrarci li speranzosamente. Dopodiché, potrebbe essere un’ottima idea venire in Ucraina. Possiamo prendere il mio aereo oppure possiamo il suo, che probabilmente è molto meglio del mio.

Trump: Ok, ci organizzeremo. Non vedo l’ora di vederti a Washington e forse in Polonia perché penso che saremo lì quei giorni.

Zelenskyj: Grazie mille, signor Presidente.

Trump: Congratulazioni per l’ottimo lavoro svolto. Il mondo intero stava guardando anche se non sono sicuro che sia stato così sconvolgente ma congratulazioni.

Zelenskyj: Grazie signor Presidente ciao ciao..

Fine della conversazione

Testo originale qui. Fonte Financial Times qui

Le pericolose provocazioni dell’Iran

Le pericolose provocazioni dell’Iran

Le pesanti rappresaglie statunitensi in Medio Oriente possono impantanare tutti in una guerra.

Lo scontro tra Stati Uniti e Iran rischia di sfuggire di mano. Se dietro gli attacchi del fine settimana contro le strutture petrolifere dell’Arabia Saudita ci fossero gli iraniani, come sostenuto da Washington, la situazione potrebbe provocare un’escalation fuori controllo, sia per la resistenza di Teheran alle pressioni USA sia per la lotta alla supremazia regionale.

Fatto sta che l’incidente ha messo a nudo la vulnerabilità dell’industria petrolifera saudita nonostante le ingenti spese militari e l’influenza che il regno esercita sui prezzi del greggio globale indipendentemente dal boom del petrolio di scisto USA. La pressione su Trump dal trono saudita per rivolvere con i muscoli la questione è irresistibile, ma sarebbe saggio, anche se veramente difficile, cercare di stemperare la situazione.

Quanto agli attacchi non c’è chiarezza su chi sia il mittente. Alcuni credono siano partiti dal territorio iraniano, il che equivarrebbe a un atto di guerra. C’è anche la possibilità che i delegati iraniani abbiano fatto soltanto da registi. Dipende però se l’attacco è stato lanciato dai droni dei ribelli Houthi dallo Yemen o se dai missili lanciati dall’Iraq da milizie iraniane.

Fonte: Aljazeera

Se fossero i primi, l’intuito suggerisce che sarebbe l’assistenza sia dell’Iran. Se gli attacchi provenissero dall’Iraq, alleato degli Stati Uniti, sarebbe complessa la risposta. La prova schiacciante è che si tratta di tecnologia e logistica iraniana che ha colpito i sauditi, nemici di Teheran.

L’attacco all’industria petrolifera saudita è una provocazione più grave del sequestro di petroliere nel Golfo o dell’abbattimento di droni statunitensi. Fino ad ora gli attacchi dell’Iran sono stati attentamente calibrati. Questa situazione, a meno che non sia andata oltre le aspettative di Teheran, sembra alquanto pericolosa e grave.

L’atteggiamento iraniano è ingiustificabile, ma difficilmente imprevedibile. La causa della crisi riguarda la decisione di Trump di ritirarsi dall’accordo sul nucleare dell’era Obama con l’Iran, il Piano d’azione congiunto globale. Sebbene imperfetto, l’accordo funzionava e rappresentava un raro successo per la diplomazia globale.

La successiva strategia di Washington della “pressione massima”, nello strangolare l’economia iraniana così da costringerla a rinegoziare delle condizioni più favorevoli per gli USA, ha ridotto drasticamente le esportazioni di petrolio iraniano; portando l’economia in recessione e schiacciato la moneta.

Di minor rilievo ma non meno importante nelle ultime settimane, è stata la crescente “guerra ombra” da parte degli alleati statunitensi, principalmente di Israele, contro gli Hezbollah il proxy iraniano sciita situato in Siria, Libano e Iraq.

Teheran disse che se che se avessero strozzato le sue esportazioni petrolifere avrebbe risposto cercando di bloccare tutti gli altri. Trump ha ripetuto ieri che le forze statunitensi erano state “fermate e saranno riarmate dopo le verifiche” dei responsabili.

Potrebbero non essere in grado di ritirarsi dalle rappresaglie militari contro l’Iran come successo il mese scorso, nonostante John Bolton, consigliere per la sicurezza nazionale, sia stato licenziato. Per quanto sia difficile dopo questa gravissima provocazione, gli Stati Uniti dovrebbero mostrare moderazione.

Una risposta dura giustificherebbe un’altra linea dura per l’Iran. “Ribaltare l’escalation” significherebbe trovare un modo per tornare, passo dopo passo, all’accordo 2015. L’incontro tra Trump e il presidente iraniano Hassan Rouhani questo mese sarebbe potuto essere un inizio, ma Teheran l’ha inteso solo come una sfilata.

Presidente USA Donald Trump e presidente iraniano Hassan Rouhani

Il presidente francese Emmanuel Macron ha proposto un credito di $15 miliardi per aiutare l’economia iraniana per compensare la perdita delle entrate petrolifere, ma a condizione che Teheran torni alla piena conformità con l’accordo nucleare.

Gli Stati Uniti minacciano di escluderli dal sistema commerciale del dollaro ma evitare una guerra totale in Medio Oriente ha un prezzo. Il pericolo è che nessuna delle due parti sia pronta a fare il primo passo.

Brexit: la tempesta infinita di Boris Johnson

Brexit: la tempesta infinita di Boris Johnson

Prima in Parlamento, poi nel partito, infine in tribunale: Boris Johnson sta collezionando sconfitte nella sfida per la Brexit. Cos’altro può fare? Le strade percorribili sono sempre di meno e sono tutte su terreni scivolosi.

Martedì scorso Boris Johnson è andato in una scuola del distretto di Pimlico, a Londra, scontrandosi con gli studenti delle elementari un più presuntuosi. Ha scherzato molto, che è parecchio per i suoi standard, e non ha dato la parola all’insegnante; quando voleva intervenire, alzava il braccio. Per un attimo è sembrato che volesse ricominciare gli studi.

Johnson è in carica da sette settimane. Ma in questo periodo, il Conservatore, con un bel po’ di trambusto, ha messo in secondo piano una serie di fallimenti, mettendo in ombra ognuno dei suoi 76 predecessori. Qualunque bel trucco di prestigio avrebbe voluto fare, nel grande gioco di illusioni chiamato Brexit, è sempre stato un perdente: ha perso sei voti su sei voti in Parlamento.

Dopo aver cacciato 21 colleghi moderati dal partito e mentre un altro traballa, la sua maggioranza di governo non c’è più. Nel tentativo di mettere i conservatori contro le istituzioni democratiche, ha perso il Ministro del Lavoro Amber Rudd e persino suo fratello Jo, che fino ad oggi era sottosegretario di Stato al Ministero della Scienza.

Mercoledì Johnson ha perso in tribunale. L’Alta Corte Civile scozzese presume che Johnson abbia mentito ai deputati britannici e forse anche alla Regina sui veri motivi che hanno portato alla chiusura del Parlamento per cinque settimane. Un’accusa enorme, senza precedenti, che il capo del governo ha respinto come «completamente falsa». Tuttavia, se la Corte Suprema si unisce alla sentenza di martedì, Johnson potrebbe, nel peggiore dei casi, essere costretto a dimettersi.

E poi c’è Johnsons Mantra, che «preferirebbe finire morto in un fosso» piuttosto che chiedere all’Unione Europea un ulteriore proroga della Brexit oltre il 31 ottobre. Il problema è che questa settimana il rinvio è diventato legge. Se Johnson non negoziasse un accordo di uscita con l’UE entro la metà di ottobre, dovrebbe rispettarlo. In caso contrario, gli esperti ritengono che potrebbe addirittura perdere la libertà. Che è troppo per un uomo abituato a vincere.

Con il suo fare, Johnson non ha solo danneggiato casa sua e la sua monarchia, la giustizia, il suo partito e la fiducia nella democrazia britannica. Si è anche cacciato in un angolo disperatamente chiuso e nessuno sa come farà a scoprirlo.

Chi, in questo momento, è in grado di dire con certezza se Johnson ha agito di proposito o si tratta di una svista? Avrà sottovalutato i suoi avversari? O vuole solo farcelo credere? Sette settimane dopo l’arrivo dell’uragano Boris nel Regno Unito, il Paese è così sconvolto che non c’è più nulla di certo. E così a Londra si prendono in considerazione anche gli scenari più stravaganti e vengono discussi come se fossero del tutto plausibili.

Mentre Johnson è sconfitto, il Paese perde le staffe. Qualcosa il capo del governo l’ha ottenuta: la fiducia dei cittadini. Il fatto che molti pensino che la pazzia possa dipendere dal consulente capo di Johnson, Dominic Cummings.

Dominic Cummings consigliere di Boris Johnson. Fonte: Mirror.co.uk

Lo stratega delle pubbliche relazioni, un tempo «psicopatico di carriera» del primo ministro David Cameron, è stato uno dei principali responsabili della riuscita della campagna di Brexit nel 2016.

Inoltre, non si deve mettere in guardia il suo frontman Johnson come il predecessore Cameron, dai «77 milioni di turchi» che potrebbero entrare nel Regno Unito in modo incontrollato se la Turchia entrasse all’Unione europea. Ironia della sorte anche Johnson ha radici turche: suo bisnonno – padre Ali Kemal viene da lì.

Cummings, 47 anni, ammiratore del leggendario cinese Sun Tzu e del suo libro «L’arte della guerra». Nel lavoro di duemila anni e mezzo, il filosofo scrive che ogni mezzo per raggiungere un obiettivo è legittimo. L’oratore ha affermato che l’Europa non è pronta ad affrontare il problema. E:«Se hai in mente qualcosa, fingi di non avere idee».

Una lezione che Cummings e il suo team hanno imparato a Downing Street, quindi cosa sta tramando Johnson? Ha detto che rispetterà la legge e al tempo stesso ha giurato di non chiedere «in nessun caso» una proroga del termine per il Brexit.

Una contraddizione praticamente insolubile, a meno che Johnson non voglia danneggiare ulteriormente i fondamenti della democrazia a rischio di crollo. Ma ogni sua scelta comporta dei rischi, sia per lui che per il suo Paese, o per entrambi.

Uno degli scenari più seriamente discussi è che Johnson potrebbe ignorare la legge che obbliga a chiedere una proroga per la Brexit, per arrivare alla resa dei conti. Se la controversia dovesse protrarsi fino al 31 ottobre, il Regno Unito potrebbe uscire dall’UE. Johnson rischierebbe persino la prigione, ma manterrebbe la sua promessa.

In alternativa, potrebbe inviare a Bruxelles la lettera con la richiesta di proroga che il Parlamento gli ha chiesto, ma poi spedirne un’altra successivamente che annulli la prima. Anche in questo caso, però, il Consiglio si piega.

Gli analisti politici hanno addirittura ipotizzato uno scenario con dimissioni di Johnson in ottobre e la Regina suggerirebbe di nominare Premier il leader del Partito laburista Jeremy Corbyn.

Non appena quest’ultimo avrà richiesto la proroga del termine per la Brexit, i Tories potrebbero tentare di rovesciare Corbyn con un voto di sfiducia, per andare a nuove elezioni con Johnson al vertice. Il problema è che, attualmente per sfondare con la forza bruta di Johnson, ai conservatori della Camera dei Comuni mancano attualmente decine di voti alla maggioranza.

Infatti in questi giorni tutto può succedere, secondo alcuni Johnson potrebbe tentare qualcosa di molto folle tra poche settimane, diversamente dalle promesse: un nuovo accordo con l’Unione Europea. Fino ad ora, la strada sembrava bloccata. Proprio a causa del cosiddetto back-stop, una soluzione d’emergenza per evitare che in futuro si ripetano i controlli alle frontiere tra l’Irlanda e l’Irlanda del Nord. Mentre l’UE ha giudicato insostenibile un backstop, Johnson lo ha sempre definito «morto».

Tuttavia, in occasione di una visita a Dublino lunedì, sembrava stesse preparando un compromesso: all’improvviso ha affermato che nel back-stop si doveva garantire «una via d’uscita per il suo Paese». In precedenza pensava alla creazione di una zona di commercio alimentare uniforme per l’intera isola irlandese.

I diplomatici UE l’hanno interpretata come una vecchia idea che potrebbe tornare sul tavolo dei negoziati: far restare solo l’Irlanda del Nord nel mercato unico e nell’unione doganale, mentre il resto del Regno sceglie le proprie regole e conclude liberamente accordi commerciali con il resto del mondo. I controlli doganali sarebbero effettuati nei porti di carico del Mare d’Irlanda.

Il predecessore di Johnson, Theresa May, aveva sempre respinto l’idea di Bruxelles: «Nessun Primo Ministro britannico approverebbe mai un accordo che trattasse una parte del Paese in modo diverso dal resto del Paese». May, tuttavia, doveva tener conto del suo partner de facto, il Partito Unionista dell’Irlanda del Nord (DUP). Johnson non ne ha più bisogno, anche con il DUP non ha più la maggioranza.

Il commissario irlandese Phil Hogan non poteva che gioire per questa prospettiva. A Bruxelles si sta pensando di conferire al governo regionale dell’Irlanda del Nord il diritto di parola sulle nuove norme europee che la riguarderebbero.

Poi mercoledì, in occasione di un Question time online con i cittadini, Johnson ha dichiarato che «non avrebbe accettato una soluzione speciale dell’Irlanda del Nord». Anche se così fosse, i Brexit-Hardliner sotto i Tories, che siedono in Parlamento come blocco chiuso, hanno fatto capire che non si oppongono solo al blocco di fondo. Vogliono sbloccare l’intero accordo di uscita negoziato da May e introdurre modifiche.

Ma quello che invece farà lo sa soltanto lui. E se continuerà ad andare male, potrebbe dover richiamare il Parlamento con un’ordinanza giudiziaria. È piuttosto certo che, per lo spirito del Sun Tzu, lui e il suo consulente capo continueranno per il momento a creare confusione. In una recente riunione interna, Dominic Cummings ha affermato che tutto ciò che è stato fatto finora non è niente in confronto a quello che verrà dopo di lui, «Questo è solo l’inizio».


[Traduzione e sintesi di Roberto Del Latte. Articolo di Jörg Schindler da Der Spiegel dalla numero della rivista Nr. 38 / 14.9.2019 articolo qui]

I punti di vista e le opinioni espressi in questa pubblicazione sono di esclusiva responsabilità degli autori e non riflettono necessariamente il punto di vista di Cronache dei Figli Cambiati

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