Gli Stati Uniti colpiscono i funzionari turchi con sanzioni contro l’offensiva siriana

Gli Stati Uniti colpiscono i funzionari turchi con sanzioni contro l’offensiva siriana

Trump ha detto che raddoppierà le tariffe sull’acciaio importato dalla Turchia

Donald Trump lunedì ha voltato pagina e ha deciso di punire la Turchia l’offensiva militare in Siria, imponendo sanzioni a vari ministri e dipartimenti turchi e dicendo che avrebbe raddoppiato le tariffe sulle esportazioni di acciaio del paese del 50%.

Il presidente degli Stati Uniti ha attirato aspre critiche da parte dei suoi compagni repubblicani, dai democratici e dagli alleati dopo il brusco cambiamento in politica estera, favorendo l’incursione militare turca nella Siria nord-orientale contro le milizie curde sostenute dagli USA che hanno dato un contribuito decisivo per sconfiggere il gruppo jihadista Iside.

Steven Mnuchin, segretario al Tesoro degli Stati Uniti, lunedì sera ha dichiarato che Trump ha firmato un ordine esecutivo, con effetto immediato, per imporre sanzioni ai ministri della difesa, dell’energia e degli interni turchi, nonché agli stessi dipartimenti di difesa ed energia.

Parlando al di fuori della Casa Bianca, Mnuchin ha affermato che “sanzioni secondarie” saranno applicate alle istituzioni finanziarie che effettuano transazioni per conto di persone e dipartimenti già sanzionati.

Le misure sono state meno dure rispetto a quanto molti investitori si aspettavano. Martedì la lira è salita oltre l’1% rispetto al dollaro alle 9.50 ora locale.

Piotr Matys, lo stratega valutario dei mercati emergenti di Rabobank, ha detto che c’è stato un “alleggerimento” nei mercati in cui gli Stati Uniti hanno introdotto “sanzioni relativamente lievi”.

Mnuchin è stato raggiunto fuori dalla Casa Bianca dal vicepresidente USA Mike Pence, il quale ha affermato che le sanzioni avrebbero dovuto provocare un cessate il fuoco nella regione e che lui e il consigliere per la sicurezza nazionale Robert O’Brien sarebbero presto andati in Turchia per iniziare colloqui con funzionari governativi.

“L’obiettivo del presidente qui è molto chiaro: le sanzioni annunciate oggi continueranno e peggioreranno almeno fino a quando la Turchia non cessi immediatamente il fuoco, blocchi la violenza e accetti di negoziare una soluzione a lungo termine sulle questioni lungo il confine tra Turchia e Siria”, ha affermato Pence.

Pence ha affermato inoltre che Trump ha già parlato direttamente con il presidente turco, Recep Tayyip Erdogan, che ha assicurato agli Stati Uniti un “impegno concreto” a non attaccare la totemica città a maggioranza curda di Kobane, che nel 2015 ha respinto l’attacco dell’Isis.

Lunedì pomeriggio con un tweet Trump ha annunciato l’intenzione di imporre sanzioni affermando che avrebbe aumentato le tariffe sull’acciaio importato dalla Turchia negli Stati Uniti del 50% e interrotto i negoziati su “un accordo commerciale da $ 100 miliardi” tra due paesi. Gli Stati Uniti avevano già dimezzato le tariffe sull’acciaio turco lo scorso maggio al 25%.

“Gli Stati Uniti useranno in modo aggressivo le sanzioni economiche per colpire coloro che abilitano, facilitano e finanziano questi atti atroci in Siria” continuando poi “Siamo pronti a distruggere rapidamente l’economia turca se i loro leader proseguiranno con questa strada pericolosa e distruttiva”.

Nell’annunciare le sanzioni, Mnuchin ha affermato che le licenze rimarranno in vigore per consentire alle Nazioni Unite e ad altre organizzazioni non governative, nonché al governo degli Stati Uniti, di continuare a operare in Turchia.

Ha detto che il paese sarà in grado di continuare a comprare carburante sotto il regime delle sanzioni, aggiungendo: “Non stiamo cercando di tagliare l’energia al popolo turco”.

Intanto i democratici al Senato hanno rapidamente respinto l’annuncio di lunedì di Trump, dicendo: “Forti sanzioni, seppur buone e giustificate, non saranno sufficienti”. I senatori hanno invitato i repubblicani a unirsi a loro “nell’approvare una risoluzione che chiarisca che entrambe le parti vogliono invertire la decisione del presidente”.

Nancy Pelosi, presidente della Camera dei rappresentanti, ha dichiarato: “Il presidente Trump ha provocato un’escalation di caos e insicurezza in Siria. Il successivo annuncio di un pacchetto di sanzioni contro la Turchia non è in grado di invertire questo disastro umanitario”

Le misure sembravano soddisfare il senatore Lindsey Graham, che aveva guidato le richieste repubblicane nel punire la Turchia per il suo assalto militare. Ha detto che ha sostenuto “fortemente” le misure “fino a quando non ci sarà un cessate il fuoco e la fine dello spargimento di sangue, le sanzioni devono continuare e aumentare nel tempo”.

Prima dell’annuncio, Erdogan aveva affermato che le sanzioni non gli avrebbero fatto cambiare rotta in Siria, avvertendo: “Coloro che pensano di poter fermare la Turchia con queste minacce si sbagliano gravemente”.

Trump ha dichiarato lunedì che una “piccola impronta” delle forze statunitensi rimarrebbe ad At Tanf, una base militare nel sud della Siria, per “continuare a distruggere i resti dell’ISIS”.

Mitch McConnell, leader della maggioranza al Senato repubblicano che ha storicamente sostenuto il presidente, ha dichiarato lunedì di essere “gravemente preoccupato per i recenti eventi in Siria e per l’apparente risposta della nostra nazione finora”.


[Traduzione e sintesi di Roberto Del Latte. Articolo di Lauren Fedor da Washington, Laura Pitel da Ankara e Matthew Rocco da New York dal Financial Times articolo qui]

I punti di vista e le opinioni espressi in questa pubblicazione sono di esclusiva responsabilità degli autori e non riflettono necessariamente il punto di vista di Cronache dei Figli Cambiati

Perché Roma è al centro del Russia Gate

Perché Roma è al centro del Russia Gate

Negli ultimi 20 anni, migliaia di studenti italiani si sono iscritti al Link Campus di Roma, l’università privata vicino al Vaticano, per studiare corsi diversi come cinematografia e luxury fashion management.

Nei giorni scorsi però il palazzo che ospita quest’oscura università italiana e la stessa capitale Roma sono finite nell’orbita di una complessa rete di accuse di spionaggio internazionale, intrighi e cospirazioni.

L’indagine di impeachment statunitense sul presidente Donald Trump e le accuse sulle interferenze russe nelle elezioni USA del 2016 hanno riportato i riflettori sulla figura di Joseph Mifsud, il professore maltese scomparso ed ex membro dello staff della Link University.

Joseph Mifsud, sarebbe stato lui ad avvicinare Papadopulos, consigliere dello staff di Trump, offrendogli “migliaia” di email rubate dai russi a Hillary Clinton

Con la visita del segretario di Stato americano Mike Pompeo negli ultimi giorni e una del procuratore generale degli Stati Uniti il ​​mese scorso in cerca di risposte su Mifsud, il ruolo cardine di Roma sia per l’intelligence che per la Link Campus University è oggetto di attenzione.

La Link, istituita nel 1999 come avamposto romano dell’Università di Malta, negli anni ha stretti legami con il mondo dello spionaggio italiano, grazie al suo preside, l’ex ministro degli Esteri italiano Vincenzo Scotti, e un facoltoso percorso di studi in un master in intelligence che ha attirato oratori dei servizi segreti di tutto il mondo.

Ha stretto legami con i membri chiave del partito al governo Movimento Cinque Stelle. L’ex segretaria alla Difesa Elisabetta Trenta ha tenuto una lezione per alcuni corsi di studio.

“So per esperienza che hanno un buon rapporto di lavoro con le agenzie di intelligence italiane”, ha affermato Stephen Marin, ex agente della CIA e direttore del programma di analisi dell’intelligence presso la James Madison University, che ha tenuto conferenze al Link Campus. Circa 2.500 studenti frequentano l’università ogni anno. “Il programma del master è stato istituito nell’ambito di uno sforzo per sviluppare le conoscenze al servizio delle infrastrutture di difesa e di intelligence italiane. La mia impressione è stata che gli studenti siano un mix di persone, alcune senza una conoscenza preliminare dell’area mentre altri sono professionisti che già lavorano”.

Non è molto chiaro come si sia inserito qui l’onorevole Mifsud. È scomparso dal 2017 dopo essere stato accusato di essere l’informatore di George Papadopoulos, consigliere della campagna elettorale di Trump, riguardo la violazione delle e-mail dal server della candidata democratica Hillary Clinton da parte della Russia aveva violato.

Alcuni alleati di Trump hanno a loro volta accusato, senza prove, Mifsud di essere una spia col compito di compromettere la campagna elettorale del presidente. Sostengono altri che sia stato coinvolto in una campagna per infangare Trump per aver cospirato con la Russia direttamente dal “deep state”, lo stato profondo: cioè l’insieme di quegli organismi, legali o meno, che a causa dei loro poteri economici o militari o strategici condizionano l’agenda degli obiettivi pubblici dietro e a prescindere delle strategie politiche di un presidente.

Papadopoulos ha messo in giro un’altra una teoria infondata secondo cui il maltese Mifsud era un agente dell’intelligence occidentale probabilmente della FBI o CIA che i funzionari del “deep state” hanno inviato come trappola di controspionaggio per la campagna di Trump.

James B. Comey, l’ex direttore della FBI ha definito Mifsud un agente russo. Mifsud ha mantenuto i contatti con i soci russi, nonostante la sua smentita, tra cui un ex dipendente dell’Agenzia di ricerca Internet, che ha utilizzato post sui social media per seminare odio nel 2016 come parte del sabotaggio elettorale della Russia.

Il signor Mifsud ha dichiarato a un giornale italiano nel 2017 di non essere un agente segreto. “Non ho mai avuto soldi dai russi”, ha detto. “La mia coscienza è chiara.” William Barr, procuratore generale degli Stati Uniti, ha rivelato la scorsa settimana di aver fatto due visite quest’anno nella capitale italiana.

I giornali hanno riferito che William Barr ha avuto un’incontro con Gennaro Vecchione, direttore generale del dipartimento dell’Intelligence italiana e capo dell’Intelligence all’estero, in funzione dell’indagine sulle origini del caso russo.

Nel corso di una riunione di settembre, sempre Barr è stato accompagnato in Italia dall’avvocato americano John Durham, che sta conducendo le indagini di controspionaggio su una possibile attività di intelligence straniera diretta contro Trump. Il loro obiettivo era Mifsud. Il governo italiano non ha ancora commentato questa visita di Barr in Italia.

Scotti, presidente di Link, ha evitato commenti su Mifsud tramite un portavoce. La Link Campus ha dichiarato che Mifsud non era un docente dell’università e aveva insegnato lì solo nel 2015 e nel 2016. L’università ha anche respinto le accuse di Papadopoulos secondo cui Link aveva cercato di incastrarlo attirandolo nell’università.

Ma perché sono uscite queste teorie sono improbabili? Mifsud non ha lavorato ne per FBI né per CIA, secondo gli ex funzionari americani. Se fosse stato un informatore, i pubblici ministeri avrebbero potuto facilmente trovarlo e interrogarlo. Se avesse lavorato per la CIA, l’agenzia avrebbe avuto l’obbligo di informare la FBI mentre indagava su Papadopoulos.

Credere che un altro governo occidentale abbia impiegato segretamente il Mifsud come parte di un complotto contro Trump è come credere che un’elaborata cospirazione abbia completamente eluso l’ufficio del consulente speciale nella sua indagine esaustiva, che includeva più di 2.800 citazioni in giudizio, quasi 500 mandati di ricerca richieste ai governi stranieri di prove e interviste di circa 500 testimoni.

Storia dei 115 giorni di proteste ad Hong Kong. Come siamo arrivati ​​fin qui?

Storia dei 115 giorni di proteste ad Hong Kong. Come siamo arrivati ​​fin qui?

Quasi quattro mesi di proteste pro-democrazia hanno scosso Hong Kong, la polizia ha arrestato più di 1.500 persone e sparato almeno 2000 colpi di gas lacrimogeni.

Le prime proteste erano marce pacifiche contro un disegno di legge impopolare. Poi si sono aggiunti i gas lacrimogeni e un governo che ha rifiutato di ritirarsi. Nelle settimane e nei mesi successivi, la città è stata terreno di proteste e di scontri violenti, le manifestazioni si sono trasformate in un movimento più ampio sulle riforme politiche e sulla responsabilità della polizia.

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Hong Kong disturberà il grande giorno della Cina?

Hong Kong disturberà il grande giorno della Cina?

Le strade sono monitorate, i soldati hanno fatto le prove e i droni invisibili sono pronti all’azione. Pechino è pronta a celebrare il 1° ottobre il 70° anniversario della fondazione della Repubblica Popolare Cinese. La guerra commerciale sospenderà le ostilità, con gli Stati Uniti che hanno rimandato i nuovi dazi.

Da parte di Hong Kong non ci saranno degli auguri di buon compleanno, infatti le proteste che l’hanno scossa per oltre tre mesi non sono ancora finite. Anzi, questi disordini potrebbero raggiungere la svolta durante la Giornata Nazionale. Il Partito Comunista al potere in Cina assicura tutti che nulla rovinerà la sua grande parata.

Le manifestazioni ad Hong Kong per il controverso disegno di legge hanno provocato una ribellione contro “i padroni politici della città” a Pechino. Il disegno di legge, che avrebbe consentito l’estradizione nella Cina continentale, è stato ritirato all’inizio di settembre, ma i manifestanti hanno poi insistito su altre quattro richieste, inclusa quella per la piena democrazia nelle elezioni.

Le proteste nel fine settimana sono ora una violenta routine, con manifestanti vestiti di nero che lanciano mattoni e molotov, danneggiando stazioni ferroviarie e dando fuoco alle strade. In risposta, la polizia ha iniziato a fare più arresti e il 23 settembre ha minacciato di sparare con munizioni vere.

Si dice che Pechino abbia dato alle autorità di Hong Kong tempo fino al 1° ottobre per reprimere le proteste pro-democrazia, ma nessuno sforzo è riuscito a contenerle. Ne i gas lacrimogeni, ne le aggressioni dei sostenitori di Pechino. Proprio per il delicato anniversario alle porte alcuni manifestanti hanno preso di mira più apertamente i simboli del governo cinese.

Il 21 settembre, i manifestanti hanno dato fuoco alla bandiera cinese. Il giorno successivo ne hanno gettata un’altra nel fiume Shing Mun, a nord del centro città. Ma la data della fondazione della moderna Cina rappresenta l’obiettivo più grande finora per i manifestanti.

A dimostrare quanto siano agitati i funzionari sulle potenziali irruzioni, la presenza del governo di Hong Kong per assistere all’alza bandiera avverrà prima delle 7:15, con un largo anticipo rispetto all’arrivo degli altri ospiti.

Per Pechino, la posta in gioco è alta. “Celebrazioni per il settantesimo anniversario conferiscono certamente legittimità al Partito comunista cinese”, afferma Willy Lam, professore presso il Centro per gli studi cinesi dell’Università di Hong Kong.

“Nella propaganda si afferma che: anche se il Partito Comunista non è legittimato con elezioni, è amato dal popolo cinese ed è sempre più popolare.” Questa pietra miliare è particolarmente significativa, poiché lo Stato comunista cinese ha vissuto 69 anni con un Unione Sovietica, un potere permanente economico e militare.

Per il presidente Xi Jinping, che l’anno scorso ha abolito i limiti di mandato, le celebrazioni offrono un’altra possibilità per legittimarsi come leader del partito a vita. La stravaganza in serbo include il previsto indirizzo di Xi alla nazione, spettacoli culturali in tutto il Paese e fuochi d’artificio.

Al centro di tutto c’è la parata militare. Circa 15.000 membri delle forze armate scenderanno lungo l’Avenue of Eternal Peace di Pechino mentre gli aerei da combattimento voleranno sopra di loro e saranno esposti 580 pezzi di equipaggiamento militare, tra cui missili balistici intercontinentali e il nuovo drone stealth Sharp Sword.

Mentre Xi cerca di proiettare un’immagine di forza e di unità cinese, il malcontento di Hong Kong offre una visione alternativa. “Sotto Xi Jinping, il messaggio della Cina al mondo è che il suo modello è superiore ai valori liberali e al suffragio universale dell’Occidente”, afferma Lam. Ma si fa presto a “smentire guardando Hong Kong, l’unico posto libero in Cina, perché lì il modello cinese viene respinto”.

La situazione a Hong Kong ostacola anche le ambizioni di Xi di riunificare alla sua Cina l’isola autonoma di Taiwan. Pechino sperava che il quadro “un paese, due sistemi” per la semi-autonomia di Hong Kong, ex colonia britannica, potesse essere un modello per riportare Taiwan all’ovile dopo sette decenni di allontanamento.

Ma mentre il quadro a Hong Kong si sgretola, il sostegno popolare alla sovranità tra i cittadini di Taiwan è aumentato ulteriormente. “Non diventeremo un’altra Hong Kong”, ha dichiarato il presidente TsaiIng-wen a luglio. Un impero che inizia a sfilacciarsi ai bordi non è la visione che Xi vuole presentare al mondo il 1° ottobre.

Non è chiaro per quanto tempo ancora, il leader più potente della Cina dai tempi di Mao Zedong, tollererà questa situazione. Pechino non ha continuato le sue minacce in estate preferendo mobilitare le truppe di Hong Kong e gli analisti nel complesso concordano tutti sul fatto che l’ottica di un intervento sanguinoso avrebbe ripercussioni globali, minando in particolare alle ambizioni di Xi all’estero.

Le crescenti tensioni a Hong Kong hanno attirato l’attenzione degli Stati Uniti, come ha chiarito il presidente Donald Trump nel suo discorso all’Assemblea Generale delle Nazioni Unite il 24 settembre. “Le azioni che la Cina farà per gestire la situazione [a Hong Kong] ci dirà molto sul suo futuro ruolo nel mondo”.

Pechino spererà che tutti gli occhi si rivolgano alla Cina il 1° ottobre in occasione del suo settantesimo compleanno. Ma i manifestanti di Hong Kong sono consapevoli che il mondo sta guardando anche loro. “Gli Stati Uniti e tutti i Paesi che si basano su valori democratici dovrebbero opporsi per Hong Kong”, afferma Yukki Leung, 30 anni. “Questa è una sfida per la libertà”.


[Traduzione e sintesi di Roberto Del Latte. Articolo di Redazione da Time.com opinione di Laignee Barron link all’articolo qui]

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Le pericolose provocazioni dell’Iran

Le pericolose provocazioni dell’Iran

Le pesanti rappresaglie statunitensi in Medio Oriente possono impantanare tutti in una guerra.

Lo scontro tra Stati Uniti e Iran rischia di sfuggire di mano. Se dietro gli attacchi del fine settimana contro le strutture petrolifere dell’Arabia Saudita ci fossero gli iraniani, come sostenuto da Washington, la situazione potrebbe provocare un’escalation fuori controllo, sia per la resistenza di Teheran alle pressioni USA sia per la lotta alla supremazia regionale.

Fatto sta che l’incidente ha messo a nudo la vulnerabilità dell’industria petrolifera saudita nonostante le ingenti spese militari e l’influenza che il regno esercita sui prezzi del greggio globale indipendentemente dal boom del petrolio di scisto USA. La pressione su Trump dal trono saudita per rivolvere con i muscoli la questione è irresistibile, ma sarebbe saggio, anche se veramente difficile, cercare di stemperare la situazione.

Quanto agli attacchi non c’è chiarezza su chi sia il mittente. Alcuni credono siano partiti dal territorio iraniano, il che equivarrebbe a un atto di guerra. C’è anche la possibilità che i delegati iraniani abbiano fatto soltanto da registi. Dipende però se l’attacco è stato lanciato dai droni dei ribelli Houthi dallo Yemen o se dai missili lanciati dall’Iraq da milizie iraniane.

Fonte: Aljazeera

Se fossero i primi, l’intuito suggerisce che sarebbe l’assistenza sia dell’Iran. Se gli attacchi provenissero dall’Iraq, alleato degli Stati Uniti, sarebbe complessa la risposta. La prova schiacciante è che si tratta di tecnologia e logistica iraniana che ha colpito i sauditi, nemici di Teheran.

L’attacco all’industria petrolifera saudita è una provocazione più grave del sequestro di petroliere nel Golfo o dell’abbattimento di droni statunitensi. Fino ad ora gli attacchi dell’Iran sono stati attentamente calibrati. Questa situazione, a meno che non sia andata oltre le aspettative di Teheran, sembra alquanto pericolosa e grave.

L’atteggiamento iraniano è ingiustificabile, ma difficilmente imprevedibile. La causa della crisi riguarda la decisione di Trump di ritirarsi dall’accordo sul nucleare dell’era Obama con l’Iran, il Piano d’azione congiunto globale. Sebbene imperfetto, l’accordo funzionava e rappresentava un raro successo per la diplomazia globale.

La successiva strategia di Washington della “pressione massima”, nello strangolare l’economia iraniana così da costringerla a rinegoziare delle condizioni più favorevoli per gli USA, ha ridotto drasticamente le esportazioni di petrolio iraniano; portando l’economia in recessione e schiacciato la moneta.

Di minor rilievo ma non meno importante nelle ultime settimane, è stata la crescente “guerra ombra” da parte degli alleati statunitensi, principalmente di Israele, contro gli Hezbollah il proxy iraniano sciita situato in Siria, Libano e Iraq.

Teheran disse che se che se avessero strozzato le sue esportazioni petrolifere avrebbe risposto cercando di bloccare tutti gli altri. Trump ha ripetuto ieri che le forze statunitensi erano state “fermate e saranno riarmate dopo le verifiche” dei responsabili.

Potrebbero non essere in grado di ritirarsi dalle rappresaglie militari contro l’Iran come successo il mese scorso, nonostante John Bolton, consigliere per la sicurezza nazionale, sia stato licenziato. Per quanto sia difficile dopo questa gravissima provocazione, gli Stati Uniti dovrebbero mostrare moderazione.

Una risposta dura giustificherebbe un’altra linea dura per l’Iran. “Ribaltare l’escalation” significherebbe trovare un modo per tornare, passo dopo passo, all’accordo 2015. L’incontro tra Trump e il presidente iraniano Hassan Rouhani questo mese sarebbe potuto essere un inizio, ma Teheran l’ha inteso solo come una sfilata.

Presidente USA Donald Trump e presidente iraniano Hassan Rouhani

Il presidente francese Emmanuel Macron ha proposto un credito di $15 miliardi per aiutare l’economia iraniana per compensare la perdita delle entrate petrolifere, ma a condizione che Teheran torni alla piena conformità con l’accordo nucleare.

Gli Stati Uniti minacciano di escluderli dal sistema commerciale del dollaro ma evitare una guerra totale in Medio Oriente ha un prezzo. Il pericolo è che nessuna delle due parti sia pronta a fare il primo passo.

La guerra fredda tecnologica: contro Huawei

La guerra fredda tecnologica: contro Huawei

Una guerra hi-tech è la prospettiva migliore da seguire? Huawei ha fatto un’offerta di pace così conveniente da non essere respinta del tutto.

L’America ha scatenato una raffica di azioni contro Huawei, il colosso cinese delle telecomunicazioni, perché ritiene che sia una spia del governo cinese e una minaccia per gli interessi occidentali, proprio a causa del suo ruolo dominante nelle tecnologie 5G. Da maggio alle aziende americane è stato proibito di fornire Huawei.

Il Dipartimento di Giustizia a stelle e strisce vuole che il Canada estradi un alto dirigente accusato di violazione delle sanzioni. I diplomatici dello Zio Sam hanno esortato i loro Paesi alleati a smettere di usare le tecnologie marcate Huawei. L’America mira a paralizzare questo business che considera una minaccia per sè.

Come riportato questa settimana da Shenzhen, dove ha sede Huawei, il piano americano non ha funzionato (se si guarda alla sezione Affari). È vero però che Huawei sta soffrendo. Le banche occidentali sono diffidenti. I fornitori della Silicon Valley e i proprietari dei set di dati li evitano.

E il 19 settembre Huawei, che oltre a costruire reti è il secondo produttore di smartphone al mondo, affronta l’umiliante lancio di un nuovo smartphone privo delle App americane popolari come Google Maps e WhatsApp.

Eppure l’azienda cinese non è in ginocchio. Non sono stati annullati molti contratti per il 5G cinese. Va bene in casa e in Paesi che non sono vicini agli alleati americani. La crescita dei suoi ricavi si sta stabilizzando, dopo il calo dopo maggio, e prevede di rimanere redditizia.

Huawei ha $36 miliardi di dollari in cassa, inoltre, afferma che ha fonti alternative per la fornitura dei componenti e potrebbe presto lanciare un degno concorrente per Android, il sistema operativo per smartphone di Google. Invece della morte di Huawei, con un’industria cinese sempre più autosufficiente attiva ovunque tranne che in America, il mondo dell’hi-tec deve affrontare le sue tante divisioni.

L’aggiornamento al 5G dell’America e i suoi alleati potrebbe arrivare in ritardo perché le aziende cinesi offrono tecnologia all’avanguardia ad un costo minore. Inoltre, la sostituzione di dispositivi Huawei esistenti sarebbe costosa. La concorrenza ne risentirebbe, specie se Huawei sviluppasse dei rivali di Android, indebolirebbe le aziende tecnologiche occidentali. È giusto quindi diffidare di Huawei.

Nessuna impresa cinese può semplicemente sfidare i sovrani autocratici della Repubblica Popolare Cinese, specialmente in materia di sicurezza nazionale. La domanda è se esiste un meccanismo per mitigare i rischi e creare fiducia laddove ce ne sia poca. Gran Bretagna e Germania hanno istituito organismi di monitoraggio per esaminare i prodotti Huawei, ma ciò non ha affatto impressionato i funzionari americani.

La proposta di Huawei

Ora Ren Zhengfei, il capo di Huawei, ha proposto un’alternativa: clonare il suo “stack” (mucchio) di tecnologia 5g (brevetti, codici, progetti e know-how di produzione) e venderlo a una società occidentale così sarebbe libera di usarlo fuori dalla Cina e sviluppare la tecnologia come meglio crede. Gli acquirenti potrebbero includere Samsung o Ericsson.

I portafogli della proprietà intellettuale delle telecomunicazioni sono già stati venduti. Microsoft ha acquistato parti di Nokia nel 2014. In questo caso, l’acquirente non dovrebbe affrontare alcuna concorrenza da parte di Huawei in America, dove la società cinese non opera (anche se lì avrebbe bisogno di gestire frequenze di spettro diverse).

In altri Paesi, avremmo avuto un concorrenza testa a testa, nonostante questi nuovi competitors avrebbero impiegato anni per accelerare la produzione. La vendita della tecnologia Huawei non garantirebbe però la sicurezza da spie o sabotatori cinesi. Questi “spettri”, cioè le possibilità che vengano hackerate le reti gestite da aziende occidentali, rimarrebbero perfettamente in piedi.

Ma l’Occidente otterrebbe un accesso sicuro alle tecnologie 5G all’avanguardia, evitando ritardi d’installazione. La concorrenza sarebbe rafforzata da un nuovo contendente occidentale o da uno più forte esistente. Il mondo potrebbe purtroppo avere ancora due ecosistemi tecnologici, ma il piano potrebbe comunque aiutare a disinnescare una guerra fredda tecnologica.

Le due superpotenze sono su una strada pericolosa. Se sceglieranno l’escalation, l’America ha una sola scelta: cercare di mettere fuori mercato Huawei e fuori dalla Cina innescando un conflitto con i guantoni da boxe. In circostanze normali, il suggerimento di Ren sarebbe stravagante. In tempi come questi merita di essere ascoltato.


[Traduzione e sintesi di Roberto Del Latte. Articolo di Redazione da The Economist dalla numero della rivista September 14th 2019]

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