Gorbaciov: nel 1989, il mondo scelse la pace

Gorbaciov: nel 1989, il mondo scelse la pace

“Nel 1989, il mondo ha scelto la pace; oggi dobbiamo tornare ad avere quella stessa prospettiva.

Il muro di Berlino, che per decenni aveva diviso non solo una città ma anche una nazione e l’Europa stessa, cadde nel novembre 1989 e la storia accelerò la sua marcia.

Quei momenti mettono alla prova la responsabilità e la saggezza degli statisti. I cambiamenti attesi da tempo nei paesi dell’Europa centrale e orientale avevano ricevuto un forte impulso dal processo democratico già in atto nell’Unione Sovietica. Le richieste della gente stavano diventando sempre più urgenti e radicali.

Nell’autunno del 1989 la situazione nella Germania dell’Est, la D.D.R., si fece esplosiva. Grandi gruppi di persone stavano lasciando il paese; la gente fuggiva in massa attraversando Ungheria e Cecoslovacchia, che nel frattempo avevano aperto i loro confini occidentali. Nelle principali città, i cittadini scesi in piazza, manifestarono pacificamente, ma la violenza con conseguenze al di fuori del controllo di chiunque non poteva essere esclusa.

Nell’ottobre 1989, partecipai ai festeggiamenti di Berlino Est, in occasione del 40° anniversario della D.D.R. Mentre ero in piedi sul podio, e salutavo le file dei partecipanti alla sfilata, sentii quasi fisicamente lo scontento della gente. Sapevamo che erano stati accuratamente scelti, il che rendeva il loro comportamento ancora più sorprendente.

Cantavano: Perestrojka! Gorbachev, aiutaci! Gli eventi successivi confermarono il rapido sgretolamento del regime della D.D.R. Le proteste e le richieste politiche – dalla libertà di emigrare alla libertà d’espressione e dallo scioglimento degli organi di governo alla riunificazione della Germania – stavano crescendo. La caduta del muro di Berlino non è stata quindi una sorpresa per noi.

Quel che accadde il 9 novembre 1989 fu il risultato di circostanze specifiche e dell’evoluzione dell’umore popolare. In quelle condizioni, il primo passo della leadership sovietica fu quello di rimpatriare la forza militare delle truppe sovietiche di stanza nella D.D.R. Allo stesso tempo, abbiamo fatto del nostro meglio per assicurarci che il processo procedesse lungo linee pacifiche, senza violare gli interessi vitali del nostro paese o minare la pace in Europa.

Ciò era estremamente importante, perché dopo la caduta del muro gli sviluppi nella D.D.R. si fecero turbolenti. La riunificazione della Germania era ormai all’ordine del giorno e questo processo era destinato a preoccupare anche i cittadini sovietici, molti dei quali si allarmarono.

La loro preoccupazione fu comprensibile, sia storicamente che psicologicamente. Dobbiamo fare i conti con la memoria della gente sulla guerra, sui suoi orrori e sulle sue vittime. Naturalmente i tedeschi erano cambiati; avevano imparato le lezioni del reich di Hitler e della seconda guerra mondiale. Ma ci sono cose che non possono essere cancellate dalla storia.

Dissi al cancelliere Kohl: “è importante che i tedeschi, nel gestire l’unificazione, rispettino i sentimenti degli altri popoli e i loro stessi interessi”. Non eravamo gli unici ad essere preoccupati. Gli alleati NATO della Repubblica Federale Tedesca (F.R.G.) – Francia, Gran Bretagna, Italia – non volevano una rapida riunificazione. L’ho capito dai miei colloqui con i loro leader.

In tutti quei paesi che erano stati aggrediti [dalla Germania], c’era il timore che l’unificazione della F.R.G. e D.D.R. avrebbe accresciuto molto il potere della Germania. Avevano serie ragioni non dette, storiche e politiche per tali paure. Credo che i paesi europei membri della NATO non sarebbero stati contrari a sfruttare Gorbachev per frenare l’unificazione.

Oggi, leggendo alcuni commenti e reminiscenze di quel tempo, si potrebbe avere l’impressione che il processo di riunificazione sia stato un gioco da ragazzi, che tutto sia sceso come la manna dal cielo, o che tutto sia avvenuto sulla scia di una buona opportunità o addirittura con l’ingenuità di alcune parti . Ma non fu così.

I due più quattro negoziati che coinvolsero le due Germanie, l’Unione Sovietica, gli Stati Uniti, la Francia e la Gran Bretagna non potevano procedere facilmente. Ci furono discussioni controverse e scontri di opinioni, e talvolta sembrava che un solo malinteso avrebbe fatto saltare i negoziati. Ma si conclusero con successo, perché tutte le parti di questo complesso processo diplomatico mostrarono lungimiranza, nonché coraggio e un senso di alta responsabilità.

Tuttavia, quando mi chiedono chi considero l’eroe principale di quel periodo di drammaticità e tumulto, rispondo sempre: il popolo. Non sto negando il ruolo dei politici. Erano molto importanti. Ma erano le persone – i due popoli – che contavano di più. I tedeschi, che manifestavano il loro desiderio di unificazione nazionale e con un processo pacifico.

E naturalmente i russi, che capivano le aspirazioni dei tedeschi, credevano che la Germania fosse davvero cambiata e sostenevano la volontà del popolo tedesco. Russi e tedeschi possono essere orgogliosi del fatto che dopo il tragico spargimento di sangue della guerra si siano capiti.

Se non lo fossero, il governo sovietico non sarebbe stato in grado di agire come ha fatto. Abbiamo tirato una linea conclusiva alla guerra fredda. Il nostro obiettivo era una nuova Europa: un’Europa senza linee di demarcazione. I leader che sono venuti dopo non sono riusciti a perseguire questo obiettivo.

In Europa non sono state create delle moderne architetture per la sicurezza e nemmeno un’istituzione forte per prevenire e risolvere i conflitti. Oggi nascono da qui i dolorosi problemi e conflitti che affliggono il nostro continente. Esorto i leader mondiali ad affrontare questi problemi e a riprendere il dialogo per il bene del futuro.

Gorbaciov, vincitore del premio Nobel per la pace, era l’unico presidente dell’Unione Sovietica


[Traduzione e sintesi di Roberto Del Latte. Questo articolo è apparso sulla rivista Time]

I punti di vista e le opinioni espressi in questa pubblicazione sono di esclusiva responsabilità degli autori e non riflettono necessariamente il punto di vista di Cronache dei Figli Cambiati

Nuove elezioni in Regno Unito. Quale futuro?

Nuove elezioni in Regno Unito. Quale futuro?

Due settimane prima di Natale, festeggiamenti invernali e presepi scolastici saranno sospesi per convertire le aule in seggi elettorali, per la terza volta in quattro anni.

Le prossime elezioni britanniche pre-natalizie saranno l’ennesimo colpo di scena di una Brexit che non pare trovare la sua strada. Quando il 23 giugno 2016 i cittadini del Regno Unito fecero prevalere l’exit sul remain nel referendum consultivo votarono a scatola chiusa senza conoscere i termini.

Quando poi sono cominciati i negoziati tra Regno Unito e Unione Europea c’è chi ha sollevato alcuni dubbi sulla fattibilità della Brexit e delle sue varie sfumature Deal e No-deal; hard e soft brexit.

La prossima tornata elettorale, la terza in meno di 4 anni, potrebbe cambiare le cose. Sarà incentrata molto di più sul futuro delle relazioni con l’Europa che sul resto dei temi. Attualmente i deputati della camera dei comuni non hanno un’idea condivisa su come lasciare l’Unione Europea, o se restare.

Cosa vogliono Johnson e Corbyn

Il premier conservatore Boris Johnson promette che con una sua maggioranza porterà, in un modo o nell’altro, il paese fuori dall’UE. Jeremy Corbyn, l’avversario laburista, propone un secondo referendum, con la possibilità di annullare tutto.

Già queste due proposte basterebbero a farci capire che i cittadini saranno difronte a una scelta importante. Anche se il tema principale sarà la Brexit, sono in gioco molti altri temi che potrebbero condizionare la scelta nelle urne. La sinistra di Corbyn promette di mettere lo stato al centro dell’economia, mentre i Tories di Johnson preferiscono una forma statale più liberista.

Questa Christmas challange tra sondaggi volatili, partiti in crescita e nuovi poli ideologici, sarà la meno prevedibile. Secondo il settimanale The Economist, un secondo referendum sarebbe il modo migliore per rompere l’impasse.

Nella camera dei comuni non piace a tutti l’accordo preso da Johnson con l’UE, così come non lo erano su quello negoziato dal suo predecessore, Theresa May, secondo alcuni più vantaggioso. La soluzione più chiara e trasparente sarebbe quella di chiedere nuovamente agli elettori, una volta comprese le condizioni sull’accordo per la Brexit, se vogliono continuare ad essere cittadini dell’UE.

Il Parlamento è stato incapace di organizzare un secondo referendum. E piuttosto che modificare la sua proposta, Johnson ha scelto le elezioni. Per ora, un referendum è fuori discussione.

Le proposte

Le proposte dei partiti sull’argomento Brexit sono formulate per soddisfare tutte le esigenze:
Brexit Party: no deal, uscita immediata senza accordo;
Tories: barebone deal o “Canada-minus” come preferisce Boris Johnson, accordo striminzito commerciale tradizionale che riduce le tariffe doganali. Non implica né pagamenti all’UE, né che il Regno Unito sia soggetto alla giurisdizione UE, né la necessità di accettare la libera circolazione;
Labour: nuovo referendum;
Liberal: annullare del tutto la Brexit.

Secondo gli analisti Corbyn, entrerebbe a Downing Street soltanto in coalizione con altre forze politiche, una strada in salita se prendiamo in considerazione il fatto che gli altri partiti non gradiscono molti punti del suo programma.

Anche i sondaggi rendono impossibile ogni previsione. Secondo i sondaggi i Tories sono 12 punti avanti rispetto ai Labour. Ma i sondaggi negli ultimi tempi sono altamente volatili. Solo pochi mesi fa i Tories erano al terzo posto. Theresa May ha iniziato la sua campagna nel 2017 con un vantaggio di 20 punti e in cinque settimane dopo ha perso la maggioranza.

I vecchi schieramenti di sinistra e destra resistono sulle argomentazioni economiche, ma hanno gradualmente lasciato sempre più spazio ad una nuova cultura politica. La Brexit ha accelerato il fenomeno ridisegnando il campo politico. I Tories si recheranno nei posti della classe operaia promettendo una Hard Brexit e conservatorismo sociale. I Labour, nel frattempo, saranno tra i ceti benestanti a predicare il Remain e il liberalismo sociale.

Le tattiche potrebbero non funzionare: Theresa May ha già tastato il polso agli operai del nord nel 2017, scoprendo che la classe operaia era ancora allergica ai Tories. Ma in generale i voti della classe media fanno gola a tutti i partiti, grandi e piccoli, solo che se le questioni economiche possono spesso essere risolte trovando un compromesso, le distanze ideologico-culturali no.

Ma esiste la possibilità che anche quest’ultimo esercizio democratico non riesca a produrre un risultato decisivo? Probabilmente si, perché l’ascesa dei partitini ha reso difficile per chiunque essere in maggioranza.

Le prossime elezioni avranno profonde conseguenze per la Gran Bretagna. Ma non dobbiamo sorprenderci se tra un anno il Paese starà ancora discutendo su come chiudere definitivamente il capitolo Brexit.

Al-Baghdadi è morto, ma i problemi in Medio Oriente non sono finiti

Al-Baghdadi è morto, ma i problemi in Medio Oriente non sono finiti

Il presidente Trump può vantare, grazie al supporto dei curdi e dei russi, di aver sconfitto finalmente il capo dell’ISIS. Ma si sbaglia se pensa che adesso la missione è compiuta.

Il raid dei commando americani in Siria annunciato dal presidente Trump domenica è riuscito a sconfiggere Abu Bakr al-Baghdadi, leader dello Stato Islamico. Una vittoria significativa nonostante l’annuncio del ritiro delle forze americane.

I cani dei militari americani hanno inseguito Abu Bakr al-Baghdadi fino in fondo al tunnel dov’era nascosto mentre lui “piagnucolando, piangendo e urlando” correva accompagnato da tre bambini. Addosso aveva un giubbotto esplosivo che poi ha fatto esplodere, per non farsi catturare vivo, uccidendo anche i bambini, secondo l’insolito racconto di Trump.

Aggiungendo poi nello stesso discorso televisivo in diretta dalla Casa Bianca “Ieri sera, gli Stati Uniti hanno fatto giustizia sul leader terrorista numero 1 al mondo, Abu Bakr al-Baghdadi è morto.”

Nonostante il corpo di al-Baghdadi sia stato martoriato dall’esplosione i test hanno confermato la sua identità. Trump ha continuato incessantemente a ritrarlo come un “pazzo depravato” e i suoi seguaci come “perdenti” e “cuccioli impauriti”. Il lessico infuocato e orgoglioso è stato diverso rispetto ai classici approcci solenni dei suoi predecessori. “È morto come un cane”“È morto come un codardo.”

Secondo il racconto del presidente le forze americane a bordo di otto elicotteri hanno attraversato lo spazio aereo controllato dalla Russia con il lasciapassare di Mosca. Sono atterrate nonostante il fuoco ostile nemico e sono entrate nell’edificio designato attraverso un buco nel muro anziché posizionare una trappola esplosiva all’ingresso principale. Nessun americano è morto durante l’operazione, anche se Trump ha detto che uno dei cani dell’esercito è rimasto ferito.

Sabato la Casa Bianca ha pubblicato una foto di Trump circondato dai suoi consiglieri nella Situation Room mentre assisteva al raid, rievocando la stessa scena di Barack Obama che assisteva al raid contro Osama bin Laden nel 2011. Trump sembrava persino suggerire che uccidere al-Baghdadi fosse più importante che uccidere Bin Laden.

Eppure Al-Baghdadi non ha mai intimorito gli americani come Bin Laden pur essendo di fatto un nemico tenace e pericoloso per gli Stati Uniti e suoi alleati in Medio Oriente.

Al-Baghdadi, 48 anni, figlio di un pastore iracheno fu arrestato dagli americani nel 2004. Si è radicalizzato durante gli 11 mesi di prigionia formando poi una forza terroristica più pericolosa di Al Qaeda. Predicava un Islam virulento ed è arrivato a controllare una fascia di territorio delle dimensioni della Gran Bretagna.

La sua posizione è stata scoperta quest’estate dopo l’arresto e l’interrogatorio di una delle sue mogli e di un corriere, come riferito dai funzionari americani. Abitava nel profondo interno della Siria nord-occidentale, fatto che ha sorpreso gli americani perché si tratta di una zona controllata da gruppi di al Qaeda, rivale dell’ISIS.

La presenza di Baghdadi nelle aree dominate da Al Qaeda potrebbe significare molte cose. C’è il pericolo che tra loro siano ripartiti i negoziati per la riunificazione e/o una collaborazione con elementi di Al Qaeda per gli attacchi contro l’Occidente.

Partendo da questo primo indizio, la CIA ha lavorato a stretto giro con l’intelligence curda in Iraq e Siria – compresi quelli presi colti di sorpresa dalla decisione di Trump di ritirare le truppe americane dal nord della Siria all’inizio di questo mese – per identificare la posizione di Baghdadi e sfruttando le spie per monitorare i suoi movimenti.

Per Trump, la missione compiuta contro al-Baghdadi potrebbe essere sia una vittoria strategica nella guerra allo Stato Islamico sia un contrappunto politicamente utile per zittire i critici che lo hanno assalito nelle ultime settimane dopo la scelta di ritirare le truppe, che ha permesso alla Turchia di attaccare e respingere gli alleati curdi dalla Siria settentrionale.

La morte di al-Baghdadi è un’altra importante vittoria nella campagna contro lo Stato islamico, ma gli esperti di antiterrorismo hanno avvertito che l’organizzazione potrebbe essere ancora una potente minaccia.

“Il pericolo qui è che Trump decida ancora una volta di spostare l’attenzione dall’ISIS ora che il suo leader è morto”, ha dichiarato Jennifer Cafarella, direttrice dell’Istituto per lo studio della guerra a Washington. “Sfortunatamente, uccidere i leader non sconfigge le organizzazioni terroristiche. Avremmo dovuto imparare quella lezione dopo aver ucciso Osama bin Laden, dopo di che Al Qaeda ha comunque continuato ad espandersi a livello globale. “

Lo stato islamico ha le sue radici in Al Qaeda in Iraq, un gruppo sunnita fondato nei primi anni della guerra in Iraq da Abu Musab Al-Zarqawi. Nel giugno 2006, Al-Zarqawi è stato ucciso nella sua dimora blindata dalle bombe americane, ma il suo gruppo ha continuato la sua devastante violenza in Iraq e la guerra civile è degenerata nel corso dell’anno successivo. Anni dopo, il Al-Baghdadi, dopo un periodo di debolezza per il gruppo, trasformò l’organizzazione in Stato Islamico, con l’aiuto di funzionari un tempo fedeli a Saddam Hussein.

Se la morte di Al-Baghdadi fosse confermata, darebbe inizio a una lotta di successione tra i massimi leader dello Stato islamico. Negli ultimi anni molti altri leader sono morti negli attacchi e nei raid americani con i droni. Anticipando la propria morte, Al-Baghdadi ha delegato le autorità a luogotenenti regionali e funzionali per garantire che le operazioni dello Stato islamico continuassero.

  • Peter Baker è il principale corrispondente della Casa Bianca e ha ricoperto gli ultimi quattro presidenti per The Times e The Washington Post. È anche autore di cinque libri, di recente “Impeachment: An American History”. @PeterbakernytFacebook 
  • Eric Schmitt è uno scrittore senior che ha girato il mondo occupandosi di terrorismo e sicurezza nazionale. Era anche il corrispondente del Pentagono. Membro del personale del Times dal 1983, ha condiviso tre premi Pulitzer. @EricSchmittNYT
  • Helene Cooper è una corrispondente del Pentagono. In precedenza era redattrice, corrispondente diplomatica e corrispondente della Casa Bianca, e faceva parte del team che ha ricevuto il Premio Pulitzer 2015 per i rapporti internazionali, per la sua copertura dell’epidemia di Ebola. @helenecooper

[Traduzione e sintesi di Roberto Del Latte. Articolo di Peter Baker, Eric Schmitt, Helene Cooper dal New York Times articolo qui]

I punti di vista e le opinioni espressi in questa pubblicazione sono di esclusiva responsabilità degli autori e non riflettono necessariamente il punto di vista di Cronache dei Figli Cambiati

C’è speranza per la Tunisia?

C’è speranza per la Tunisia?

A vincere le ultime elezioni è stato uno strano professore, ora tutti si chiedono se i tunisini finalmente hanno qualcuno su cui poter sperare e contare

Dall’avvio alla democrazia nel 2011, dopo la caduta dell’ultimo dittatore, in Tunisia sono ormai passati otto anni difficili. L’economia resta in stagnazione, la corruzione è ancora diffusa, il terrorismo è ancora una seria minaccia e c’è una vecchia classe politica che ha deluso i cittadini. Molti si chiedono se l’elezione di questo nuovo presidente Kais Saied il 13 ottobre porterà speranza nella fragile democrazia nordafricana.

Appena i tunisini hanno appreso della palese vittoria di Saied, migliaia di cittadini si sono radunati nella capitale. Molti hanno cantato gli stessi slogan di otto anni prima. Saied ha annunciato la sua vittoria come una “nuova rivoluzione”. Sull’aspetto che avrà questa nuova rivoluzione è difficile fare previsioni. Sia per stile che per la sostanza, sappiamo che Saied vuole andare oltre le semplificazioni delle etichette politiche.

Kais Saied è un professore di diritto in pensione di 61 anni, è stato un ambiguo attivista se prendiamo in considerazione i discorsi rigidi che faceva in arabo formale. Affermava che l’omosessualità era “una malattia e un complotto straniero” opponendosi alla pari eredità per uomini e donne. Chiede inoltre cambiamenti radicali nel sistema democratico. Non ha un partito politico, eppure ha vinto grazie al sostegno di gruppi secolaristi e di sinistra come Ennahda, un partito islamista moderato, che si è classificato al vertice delle elezioni parlamentari del 6 ottobre.

Nabil Karoui, imprenditore tunisino considerato il Berlusconi della Tunisia

Saied ha sconfitto un altro favorito Nabil Karoui, un uomo d’affari che ha condotto una campagna populista rivolta ai poveri. Che questi due outsider politici siano arrivati ​​al ballottaggio, scavalcando molti volti più familiari, è stato a causa della scarsa fiducia nell’élite precedente. Ma molti elettori hanno considerato Karoui semplicemente un opportunista dopo gli scandali di corruzione in cui era coinvolto.

Saied, al contrario, è stato percepito come una figura che sradicherà finalmente la corruzione in Tunisia. Ha speso poco per la sua campagna elettorale, eppure ha vinto il 73% dei voti, incluso il 90% dei giovani dai 18 ai 25 anni, secondo i sondaggi. Quasi un terzo dei suoi sostenitori non ha votato alle elezioni parlamentari. La proposta più audace del presidente eletto è eliminare tali elezioni. Invece, dice che i tunisini dovrebbero eleggere i consiglieri locali, in base al loro carattere, non alla loro ideologia.

Questi funzionari sceglierebbero i rappresentanti regionali che a loro volta sceglierebbero membri del parlamento nazionale. “Il potere deve appartenere direttamente alle persone”, afferma Saied quando parla del suo piano di votazione indiretta. A molti piace l’idea di dare più potere alle comunità locali. Ma Saied dovrebbe riuscire convincere i due terzi del parlamento per modificare la costituzione in tal senso. È al momento pare altamente improbabile.

Le ultime elezioni parlamentari hanno prodotto un’assemblea parlamentare divisa, con circa 20 partiti rappresentati. Il suo partito Ennahda ha preso 52 dei 219 seggi (contro i 69 del 2014). Il nuovo partito di Karoui, Qalb Tounes, è arrivato secondo con 38 seggi. Nidaa Tounes (nt), ex partito al potere, è stato quasi spazzato via. Dopo alcune discussioni, molti dei suoi membri principali hanno dato vita a nuovi partitini.

Ripartizione delle ultime elezioni parlamentari in Tunisia 2014

Inoltre il vecchio partito al potere è stato anche colpito lo scorso luglio dalla morte del suo fondatore, Beji Caid Essebsi, il primo presidente democraticamente eletto della Tunisia. Di conseguenza, non ha vinto di soli tre seggi, rispetto agli 86 del 2014. Ennahda avrà per la prima voltà l’opportunità di nominare un primo ministro, che avrà quindi due mesi di tempo per formare un governo.

I tempi dei colloqui per una futura coalizione saranno probabilmente lunghi e difficili. Saied può prosperare nelle divisioni altrui. Il presidente di solito ha meno voce in capitolo sulla politica rispetto al primo ministro, ma Saied ha ricevuto più voti di tutti i deputati messi insieme. Dispone di una maggiornaza enorme.

Quindi quali sono le sfide che deve affrontare?

Il tasso di disoccupazione è di circa il 15%. Il governo è in debito con gli occhi. L’FMI vuole che mostri un po’ di moderazione fiscale, mentre le persone vogliono che fornisca più posti di lavoro. La loro fiducia nella democrazia sta diminuendo. Ma l’elezione di Saied dimostra che non hanno rinunciato al sistema democratico. Vogliono solo che qualcuno lo ripulisca.

Tutto ciò che c’è da sapere dei disordini in Cile

Tutto ciò che c’è da sapere dei disordini in Cile

Il Cile, uno dei paesi più prosperi e politicamente stabili dell’America Latina è da alcuni giorni scosso da proteste e saccheggi perché è finito al centro di una resa dei conti provocata dalla disuguaglianza sociale.

Nello scorso fine settimana un’ondata di proteste in Cile, provocata da un aumento delle tariffe della metropolitana, è degenerata in saccheggi, atti di vandalismo e incendi dolosi.

Il presidente Sebastián Piñera ha imposto non solo stato di emergenza ma anche il coprifuoco e ordinato alle forze armate di ripristinare l’ordine. Questa misure che avrebbero dovuto calmare gli animi dei cileni non sono diverse da quelle che lo stesso popolo ha subito durante il repressivo governo militare negli anni ’70 e ’80.

Le scene violente che in questi giorni colpiscono un Cile che da tempo era considerato un esempio di stabilità economica e politica in una regione turbolenta.

Ecco alcuni semplici domande per capire cosa ha portato a questa crisi.

Come è iniziato?

L’aumento della corsa metropolitana scattato il 6 ottobre ha portato gli studenti delle scuole superiori a scavalcare i tornelli delle stazioni della capitale Santiago all’inizio di questo mese. Promossa con l’hashtag #EvasionMasiva, “Evasione di massa”, sui social media è stato il primo atto di disobbedienza civile.

Mentre gli studenti continuavano a evitare la tariffa alcune stazioni della metropolitana venivano chiuse così la polizia si è scagliata violentemente contro i passeggeri che saltavano i tornelli.

Questo è servito a catalizzare una grande protesta nelle strade che nel frattempo ha portato in risalto nuove questioni oltre al costo della corsa metropolitana.

Molti cileni poveri e della classe media sono stufi dell’aumento dei costi delle utenze, dei salari stagnanti e delle pensioni irrisorie in una nazione che da tempo si è proclamata ben gestita e prospera.

Perché nonostante l’economia sia in crescita i cileni sono scontenti?

Quest’anno l’economia del Cile è stata sconvolta dalle tensioni commerciali globali, un calo del prezzo del rame (la sua principale esportazione) e l’aumento dei prezzi del petrolio. Eppure il paese è cresciuto a un ritmo ragionevolmente salutare ed è in una forma molto migliore rispetto alle economie dei suoi vicini regionali.

Tuttavia, la disuguaglianza resta profondamente radicata in Cile. E molti cileni si sentono tagliati fuori mentre si indebitano per superare il mese e lottano arrivare alla pensione.

Patricio Navia, professore di scienze politiche cileno che insegna alla New York University, afferma che molti cileni della classe media si sentono “abbandonati” dal governo di Piñera. Il presidente miliardario ha promosso riforme che abbassano le tasse ai più ricchi nel tentativo di attrarre investimenti e stimolare la crescita.

“Ciò ha creato l’impressione che questo governo sia più preoccupato per i ricchi che per le persone a basso reddito” secondo Navia.

Le ultime vicende di corruzione che hanno coinvolto potenti uomini d’affari e le forze di polizia federali del Cile sono state una delle principali cause di sgomento. I cileni si sono indignati quando Piñera è stato multato ad agosto per aver evaso le tasse sulle proprietà che possedeva da anni.

Cosa vogliono i manifestanti?

Quello che è iniziato come un atto di disobbedienza civile guidato dagli studenti si è trasformato in un ampia opposizione alla disuguaglianza e alle politiche economiche del governo di centro destra e a nuove aspirazioni dei cileni.

Sia i cileni che hanno affrontato la polizia che quelli che battevano le pentole e le padelle per le strade si lamentano di salari bassi, pensioni irrisorie e costi di trasporto e servizi poco contenuti.

Monica de Bolle, membro senior del Peterson Institute for International Economics, ha affermato che diversi paesi dell’America Latina non hanno approfittato del boom delle materie prime per risollevare milioni di persone in povertà nel continente all’inizio del duemila.

I leader dovevano spendere di più per ampliare l’accesso all’istruzione, migliorare le infrastrutture e potenziare i servizi sociali – misure che avrebbero lasciato i paesi più preparati a una recessione economica.

“Molte persone in questi paesi hanno visto per poco tempo com’è avere una vita migliore”. Mentre il Cile ha fatto più di altri nella regione per far fronte a tempi più magri, De Bolle ha aggiunto che: “Non è abbastanza rispetto a ciò a cui aspirano le persone”.

Qual è stata la risposta del governo?

Mentre il saccheggio e il vandalismo si sono diffusi rapidamente venerdì, un sorpreso la decisione di Piñera di dichiarare lo stato di emergenza incaricando i militari di fare ordine. Un gesto straordinario e inaspettato in un paese in cui i militari solo alcuni decenni fa avevano ucciso e torturato migliaia di cittadini in nome dell’ordine.

Il governo ha soppresso l’aumento della tariffa della metropolitana e Piñera sembra essere consapevole dei più ampi reclami che hanno alimentato i disordini. Ma il presidente non ha ancora delineato una serie completa di politiche per migliorare le cose.

Piñera ha espresso la volontà d’incontrare i leader dell’opposizione, alcuni dei quali hanno sostenuto la necessità di avviare profonde riforme strutturali. Ma sembra avere difficoltà a fare i conti con la vera fonte delle frustrazioni della popolazione. Ha incolpato i gruppi criminali organizzati di aver provocato la violenza nelle proteste.

Piñera ha dichiarato domenica sera: “Siamo in guerra contro un nemico potente che è disposto a usare la violenza senza limiti”.

Ma il generale incaricato di ripristinare l’ordine, Javier Iturriaga, ha usato un tono molto diverso “Sono un uomo sereno, non sono in guerra con nessuno.”

John Polga-Hecimovich, esperto dell’America Latina presso l’Accademia navale degli Stati Uniti, ha affermato che Piñera è stato “sorprendentemente incapace di riconoscere e rispondere alle proteste iniziali”.

Polga-Hecimovich ha affermato inoltre che i disordini in Cile e crisi simili che hanno scosso la regione negli ultimi mesi dovrebbero mettere in evidenza le élite politiche. “Questo potrebbe essere solo il campanello d’allarme di cui alcuni di questi governi e partiti politici hanno bisogno per migliorare la loro rappresentanza e governance”.

America First.. e l’Italia?

America First.. e l’Italia?

Da oggi, 18 ottobre, diventano pienamente operativi i nuovi dazi americani che colpiscono l’import europeo per un valore di 7,5 miliardi di dollari annui. Una manovra che si inserisce nella disputa Airbus-Boeing che, dal 2004, vede contrapposti USA ed UE a causa dell’illegittima corresponsione dei sussidi pubblici al colosso americano Boeing e all’europea Airbus. Contromisure che potrebbero condurre ad una nuova guerra commerciale tra le due sponde dell’Atlantico, incidendo anche sull’export italiano.   

La black list di prodotti-bersaglio del Dipartimento del Commercio statunitense (USTR) non si limita difatti a colpire i soli Stati Membri parte del consorzio europeo aeronautico Airbus (Francia, Germania, Regno Unito e Spagna), ma – tra gli altri – anche il Bel Paese.

Il Made in Italy agroalimentare è colpito con tariffe addizionali del 25% a fronte di un danno pari a mezzo miliardo di euro (stima Coldiretti).
Tuttavia, da Oltreoceano non escludono la possibile futura estensione della manovra ad altri prodotti men che meno l’aumento dei dazi. La Federalimentare ha stimato un possibile danno tra i 650 mln (per tariffe al 30%) e gli oltre 2 mld (in caso di dazi al 100%).

All’indomani della decisione dell’Organizzazione Mondiale del Commercio (OMC), il timore di una guerra commerciale si è tradotto in una ricaduta dei mercati, facendo registrare a Piazza Affari un Ftse Mib al ribasso del 2,87%.

Pur circoscrivendosi la manovra ad una categoria di prodotti piuttosto ristretta (lo 0,8% dell’export totale verso gli USA), ad essere maggiormente colpito è il settore lattiero caseario, con in testa: Parmigiano Reggiano, Grana Padano, provolone e pecorino. Colpiti anche superalcolici, bevande, insaccati, frutta e agrumi. Al momento, rimangono esclusi: conserve di pomodoro, olio d’oliva, pasta e vino.

Infografica export Italia

Se, in una prospettiva più ampia, guardiamo ai nostri competitor francesi e spagnoli direttamente colpiti da dazi addizionali su vino e olio d’oliva, l’export nostrano ne potrebbe uscire favorito. Nel 2018, l’export di questi prodotti ha registrato introiti, rispettivamente, per 1.500 mln e 436 mln di euro. Beh, nulla di personale, cari vicini.. ma sapete come si dice: mors tua, vita mea!

Quali prospettive?

L’export è la vocazione e il motore dell’Italia.

Beniamino Quinteri, Presidente SACE SIMEST

L’export si è dimostrato fattore trainante dell’economia italiana, a conferma dell’eccellenza dell’offerta del made in Italy. L’Italia deve prendere coscienza delle potenzialità del proprio sistema industriale e affrancarsi dai mercati tradizionali per collocarsi più incisivamente su quelli emergenti: dal continente asiatico (non solo la Cina) all’America Latina, passando per l’Africa subsahariana.

Nonostante le tensioni internazionali (sanzioni russe, rischio di una Hard Brexit, trade war USA-Cina e USA-UE), l’agrifood – insieme ai settori farmaceutico e della moda – ha avuto negli ultimi anni un peso non indifferente nell’export complessivo, per il quale si stima nel 2022 una crescita superiore ai 540 mld di euro.

Le imprese italiane dovrebbero diversificare la propria offerta, specie nel settore tecnologico. Il rafforzamento della competitività deve tuttavia passare attraverso programmi di innovazione e di potenziamento delle infrastrutture, nonché mirate politiche di sostegno, nazionali e sovranazionali, con un occhio di riguardo alle imprese del Mezzogiorno e alle PMI.
L’Unione Europea si sta già muovendo stipulando accordi commerciali di libero scambio (si pensi al CETA e all’EPA col Giappone).

O Canada, we stand on guard for thee!
L’export italiano verso il Canada è in crescita. Dopo la straordinaria performance del 2017 (+6,3% con un introito complessivo di 3,9 mld), l’anno 2018 ha registrato un +4,8% permettendo di superare i 4 mld di euro.

CETA, accordo Canada-UE
26 gennaio 2016. Lussemburgo, Camera dei Deputati: Pierre-Marc Johnson, negoziatore canadese per il CETA. Photo Credits: Chambre des Députés/Flickr (CC BY-ND 2.0).

Nuovi mercati da coltivare

Africa subsahariana

L’economia di questa parte del continente africano è in crescita. Lo sviluppo futuro dipenderà dal processo di industrializzazione e, non indifferentemente, dall’African Continental Free Trade Area, un accordo commerciale tra i Paesi dell’Unione Africana diretto all’abbattimento graduale delle barriere tariffarie e non.

Ponderando tutti i rischi connessi, pur con la consapevolezza che in certi casi la percezione del rischio è maggiore rispetto a quello reale, le imprese italiane dovrebbero puntare su tre settori chiave: infrastrutture e costruzioni, macchinari agricoli e per la trasformazione alimentare e digitale business to consumer.

Brasile

In ripresa dopo la recessione del 2015-2016, il Brasile è la prima economia dell’America Latina. Le migliori opportunità sono offerte dai settori delle infrastrutture, delle energie rinnovabili e dell’agribusiness.

Emirati Arabi Uniti

È l’ottavo Paese al mondo col più alto Pil pro capite medio annuo. Infrastrutture, turismo, energie rinnovabili e servizi finanziari sono i nuovi settori su cui gli Emirati Arabi Uniti stanno puntando per affrancarsi dalla dipendenza dal settore petrolifero.

India

Pur con importanti criticità (deficit fiscale, debito pubblico e basso reddito pro capite), l’India è tra i Paesi del G20 col più alto tasso di crescita. Un risultato favorito da un tessuto produttivo dinamico, da una classe media dotata di un notevole potere di acquisto e una politica governativa improntata alla facilitazione delle attività d’impresa.

L’Italia dovrebbe tuttavia ampliare la propria quota di mercato (che attualmente si attesta sull’1%) puntando specialmente su infrastrutture, farmaceutica e agroalimentare (con una percentuale dell’11%, il Bel Paese è il terzo fornitore di vino).

Barolo, vino rosso italiano tra i più amati e conosciuti al mondo.
Il Barolo è tra i vini rossi italiani più apprezzati e conosciuti al mondo. Credits Photo: Wikimedia Commons (CC BY-SA 3.0).

Export, l’agroalimentare spinge la crescita, ANSA, 30 maggio 2019.
Belladonna A. & Gili A., Arrivano i dazi americani: ecco gli effetti per l’Italia, ISPI, 03 ottobre 2019.
Cappellini M., A rischio 2 miliardi di export agroalimentare italiano, Il Sole 24 ore, 03 ottobre 2019.
Dazi Usa, colpito 1/2 miliardo di export alimentare, Coldiretti, 03 ottobre 2019.
I dazi affossano il record del Made in Italy in Usa (+8,3%), Coldiretti, 04 ottobre 2019.
Rapporto Export 2019 di Sace, Giansanti (Confagricoltura): “Agrifood traina l’esportazione made in Italy”, Confagricoltura, 31 maggio 2019.
D’Argenio A., 7,5 miliardi – Il Wto dice sì ai dazi Usa contro i prodotti europei per lo scontro Boeing-Airbus, La Repubblica, 03 ottobre 2019.
Di Donfrancesco G., Dalla Wto sì a dazi Usa su merci Ue per 7,5 miliardi, Il Sole 24 ore, 03 ottobre 2019.
AgrOsserva. La congiuntura agroalimentare. II trimestre 2019, ISMEA, settembre 2019.
Dazi, danni fino a 2 miliardi. Federalimentare: ”Con gli USA si trovi un compromesso o via ai controdazi”, Federalimentare, 02 ottobre 2019.
Lops V., Venti di recessione in Europa e Usa. Borse in picchiata, Il Sole 24 Ore, 03 ottobre 2019.
U.S. wins $7.5 billion award in Airbus subsidies case, Office of the United States Trade Representative, 02 ottobre 2019.
Ufficio Studi, Export Karma. Il futuro delle imprese italiane passa ancora per i mercati esteri, SACE SIMEST, 30 maggio 2019.

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