AGAIN? George Floyd e la lezione di Martin Luther King

AGAIN? George Floyd e la lezione di Martin Luther King

La storia della morte di George Floyd, l’afroamericano ucciso dagli agenti di polizia di Minneapolis, ha mostrato come negli Usa la polizia non ha fatto tesoro delle lezioni di Martin Luther King. Accade da così tanti anni che c’è chi si è abituato e ancora qualcuno che si chiede con tono irritato “ma ancora?!”.

George Floyd, morto dopo essere stato ammanettato e bloccato a terra dal ginocchio di un ufficiale, è solo l’ultimo caso del Minnesota. Non serve ricordare i numeri per ribadire quanti casi come questo si ripetono durante l’anno. L’anno scorso la 28enne Atatiana Jefferson è stata uccisa nella sua abitazione di Fort WorthTexas, mentre giocava col nipotino, raggiunta dai colpi esplosi da un poliziotto verso la finestra solo perché «l’agente ha percepito un pericolo». Un’episodio surreale. L’ennesimo.

Quest’ultimo a discapito di George Floyd ha avuto una risonanza internazionale con i filmati amatoriali dei passanti. “I can’t breathe”. “Non riesco a respirare, per favore, non riesco a respirare” continuava a ripetere, come ha potuto ascoltare chi ha visto sui social o al Tg uno dei tanti video che girano.

I passanti cercano di intercedere in tutti i modi. George chiede aiuto con l’ultimo filo di voce ma i quattro agenti che dovrebbero averlo in custodia semplicemente lo ignorano. Ignorato finché George, ammanettato con la faccia sull’asfalto, si fa silenzioso e immobile. Più tardi arriva un medico dell’ambulanza e, allungando la mano sotto il ginocchio dell’ufficiale, sente un battito sul collo dell’uomo. Il medico si allontana e torna spingendo una barella. George viene quindi messo ammanettato sulla barella, caricato sull’ambulanza e portato via. Per lui non ci sarà più nulla da fare. Il ginocchio gli ha bloccato il respiro fino a soffocarlo.

Se il fatto fosse finito così basterebbe già a farci schifo. Ma non basta. Il giorno dopo la polizia parlerà di “incidente medico” quasi attribuendo ai medici la colpa. Nonostante i quattro agenti siano stati licenziati non sono indagati per alcun reato. Vuol dire che per George Floyd non si farà mai giustizia.

La visione di quel video mi ha sconvolto per la violenza. Mi ha disgustato. George è morto per il colore della sua pelle e la matrice razzista si conferma man mano che si approfondisce il caso. Lo stereotipo secondo cui ogni poliziotto pensa che un nero sia un potenziale pericolo più di ogni altro uomo o donna che incontra si riconferma. Gli agenti di Minneapolis per scagionarsi hanno raccontato di presunte resistenze all’arresto di George o che era sotto l’effetto di droghe. Una macchina del fango che mi ricorda la stessa che in Italia è passata sulla pelle di Stefano Cucchi per 10 anni. Il pregiudizio assassino.

Quando accade nel contesto statunitense mi indigna ancora di più. Avrei voglia di strillare “ma allora la marcia di Martin Luther King e le parole di Malcolm X non hanno cambiato le cose? Nemmeno la cultura, la musica e i film? Neanche la presenza di Obama nell’ufficio più importate del paese? Ancora una volta? Perché?”

La psicologia sta influenzando l’economia reale

La psicologia sta influenzando l’economia reale

La crisi economica mondiale derivante dall’attuale pandemia si sta rivelando radicalmente diversa per caratteristiche e livello d’impatto sull’economia reale. Diversa perché ciò che ci si aspettava non corrisponde infatti al vero.  

Oggi, possiamo dirlo con totale certezza: le devastanti conseguenze che si stanno presentando non toccano una crisi dell’offerta. E’ una crisi della domanda e dunque del consumatore. Si tratta invero non solo di un elemento relativo alla liquidità, ma anche e soprattutto ai comportamenti sociali che il virus e le stesse politiche nazionali hanno creato. 

Non è dunque, e purtroppo, un discorso a senso unico e limitato alle singole riaperture. Molti, titolari delle attività interessate dal processo di chiusura e riapertura, hanno chiaramente sperato in una immediata e percettibile svolta economica: non è stato così, poiché la crisi del consumatore prima che economica è del tutto (o quasi) psicologica. La accentuata tendenza al risparmio e le difficoltà di riassumere comportamenti tipici “da consumatore” sembrano essere accertate, e tra le cause di tutto questo vi è oltretutto un linguaggio pubblico comunicativo sbilanciato su cosa non fare, piuttosto che su cosa fare e come farlo.  

Non è detto che gli interventi assistenzialistici e di sussidio alla popolazione si tradurranno in un bilanciamento tra esigenze della domanda e necessità dell’offerta. L’esempio emblematico è quello della Svezia (che come noto si è affidata alla ‘strategia del soft lockdown’), nella quale la variazione del Pil nel primo trimestre 2020 è stata negativa (-0,3%, ndr). Il tutto ha una spiegazione più o meno logica: non tutto è riducibile, come molti leader politici sembrano ingenuamente manifestare, alla spasmodica ricerca di un bilanciamento tra tutela della salute pubblica e necessità di proteggere il tessuto socio-economico delle singole nazioni.

Perché a quel punto, dopo aver indirizzato i cittadini verso un tutti fuori o un tutti dentro, le reazioni possono essere le più eterogenee. Non ha premiato la scelta svedese certo, ma altrettanto surreale è stata la scelta abbottonata di lockdown più o meno ferrei, che al tempo stesso non hanno fatto bene all’economia mentre non è ancora dato sapere quanto abbiano positivamente influito sulla salvezza delle vite umane (salvo ovviamente, una probabile e forte limitazione di crisi logistica delle terapie intensive dei singoli sistemi sanitari). 

E’ chiaro pertanto, quanto segue: non basta riaprire o richiudere a seconda delle nevrosi (rielaborate in questi giorni dagli sceriffi della politica) e della ricerca del consenso elettorale. Occorre una visione strategica, che punti su tutti coloro che saranno in grado di fare innovazione trasformando il mercato del lavoro, e rigenerando la mentalità depressa del consumatore.

A nulla serve nemmeno analizzare il dibattito di questi giorni circa l’intervento ‘a gamba tesa’ dello Stato all’interno dell’economia, modello che in Italia ha fallito attraverso un devastante sperpero di denaro pubblico fatto di politiche miopi ed errate, pensando più a come mandare in pensione i dipendenti pubblici che alle future generazioni.

Il disastro è stato presto servito, al punto che negli anni 90’ pur di entrare a far parte del mondo europeo, abbiamo soppiantato il sistema delle partecipazioni statali per dar vita a un lungo periodo di privatizzazioni all’interno del mercato, con i ‘risultati’ visti negli ultimi trent’anni. 

Bisogna dunque guardare all’obiettivo della ripresa pensando a cosa sia più giusto fare senza arrovellarsi dentro a film economici visti e rivisti, ma facendo ripartire ciò che davvero serve. Rigenerare mentalmente il consumatore, lo si diceva, ma soprattutto far ripartire gli investimenti pubblici e privati. Non si può abusare continuamente di termini quali sburocratizzazione e semplificazione della macchina amministrativa, senza poi effettivamente dare seguito alla fiera molesta degli annunci salvifici.  

Edilizia, ambiente, innovazione tecnologica: queste sono le sfide del futuro, dalla necessità di rivedere il farraginoso codice degli appalti all’esigenza di sgonfiare il digital divide che condiziona l’Italia, eppure terza economia del sistema Europa. Abbiamo impostato la nostra strategia giuridica su un presunto pugno duro, densa di regole scritte male e modificate peggio, ma non abbiamo sconfitto la corruzione e abbiamo generato l’inerzia delle pubbliche amministrazioni, impaurite anche al solo pensiero di prendere decisioni potenzialmente pericolose. 

Ripartire è un termine importante, oggi più che mai. Anzi, sembra ormai essere il termine madre dello stato psicologico dell’individuo e del proprio meccanismo di benessere. Abusiamo meno dei termini qualificanti di questa crisi, e cerchiamo di metterli in pratica. Altrimenti, sarà una vera catastrofe. E purtroppo, non solo economica. 

Cosa ho scoperto sulla Generazione Tiktok

Cosa ho scoperto sulla Generazione Tiktok

Il lockdown appena terminato è stato un periodo surreale e al contempo unico della vita di ognuno di noi. Abbiamo perso qualsiasi stimolo esterno a causa dell’isolamento e siamo stati catapultati in una realtà totalmente nuova: noi stessi.

Ognuno di noi si è ritrovato faccia a faccia con la solitudine senza possibilità di scappare. Abbiamo sentito la necessità di trovare strategie per affrontarla e abbiamo dovuto ricercare dentro di noi gli stimoli che prima percepivamo dall’esterno.

C’è chi ha praticato yoga, utilizzando questo tempo per far del bene al proprio corpo quanto al proprio spirito. Chi scoperto di saper fare di meglio di un piatto di pasta e ha sperimentato con la chimica degli ingredienti. C’è chi ha avuto idee che l’hanno tenuto sveglio la notte a rigirarsi nel letto per l’eccitazione. C’è chi ha avviato collaborazioni artistiche che magari porteranno anche solo a belle amicizie e chi ha scoperto un lato creativo che non sapeva di avere.

Accanto a tutte queste bellissime attività, c’è anche chi (la maggior parte di noi) ha occupato il proprio tempo per non sentirne il peso e ha investito la propria creatività in un impiego prima della quarantena sconosciuto ai più: la creazione di video su Tiktok. Ed è proprio su quest’ultima categoria che mi voglio soffermare.

Oggi, dopo più due mesi di indifferenza in questa piattaforma social mi ci sono ritrovata dentro. Più che per la curiosità di quello avrei trovato, per supportare la promozione del progetto artistico di una mia amica. In un primo momento i miei pensieri riguardo il suo uso potenziale sono stati positivi, motivo che mi ha spinta a partecipare in prima persona alla sua “challenge”.

Una volta scaricata l’app, registrato e pubblicato il video, ho dato un’occhiata a questo mezzo di comunicazione da me inesplorato. Scorrendo il feed ho riso su video di ragazzine super truccate che a primo impatto risultavano divertenti, perdendo il mio interesse man mano che scrollavo e mi apparivano video sempre uguali.

Quello che ci ho trovato è stato un mondo al di la delle mie aspettative, un mondo in cui la creatività non gareggia per portare novità, non fa sorridere per il suo essere un tentativo ma è un modo di comunicare che appare vuoto.

Tiktok, più di qualsiasi altra piattaforma, vive di trend. Qui i trend sono sfacciati, non si finge di non seguirli e non ci si mostra nella propria originalità. Agli utenti non interessa comunicare qualcosa di se e del proprio immaginario. Una home piena di hashtag e “contenuti”, che di contenuto hanno ben poco risultando solo copie senza personalità.

Allora mi sono chiesta se questa forma di creatività possa essere definita tale. Ho pensato all’età media degli utenti che si aggira intorno ai 18 anni. Ho ripensato ai miei di diciott’anni: allo slancio che avevo nei confronti delle cose e al mio non sentirmi mai all’altezza. Ho realizzato che infondo era proprio quella la parte bella: avere voglia di scoprire e di scoprirmi.

A diciotto anni ho scoperto il cinema, ho letto qualche libro, mi sono aperta a nuovi generi musicali. Era una continua gara con me stessa e con chi avevo attorno. La nostra sana competizione e le nostre insicurezze ci hanno regalato un’apertura mentale e culturale che ci sta guidando nella scoperta degli adulti che diverremo.

Oggi mi sono trovata difronte alla generazione Tiktok: la generazione di quelli che celano le proprie
insicurezze dietro un filtro che migliora l’aspetto. La generazione di quelli che passano ore davanti allo specchio per apparire perfetti in uno schermo vuoto. Quelli che hanno paura di trovarsi soli con se stessi e che piuttosto che ricercare il proprio talento investono le loro energie nel rifare quello che qualcun altro ha già fatto, nella speranza che questi sforzi gli regalino quindici secondi di notorietà.

Nella home piena e caotica di Tiktok oggi mi sono sentita vuota. Mi sono chiesta che ci facessi io li e ho provato una profonda tristezza nei confronti della povertà di idee che caratterizza questa piattaforma.

Tiktok ci ha tolto il tempo della quarantena che, se pur triste è un tempo che non avremo più indietro. Ha tamponato la nostra noia, ci ha aiutato a sentirci meno soli e forse un po’ apprezzati ma non ci ha aiutati in nessun modo a diventare persone migliori. Al contrario ci ha resi un esercito di aspiranti influencer senza niente da raccontare, ha alienato la nostra individualità.

L’idea che questo social stia diventando il nostro modo di raccontarci e l’uso che ne facciamo mi terrorizza. Stiamo diventando una generazione di manichini da vetrina che non hanno niente da dire, non sanno cosa pensare e ignorano gli strumenti per essere cittadini consapevoli del mondo. Presto torneremo alla normalità fatta di giornate in ufficio e università, corse in metropolitana e al tempo che non basta mai.

E molti di noi lo faranno con la non consapevolezza che abbiamo sprecato una grande occasione, forse unica: un tempo in cui avremmo davvero potuto conoscerci, migliorarci e in cui invece abbiamo scoperto solo quale lato del nostro profilo è il migliore per le foto. In un mondo che comunica per immagini, è questa l’immagine che vogliamo dare della generazione che tra qualche anno guiderà il mondo?

L’occidente vuole una Cina democratica?

L’occidente vuole una Cina democratica?

Sia chiaro questo. La Repubblica Popolare presieduta da Xi Jinping “a suo modo” si considera una democrazia. Ma a differenza della caratteristica divisione dei poteri legislativo, giudiziario e esecutivo delle democrazie occidentali in quella cinese a bilanciare il potere statale c’è il partito unico. La divisione dei poteri però c’è nell’altra Cina, Taiwan.

Mi è capitato di chiedere, con insolente curiosità, di Taiwan ad alcuni conoscenti cinesi. La risposta è sempre la stessa: “loro sono nostri fratelli cinesi come lo siamo noi”.

Se la stessa domanda fosse posta a un ambasciatore o qualsiasi altra autorità della Repubblica Popolare ci direbbe che Taiwan è una “provincia ribelle”. Questo perché, come alcuni già sapranno, sull’isola che i portoghesi chiamarono Formosa (la Bella) la sovranità appartiene alla Repubblica di Cina e non alla Repubblica Popolare Cinese.

Nonostante siano collegate da infrastrutture e storia non si riconoscono reciprocamente e de facto abbiamo due Cine, una democratica e una comunista. Uno status derivato dall’incompiuta guerra civile che nel 1949 portò al potere il Partito comunista in Cina di Mao e che costrinse il governo nazionalista deposto del Kuomintang (KMT) a fuggire. Il KMT ha continuato a sostenere l’esistenza della Repubblica di Cina dall’isola di Formosa rifiutando di riconoscere quella continentale guidata dai comunisti.

A Taiwan fino agli anni ’90 c’è stata una dittatura nazionalista. Quando la democrazia progressivamente ha preso piede è cresciuto il consenso dei politici indipendentisti, quelli che vedevano l’isola come un paese a sé stante, senza pretese territoriali verso la terraferma. Nel 2000 uno di questi partiti, il Partito Democratico Progressista (DPP), vinse per la prima volta le elezioni presidenziali. L’affermazione del DPP ha fatto crescere tra i cittadini idee sull’indipendenza di Taiwan facendo sempre infuriare la Cina.

Ma se la Cina comunista gode di un ampio riconoscimento internazionale, quella democratica è riconosciuta soltanto da 15 stati di bassa caratura internazionale, compreso il Vaticano che però sta ricucendo lentamente i rapporti con “l’Impero di mezzo”. Questo perché negli ultimi anni Pechino ha persuaso molti paesi a chiudere le proprie ambasciate sull’isola per aprirle nella Repubblica Popolare. Nella diplomazia internazionale chi la riconosce e chi no, nel tentativo di non offendere nessuna delle parti, finisce per fare delle gaffe internazionali.

Di questa democratica ribelle si torna a parlare spesso. Negli ultimi mesi per l’esemplare gestione dell’emergenza Covid-19, frutto della precedente epidemia di SARS del 2003. La presidentessa Cai Yingwen non ha imposto alcun lockdown preferendo intensificare controlli sul traffico aereo e sfruttando banche dati.

Il successo taiwanese ha suscitato tante simpatie in Occidente al punto che Germania e Usa in primis vorrebbero questa come membro osservatore dell’OMS. Uno status che ha già avuto tra il 2009 e il 2016 quando sulla poltrona più importante di Taipei c’era un governo che strizzava l’occhio a Pechino. Dopodiché le è stato impedito di partecipare, per volere della Cina.

Taiwan non pressa per partecipare alle riunioni dell’OMS ma continuerà a donare forniture mediche all’estero e a protestare contro il “comportamento a due facce” della Cina che lo esclude da tali forum, come ha affermato il ministro degli Esteri dell’isola.

Una riunificazione cinese pare assai improbabile al momento. Per i taiwanesi significa sottomettersi al Partito Comunista Cinese con la possibilità di ridursi come la scontenta Hong Kong o Macao abbracciando il principio “un paese, due sistemi”. Inoltre, Taipei gode del sostegno mediatico, diplomatico e militare degli Usa che impedisce alla Repubblica Popolare di invadere indisturbatamente Taiwan. Washington non intende lasciare a Pechino il controllo dell’isola per impedirle l’accesso all’Oceano Pacifico.

Geopoliticamente Taiwan è diventata l’argomento spinoso con cui Donald Trump punzecchia l’avversario cinese. Ci ha provato fin dall’inizio del suo mandato presidenziale quando il 2 dicembre 2016 per la prima volta dal 1979 un presidente USA aveva parlato direttamente con Taiwan. Nella chiamata, Tsai si congratulò per la vittoria alle elezioni presidenziali.

Con il Covid-19 la globalizzazione si è congelata. Con il disgelo l’occidente potrà disimpegnarsi sempre più dalla dipendenza cinese e molto più facilmente dato che i consumi devono ripartire quasi da zero. Fare a meno del mercato cinese sembra complicato, nonostante sia questa la direzione degli Usa. Anche se le amministrazioni non lasciano intravedere nulla sembra che il sogno nel cassetto sia quello di vedere una costituzione democratica come nel paese rosso. Non tanto per un principio di libertà dei popoli ma per indebolire e ridimensionare Pechino e salvaguardare la sua supremazia.

Le tre inutili polemiche sovraniste su Silvia Romano

Le tre inutili polemiche sovraniste su Silvia Romano

Le polemiche sulla liberazione di Silvia Romano confermano definitivamente che le speranze di un’umanità ritrovata in Italia sono una scemenza.

La notizia della sua liberazione ha fatto riemergere qualche spavaldo odiatore in rete. Ma a far venire la bava alla bocca ai sovranisti sono state le immagini dell’atterraggio di Silvia a Roma.

I commenti e gli insulti sono tremendamente uguali tra loro ed è pur vero che le critiche come queste ci sono sempre state e sempre ci saranno, ma questa volta c’è una macchia imperdonabile che la vittima si porta dietro. Quella che fa calare giù la maschera a chi, con le frasi “non sono razzista, ma” e “aiutiamoli a casa loro”, pensa di nascondere un’ideologia secondo la quale la razza superiore (quella dei sovranisti) deve affermarsi su una inferiore, e quando così non è, per loro vuol dire che il mondo sta andando al rovescio.

Riscatto si o riscatto no? Nessuna fonte ufficiale ha confermato il pagamento di un riscatto, ma ai nostri tempi un’ipotesi giornalistica equivale ad una verità. Prima di scoprire se è vero, è legittimo interrogarsi se sia giusto liberare un ostaggio pagando un gruppo terroristico, perché questa gente con quel denaro può uccidere e terrorizzare altre persone. Nel fare questo si finisce purtroppo nel pesare monetariamente una vita umana, o nel paragonare il valore di una vita a quello di altre vite. Una cosa è certa: se Silvia fosse stata nostra figlia, di certo avremmo voluto la sua liberazione, anche pagando.

Ma non può finire qui. Bisogna interrogarsi su come vent’anni di politiche anti-terrorismo abbiano permesso non solo la sopravvivenza di gruppi terroristi islamici, ma anche la loro moltiplicazione e diffusione nell’area del Sahel, prima immune a fenomeni simili.

La Conversione e la frase “sto bene”. Se il pagamento del riscatto può essere perdonato, la conversione all’Islam, per i sovranisti, non è perdonabile. Per giunta, Silvia, ha detto di stare bene e di essere stata trattata altrettanto. Beh, questo è troppo, dicono i sovranisti, e allora: “meglio morta che musulmana”.

Perché? Perché pur di veder confermate le loro idee sull’Islam come religione di mostri tagliagole, questa gente, avrebbe preferito vedere Silvia Romano scendere dall’aereo in lacrime, ferita, magari ancora sanguinante. Invece no, così non è stato, e allora Silvia diventa una “ingrata”.

Il vestito e la mano sulla pancia. Le immagini dicono più di mille parole. Se Silvia Romano avesse detto di essersi convertita ma non avesse indossato un Hijab, non ci sarebbe stata la stessa violenza. In primo luogo perché nell’immaginario sovranista le donne musulmane portano tutte il velo e quindi, se le sue parole “mi sono convertita” potevano anche essere messe in discussione la sua immagine no. Per gli addetti alle polemiche il velo è il marchio definitivo del suo passaggio alla parte oscura. Ma c’è di più: nelle prime immagini dopo l’atterragio Silvia si tocca la pancia, appare ingrassata sotto i vestiti. Ed è qui che si tocca il punto più basso dell’odio sul web: si specula sul fatto che potrebbe essere incinta. Nel linguaggio sovranista però non esiste la parola “potrebbe” e infatti alcuni ne sono certi: è incinta.

Questa fantastica intuizione completa l’orrido quadretto dipinto nella loro testa. Così i coraggiosissimi “hater” di mezza età possono pronunciare la loro sentenza: Silvia Romano è stata in vacanza tutto questo tempo, si è sposata e si è convertita, ora è pure incinta e ha deciso di tornare in italia così suo marito può intascare il riscatto. Non è finita qui, perché presto Silvia chiederà il ricongiungimento familiare e il terrorista di Al Shabab che ha sposato verrà in italia, riceverà il reddito di cittadinanza e vivranno felici e contenti alla faccia dei “veri italiani”.

Silvia Romano e la luce che ritorna

Silvia Romano e la luce che ritorna

Correva l’anno 2018 quando la nostra connazionale Silvia Romano veniva rapita in data 20 novembre da un attacco armato che aveva in quell’aggressione proprio la sua persona come obiettivo. Da quel momento, a parte l’iniziale (ed inevitabile) clamore mediatico della vicenda, le notizie sulle condizioni della ragazza sono sempre state piuttosto nebulose e prive di quel concetto di verità di cui tante volte purtroppo si abusa (a suon di promesse al Paese e presunti passi avanti) senza giungere alle vie della certezza e della rassicurazione. 

Fortunatamente il finale ha avuto esito ben diverso dall’altrettanta triste e nota vicenda di un altro connazionale: si chiamava Giulio Regeni, ed ancora oggi le verità su quel caso non sono ancora del tutto state portate alla luce. Già, la luce. Quella luce che oggi si riaccende perché oggi è una giornata in cui poter gioire. Dimenticando le nostre problematiche locali, perché oggi il Presidente del Consiglio annuncia per la prima volta una buona notizia dopo mesi di comunicazioni assai pompose ed ancor più spesso futili ed inconcludenti. E’ il ritorno della luce e della lotta. Perché anche questa era ed è Silvia Romano, oltre che sinonimo di quella libertà ritrovata e che oggi inseguiamo senza nemmeno comprendere realmente perché ci sia stata brutalmente ed improvvisamente sottratta. 

Nell’anno del governo degli annunci, cui spesso non sussegue una adeguata narrazione dei fatti (vedasi decreto ‘ex aprile’), registriamo finalmente una ventata di lieto fine. Necessaria, dopo aver assaporato con dispersione ed amarezza il possibile remake del caso Regeni, con il rapimento di un altro connazionale, Patrick Zaky, che ancora oggi purtroppo non può condividere con il nostro popolo le difficoltà della nazione di oggi. Siamo convinti, che nonostante tutto, oggi preferirebbe essere qui. Magari pronto anche a dissentire sulle scelte istituzionali che accompagnano la nostra quotidianità. 

Peccato che anche in una giornata di festa, l’onestà intellettuale non permetta di impedirci un (seppur breve) richiamo all’analisi dei fatti. Ma dico, – “voi ve la ricordate Silvia Romano” – segnalavano a più riprese in questi 18 mesi quotidiani nazionali ed internazionali, analisti, esperti di geopolitica e chi più ne ha più ne metta. Mentre da altre parti, ovvero da chi avrebbe dovuto provare a fare luce sulla questione, si è sentito parlare di Silvia Romano sempre meno, giorno dopo giorno, mese dopo mese, perché la specialità delle istituzioni del Belpaese è assai spesso incline alla dimenticanza e alle verità sepolte. Non sarebbe stata l’ultima vicenda, né la prima.  

Beffardo e singolare poi che tutto questo accada nell’anniversario del giorno buio, quel 9 maggio 1978 nel quale Aldo Moro e Peppino Impastato perdevano la vita per ragioni diverse eppur così simili. Oggi invece, la storia si capovolge e ci restituisce una folata di lieve serenità. Del resto, anche un Paese intriso di menzogne e incapacità di raccontare le cose sino in fondo, ha diritto ad un minimo di felicità. Ha diritto a quella luce ritrovata, che notizie come quella della liberazione di Silvia Romano sanno regalarci. Strappandoci un sorriso, verso un cammino tutto ancora da scrivere e raccontare.