Gorbaciov: nel 1989, il mondo scelse la pace

Gorbaciov: nel 1989, il mondo scelse la pace

“Nel 1989, il mondo ha scelto la pace; oggi dobbiamo tornare ad avere quella stessa prospettiva.

Il muro di Berlino, che per decenni aveva diviso non solo una città ma anche una nazione e l’Europa stessa, cadde nel novembre 1989 e la storia accelerò la sua marcia.

Quei momenti mettono alla prova la responsabilità e la saggezza degli statisti. I cambiamenti attesi da tempo nei paesi dell’Europa centrale e orientale avevano ricevuto un forte impulso dal processo democratico già in atto nell’Unione Sovietica. Le richieste della gente stavano diventando sempre più urgenti e radicali.

Nell’autunno del 1989 la situazione nella Germania dell’Est, la D.D.R., si fece esplosiva. Grandi gruppi di persone stavano lasciando il paese; la gente fuggiva in massa attraversando Ungheria e Cecoslovacchia, che nel frattempo avevano aperto i loro confini occidentali. Nelle principali città, i cittadini scesi in piazza, manifestarono pacificamente, ma la violenza con conseguenze al di fuori del controllo di chiunque non poteva essere esclusa.

Nell’ottobre 1989, partecipai ai festeggiamenti di Berlino Est, in occasione del 40° anniversario della D.D.R. Mentre ero in piedi sul podio, e salutavo le file dei partecipanti alla sfilata, sentii quasi fisicamente lo scontento della gente. Sapevamo che erano stati accuratamente scelti, il che rendeva il loro comportamento ancora più sorprendente.

Cantavano: Perestrojka! Gorbachev, aiutaci! Gli eventi successivi confermarono il rapido sgretolamento del regime della D.D.R. Le proteste e le richieste politiche – dalla libertà di emigrare alla libertà d’espressione e dallo scioglimento degli organi di governo alla riunificazione della Germania – stavano crescendo. La caduta del muro di Berlino non è stata quindi una sorpresa per noi.

Quel che accadde il 9 novembre 1989 fu il risultato di circostanze specifiche e dell’evoluzione dell’umore popolare. In quelle condizioni, il primo passo della leadership sovietica fu quello di rimpatriare la forza militare delle truppe sovietiche di stanza nella D.D.R. Allo stesso tempo, abbiamo fatto del nostro meglio per assicurarci che il processo procedesse lungo linee pacifiche, senza violare gli interessi vitali del nostro paese o minare la pace in Europa.

Ciò era estremamente importante, perché dopo la caduta del muro gli sviluppi nella D.D.R. si fecero turbolenti. La riunificazione della Germania era ormai all’ordine del giorno e questo processo era destinato a preoccupare anche i cittadini sovietici, molti dei quali si allarmarono.

La loro preoccupazione fu comprensibile, sia storicamente che psicologicamente. Dobbiamo fare i conti con la memoria della gente sulla guerra, sui suoi orrori e sulle sue vittime. Naturalmente i tedeschi erano cambiati; avevano imparato le lezioni del reich di Hitler e della seconda guerra mondiale. Ma ci sono cose che non possono essere cancellate dalla storia.

Dissi al cancelliere Kohl: “è importante che i tedeschi, nel gestire l’unificazione, rispettino i sentimenti degli altri popoli e i loro stessi interessi”. Non eravamo gli unici ad essere preoccupati. Gli alleati NATO della Repubblica Federale Tedesca (F.R.G.) – Francia, Gran Bretagna, Italia – non volevano una rapida riunificazione. L’ho capito dai miei colloqui con i loro leader.

In tutti quei paesi che erano stati aggrediti [dalla Germania], c’era il timore che l’unificazione della F.R.G. e D.D.R. avrebbe accresciuto molto il potere della Germania. Avevano serie ragioni non dette, storiche e politiche per tali paure. Credo che i paesi europei membri della NATO non sarebbero stati contrari a sfruttare Gorbachev per frenare l’unificazione.

Oggi, leggendo alcuni commenti e reminiscenze di quel tempo, si potrebbe avere l’impressione che il processo di riunificazione sia stato un gioco da ragazzi, che tutto sia sceso come la manna dal cielo, o che tutto sia avvenuto sulla scia di una buona opportunità o addirittura con l’ingenuità di alcune parti . Ma non fu così.

I due più quattro negoziati che coinvolsero le due Germanie, l’Unione Sovietica, gli Stati Uniti, la Francia e la Gran Bretagna non potevano procedere facilmente. Ci furono discussioni controverse e scontri di opinioni, e talvolta sembrava che un solo malinteso avrebbe fatto saltare i negoziati. Ma si conclusero con successo, perché tutte le parti di questo complesso processo diplomatico mostrarono lungimiranza, nonché coraggio e un senso di alta responsabilità.

Tuttavia, quando mi chiedono chi considero l’eroe principale di quel periodo di drammaticità e tumulto, rispondo sempre: il popolo. Non sto negando il ruolo dei politici. Erano molto importanti. Ma erano le persone – i due popoli – che contavano di più. I tedeschi, che manifestavano il loro desiderio di unificazione nazionale e con un processo pacifico.

E naturalmente i russi, che capivano le aspirazioni dei tedeschi, credevano che la Germania fosse davvero cambiata e sostenevano la volontà del popolo tedesco. Russi e tedeschi possono essere orgogliosi del fatto che dopo il tragico spargimento di sangue della guerra si siano capiti.

Se non lo fossero, il governo sovietico non sarebbe stato in grado di agire come ha fatto. Abbiamo tirato una linea conclusiva alla guerra fredda. Il nostro obiettivo era una nuova Europa: un’Europa senza linee di demarcazione. I leader che sono venuti dopo non sono riusciti a perseguire questo obiettivo.

In Europa non sono state create delle moderne architetture per la sicurezza e nemmeno un’istituzione forte per prevenire e risolvere i conflitti. Oggi nascono da qui i dolorosi problemi e conflitti che affliggono il nostro continente. Esorto i leader mondiali ad affrontare questi problemi e a riprendere il dialogo per il bene del futuro.

Gorbaciov, vincitore del premio Nobel per la pace, era l’unico presidente dell’Unione Sovietica


[Traduzione e sintesi di Roberto Del Latte. Questo articolo è apparso sulla rivista Time]

I punti di vista e le opinioni espressi in questa pubblicazione sono di esclusiva responsabilità degli autori e non riflettono necessariamente il punto di vista di Cronache dei Figli Cambiati

Nuove elezioni in Regno Unito. Quale futuro?

Nuove elezioni in Regno Unito. Quale futuro?

Due settimane prima di Natale, festeggiamenti invernali e presepi scolastici saranno sospesi per convertire le aule in seggi elettorali, per la terza volta in quattro anni.

Le prossime elezioni britanniche pre-natalizie saranno l’ennesimo colpo di scena di una Brexit che non pare trovare la sua strada. Quando il 23 giugno 2016 i cittadini del Regno Unito fecero prevalere l’exit sul remain nel referendum consultivo votarono a scatola chiusa senza conoscere i termini.

Quando poi sono cominciati i negoziati tra Regno Unito e Unione Europea c’è chi ha sollevato alcuni dubbi sulla fattibilità della Brexit e delle sue varie sfumature Deal e No-deal; hard e soft brexit.

La prossima tornata elettorale, la terza in meno di 4 anni, potrebbe cambiare le cose. Sarà incentrata molto di più sul futuro delle relazioni con l’Europa che sul resto dei temi. Attualmente i deputati della camera dei comuni non hanno un’idea condivisa su come lasciare l’Unione Europea, o se restare.

Cosa vogliono Johnson e Corbyn

Il premier conservatore Boris Johnson promette che con una sua maggioranza porterà, in un modo o nell’altro, il paese fuori dall’UE. Jeremy Corbyn, l’avversario laburista, propone un secondo referendum, con la possibilità di annullare tutto.

Già queste due proposte basterebbero a farci capire che i cittadini saranno difronte a una scelta importante. Anche se il tema principale sarà la Brexit, sono in gioco molti altri temi che potrebbero condizionare la scelta nelle urne. La sinistra di Corbyn promette di mettere lo stato al centro dell’economia, mentre i Tories di Johnson preferiscono una forma statale più liberista.

Questa Christmas challange tra sondaggi volatili, partiti in crescita e nuovi poli ideologici, sarà la meno prevedibile. Secondo il settimanale The Economist, un secondo referendum sarebbe il modo migliore per rompere l’impasse.

Nella camera dei comuni non piace a tutti l’accordo preso da Johnson con l’UE, così come non lo erano su quello negoziato dal suo predecessore, Theresa May, secondo alcuni più vantaggioso. La soluzione più chiara e trasparente sarebbe quella di chiedere nuovamente agli elettori, una volta comprese le condizioni sull’accordo per la Brexit, se vogliono continuare ad essere cittadini dell’UE.

Il Parlamento è stato incapace di organizzare un secondo referendum. E piuttosto che modificare la sua proposta, Johnson ha scelto le elezioni. Per ora, un referendum è fuori discussione.

Le proposte

Le proposte dei partiti sull’argomento Brexit sono formulate per soddisfare tutte le esigenze:
Brexit Party: no deal, uscita immediata senza accordo;
Tories: barebone deal o “Canada-minus” come preferisce Boris Johnson, accordo striminzito commerciale tradizionale che riduce le tariffe doganali. Non implica né pagamenti all’UE, né che il Regno Unito sia soggetto alla giurisdizione UE, né la necessità di accettare la libera circolazione;
Labour: nuovo referendum;
Liberal: annullare del tutto la Brexit.

Secondo gli analisti Corbyn, entrerebbe a Downing Street soltanto in coalizione con altre forze politiche, una strada in salita se prendiamo in considerazione il fatto che gli altri partiti non gradiscono molti punti del suo programma.

Anche i sondaggi rendono impossibile ogni previsione. Secondo i sondaggi i Tories sono 12 punti avanti rispetto ai Labour. Ma i sondaggi negli ultimi tempi sono altamente volatili. Solo pochi mesi fa i Tories erano al terzo posto. Theresa May ha iniziato la sua campagna nel 2017 con un vantaggio di 20 punti e in cinque settimane dopo ha perso la maggioranza.

I vecchi schieramenti di sinistra e destra resistono sulle argomentazioni economiche, ma hanno gradualmente lasciato sempre più spazio ad una nuova cultura politica. La Brexit ha accelerato il fenomeno ridisegnando il campo politico. I Tories si recheranno nei posti della classe operaia promettendo una Hard Brexit e conservatorismo sociale. I Labour, nel frattempo, saranno tra i ceti benestanti a predicare il Remain e il liberalismo sociale.

Le tattiche potrebbero non funzionare: Theresa May ha già tastato il polso agli operai del nord nel 2017, scoprendo che la classe operaia era ancora allergica ai Tories. Ma in generale i voti della classe media fanno gola a tutti i partiti, grandi e piccoli, solo che se le questioni economiche possono spesso essere risolte trovando un compromesso, le distanze ideologico-culturali no.

Ma esiste la possibilità che anche quest’ultimo esercizio democratico non riesca a produrre un risultato decisivo? Probabilmente si, perché l’ascesa dei partitini ha reso difficile per chiunque essere in maggioranza.

Le prossime elezioni avranno profonde conseguenze per la Gran Bretagna. Ma non dobbiamo sorprenderci se tra un anno il Paese starà ancora discutendo su come chiudere definitivamente il capitolo Brexit.

C’è speranza per la Tunisia?

C’è speranza per la Tunisia?

A vincere le ultime elezioni è stato uno strano professore, ora tutti si chiedono se i tunisini finalmente hanno qualcuno su cui poter sperare e contare

Dall’avvio alla democrazia nel 2011, dopo la caduta dell’ultimo dittatore, in Tunisia sono ormai passati otto anni difficili. L’economia resta in stagnazione, la corruzione è ancora diffusa, il terrorismo è ancora una seria minaccia e c’è una vecchia classe politica che ha deluso i cittadini. Molti si chiedono se l’elezione di questo nuovo presidente Kais Saied il 13 ottobre porterà speranza nella fragile democrazia nordafricana.

Appena i tunisini hanno appreso della palese vittoria di Saied, migliaia di cittadini si sono radunati nella capitale. Molti hanno cantato gli stessi slogan di otto anni prima. Saied ha annunciato la sua vittoria come una “nuova rivoluzione”. Sull’aspetto che avrà questa nuova rivoluzione è difficile fare previsioni. Sia per stile che per la sostanza, sappiamo che Saied vuole andare oltre le semplificazioni delle etichette politiche.

Kais Saied è un professore di diritto in pensione di 61 anni, è stato un ambiguo attivista se prendiamo in considerazione i discorsi rigidi che faceva in arabo formale. Affermava che l’omosessualità era “una malattia e un complotto straniero” opponendosi alla pari eredità per uomini e donne. Chiede inoltre cambiamenti radicali nel sistema democratico. Non ha un partito politico, eppure ha vinto grazie al sostegno di gruppi secolaristi e di sinistra come Ennahda, un partito islamista moderato, che si è classificato al vertice delle elezioni parlamentari del 6 ottobre.

Nabil Karoui, imprenditore tunisino considerato il Berlusconi della Tunisia

Saied ha sconfitto un altro favorito Nabil Karoui, un uomo d’affari che ha condotto una campagna populista rivolta ai poveri. Che questi due outsider politici siano arrivati ​​al ballottaggio, scavalcando molti volti più familiari, è stato a causa della scarsa fiducia nell’élite precedente. Ma molti elettori hanno considerato Karoui semplicemente un opportunista dopo gli scandali di corruzione in cui era coinvolto.

Saied, al contrario, è stato percepito come una figura che sradicherà finalmente la corruzione in Tunisia. Ha speso poco per la sua campagna elettorale, eppure ha vinto il 73% dei voti, incluso il 90% dei giovani dai 18 ai 25 anni, secondo i sondaggi. Quasi un terzo dei suoi sostenitori non ha votato alle elezioni parlamentari. La proposta più audace del presidente eletto è eliminare tali elezioni. Invece, dice che i tunisini dovrebbero eleggere i consiglieri locali, in base al loro carattere, non alla loro ideologia.

Questi funzionari sceglierebbero i rappresentanti regionali che a loro volta sceglierebbero membri del parlamento nazionale. “Il potere deve appartenere direttamente alle persone”, afferma Saied quando parla del suo piano di votazione indiretta. A molti piace l’idea di dare più potere alle comunità locali. Ma Saied dovrebbe riuscire convincere i due terzi del parlamento per modificare la costituzione in tal senso. È al momento pare altamente improbabile.

Le ultime elezioni parlamentari hanno prodotto un’assemblea parlamentare divisa, con circa 20 partiti rappresentati. Il suo partito Ennahda ha preso 52 dei 219 seggi (contro i 69 del 2014). Il nuovo partito di Karoui, Qalb Tounes, è arrivato secondo con 38 seggi. Nidaa Tounes (nt), ex partito al potere, è stato quasi spazzato via. Dopo alcune discussioni, molti dei suoi membri principali hanno dato vita a nuovi partitini.

Ripartizione delle ultime elezioni parlamentari in Tunisia 2014

Inoltre il vecchio partito al potere è stato anche colpito lo scorso luglio dalla morte del suo fondatore, Beji Caid Essebsi, il primo presidente democraticamente eletto della Tunisia. Di conseguenza, non ha vinto di soli tre seggi, rispetto agli 86 del 2014. Ennahda avrà per la prima voltà l’opportunità di nominare un primo ministro, che avrà quindi due mesi di tempo per formare un governo.

I tempi dei colloqui per una futura coalizione saranno probabilmente lunghi e difficili. Saied può prosperare nelle divisioni altrui. Il presidente di solito ha meno voce in capitolo sulla politica rispetto al primo ministro, ma Saied ha ricevuto più voti di tutti i deputati messi insieme. Dispone di una maggiornaza enorme.

Quindi quali sono le sfide che deve affrontare?

Il tasso di disoccupazione è di circa il 15%. Il governo è in debito con gli occhi. L’FMI vuole che mostri un po’ di moderazione fiscale, mentre le persone vogliono che fornisca più posti di lavoro. La loro fiducia nella democrazia sta diminuendo. Ma l’elezione di Saied dimostra che non hanno rinunciato al sistema democratico. Vogliono solo che qualcuno lo ripulisca.

Gli Stati Uniti colpiscono i funzionari turchi con sanzioni contro l’offensiva siriana

Gli Stati Uniti colpiscono i funzionari turchi con sanzioni contro l’offensiva siriana

Trump ha detto che raddoppierà le tariffe sull’acciaio importato dalla Turchia

Donald Trump lunedì ha voltato pagina e ha deciso di punire la Turchia l’offensiva militare in Siria, imponendo sanzioni a vari ministri e dipartimenti turchi e dicendo che avrebbe raddoppiato le tariffe sulle esportazioni di acciaio del paese del 50%.

Il presidente degli Stati Uniti ha attirato aspre critiche da parte dei suoi compagni repubblicani, dai democratici e dagli alleati dopo il brusco cambiamento in politica estera, favorendo l’incursione militare turca nella Siria nord-orientale contro le milizie curde sostenute dagli USA che hanno dato un contribuito decisivo per sconfiggere il gruppo jihadista Iside.

Steven Mnuchin, segretario al Tesoro degli Stati Uniti, lunedì sera ha dichiarato che Trump ha firmato un ordine esecutivo, con effetto immediato, per imporre sanzioni ai ministri della difesa, dell’energia e degli interni turchi, nonché agli stessi dipartimenti di difesa ed energia.

Parlando al di fuori della Casa Bianca, Mnuchin ha affermato che “sanzioni secondarie” saranno applicate alle istituzioni finanziarie che effettuano transazioni per conto di persone e dipartimenti già sanzionati.

Le misure sono state meno dure rispetto a quanto molti investitori si aspettavano. Martedì la lira è salita oltre l’1% rispetto al dollaro alle 9.50 ora locale.

Piotr Matys, lo stratega valutario dei mercati emergenti di Rabobank, ha detto che c’è stato un “alleggerimento” nei mercati in cui gli Stati Uniti hanno introdotto “sanzioni relativamente lievi”.

Mnuchin è stato raggiunto fuori dalla Casa Bianca dal vicepresidente USA Mike Pence, il quale ha affermato che le sanzioni avrebbero dovuto provocare un cessate il fuoco nella regione e che lui e il consigliere per la sicurezza nazionale Robert O’Brien sarebbero presto andati in Turchia per iniziare colloqui con funzionari governativi.

“L’obiettivo del presidente qui è molto chiaro: le sanzioni annunciate oggi continueranno e peggioreranno almeno fino a quando la Turchia non cessi immediatamente il fuoco, blocchi la violenza e accetti di negoziare una soluzione a lungo termine sulle questioni lungo il confine tra Turchia e Siria”, ha affermato Pence.

Pence ha affermato inoltre che Trump ha già parlato direttamente con il presidente turco, Recep Tayyip Erdogan, che ha assicurato agli Stati Uniti un “impegno concreto” a non attaccare la totemica città a maggioranza curda di Kobane, che nel 2015 ha respinto l’attacco dell’Isis.

Lunedì pomeriggio con un tweet Trump ha annunciato l’intenzione di imporre sanzioni affermando che avrebbe aumentato le tariffe sull’acciaio importato dalla Turchia negli Stati Uniti del 50% e interrotto i negoziati su “un accordo commerciale da $ 100 miliardi” tra due paesi. Gli Stati Uniti avevano già dimezzato le tariffe sull’acciaio turco lo scorso maggio al 25%.

“Gli Stati Uniti useranno in modo aggressivo le sanzioni economiche per colpire coloro che abilitano, facilitano e finanziano questi atti atroci in Siria” continuando poi “Siamo pronti a distruggere rapidamente l’economia turca se i loro leader proseguiranno con questa strada pericolosa e distruttiva”.

Nell’annunciare le sanzioni, Mnuchin ha affermato che le licenze rimarranno in vigore per consentire alle Nazioni Unite e ad altre organizzazioni non governative, nonché al governo degli Stati Uniti, di continuare a operare in Turchia.

Ha detto che il paese sarà in grado di continuare a comprare carburante sotto il regime delle sanzioni, aggiungendo: “Non stiamo cercando di tagliare l’energia al popolo turco”.

Intanto i democratici al Senato hanno rapidamente respinto l’annuncio di lunedì di Trump, dicendo: “Forti sanzioni, seppur buone e giustificate, non saranno sufficienti”. I senatori hanno invitato i repubblicani a unirsi a loro “nell’approvare una risoluzione che chiarisca che entrambe le parti vogliono invertire la decisione del presidente”.

Nancy Pelosi, presidente della Camera dei rappresentanti, ha dichiarato: “Il presidente Trump ha provocato un’escalation di caos e insicurezza in Siria. Il successivo annuncio di un pacchetto di sanzioni contro la Turchia non è in grado di invertire questo disastro umanitario”

Le misure sembravano soddisfare il senatore Lindsey Graham, che aveva guidato le richieste repubblicane nel punire la Turchia per il suo assalto militare. Ha detto che ha sostenuto “fortemente” le misure “fino a quando non ci sarà un cessate il fuoco e la fine dello spargimento di sangue, le sanzioni devono continuare e aumentare nel tempo”.

Prima dell’annuncio, Erdogan aveva affermato che le sanzioni non gli avrebbero fatto cambiare rotta in Siria, avvertendo: “Coloro che pensano di poter fermare la Turchia con queste minacce si sbagliano gravemente”.

Trump ha dichiarato lunedì che una “piccola impronta” delle forze statunitensi rimarrebbe ad At Tanf, una base militare nel sud della Siria, per “continuare a distruggere i resti dell’ISIS”.

Mitch McConnell, leader della maggioranza al Senato repubblicano che ha storicamente sostenuto il presidente, ha dichiarato lunedì di essere “gravemente preoccupato per i recenti eventi in Siria e per l’apparente risposta della nostra nazione finora”.


[Traduzione e sintesi di Roberto Del Latte. Articolo di Lauren Fedor da Washington, Laura Pitel da Ankara e Matthew Rocco da New York dal Financial Times articolo qui]

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Perché Roma è al centro del Russia Gate

Perché Roma è al centro del Russia Gate

Negli ultimi 20 anni, migliaia di studenti italiani si sono iscritti al Link Campus di Roma, l’università privata vicino al Vaticano, per studiare corsi diversi come cinematografia e luxury fashion management.

Nei giorni scorsi però il palazzo che ospita quest’oscura università italiana e la stessa capitale Roma sono finite nell’orbita di una complessa rete di accuse di spionaggio internazionale, intrighi e cospirazioni.

L’indagine di impeachment statunitense sul presidente Donald Trump e le accuse sulle interferenze russe nelle elezioni USA del 2016 hanno riportato i riflettori sulla figura di Joseph Mifsud, il professore maltese scomparso ed ex membro dello staff della Link University.

Joseph Mifsud, sarebbe stato lui ad avvicinare Papadopulos, consigliere dello staff di Trump, offrendogli “migliaia” di email rubate dai russi a Hillary Clinton

Con la visita del segretario di Stato americano Mike Pompeo negli ultimi giorni e una del procuratore generale degli Stati Uniti il ​​mese scorso in cerca di risposte su Mifsud, il ruolo cardine di Roma sia per l’intelligence che per la Link Campus University è oggetto di attenzione.

La Link, istituita nel 1999 come avamposto romano dell’Università di Malta, negli anni ha stretti legami con il mondo dello spionaggio italiano, grazie al suo preside, l’ex ministro degli Esteri italiano Vincenzo Scotti, e un facoltoso percorso di studi in un master in intelligence che ha attirato oratori dei servizi segreti di tutto il mondo.

Ha stretto legami con i membri chiave del partito al governo Movimento Cinque Stelle. L’ex segretaria alla Difesa Elisabetta Trenta ha tenuto una lezione per alcuni corsi di studio.

“So per esperienza che hanno un buon rapporto di lavoro con le agenzie di intelligence italiane”, ha affermato Stephen Marin, ex agente della CIA e direttore del programma di analisi dell’intelligence presso la James Madison University, che ha tenuto conferenze al Link Campus. Circa 2.500 studenti frequentano l’università ogni anno. “Il programma del master è stato istituito nell’ambito di uno sforzo per sviluppare le conoscenze al servizio delle infrastrutture di difesa e di intelligence italiane. La mia impressione è stata che gli studenti siano un mix di persone, alcune senza una conoscenza preliminare dell’area mentre altri sono professionisti che già lavorano”.

Non è molto chiaro come si sia inserito qui l’onorevole Mifsud. È scomparso dal 2017 dopo essere stato accusato di essere l’informatore di George Papadopoulos, consigliere della campagna elettorale di Trump, riguardo la violazione delle e-mail dal server della candidata democratica Hillary Clinton da parte della Russia aveva violato.

Alcuni alleati di Trump hanno a loro volta accusato, senza prove, Mifsud di essere una spia col compito di compromettere la campagna elettorale del presidente. Sostengono altri che sia stato coinvolto in una campagna per infangare Trump per aver cospirato con la Russia direttamente dal “deep state”, lo stato profondo: cioè l’insieme di quegli organismi, legali o meno, che a causa dei loro poteri economici o militari o strategici condizionano l’agenda degli obiettivi pubblici dietro e a prescindere delle strategie politiche di un presidente.

Papadopoulos ha messo in giro un’altra una teoria infondata secondo cui il maltese Mifsud era un agente dell’intelligence occidentale probabilmente della FBI o CIA che i funzionari del “deep state” hanno inviato come trappola di controspionaggio per la campagna di Trump.

James B. Comey, l’ex direttore della FBI ha definito Mifsud un agente russo. Mifsud ha mantenuto i contatti con i soci russi, nonostante la sua smentita, tra cui un ex dipendente dell’Agenzia di ricerca Internet, che ha utilizzato post sui social media per seminare odio nel 2016 come parte del sabotaggio elettorale della Russia.

Il signor Mifsud ha dichiarato a un giornale italiano nel 2017 di non essere un agente segreto. “Non ho mai avuto soldi dai russi”, ha detto. “La mia coscienza è chiara.” William Barr, procuratore generale degli Stati Uniti, ha rivelato la scorsa settimana di aver fatto due visite quest’anno nella capitale italiana.

I giornali hanno riferito che William Barr ha avuto un’incontro con Gennaro Vecchione, direttore generale del dipartimento dell’Intelligence italiana e capo dell’Intelligence all’estero, in funzione dell’indagine sulle origini del caso russo.

Nel corso di una riunione di settembre, sempre Barr è stato accompagnato in Italia dall’avvocato americano John Durham, che sta conducendo le indagini di controspionaggio su una possibile attività di intelligence straniera diretta contro Trump. Il loro obiettivo era Mifsud. Il governo italiano non ha ancora commentato questa visita di Barr in Italia.

Scotti, presidente di Link, ha evitato commenti su Mifsud tramite un portavoce. La Link Campus ha dichiarato che Mifsud non era un docente dell’università e aveva insegnato lì solo nel 2015 e nel 2016. L’università ha anche respinto le accuse di Papadopoulos secondo cui Link aveva cercato di incastrarlo attirandolo nell’università.

Ma perché sono uscite queste teorie sono improbabili? Mifsud non ha lavorato ne per FBI né per CIA, secondo gli ex funzionari americani. Se fosse stato un informatore, i pubblici ministeri avrebbero potuto facilmente trovarlo e interrogarlo. Se avesse lavorato per la CIA, l’agenzia avrebbe avuto l’obbligo di informare la FBI mentre indagava su Papadopoulos.

Credere che un altro governo occidentale abbia impiegato segretamente il Mifsud come parte di un complotto contro Trump è come credere che un’elaborata cospirazione abbia completamente eluso l’ufficio del consulente speciale nella sua indagine esaustiva, che includeva più di 2.800 citazioni in giudizio, quasi 500 mandati di ricerca richieste ai governi stranieri di prove e interviste di circa 500 testimoni.

Storia dei 115 giorni di proteste ad Hong Kong. Come siamo arrivati ​​fin qui?

Storia dei 115 giorni di proteste ad Hong Kong. Come siamo arrivati ​​fin qui?

Quasi quattro mesi di proteste pro-democrazia hanno scosso Hong Kong, la polizia ha arrestato più di 1.500 persone e sparato almeno 2000 colpi di gas lacrimogeni.

Le prime proteste erano marce pacifiche contro un disegno di legge impopolare. Poi si sono aggiunti i gas lacrimogeni e un governo che ha rifiutato di ritirarsi. Nelle settimane e nei mesi successivi, la città è stata terreno di proteste e di scontri violenti, le manifestazioni si sono trasformate in un movimento più ampio sulle riforme politiche e sulla responsabilità della polizia.

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