Storia dei 115 giorni di proteste ad Hong Kong. Come siamo arrivati ​​fin qui?

Storia dei 115 giorni di proteste ad Hong Kong. Come siamo arrivati ​​fin qui?

Quasi quattro mesi di proteste pro-democrazia hanno scosso Hong Kong, la polizia ha arrestato più di 1.500 persone e sparato almeno 2000 colpi di gas lacrimogeni.

Le prime proteste erano marce pacifiche contro un disegno di legge impopolare. Poi si sono aggiunti i gas lacrimogeni e un governo che ha rifiutato di ritirarsi. Nelle settimane e nei mesi successivi, la città è stata terreno di proteste e di scontri violenti, le manifestazioni si sono trasformate in un movimento più ampio sulle riforme politiche e sulla responsabilità della polizia.

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Hong Kong disturberà il grande giorno della Cina?

Hong Kong disturberà il grande giorno della Cina?

Le strade sono monitorate, i soldati hanno fatto le prove e i droni invisibili sono pronti all’azione. Pechino è pronta a celebrare il 1° ottobre il 70° anniversario della fondazione della Repubblica Popolare Cinese. La guerra commerciale sospenderà le ostilità, con gli Stati Uniti che hanno rimandato i nuovi dazi.

Da parte di Hong Kong non ci saranno degli auguri di buon compleanno, infatti le proteste che l’hanno scossa per oltre tre mesi non sono ancora finite. Anzi, questi disordini potrebbero raggiungere la svolta durante la Giornata Nazionale. Il Partito Comunista al potere in Cina assicura tutti che nulla rovinerà la sua grande parata.

Le manifestazioni ad Hong Kong per il controverso disegno di legge hanno provocato una ribellione contro “i padroni politici della città” a Pechino. Il disegno di legge, che avrebbe consentito l’estradizione nella Cina continentale, è stato ritirato all’inizio di settembre, ma i manifestanti hanno poi insistito su altre quattro richieste, inclusa quella per la piena democrazia nelle elezioni.

Le proteste nel fine settimana sono ora una violenta routine, con manifestanti vestiti di nero che lanciano mattoni e molotov, danneggiando stazioni ferroviarie e dando fuoco alle strade. In risposta, la polizia ha iniziato a fare più arresti e il 23 settembre ha minacciato di sparare con munizioni vere.

Si dice che Pechino abbia dato alle autorità di Hong Kong tempo fino al 1° ottobre per reprimere le proteste pro-democrazia, ma nessuno sforzo è riuscito a contenerle. Ne i gas lacrimogeni, ne le aggressioni dei sostenitori di Pechino. Proprio per il delicato anniversario alle porte alcuni manifestanti hanno preso di mira più apertamente i simboli del governo cinese.

Il 21 settembre, i manifestanti hanno dato fuoco alla bandiera cinese. Il giorno successivo ne hanno gettata un’altra nel fiume Shing Mun, a nord del centro città. Ma la data della fondazione della moderna Cina rappresenta l’obiettivo più grande finora per i manifestanti.

A dimostrare quanto siano agitati i funzionari sulle potenziali irruzioni, la presenza del governo di Hong Kong per assistere all’alza bandiera avverrà prima delle 7:15, con un largo anticipo rispetto all’arrivo degli altri ospiti.

Per Pechino, la posta in gioco è alta. “Celebrazioni per il settantesimo anniversario conferiscono certamente legittimità al Partito comunista cinese”, afferma Willy Lam, professore presso il Centro per gli studi cinesi dell’Università di Hong Kong.

“Nella propaganda si afferma che: anche se il Partito Comunista non è legittimato con elezioni, è amato dal popolo cinese ed è sempre più popolare.” Questa pietra miliare è particolarmente significativa, poiché lo Stato comunista cinese ha vissuto 69 anni con un Unione Sovietica, un potere permanente economico e militare.

Per il presidente Xi Jinping, che l’anno scorso ha abolito i limiti di mandato, le celebrazioni offrono un’altra possibilità per legittimarsi come leader del partito a vita. La stravaganza in serbo include il previsto indirizzo di Xi alla nazione, spettacoli culturali in tutto il Paese e fuochi d’artificio.

Al centro di tutto c’è la parata militare. Circa 15.000 membri delle forze armate scenderanno lungo l’Avenue of Eternal Peace di Pechino mentre gli aerei da combattimento voleranno sopra di loro e saranno esposti 580 pezzi di equipaggiamento militare, tra cui missili balistici intercontinentali e il nuovo drone stealth Sharp Sword.

Mentre Xi cerca di proiettare un’immagine di forza e di unità cinese, il malcontento di Hong Kong offre una visione alternativa. “Sotto Xi Jinping, il messaggio della Cina al mondo è che il suo modello è superiore ai valori liberali e al suffragio universale dell’Occidente”, afferma Lam. Ma si fa presto a “smentire guardando Hong Kong, l’unico posto libero in Cina, perché lì il modello cinese viene respinto”.

La situazione a Hong Kong ostacola anche le ambizioni di Xi di riunificare alla sua Cina l’isola autonoma di Taiwan. Pechino sperava che il quadro “un paese, due sistemi” per la semi-autonomia di Hong Kong, ex colonia britannica, potesse essere un modello per riportare Taiwan all’ovile dopo sette decenni di allontanamento.

Ma mentre il quadro a Hong Kong si sgretola, il sostegno popolare alla sovranità tra i cittadini di Taiwan è aumentato ulteriormente. “Non diventeremo un’altra Hong Kong”, ha dichiarato il presidente TsaiIng-wen a luglio. Un impero che inizia a sfilacciarsi ai bordi non è la visione che Xi vuole presentare al mondo il 1° ottobre.

Non è chiaro per quanto tempo ancora, il leader più potente della Cina dai tempi di Mao Zedong, tollererà questa situazione. Pechino non ha continuato le sue minacce in estate preferendo mobilitare le truppe di Hong Kong e gli analisti nel complesso concordano tutti sul fatto che l’ottica di un intervento sanguinoso avrebbe ripercussioni globali, minando in particolare alle ambizioni di Xi all’estero.

Le crescenti tensioni a Hong Kong hanno attirato l’attenzione degli Stati Uniti, come ha chiarito il presidente Donald Trump nel suo discorso all’Assemblea Generale delle Nazioni Unite il 24 settembre. “Le azioni che la Cina farà per gestire la situazione [a Hong Kong] ci dirà molto sul suo futuro ruolo nel mondo”.

Pechino spererà che tutti gli occhi si rivolgano alla Cina il 1° ottobre in occasione del suo settantesimo compleanno. Ma i manifestanti di Hong Kong sono consapevoli che il mondo sta guardando anche loro. “Gli Stati Uniti e tutti i Paesi che si basano su valori democratici dovrebbero opporsi per Hong Kong”, afferma Yukki Leung, 30 anni. “Questa è una sfida per la libertà”.


[Traduzione e sintesi di Roberto Del Latte. Articolo di Redazione da Time.com opinione di Laignee Barron link all’articolo qui]

I punti di vista e le opinioni espressi in questa pubblicazione sono di esclusiva responsabilità degli autori e non riflettono necessariamente il punto di vista di Cronache dei Figli Cambiati

Le pericolose provocazioni dell’Iran

Le pericolose provocazioni dell’Iran

Le pesanti rappresaglie statunitensi in Medio Oriente possono impantanare tutti in una guerra.

Lo scontro tra Stati Uniti e Iran rischia di sfuggire di mano. Se dietro gli attacchi del fine settimana contro le strutture petrolifere dell’Arabia Saudita ci fossero gli iraniani, come sostenuto da Washington, la situazione potrebbe provocare un’escalation fuori controllo, sia per la resistenza di Teheran alle pressioni USA sia per la lotta alla supremazia regionale.

Fatto sta che l’incidente ha messo a nudo la vulnerabilità dell’industria petrolifera saudita nonostante le ingenti spese militari e l’influenza che il regno esercita sui prezzi del greggio globale indipendentemente dal boom del petrolio di scisto USA. La pressione su Trump dal trono saudita per rivolvere con i muscoli la questione è irresistibile, ma sarebbe saggio, anche se veramente difficile, cercare di stemperare la situazione.

Quanto agli attacchi non c’è chiarezza su chi sia il mittente. Alcuni credono siano partiti dal territorio iraniano, il che equivarrebbe a un atto di guerra. C’è anche la possibilità che i delegati iraniani abbiano fatto soltanto da registi. Dipende però se l’attacco è stato lanciato dai droni dei ribelli Houthi dallo Yemen o se dai missili lanciati dall’Iraq da milizie iraniane.

Fonte: Aljazeera

Se fossero i primi, l’intuito suggerisce che sarebbe l’assistenza sia dell’Iran. Se gli attacchi provenissero dall’Iraq, alleato degli Stati Uniti, sarebbe complessa la risposta. La prova schiacciante è che si tratta di tecnologia e logistica iraniana che ha colpito i sauditi, nemici di Teheran.

L’attacco all’industria petrolifera saudita è una provocazione più grave del sequestro di petroliere nel Golfo o dell’abbattimento di droni statunitensi. Fino ad ora gli attacchi dell’Iran sono stati attentamente calibrati. Questa situazione, a meno che non sia andata oltre le aspettative di Teheran, sembra alquanto pericolosa e grave.

L’atteggiamento iraniano è ingiustificabile, ma difficilmente imprevedibile. La causa della crisi riguarda la decisione di Trump di ritirarsi dall’accordo sul nucleare dell’era Obama con l’Iran, il Piano d’azione congiunto globale. Sebbene imperfetto, l’accordo funzionava e rappresentava un raro successo per la diplomazia globale.

La successiva strategia di Washington della “pressione massima”, nello strangolare l’economia iraniana così da costringerla a rinegoziare delle condizioni più favorevoli per gli USA, ha ridotto drasticamente le esportazioni di petrolio iraniano; portando l’economia in recessione e schiacciato la moneta.

Di minor rilievo ma non meno importante nelle ultime settimane, è stata la crescente “guerra ombra” da parte degli alleati statunitensi, principalmente di Israele, contro gli Hezbollah il proxy iraniano sciita situato in Siria, Libano e Iraq.

Teheran disse che se che se avessero strozzato le sue esportazioni petrolifere avrebbe risposto cercando di bloccare tutti gli altri. Trump ha ripetuto ieri che le forze statunitensi erano state “fermate e saranno riarmate dopo le verifiche” dei responsabili.

Potrebbero non essere in grado di ritirarsi dalle rappresaglie militari contro l’Iran come successo il mese scorso, nonostante John Bolton, consigliere per la sicurezza nazionale, sia stato licenziato. Per quanto sia difficile dopo questa gravissima provocazione, gli Stati Uniti dovrebbero mostrare moderazione.

Una risposta dura giustificherebbe un’altra linea dura per l’Iran. “Ribaltare l’escalation” significherebbe trovare un modo per tornare, passo dopo passo, all’accordo 2015. L’incontro tra Trump e il presidente iraniano Hassan Rouhani questo mese sarebbe potuto essere un inizio, ma Teheran l’ha inteso solo come una sfilata.

Presidente USA Donald Trump e presidente iraniano Hassan Rouhani

Il presidente francese Emmanuel Macron ha proposto un credito di $15 miliardi per aiutare l’economia iraniana per compensare la perdita delle entrate petrolifere, ma a condizione che Teheran torni alla piena conformità con l’accordo nucleare.

Gli Stati Uniti minacciano di escluderli dal sistema commerciale del dollaro ma evitare una guerra totale in Medio Oriente ha un prezzo. Il pericolo è che nessuna delle due parti sia pronta a fare il primo passo.

La guerra fredda tecnologica: contro Huawei

La guerra fredda tecnologica: contro Huawei

Una guerra hi-tech è la prospettiva migliore da seguire? Huawei ha fatto un’offerta di pace così conveniente da non essere respinta del tutto.

L’America ha scatenato una raffica di azioni contro Huawei, il colosso cinese delle telecomunicazioni, perché ritiene che sia una spia del governo cinese e una minaccia per gli interessi occidentali, proprio a causa del suo ruolo dominante nelle tecnologie 5G. Da maggio alle aziende americane è stato proibito di fornire Huawei.

Il Dipartimento di Giustizia a stelle e strisce vuole che il Canada estradi un alto dirigente accusato di violazione delle sanzioni. I diplomatici dello Zio Sam hanno esortato i loro Paesi alleati a smettere di usare le tecnologie marcate Huawei. L’America mira a paralizzare questo business che considera una minaccia per sè.

Come riportato questa settimana da Shenzhen, dove ha sede Huawei, il piano americano non ha funzionato (se si guarda alla sezione Affari). È vero però che Huawei sta soffrendo. Le banche occidentali sono diffidenti. I fornitori della Silicon Valley e i proprietari dei set di dati li evitano.

E il 19 settembre Huawei, che oltre a costruire reti è il secondo produttore di smartphone al mondo, affronta l’umiliante lancio di un nuovo smartphone privo delle App americane popolari come Google Maps e WhatsApp.

Eppure l’azienda cinese non è in ginocchio. Non sono stati annullati molti contratti per il 5G cinese. Va bene in casa e in Paesi che non sono vicini agli alleati americani. La crescita dei suoi ricavi si sta stabilizzando, dopo il calo dopo maggio, e prevede di rimanere redditizia.

Huawei ha $36 miliardi di dollari in cassa, inoltre, afferma che ha fonti alternative per la fornitura dei componenti e potrebbe presto lanciare un degno concorrente per Android, il sistema operativo per smartphone di Google. Invece della morte di Huawei, con un’industria cinese sempre più autosufficiente attiva ovunque tranne che in America, il mondo dell’hi-tec deve affrontare le sue tante divisioni.

L’aggiornamento al 5G dell’America e i suoi alleati potrebbe arrivare in ritardo perché le aziende cinesi offrono tecnologia all’avanguardia ad un costo minore. Inoltre, la sostituzione di dispositivi Huawei esistenti sarebbe costosa. La concorrenza ne risentirebbe, specie se Huawei sviluppasse dei rivali di Android, indebolirebbe le aziende tecnologiche occidentali. È giusto quindi diffidare di Huawei.

Nessuna impresa cinese può semplicemente sfidare i sovrani autocratici della Repubblica Popolare Cinese, specialmente in materia di sicurezza nazionale. La domanda è se esiste un meccanismo per mitigare i rischi e creare fiducia laddove ce ne sia poca. Gran Bretagna e Germania hanno istituito organismi di monitoraggio per esaminare i prodotti Huawei, ma ciò non ha affatto impressionato i funzionari americani.

La proposta di Huawei

Ora Ren Zhengfei, il capo di Huawei, ha proposto un’alternativa: clonare il suo “stack” (mucchio) di tecnologia 5g (brevetti, codici, progetti e know-how di produzione) e venderlo a una società occidentale così sarebbe libera di usarlo fuori dalla Cina e sviluppare la tecnologia come meglio crede. Gli acquirenti potrebbero includere Samsung o Ericsson.

I portafogli della proprietà intellettuale delle telecomunicazioni sono già stati venduti. Microsoft ha acquistato parti di Nokia nel 2014. In questo caso, l’acquirente non dovrebbe affrontare alcuna concorrenza da parte di Huawei in America, dove la società cinese non opera (anche se lì avrebbe bisogno di gestire frequenze di spettro diverse).

In altri Paesi, avremmo avuto un concorrenza testa a testa, nonostante questi nuovi competitors avrebbero impiegato anni per accelerare la produzione. La vendita della tecnologia Huawei non garantirebbe però la sicurezza da spie o sabotatori cinesi. Questi “spettri”, cioè le possibilità che vengano hackerate le reti gestite da aziende occidentali, rimarrebbero perfettamente in piedi.

Ma l’Occidente otterrebbe un accesso sicuro alle tecnologie 5G all’avanguardia, evitando ritardi d’installazione. La concorrenza sarebbe rafforzata da un nuovo contendente occidentale o da uno più forte esistente. Il mondo potrebbe purtroppo avere ancora due ecosistemi tecnologici, ma il piano potrebbe comunque aiutare a disinnescare una guerra fredda tecnologica.

Le due superpotenze sono su una strada pericolosa. Se sceglieranno l’escalation, l’America ha una sola scelta: cercare di mettere fuori mercato Huawei e fuori dalla Cina innescando un conflitto con i guantoni da boxe. In circostanze normali, il suggerimento di Ren sarebbe stravagante. In tempi come questi merita di essere ascoltato.


[Traduzione e sintesi di Roberto Del Latte. Articolo di Redazione da The Economist dalla numero della rivista September 14th 2019]

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Il populismo in Europa si sta indebolendo?

Il populismo in Europa si sta indebolendo?

Le masse europee potrebbero aver cominciato a fare marcia indietro rispetto alle idee politiche populiste della destra nazionalista.

Sembra un azzardo affermare, proprio nella settimana in cui Alternative für Deutschland (AfD) registra due record nelle elezioni regionali, che il populismo anti-UE potrebbe aver raggiunto il suo picco massimo di consensi in Europa.

Tuttavia, siamo portati a pensarlo analizzando gli eventi e le elezioni in molti Paesi. Italia, Gran Bretagna, Francia, Spagna, Austria, Slovacchia e Repubblica Ceca segnalano un’inversione di rotta dei cittadini a discapito dei movimenti nazionalisti anti-establishment che hanno sconvolto la politica del continente, lasciando questi barbari soli ad ululare nella loro frustrazione.

Attenzione però a cantar vittoria, perché questo non significa che i disagi sociali ed economici della classe operaia e dei ceti più in difficoltà che erano stufi dei partiti tradizionali, del sistema parlamentare e dell’Unione Europea è svanito.

I populisti sembrano incapaci di ottenere la maggioranza nelle sedi istituzionali a causa del loro radicale antieuropeismo e sembrerebbe che le masse siano stufe del loro nazionalismo inconcludente.

L’esempio più eclatante è l’Italia. L’ex ministro degli Interni Matteo Salvini, che condivideva il governo con il Movimento 5 Stelle nel primo governo populista dell’Europa occidentale, convinto che il paese fosse pronto per una svolta a destra e di poter capitalizzare il successo nei sondaggi ha mollato la coalizione in pieno agosto, chiedendo elezioni anticipate al Capo dello Stato Sergio Mattarella.

Così “Il Capitano” girando le spiagge a petto nudo accompagnato dai sostenitori sognava di prendersi Roma e tenerla tutta per se. Alla fine il suo tentativo di consolidare il potere è crollato.

I suoi ex compagni di coalizione turandosi il naso hanno accettato di formare una maggioranza di governo con il Partito Democratico. L’Italia ha evitato il baratro, almeno per ora, e adesso ci si aspetta di tornare a politiche economiche e migratorie più moderate e favorevoli all’UE.

Il fallimento di Salvini ha leggermente ammaccato la popolarità del partito sollevando i primi dubbi interni sulla sua leadership. Ma la ruota della fortuna italiana gira veloce. L’aspirante uomo forte e padrone dei social media potrebbe tornare presto se l’economia non migliora, e le previsioni non sono rassicuranti, o se la nuova coalizione vacillasse.

L’esempio “B” è la Gran Bretagna. Il tentativo di Boris Johnson di superare i populisti, con gli stessi atteggiamenti, promettendo di condurre il Regno Unito fuori dall’Unione Europea – “do or die” (ora o mai più) – il 31 ottobre, anche a costo di schiantarsi senza un accordo, si è concluso con una spettacolare sconfitta in parlamento.

Il nuovo primo ministro, che aveva promesso di “riprendere il controllo” [della Gran Bretagna n.d.t.] dall’Europa nella campagna per il referendum 2016, ha perso il controllo della Brexit nel suo primo voto alla Camera dei Comuni.

Dato il caos della politica britannica, l’affaticamento civile nelle infinite battaglie sulla Brexit e l’alternativa di sinistra radicale del Partito Laburista di Jeremy Corbyn poco attraente, Johnson potrebbe ancora riuscire a ricollocare il Partito conservatore come unico partito pro-Brexit e vincere le elezioni generali il prossimo mese.

Uno scenario improbabile dopo aver deciso di scommettere sulla sospensione del parlamento per far passare una Brexit senza accordi senza esitazioni.

Nel frattempo Nigel Farage, il cui Brexit-Party ha schiacciato i conservatori e battuto i laburisti alle elezioni europee di maggio, potrebbe ancora una volta affrontare la frustrazione e condizionare l’agenda dei conservatori ma non riuscire a fare il ribaltone nel parlamento del Regno Unito.

Il Presidente francese Emmanuel Macron parla durante la conferenza annuale francese degli ambasciatori all’Eliseo a Parigi il 27 agosto 2019. (Photo by Yoan VALAT / POOL / AFP) (Photo credit should read YOAN VALAT/AFP/Getty Images)

L’esempio “C” è la Francia. Sei mesi fa il presidente Emmanuel Macron sembrava essere nei guai con la base anti-establishment dei Gilets Jaunes (Gilet Gialli) che organizzavano ogni sabato manifestazioni, spesso violente, pompando i consensi del partito di estrema destra di Marine Le Pen.

Ora Macron è tornato in sella, la maggior parte dei gilet gialli sono tornati a casa e almeno per ora Le Pen non è riuscita a vincere la rivoluzionaria partita delle elezioni europee. Con la disoccupazione in calo e l’economia che regge il populismo sembra aver sbattuto contro un tetto di vetro in Francia.

La coalizione austriaca tra conservatori e Partito della Libertà di estrema destra (FPÖ) si è schiantata e bruciata a maggio, quando il leader del movimento anti-immigrazione è finito su video mentre contrattava con una presunta donna d’affari russa in cambio di finanziamenti illeciti al partito.

Espulso dal governo, l’FPÖ ha ancora un consenso del 20% ma sembra improbabile che ritorni al potere dopo le elezioni anticipate di questo mese.

Anche in Spagna, i populisti dell’estrema sinistra e dell’estrema destra sembrano perdere terreno mentre il governo di minoranza socialista del primo ministro Pedro Sanchez sta guadagnando popolarità.

In Germania, l’ondata di AfD negli Stati di Brandeburgo e Sassonia li ha lasciati ancora in opposizione; tutte le forze politiche principali sembrano determinate ad escluderle dal potere sia livello locale che nazionale.

A dire il vero, i partiti nazionalisti-populisti hanno ottenuto ottimi risultati alle elezioni europee in Polonia e Ungheria e continuano a sfidare l’UE sullo stato di diritto e sui diritti civili.

Ma il leader di fatto della Polonia, Jarosław Kaczyński, potrebbe perdere la sua assoluta maggioranza parlamentare alle elezioni generali di ottobre, nonostante la sua popolare combinazione di welfarismo e conservatorismo sociale nazionalista cattolico.

Andrej Babiš, Primo Ministro della Repubblica Ceca parla ai giornalisti a margine dell’incontro del Consiglio Europeo meeting sulla Brexit. (Photo by Leon Neal/Getty Images)

Nel frattempo, i timori di un’ondata populista illiberale che avrebbe investendo l’intera Europa centrale si sono rivelati esagerati. Un democratico liberale ha vinto le elezioni presidenziali slovacche e il primo ministro ceco miliardario Andrej Babis si trova ad affrontare proteste di massa per i suoi presunti conflitti di interesse.

Tuttavia, i politici tradizionali sbaglierebbero di grosso se considerassero questo affievolirsi dell’ondata populista come una ragione per rilassarsi. Le cause di fondo che scatenano le politiche nazionaliste sono ancora lì.

L’erosione di alcune delle basi della democrazia europea del 20° secolo come i partiti politici, i sindacati, le comunità religiose e i posti di lavoro stabili, hanno reso le società più incerte.

La crescente forbice sociale (differenza tra i redditi), la questione migratoria e la perdita di posti di lavoro degli operai generici a causa della globalizzazione forniscono un terreno costantemente fertile per la politica del rancore, non solo in Europa ma anche negli Stati Uniti.

E i social media offrono uno sbocco immediato per tutte le forme di protesta, amplificate dalle fake news e dalla disinformazione.

C’è anche il fatto che i populisti non hanno bisogno di essere al potere per stabilire l’agenda, in particolare su questioni dolenti come l’immigrazione, dove hanno spostato con successo la discussione da “la miglior ricetta per accogliere e integrare i migranti” a come difendere “i confini europei” e rendere più difficile l’ingresso nel Continente, indipendentemente da quanto siano valide le tue richieste di asilo.

L’ondata potrebbe essersi arrestata ma i problemi sono ancora tutti lì.


[Traduzione e sintesi di Roberto Del Latte. Articolo originale di PAUL TAYLOR per POLITICO.eu link qui]

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