Guardiamo in faccia la realtà

Guardiamo in faccia la realtà

Nella Babele dei commenti post-elettorali, un messaggio sembra passare forte e chiaro dai media mainstream di tutto il Vecchio Continente: tutto sommato, il temuto tracollo sovranista non si è verificato.

«I giovani salvano l’Europa», titola tronfiamente la Repubblica, evidenziando che «l’onda nera non sfonda. Popolari e Socialisti perdono terreno, ma reggono». «I partiti europeisti sono riusciti a contenere la spinta degli euroscettici durante le elezioni europee», fa eco Le Monde. «Per quanto la Lega si sia posizionata prima in Italia, e Le Pen e Farage abbiano fatto lo stesso nei rispettivi Paesi, il nuovo gruppo che Salvini ha affermato di voler formare nel Parlamento Europeo avrà, secondo le proiezioni, solo circa 70 seggi in una Camera da 751 membri», rassicura Politico.

Parzialmente eccentrici solo i commenti della stampa tedesca, probabilmente sobillati dal tracollo dei partiti tradizionali (e, soprattutto, della SPD) nei patri confini, ma pur sempre tesi a ridimensionare l’avanzata delle destre: der Spiegel sostiene che «l’Unione Europea, da come si apprende da queste elezioni, [sia] un ricettacolo di casi particolari», con ciò, però, pur sempre implicitamente negando che sia individuabile un trend populista; mentre solo la Bild-Zeitung si spinge a parlare di «terremoto politico» anche con riferimento alle elezioni negli Stati confinanti, pur restando assolutamente focalizzata sulla dimensione tedesca e, di conseguenza, concentrandosi più che altro sulla clamorosa avanzata dei Verdi.

Le litanie autoconsolatorie di queste ore non sembrano, però, fare adeguatamente i conti con la realtà. La fallacia del ragionamento sotteso è tutta nei numeri con cui esse cercano di ovattare di incontrovertibilità i propri orecchi da mercante. Carlo Verdelli, direttore di Repubblica, giustifica così la propria ottimistica linea editoriale post-voto: «abbiamo deciso di fare [il titolo, N.d.R.] “ombre nere”, che è diverso da “onda nera”, perché, in realtà, […] nel complesso i sovranisti, che dovevano avanzare di più, conquisterebbero circa 30 seggi in più in Parlamento, e quindi non si può parlare di “onda nera”».

Sono i famosi 70 seggi cui fa riferimento anche Politico (in realtà, secondo proiezioni più aggiornate, 58), di cui giungerebbe a godere il salviniano-lepeniano gruppo EFN (Europe of Nations and Freedom): effettivamente, un risultato apparentemente piuttosto magro a fronte dei 147 seggi che le stesse proiezioni assegnano ai socialisti e dei 182 parlamentari da esse attribuiti ai popolari. Lo scarto è dato dal confronto con la legislatura uscente, 2014-2019, nella quale ENF vantava soli 36 membri: di questi, 6 erano leghisti, mentre coi risultati odierni la cifra dovrebbe montare a 28 (e, va da sé, quella leghista sarebbe la dote maggiore portata al raggruppamento dei nazionalisti), mentre più o meno stabile dal punto di vista numerico dovrebbe restare la delegazione del Rassemblement National di Marine Le Pen.

Il problema sta tutto qua: le proiezioni al momento disponibili aggregano i seggi ottenuti da ciascun partito in gruppi politici postulando che le affiliazioni sovranazionali restino immutate rispetto al 2014, e nel risultato che ne consegue occultano le vicinanze ideologiche che, anche se non portassero a ridisegnare il formale quadro delle alleanze europee, determinerebbero, comunque e potenzialmente, un blocco populista di un peso almeno paragonabile a quello dei liberali di ALDE.

Geert Wilders; Matteo Salvini; Marine Le Pen sul palco a Milano in piazza Duomo.

I sovranisti sotto mentite spoglie sono, infatti, in crescita ovunque: il Fidesz di Orbàn si assesta ad un impressionante 52%, ma figura come un contribuente alla riserva di seggi di un PPE i rapporti con il quale, a séguito della sospensione disposta nei suoi confronti nello scorso marzo, sono un’incognita che risuona delle note della tensione.

Jaroslaw Kaczynski, leader del PiS (Legge e Giustizia).

Il PiS polacco passa dal 31% al 42%, e la sua indisponibilità a coalizzarsi con Marine Le Pen non vale certo a mitigarne le posizioni pressoché ad essa sovrapponibili sui cavalli di battaglia del fronte sovranista; esso, però, nelle proiezioni in parola continua ad essere computato nel gruppo ECR (European Conservatives and Reformists) – che, per inciso, annovera fra i propri membri in pectore da parte italiana il partito di una Giorgia Meloni che continua a non fare mistero di voler convergere con la Lega, almeno al livello nazionale -, di cui occulta una flessione, da 71 a 59 seggi, che il tracollo dei conservatori inglesi renderebbe, altrimenti, impietosa.

Nigel Farage leader del Brexit Party.

Ancòra, il Brexit Party di un redivivo Nigel Farage, riuscito a partecipare alle consultazioni anche più per il rotto della cuffia del Regno Unito complessivamente considerato, ottiene un 33% circa, migliorando nettamente il già notevole 11% che la sua precedente incarnazione, UKIP, aveva ottenuto nel 2014.

Solito refrain: le proiezioni di cui ci si sta beando riconducono la nuova creatura di Farage al gruppo EFDD (Europe of Freedom and Direct Democracy), di cui UKIP era, insieme al M5S, la spina dorsale nel 2014. Lo stesso “trucchetto” permette di disinnescare la portata eversiva dell’avanzata dell’estrema destra tedesca di Alternative für Deutschland, dai 7 seggi del 2014 agli 11 odierni: la stessa AfD era a sua volta, nella scorsa legislatura, affiliata a EFDD .

Se si aggregano i numeri ad ora disponibili sul sito del Parlamento Europeo (consultato il 27 maggio alle 15:21), emerge un quadro ben più inquietante di quello che stiamo tentando di scorgere nei risultati delle urne: solo le forze politiche qui menzionate (senza, cioè, contare il contributo di altri importanti partiti di destra, come VOX in Spagna, FPÖ in Austria, i nazionalisti fiamminghi…) totalizzano ben 126 seggipiù dei 109 di ALDE, di poco dietro ai 146 del PSE.

Non, di certo, numeri in grado di permettere l’insediamento di una Commissione sovranista, ma un totale che, se formalizzato, proietterebbe le destre al terzo posto in termini di consistenza numerica fra i gruppi del Parlamento europeo. Che ad una riorganizzazione dei gruppi si giunga effettivamente, a questo punto, poco importa: i portatori di una visione nazionalista, conflittuale e tendenzialmente misantropica nell’Assemblea rappresentativa del popolo europeo saranno quasi quattro volte lo sparuto gruppuscolo che ne ha coordinati gli sforzi nei 20 anni che ci lasciamo alle spalle, e saranno un interlocutore imprescindibile. Anche, e soprattutto, per i popolari, cui le elezioni continuano a consegnare la maggioranza relativa.


Questo non significa di certo che dobbiamo prepararci ad un’irresistibile ondata reazionaria nella politica regolativa dell’Unione, capace di esplicare immediati riverberi nella vita quotidiana degli europei. È probabile, quasi certo, che i populisti resteranno isolati nel nuovo Parlamento, a séguito della rottura consumata con i popolari (che per un certo periodo sono sembrati, sotto la guida dello Spitzenkandidat Manfred Weber, interessati a flirtare con i sovranisti).

Manfred Weber candidato a succedere a Junker alla Commissione Europea.

Lo stesso assetto delle competenze che i Trattati attribuiscono all’Unione non prevede, o limita fortemente, le aree nelle quali la destra potrebbe far sentire con più prepotenza la propria forza invasiva nella vita delle persone, dalla materia penalistica alla bioetica; d’altro canto, come dimostrato a più riprese – dal caso dello sforamento del rapporto deficit/PIL nella prima versione della finanziaria italiana del 2018, a quello dell’accoglienza delle navi respinte dal Governo Conte -, l’amicizia a parole dei politicanti sovranisti si scontra, nei fatti, con l’intrinseca conflittualità reciproca delle pulsioni nazionaliste.

È, però, necessario essere consapevoli di quale sia la reale forza di cui i populisti godono da oggi in avanti. Matteo Salvini lo sa benissimo: come riportato da Politico, in lui è perfetta la consapevolezza che «non si tratt[i] solo dell’Italia: c’è anche la Le Pen in Francia, Farage nel Regno Unito, l’Ungheria, la Polonia…». Si tratta di combattere ad armi pari: e cullarsi nell’illusione che gli equilibri europei non siano stati stravolti non rema certo in questa direzione.

Un’alternativa c’è

Un’alternativa c’è

«C’è un referendum sull’Europa il 26 maggio: da una parte la vecchia Europa, dove predominano banca, finanza, élites e poteri forti, e dall’altra l’Europa dei popoli, del lavoro, dei giovani e dei diritti». Con queste parole il Ministro dell’Interno Matteo Salvini, a due settimane dalle consultazioni europee del prossimo 26 maggio, esponeva a un gruppo di sostenitori nella “sua” Padania, con una sgargiante tenuta da lavoro (attinta, probabilmente, dall’armadio del trasformismo, invaso da divise dei più svariati corpi pubblici, alla cui ostentazione siamo ormai stati abituati), la propria manichea visione del tragico voto che saremo chiamati ad esprimere. Niente di nuovo sul fronte europeo, se non sul piano soggettivo: già a gennaio l’ex-ministro Carlo Calenda aveva lanciato il notorio appello per una «lista unitaria delle forze civiche e politiche europeiste», sviluppo del precedente appello estivo per un «fronte repubblicano» che andasse «oltre gli attuali partiti» e fosse in grado di estendersi
«da Macron a Tsipras», nel minimo comun denominatore della Santa Alleanza contro il fronte unitario dei sovranisti che pareva (ancorché, ad oggi, ben meno solido di quanto potesse sembrare fino a pochi mesi fa) profilarsi all’orizzonte. D’altro canto, solo pochi giorni fa lo stesso Zingaretti, con una diversità solo formale di accenti, ha rilanciato l’idea di «un nuovo centrosinistra», contenitore, a suo giudizio, potenzialmente in grado di legare l’un l’altro niente di meno che PD, +Europa, Verdi e “sinistra”. A voler dare credito a politici e opinionisti, le decisive elezioni di un Parlamento che, fra l’altro, sarà chiamato ad approvare il quadro finanziario pluriennale 2021-2027 e a decidere sulla proposta che (a meno di “ribaltoni” imprevisti) la nuova Commissione formulerà in tema di istituzione di un’agenzia comune europea per il sistema di asilo, sembrano assumere i connotati metafisici di una scelta binaria: approvare in blocco l’UE, concepita come un pastone indistinto difeso dal «fronte repubblicano» all-inclusive, o respingerla in toto, per aderire ad un disegno sovranista e xenofobo, in realtà, altrettanto indefinito (posto che, come giustamente notato da molti analisti, lo psicodramma inglese sembra aver placato i bollori del radicalismo nazionalista pro-exit delle destre europee).

Per l’ennesima volta, dunque, come già tante e troppe volte sul piano nazionale, l’elettore di sinistra si trova spaesato, apparentemente chiamato a, montellianamente e rassegnatamente, turarsi il naso ed esprimere uno stanco voto a favore del PD, con la sua carica di immobilismo post-ideologico, pur di arginare il tracollo di una Lega resa pericolosissima dall’ormai conclamata erosione dei voti espressi, nelle elezioni del 4 marzo, a favore dell’alleato di governo. Fra le pieghe della narrazione dominante, però, sembrano affiorare possibilità di riscatto dall’avvilente ricatto morale del “voto utile”. E, per la prima volta nell’ultimo ventennio, potrebbe essere innescato un cambiamento di paradigma anche, e soprattutto, pro futuro.

UN TERZO SPAZIO

«Oltre establishment e populismo»: il sottotitolo del libro scritto dall’ex-ministro greco Yanis Varoufakis e dall’attivista italiano Lorenzo Marsili, Il terzo spazio, sintetizza meglio di qualsiasi altro slogan la strada che ha tutte le premesse per condurre alla rinascita della sinistra, in Europa e non solo. La proposta politica avanzata è di straordinaria semplicità, quasi banale, e di dirompente innovatività al tempo stesso: opporsi con nettezza alla deriva autoritaria mondiale dei populismi à la Trump, Salvini e Orbàn, senza per ciò solo rifugiarsi nel liberismo progressista sul (solo) piano delle libertà civili del centrosinistra blairiano. Contro ogni retorica riduzionista, gli autori e, con loro, le migliaia di attivisti e attiviste di DiEM25 (acronimo di Democracy in Europe Movement 2025), il movimento da essi fondato con il contributo di artisti e intellettuali come Brian Eno, Noam Chomsky e Srećko Horvat lottano, appunto, perché si apra un fronte di dissenso equidistante tanto dalle regressioni reazionarie dei populismi, quanto dalla preservazione dello status quo contro cui essi sono prosperati e che di essi pretende di essere l’unico, legittimo oppositore, come precondizione imprescindibile perché si possa lavorare ad una politica realmente e integralmente progressista. Il fattore più interessante del soggetto politico nato nel febbraio del 2016 è quello di supportare le proprie rivendicazioni con l’elaborazione di una raffinata cultura politica, che di esse rappresenta il sostrato teorico e il termine di paragone per le conclusioni raggiunte. Fondata su categorie concettuali e stilemi di ragionamento marxiani, ma radicalmente impermeabile a qualsiasi nostalgismo per le storture del socialismo reale; ferma nel denunciare le diseguaglianze dell’esistente, ma refrattaria a porvi rimedio con i consunti strumenti dello Stato novecentesco; edificata sulla centralità della sfida ecologista, ma tesa a restituirla alla sua complessità economica e sociale senza indulgere all’ambientalismo mainstream, incapace di identificare nell’ossatura del capitalismo mondiale le ragioni strutturali del degrado ambientale e di vedere, nella concretezza delle ricadute di questo, la prosecuzione delle diseguaglianze economiche. Sono queste le direttrici di fondo di una proposta politica che coniuga all’entusiasmo della militanza utopistica il rigore concettuale di un’avventura, forse, prima ancora intellettuale, che politica in senso stretto. Attraverso di esse, si giunge a proposte di una freschezza inedita, in grado di coniugare radicalismo e pragmaticità: all’inflessibile denuncia, sul piano politico, tanto dei populismi, quanto della governance liberista si accompagna, su quello istituzionale, una totale indisponibilità ad indulgere alle tentazioni sovraniste, comunque connotate, a sua volta appaiata ad una radicale critica delle politiche neoliberiste dell’UE, come di altre organizzazioni internazionali (quali FMI, Banca Mondiale e WTO). La soluzione è, appunto, individuata nel “terzo spazio”, quello della sinistra “postcapitalista”: uno spazio non solo figurato, ma materialmente identificato nella dimensione transnazionale, luogo del fluire dinamico di persone, beni ed energie, materiali e intellettive, depurata dei suoi elementi liberisti e antidemocratici. Uno spazio occupato con gioia, resistendo alla tentazione di rinchiudersi nella confortante gabbia dello Stato-nazione, in cui opporre alla logica del confine, così come al no borders per i soli capitali, la rivendicazione degli spazi di libertà aperti dalla globalizzazione e della volontà di svilupparli ulteriormente; insomma, spostare avanti, e non indietro, le lancette dell’orologio della Storia. All’atto pratico, ciò si traduce nella formulazione di un articolato programma, che accanto a proposte di immediata fattibilità nel periodo medio-breve, come l’istituzione di un dividendo di cittadinanza universale, richiede la convocazione, al più tardi per il 2025, di una nuova Assemblea Costituente europea, che rimetta al centro dell’agenda del Vecchio Continente la questione democratica e quella sociale. Un programma, beninteso, attuato e concepito al livello europeo: un Green New Deal per l’Europa; «per l’Europa, contro questa Europa», fatto proprio in termini unitari da liste che si presenteranno, per la prima volta, come declinazioni nazionali di un movimento paneuropeo, a testimonianza del genuino internazionalismo di DiEM. Sarebbe, in questa sede, gravoso esaminare tutti i punti del programma di European Spring, l’ala elettorale del movimento – dal già ricordato Green New Deal, colossale piano di investimenti pubblici in grado di traghettare la transizione ad un’economia sostenibile senza traumi occupazionali; all’istituzione di un Sistema Comune d’Asilo fattuale, e non solo sulla carta, che superi l’odiosa distinzione fra migranti economici e rifugiati; passando per l’armonizzazione dei sistemi fiscali nel segno della lotta alla competizione fra ordinamenti. Ciò che preme sottolineare è, qui, l’immane sforzo di enucleare una proposta politica organica partendo da un sistema valoriale chiaro e innovativo, pur nella sua continuità con la tradizione dell’umanesimo radicale e del marxismo filosofico; di elaborare, si diceva, una cultura politica, grande assente del dibattito degli ultimi decenni, come strumentario attraverso il quale interpretare la realtà e orientare i comportamenti quotidiani, prima ancora che assemblare programmi elettorali. Esito coerente dell’internazionalismo che non può non informare un genuini progressismo è l’Internazionale Progressista: appello lanciato congiuntamente da Yanis Varoufakis e Bernie Sanders per la fondazione di un forum di coordinamento globale delle forze politiche che si oppongano da sinistra all’Internazionale Nazionalista di Trump&co. e al neoliberismo mondiale.

Per chi ritenga di poter sottoscrivere pressoché pienamente quanto esposto sinora, ci sono una notizia buona e una cattiva. La cattiva è che DiEM25 non correrà alle elezioni europee in Italia: a séguito di una consultazione fra gli iscritti, è stata presa la decisione (preso atto dell’incapacità del movimento di raccogliere le firme richieste dalla legge-capestro elettorale perché forze politiche non ancòra presenti nel Parlamento Europeo possano presentarsi autonomamente) di non coalizzarsi con alcuna delle forze politiche che, invece, godano delle più favorevoli condizioni associate alla membership in un gruppo europeo, limitandosi a fornire loro supporto esterno. Quella buona è che i temi sin qui tratteggiati saranno comunque rappresentati nell’agone elettorale: il 14 aprile è stata lanciata a Roma la lista «La Sinistra», mirante a «costruire uno spazio politico alternativo sia alla prosecuzione delle politiche neoliberiste, causa di disuguaglianze e povertà, sia al crescere della barbarie dei razzismi e dei nazionalismi», «per la radicale rifondazione democratica dell’Europa» attraverso un appello ad avviare «un percorso costituente per un’Europa federale che ponga alla sua base i diritti sociali, civili, di libertà, delle persone» (corsivo mio). Basta una veloce scorsa al manifesto programmatico per realizzare la consonanza con la visione di DiEM: accanto alla sottoscrizione del Green New Deal figurano appelli «per un’Europa femminista», «per i diritti dei e delle migranti», per lo «stop ai paradisi fiscali». Se l’elaborazione concettuale è più emotiva e meno raffinata, più sloganistica e meno pragmatica, resta il fatto che la lista della sinistra in Italia riconosce esplicitamente la necessità di un europeismo critico, che riconosca l’intrinseco valore progressista della globalizzazione, pur fra le sue mille storture, senza cedere alle tentazioni regressive dei «nazionalisti di sinistra», che vedono lo Stato-nazione come soluzione, invece che parte, dei problemi della contemporaneità. E in questa direzione rema anche il fortunato appello al voto recentemente pubblicato su Il manifesto, che nel sancire che «occorre rompere la gabbia dei trattati neoliberisti, ma lo spazio europeo è il terreno di lotta sul quale ha senso oggi battersi e costruire una solidarietà tra gli oppressi» dimostra come il mondo della sinistra in Italia, con la significativa eccezione di Potere al Popolo![(che, infatti, non parteciperà al progetto La Sinistra), sia insensibile alla retorica dell’Exit.

La Sinistra è, ovviamente, un progetto pieno di limiti e contraddizioni. In essa trovano collocazione gruppi dirigenti ormai consunti da tatticismi e carrierismi ultraventennali, come quelli di Rifondazione Comunista e (in minor misura) di Sinistra Italiana, e sembra riproporsi il fallimentare copione seguìto dalla sinistra nei più recenti appuntamenti elettorali – il listone dell’ultimo momento, con annessa Notte dei Lunghi Coltelli post-elettorale: da Liberi e Uguali, a L’Altra Europa con Tsipras (per inciso, trasfusa nel nuovo contenitore), a Rivoluzione Civile, alla Sinistra Arcobaleno. Più di una buona ragione sembra, però, suggerire il voto a suo favore. Da un lato veti incrociati e considerazioni estemporanee hanno già troppo danneggiato il campo progressista per queste elezioni: essi hanno, in sostanza, determinato il naufragio dell’iniziale progetto di una lista unitaria che comprendesse anche Verdi e Possibile, nonché significativamente influenzato la stessa decisione di DiEM di defilarsi dalle trattative, sulla base della considerazione dell’oggettiva ambiguità di una lista che, pur aderendo formalmente al Green New Deal, si propone di rilanciare l’occupazione lasciando intendere di voler contrastare gli effetti deteriori della de-industrializzazione. La gravità della situazione politica europea, sul lungo periodo ancora più che sul breve, non sembra permettere di protrarre ulteriormente il gioco dei purismi e delle litigiosità aprioristiche che affliggono la sinistra da ormai troppo tempo. Dall’altro lato, e soprattutto, questa volta le cose sembrano stare diversamente. Proprio l’aspetto culturale su cui si è insistito, cioè, permette di uscire dalla trappola dei raggruppamenti estemporanei. Le forze della sinistra europea stanno recuperando gli strumenti identitari necessari a riprendersi dalla subalternità in cui sono state relegate negli ultimi decenni; i valori e le categorie interpretative dell’esistente le mettono in condizione di tornare ad agire nei tempi lunghi della Storia, e di innescare il circolo virtuoso della formazione orizzontale e della militanza appassionata.

Oggi più che mai, dunque, è importante non lasciarsi blandire dalle lusinghe terroristiche dello sbarramento al 4% e prendere posizione netta: portare all’interno delle istituzioni europee un fronte di dissenso cosciente e generativo, che spezzi il circolo vizioso in cui siamo piombati, nel quale i «populisti» prosperano sulla critica ai «moderati» e i «moderati» sopravvivono agitando lo spauracchio dei «populisti». «L’establishment e i Salvini si aiutano a vicenda», ha dichiarato a più riprese Varoufakis[, e le dichiarazioni bipartisan dei diretti interessati citate in apertura lo dimostrano meglio di qualsiasi analisi dall’esterno. Lo strumento per disinnescare questo dispositivo perverso, finalmente, sta emergendo – che lo si chiami Terzo Spazio, La Sinistra o Progressive Alliance. Sta a noi scegliere se utilizzarlo, o affidarci per l’ennesima volta al palliativo del centrismo, con cui rinviare al prossimo appuntamento la dura resa dei conti con l’involuzione autoritaria e machista dei populisti.

NON ESISTE UNA PATRIA BUONA

All’inizio del mese, ho preso un volo con una nota compagnia aerea tedesca. Nell’elegante corredo appaiato a ciascuna postazione di viaggio era disponibile una rivista edita dalla compagnia medesima, di quelle generaliste che affliggono, coi propri improbabili articoli sulle méte pop delle principali città servite dall’operatore, le lunghe ore aeree degli sprovveduti viaggiatori non munitisi di letture autonome. Alla vorace ricerca di testi in lingua teutonica, ma rassegnato ad infliggermi noiosi sforzi di ricostruzione di panegirici sui formaggi bavaresi, sono stato sorpreso dall’articolo di prima pagina. La rivista era, infatti, aperta da un appello (in cui l’ordine delle parole è più che mai eloquente) a
«Care lettrici e cari lettori!», lanciato dal CEO della compagnia e affiancato (purtroppo, o per fortuna, per me) da una traduzione nel solito, impeccabile inglese dei cugini oltre-Reno dei cugini d’Oltralpe, a partecipare alle elezioni europee. Lungi dall’essere un mero invito all’esercizio del diritto di voto, a prescindere dalle sue modalità, esso conteneva, invece, un’esplicita e determinata presa di posizione: un invito a «contrastare le contemporanee tendenze nazionaliste e protezioniste», in difesa di «un mercato aperto, libertà, pluralismo, trasparenza, democrazia e pace». Che un’impresa che ogni anno fattura 35 miliardi di euro con un’attività consistente nell’attraversare le frontiere nazionali, dovendo quindi disporre di uno staff altamente internazionalizzato e di declinazioni territoriali attraverso le quali stipulare intese con aeroporti e Autorità pubbliche abbia tutto l’interesse a che il modello Schengen resti in piedi e che i confini fra Stati europei  restino permeabili a merci, persone, servizi e capitali non dovrebbe essere particolarmente sorprendente. Che questa sola circostanza basti per indurre interi settori della sinistra europea ad una radicale mutazione genetica dovrebbe, invece, mettere maggiormente in allarme.

A partire, in particolare, dal trauma populista del 2016, si è assistito alla proliferazione di forze identificantesi come “di sinistra”, ma contrarie alla libertà di movimento e favorevoli a politiche migratorie restrittive e all’uscita dei rispettivi Stati da più o meno ogni forum di coordinamento internazionale nonché, in alcuni casi, financo contrari a rivendicazioni femministe e LGBT. Basti una rapida occhiata al «Manifesto per la Sovranità Costituzionale»[ presentato da Patria e Costituzione, associazione promossa da Stefano Fassina (che gode di notevoli influenza e prestigio, ancorché certamente minoritari, in Sinistra Italiana): «la presunta fine dello Stato-nazione esiste solo nella propaganda neoliberista e nelle chiacchiere di una sinistra che ha rimpiazzato l’internazionalismo socialista – che è solidarietà fra classi popolari nazionali – con il cosmopolitismo capitalista»; d’altro canto, «tanto la xenofobia, quanto il principio irrealistico di accoglienza illimitata (“no border”) sono risposte impraticabili per affrontare la sfida epocale delle migrazioni», sicché «va riconosciuto che la regolazione degli ingressi, in relazione alle effettive capacità di integrazione, è condizione essenziale per offrire un’accoglienza degna (fino allo jus soli)»; «i bisogni individuali non sono sempre diritti», con tanto di accostamento nemmeno troppo implicito ai casi di «colonizzazione dei mondi vitali da parte del mercato (utero in affitto, mercificazione di organi e materiale genetico, monopolio delle sementi geneticamente modificate, ecc.)». Dichiarazioni non dissimili sono, poi, riscontrabili diffusamente fra esponenti e dirigenti di Aufstehen (fondata in seno a Die Linke da Sahra Wagenknecht) e di La France Insoumise, e informano abbastanza decisamente la svolta sovranista e radicale di Potere al Popolo! negli ultimi mesi. Nel bello, articolato e informato articolo «Vi presento i nazionalisti di sinistra europei»[citato poco sopra, David Adler, dirigente di DiEM25, identifica tre giustificazioni addotte da forze politiche come quelle menzionate per la propria proposta di rivitalizzazione dello Stato e della sovranità come antidoto alla globalizzazione liberista: uno, di ordine economico, consistente nella constatazione della funzionalità al capitalismo mondiale della politica open borders, utilizzata per indebolire le classi lavoratrici organizzate attraverso il dumping della manodopera poco qualificata riversata in massa attraverso i flussi migratori economici; un altro, di ordine culturale, che criticherebbe gli effetti deleteri sulle identità locali della libertà di movimento, asserita causa ultima di xenofobia e nazionalismo; un ultimo, di ordine politico, per cui le istituzioni inter- e sovranazionali sarebbero intrinsecamente illegittime, perché stabilite a suon di trattati intergovernativi e al di fuori di ogni controllo democratico. C’è probabilmente molto di vero in tutto questo – sia nel senso che gran parte della retorica di questi partiti si fonda su uno di questi tre argomenti, o su una loro combinazione, sia nel senso che i fenomeni storici a cui essi fanno riferimento sono reali e problematici. Che da queste premesse discendano le conclusioni, pressoché integralmente coincidenti con quelle di una Lega qualunque, sembra criticabile e, per la verità, fondato su una serie di salti logici di non poco conto. Si prenda, per tutti, l’articolato ragionamento del Manifesto per la Sovranità Costituzionale citato sopra in difesa del «patriottismo costituzionale», in quanto opposto all’«astratto cosmopolitismo della sinistra liberal». «L’amor patrio che la Costituzione richiede ai cittadini non è un anacronismo storico, un residuo dell’esigenza di riscattare la nazione dal ventennio fascista, era e resta un valore civico fondamentale, un sentimento fondativo della comunità democratica, l’opposto della degenerazione ideologica del nazionalismo», leggiamo nel paragrafo 2; «questo sentimento è condiviso da tutti i cittadini di una determinata comunità territoriale, a prescindere dalla loro origine etnica e dalle loro identità religiose, ideologiche, di genere, ecc.», vediamo poco oltre, a probabile rassicurazione del lettore di sinistra che, memore della critica marxista al nazionalismo come astrazione che occulta la lotta di classe, avrà aggrottato le sopracciglia a vedere una così sperticata lode di un sentimento di appartenenza fondato su un concetto fumoso e irrazionale come quello di “patria”. «Non è, tuttavia, un sentimento astratto: – sobbalzo, N.d.R.-: (…) La patria è, al tempo stesso, popolo, Stato e nazione (…) Questo patriottismo è, appunto, patriottismo costituzionale, indispensabile a generare vincoli di solidarietà, a loro volta condizione necessaria per politiche redistributive e di giustizia sociale». Al di là delle perplessità che l’esaltazione della contingenza storica dello Stato può non suscitare in alcuni lettori, e della sorpresa che in altri sarà, probabilmente, ingenerata da una cosciente appropriazione delle argomentazioni reazionarie per cui storicamente, a sinistra, si è criticato il sentimento di appartenenza alla «comunità immaginaria» della Nazione (che la solidarietà patriottica sia necessaria per la redistribuzione della ricchezza sembra totalmente apodittico; e la Storia non insegna forse che, al più, essa ha seguìto il disegno opposto, neutralizzando il conflitto sociale?), non si può, credo, restare insensibili alla palese contraddizione del sancire che la Patria sia, allo stesso tempo, senso di appartenenza per un patrimonio valoriale condiviso, dunque impermeabile alla retorica esclusivistica dell’appartenenza etnica, e comunanza di fattori assolutamente sottratti al controllo degli individui, nel momento in cui la Patria, si dice, «si incarna in un luogo, in una lingua, in una cultura, in una parola in un popolo e nelle sue istituzioni». Fare propri gli argomenti della destra nazionalista e giungere alle sue stesse conclusioni (accusare gli immigrati di «rubare il pane» ai lavoratori “locali”, come fatto da Mélenchon; supportare i reazionari disegni economici del “Governo del cambiamento” per il solo dato formale dell’opposizione ai parametri di Maastricht, come Fassina) non riesce a non spaventare, per quanto il retroterra culturale sottostante sia lontano anni luce e non si possa certo dubitare del genuino antifascismo di dirigenti e militanti dei movimenti citati. Ancor più che censurabile sul piano ideologico, il sovranismo di sinistra mi pare, però, pericoloso su quello strategico: pensare di «non regalare ai sovranisti il concetto di nazione», assimilando al campo progressista le pulsioni sovraniste, è una pia illusione; come ben insegna il caso Minniti, fare propria la retorica del nemico non serve a sottrarre consensi a quest’ultimo, ma solo a sdoganarne definitivamente le rivendicazioni distruttive, perché, come efficacemente è stato detto, l’originale è sempre meglio della copia.

In un Parlamento europeo nel quale, probabilmente, la stessa sinistra “buona” di cui si è parlato in apertura sarà scarsamente rappresentata, è ragionevole ritenere che la sinistra sovranista sarà pressoché ininfluente. Se, però, nel lungo periodo prevarranno coloro che ritengono che «nessuno dei grandi movimenti che calcano oggi la scena (quello delle donne, quello contro il cambiamento climatico, le azioni di solidarietà con i migranti) [sia] concepibile entro una dimensione nazionale», o coloro che pensano (peraltro, utopisticamente) di poter tornare integralmente al welfare State, con il carico di dislocazione del conflitto al di fuori del proprio territorio che esso comporta, è meno scontato. Che si assista ad un intenso dibattito fra queste due anime del popolo progressista, al livello nazionale e internazionale[è, comunque, positivo. Segnala che il problema della collocazione della sinistra è avvertito ovunque, e che la risposta viene, altrettanto ubiquamente, cercata nella riproposizione della questione culturale (non meno raffinata, anzi, è la proposta analitica della sinistra sovranista; si legga, oltre alle interessanti riflessioni del Manifesto per la Sovranità Costituzionale, l’analisi della situazione europea condotta dalla stessa Patria e Costituzione). La direzione in cui questo sussulto d’orgoglio saprà indirizzare il travagliato cammino delle forze egualitarie e solidaristiche – verso un futuro che superi le contraddizioni della modernità, o ripiombando nella crisi implicita nei suoi elementi costitutivi – sarà determinata dalla forza generativa del dibattito e del confronto democratico.

L’ultima chance del PD

L’ultima chance del PD

Ci sono momenti nei quali le vicissitudini e gli avvenimenti della politica hanno la capacità di intrecciarsi in un vortice di coincidenze assai indicative. Correva infatti l’anno 2018, ed era esattamente il 4 marzo, quando il Pd formato Renzi, ormai logorato da passi falsi amministrativi e referendari, perdeva malamente le elezioni nazionali consegnando il campo del potere a quello che poi sarebbe stato il governo gialloverde. Ed ora, rieccoci qui. Un anno dopo, con consensi ancora tutti da riconquistare, il Pd prova ad uscire dall’anonimato, dai territori dispersi, e da faide interne che ne hanno pesantemente minato la credibilità e portato l’elettorato italiano a dimenticare la produttività (in senso generico) dei governi Renzi e Gentiloni.

Rieccoci qui, dunque. Si rivede il Pd all’interno dell’ “anno bellissimo”. La vittoria di Zingaretti, tuttavia, non deve esaltare il centrosinistra, tanto meno il neo segretario. La strada è infatti ancora lunga e difficile, se si pensa anche al fatto che il “millioneeotto” di votanti altro non rappresenta, dal punto di vista numerico, una riconferma di quanto accaduto nelle primarie di due anni fa, con il catastrofico suicidio elettorale teso alla rielezione di un politico ormai abbandonato dagli italiani, e non solo dal “fuoco amico”.

Sono infatti lontani i tempi dei “big match”, quando la base Pd risultava realmente elettoralmente folta, quando nel 2005 (periodo pre Pd) si votava in 5 milioni, o in 3 all’epoca del duello Bersani-Renzi, che nonostante la vittoria del primo anticipò di fatto l’ascesa della rottamatore, autorottomato da se stesso e dal sogno di un partito della nazione da costruire con chi era da sempre stato visto come l’avversario da sconfiggere, il male del Paese, il Cavaliere matto e spavaldo, cui persino la giustizia e la legge avrebbero dovuto piegarsi, con tanti saluti ai principi costituzionali e democratici.

Oggi, ecco il grande ‘vecchio’ ritorno di chi quel Renzi avrebbe sempre voluto combatterlo. E’ chiaro il responso delle primarie di ieri, e adesso bisognerà attendere le reazioni dell’entourage renziano, con il capostipite che giura fedeltà al nuovo segretario e “aspetta un segnale”. Ma è altrettanto pacifico come, la guerra tra correnti, trovi in tutti (o quasi) i loro interpreti, la consapevolezza di dover ripartire dal principio che gli avversari non risiedono all’interno di quella stessa comunità alternativa, ma nell’avversario politico, e in un governo da voto 10 nella comunicazione e da 0 nei fatti che contano.

Il Pd riparta, e la democrazia ne sia lieta. Ogni governo ha bisogno di un’alternativa, ogni opposizione ha bisogno di rilanciarsi e ricostruirsi sulla base di una idea di Paese diversa, e saranno gli elettori a decidere quale possa rivelarsi migliore al Paese. La ripartenza tocchi il lavoro, guardi alla classe giovanile come opportunità di rilancio della nazione, non come zavorra da risolvere a suon di precariato, apprendistati e stage senza prospettive e certezze.

La ripartenza tocchi nuovamente i territori, lo stare tra la gente, il recupero dei poveri con politiche attive e non di assistenzialismo, l’impegno quotidiano per il bene di tutti, che non è esattamente corrispondente al bivaccare sui social a suon di selfie e tweet, e non corrisponde certamente alle ricette del governo Di Maio-Salvini. Serve dunque un atto di coraggio, il racconto di un progetto politico migliore ma che non si autoproclami tale, dato che il rischio dal punto di vista elettorale sarebbe quello già ampiamente visto con i risultati delle ultime elezioni nazionali.

Non si può di fatto ignorare come le primarie di ieri, consegnino infatti al Pd l’ultima grande chance fornita dagli elettori di Centrosinistra. Ora o mai più.
L’ultima chance, nell’anno bellissimo. Per chi, lo si vedrà

Che cosa succede e succederà in Venezuela?

Che cosa succede e succederà in Venezuela?

Cari blogger e politicanti speculatori non sarà il vostro post a riportare la stabilità a Caracas.  Facciamo chiarezza dopo le speculazioni di Giorgio Cremaschi di Potere al Popolo e dei blogger da quattro soldi contro il turbo-capitalismo.

AGGIORNAMENTO 26/01/2019 alle 13:06
Francia, Spagna e Germania si dichiarano congiuntamente pronte a riconoscere Guaidò, se entro un periodo di otto giorni non ci sarà una convocazione di elezioni eque, libere e trasparenti in Venezuela.

Intanto, secondo un’inchiesta di Reuters, negli ultimi giorni sarebbero arrivati in Venezuela un certo numero di “contractors” russi, cioè mercenari che lavorano per società militari private, con l’obiettivo di difendere il regime del presidente Nicolás Maduro dai tentativi dell’opposizione di togliergli il potere. L’inchiesta sarebbe basata sulla testimonianza di diverse fonti. Il ministero della Difesa russo e il ministero dell’Informazione venezuelano non hanno commentato la notizia. Il portavoce del Cremlino, Dmitry Peskov, ha commentato, riferendosi alla presenza di mercenari russi in Venezuela: «Non abbiamo questa informazione»

Ho deciso di scrivere dopo che ieri verso l’una ho visto un post su facebook di Giorgio Cremaschi esponente di Potere al Popolo. Cremaschi ha pubblicato un video messaggio sui social dal titolo: “A FIANCO DELLA RIVOLUZIONE BOLIVARIANA DEL VENEZUELA, CON IL LEGITTIMO PRESIDENTE MADURO.. No al golpe fascista di Trump, vergogna a chi lo sostiene, manifestiamo ovunque la condanna dei golpisti, ricordiamoci di Allende, non devono passare..L’impero americano nella spazzatura della storia ..NO PASARAN”. 

Personalmente trovo irritante lo speculare su queste vicende solo per il gusto di sentirsi di “quella sinistra lì” o “anti-americano” ecc.

Scrivo solamente per cercar di fare un po’ di ordine tra le distorsioni e le speculazioni che in queste ore blogger improvvisati, esponenti politici e intellettuali-contro-il-turbocapitalismo-finanziario stanno facendo su questa vicenda. Alcuni arrivando addirittura a schierandosi incondizionatamente a favore di Maduro e la rivoluzione bolivariana o anche a favore della sua controparte.

Solitamente evito di condizionare chi mi legge e di invitarlo incondizionatemente a schierarsi con una parte politica, che, non solo è difficile da comprendere riassunta così per ovvie ragioni di diverso contesto e soprattutto perché non possiamo effettivamente fare i “venezuelani con il culo degli altri”. Preferisco per tanto illuminarvi su quanto è accaduto utilizzando fonti più autorevoli a mia disposizione.

Ma torniamo alla vicenda.

COSA È SUCCESSO? e COSA STA SUCCEDENDO?
Il Venezuela ha da ieri due presidenti: Nicolás Maduro e Juan Guaidó.
Il trentacinquenne presidente dell’Assemblea Nazionale Juan Guaidó si è autoproclamato presidente della Repubblica al posto di Nicolás Maduro, il capo di Stato erede di Hugo Chávez che ha iniziato il suo secondo mandato pochi giorni fa dopo aver vinto delle elezioni irregolari.

LECITO O ILLECITO?
Maduro è stato eletto nel maggio 2018 con elezioni non riconosciute dai vicini regionali e dall’Occidente per evidenti irregolarità e ma de facto sarebbe al secondo mandato. 

Il secondo, si è autoproclamato in piazza, capo di Governo e dello Stato pro tempore. Tutto lecito secondo gli art. 233, 333 e 350 della Costituzione venezuelana. Da principio ha scelto di giocarsi la carta della moderatezza, data la sua incerta situazione, dichiarando che nel caso in cui prendesse “effettivamente” le redini del Venezuela non escluderebbe un’amnistia per Maduro.

Per la piena regolarità dovrebbe godere però del sostegno della Corte Suprema. Ma è proprio questa la questione più controversa: 
1) non c’è un effettivo appoggio, anzi sono esplicitamente contrariati;
2) nella Corte Suprema ci sarebbero solo o maggioranza maduristi;
3) alcuni elementi della Corte Suprema sono fuggiti dal Paese e si sono rifugiati in USA;

CHE DICONO GLI ALTRI PAESI?
Maduro può godere dell’appoggio di: Russia, quasi incondizionatamente; Cuba, non solo per affinità ideologica ma perché l’Havana è il principale beneficiario dell’export venezuelano; Bolivia, come sopra ma sempre nei limiti delle possibilità; resta ambiguo il ruolo del Messico che per ora continua a riconoscere il governo; la Cina è un Paese non ideologo come in passato e come avvenuto per la Corea del Nord difficilmente metterebbe a rischio la sua stabilità per le follie altrui, resta comunque un player fondamentale per l’acquisto del greggio venezuelano; la Turchia a cui piacerebbe sostenere di più Caracas ma ha già sperimentato l’ira Usa contro la moneta nazionale; infine Iran e Siria.

Guaidó, già Presidente del parlamento venezuelano, è stato subito riconosciuto legittimamente da Usa, Canada e da quasi tutta l’America Latina (in maniera molto animata dal Brasile di Bolsonaro dal forum di Davos) e più timidamente dall’Unione Europea.


Presidente Nicolas Maduro con Vice-Presidente del Partito Socialista Diosdado Cabello (Dx) dietro il ritratto di Hugo Chávez. (Jorge Silva / Reuters)

E POI?
Dalla prospettiva di Maduro gli ultimi sviluppi sarebbero un “golpe”, vocabolo spesso usato molto spesso, in alcuni casi più lecitamente, per richiamare su di sè l’attenzione internazionale. Ha decretato la sospensione dei rapporti con gli USA e l’espulsione degli stessi diplomatici. Washington comunque non pare intenzionata a rimpatriare i propri funzionari.

Caracas si è avvitata progressivamente nel tempo in una spirale di crisi, in primo luogo socio-economica, ma anche diplomatica e migratoria. Maduro sta attraversando la fase più delicata del suo governo.

Le sorti del paese caraibico dipendono principalmente da alcuni fattori come:
1) il prezzo dell’export delle generossissime risorse naturali. Il Paese è membro OPEC per la forte presenza di petrolio greggio. Attualmente nonostante il prezzo del greggio sia in rialzo non è comunque abbastanza favorevole per sostenere la spesa pubblica (secondo ilSole24ore dovrebbe essere almeno oltre gli 80$ al barile. Oggi a 53$. Tempo reale qui: https://www.fxempire.it/markets/crude-oil/overview);

2) il ruolo importante delle Forze armate venezuelane, sinora fedeli al successore di Chávez, e confermatesi il vero grande “centro di gravità permanente” del governo, a meno di un intervento militare straniero che non pare all’orizzonte (esplicitamente escluso dal Brasile).

Elenco dei 12 Paesi dell’Organizzazione dei Paesi esportatori di petrolio (OPEC)

SCENARI FUTURI
Un embargo petrolifero di Washington contro Caracas ridurrebbe subito il regime in ginocchio. E si tratta di una prospettiva probabile da parte americana.

Un’operazione militare avrebbe lo stesso effetto ma in più peggiorerebbe i rapporti con tutti i Paesi dell’America Latina che hanno già sperimentato l’interventismo armato a stelle e strisce. Un’evento del genere potrebbe spingere gli attori regionali a contestare l’atto tirandosi fuori da una possibile cooperazione o addirittura in casi estremi, poco probabili, non a sostegno di Maduro ma a sostegno e difesa della sovranità venezuelana.

La speranza del governo americano è che la pressione diplomatica unita a quella popolare induca a cominciare un percorso di transizione post-madurista. Difficile da immaginare se ai militari non verranno garantite l’amnistia e la possibilità di godere almeno in parte delle ricchezze accumulate in un quindicennio di traffici.

Per adesso le proteste e il sentimento più forte di protesta si sta affievolendo proprio a causa dei dissidenti che fuggono e delle restrizioni.

I più informati ricorderanno il risultato del referendum costituzionale turco di Erdogan vinto non con molto distacco. Bene, questo risultato è stato favorito senz’altro dall’esilio o dall’arresto di molti oppositori successivamente al tentato golpe di una parte dell’esercito.

Non bisognerà stupirsi quindi se domani in Venezuela nei sondaggi saranno aumentati i sostenitori a Maduro.

RESTA UN SOGNO NEL CASSETTO… (?)
…il sogno del politico e generale venezuelano Simón Bolívar che contribuì all’indipendenza e fu presidente del Venezuela, del Perú, della Bolivia e della Gran Colombia. L’ultima tornata elettorale possiamo considerarla anche come un termometro dell’umore popolare. Il dato che si segnala è la stanchezza dei venezuelani verso la rivoluzione bolivariana.

Ritratto di Simón Bolívar

Chávez in 14 anni ha cambiato il paese, ponendo le classi più povere al centro della sua azione politica e conquistandosi la loro devozione. Questo modello che ha funzionato fino a quando i prezzi record del petrolio permettevano di non preoccuparsi della spesa pubblica e fino a quando la rivoluzione non si è incancrenita.

Oggi in Venezuela non sono rari i black out, scarsità di generi alimentari, l’inflazione oltre il 20% e il deficit pubblico ha assunto dimensioni preoccupanti.

Altri due fenomeni piegano il Paese: la corruzione e la violenza, che ultimamente hanno assunto dimensioni preoccupanti portando il Venezuela nelle posizioni di testa delle rispettive classifiche.

Comunque vada per Maduro le strade percorribili sono solamente due: 
1) continuare a sostenere la rivoluzione bolivariana nel continente, malgrado i fondi per sussidiare gli alleati scarseggino;
2) oppure proseguire nella ricerca del disgelo con gli Stati Uniti, autorizzato dallo stesso Hugo Chávez negli ultimi mesi della sua vita

Perché l’incontro Salvini-Orbàn dovrebbe preoccupare tutti

Perché l’incontro Salvini-Orbàn dovrebbe preoccupare tutti

Al volgere al termine di quella che alcuni commentatori hanno efficacemente definito come la “sua” estate, Matteo Salvini si trincera all’interno del Palazzo della Prefettura di Milano. Ad attenderlo, al suo interno, un ospite non poi così inatteso, nonostante il vespaio di polemiche suscitato dal summit: Viktor Orbàn, granitico primo ministro dell’Ungheria (e non “Repubblica d’Ungheria”: può essere salutare ricordare come sia stata proprio la riforma costituzionale voluta da Orbàn, nel 2012, ad eliminare tale dizione dal nome ufficiale dello Stato) dal 2010, noto ai più per le sue posizioni apertamente nazionaliste, xenofobe ed euroscettiche.

Che tra i due ci fosse una certa intesa era fatto notorio: il Ministro dell’Interno italiano ha, infatti, indicato a più riprese nel premier ungherese un modello da imitare, il capofila di una linea dura nei confronti dei “tecnocrati di Bruxelles” che il leader leghista ha sperticatamente lodato per anni, non nascondendo la propria ammirazione per il disegno neonazionalista abbozzato in terra magiara. Che si giunga ad un incontro faccia a faccia, nel periodo presente e nel corrente contesto politico, ha, però, tutt’altro significato, e può rappresentare uno spartiacque epocale negli spazi politici, europeo e italiano. E che il fiume così spartito esondi, travolgendo le componenti democratiche e internazionaliste di ciascuno di essi, è un rischio tutt’altro che remoto.

UNITI NELLA DIVERSITÀ

Il motto dell’Unione Europea può paradossalmente esprimere meglio di ogni altro la vicenda politica di Fidesz, il partito ungherese di cui Orbàn è espressione, in rapporto ai propri partner politici europei. Sin dal 2004 (anno di adesione del Paese all’Unione, concomitante con le elezioni del Parlamento Europeo), esso è stato saldamente radicato nel Partito Popolare Europeo (PPE), il raggruppamento politico di centro-destra fondato dalla Democrazia Cristiana, che ad oggi coagula attorno a sé i principali partiti centristi europei, quali Forza Italia, la CDU di Angela Merkel e il suo quasi-omologo (difficile individuare una perdurante comunione d’intenti al netto del recente spostamento a destra, incarnato dalla linea politica del ministro Seehofer) baverese CSU e i repubblicani francesi. Il gruppo, il principale nel contesto europeo insieme ai socialdemocratici, coi quali si è spesso ingaggiato in una große Koalition di cui l’attuale Commissione europea è, a sua volta, espressione, è però assestato su posizioni politiche e culturali apparentemente antitetiche rispetto a quelle di Orbàn. Se gli uni sono europeisti e federalisti, l’altro è euroscettico e nazionalista; mentre i primi sono la più pregnante espressione dell’establishment europeo, avendo occupato ininterrottamente, ancorché in posizioni variabili, i posti di potere dell’UE sin dalla sua istituzione, il secondo deve la propria fortuna politica all’implacabile critica di quello stesso establishment, accusato di centralismo e lontananza dal popolo; dove il manifesto dei popolari, nella parte dedicata ai «valori», risulta imbevuto di liberalismo, il leader ungherese rivendica orgogliosamente di aver dato il via ad una «democrazia illiberale».

La politica, però (si sa), è fatta di compromessi – risponderebbero, probabilmente, dalle parti del PPE, interrogati su come sia possibile un simile sodalizio e non desiderosi di rispolverare una polemica mia del tutto sopita. La politica (si sa) è fatta di opportunismo – risponderebbero, probabilmente, da entrambe le parti, se ciascuna di esse avesse onestà intellettuale e non avesse potenti disincentivi a negare un’irrecomponibilità di fondo coi propri, formali alleati. Come messo, infatti, in luce da più parti, la membership nel PPE ha sinora messo Orbàn al riparo dalla pericolosa procedura ex art. 7 del Trattato sull’Unione Europea (TUE), a mente della quale uno Stato membro che ponga in essere una “violazione grave e persistente” dei valori fondamentali dell’Unione («dignità umana, libertà, democrazia, uguaglianza, Stato di diritto e rispetto dei diritti umani, compresi i diritti delle persone appartenenti a minoranze […], pluralismo, non discriminazione, tolleranza, giustizia, solidarietà e parità tra donne e uomini», recita l’art. 2 del medesimo Trattato) può giungere a vedersi sospendere i diritti derivanti dalla partecipazione all’Unione (con particolare rilevanza del diritto di voto in seno al Consiglio), senza che contestualmente perdano efficacia gli obblighi ad essa connessi. In un meccanismo di approvazione che prevede il voto unanime del Consiglio Europeo, il Collegio di quei capi di Stato e di Governo che in più di un caso sono espressione dei partiti popolari, e l’approvazione del Parlamento Europeo, dove questi detengono la maggioranza relativa, Fidesz ha, non dando sèguito al vistoso spostamento a destra intrapreso dalla leadership di Orbàn, restando legato ai popolari e non ricollocandosi nel più congeniale gruppo dell’Europa delle Nazioni e della Libertà (ENF, coacervo di partiti di destra ed euroscettici capitanato dalla Lega e dal Rassemblement National, nuovo nome del Front National di Marine Le Pen), di fatto impedito qualsiasi iniziativa nel senso di attivare la norma in questione.

Le vantaggiose conseguenze del collocamento politico prescelto dal partito ungherese sono sommamente evidenti se si effettua un paragone col caso polacco. A séguito di una controversa serie di riforme del sistema giudiziario varate dal partito di governo Diritto e Giustizia (in polacco, Prawo i Sprawiedliwość, abbreviato in PiS), parte rilevante della quale è costituita da misure accusate di sottoporre, di fatto, la Corte Suprema al controllo del governo (in perfetto parallelismo con quanto avvenuto in Ungheria in rapporto alla Corte Costituzionale), la Commissione ha deciso di attivare l’art. 7 contro l’altro leone rampante del gruppo di Visegrád. Tali misure hanno esasperato i toni della tensione montata negli ultimi anni fra gli occupanti dei palazzi del potere di Varsavia e gli omologhi di Bruxelles, a causa delle politiche di concentramento del potere e di riduzione dei checks and balances portate avanti dalla Polonia, in modo (ancora) del tutto analogo all’Ungheria. Per quanto le probabilità che il meccanismo sanzionatorio giunga ad efficacia siano prossime allo zero (come detto, il Consiglio Europeo deve esprimersi all’unanimità, e la Polonia può contare sull’appoggio -non sorprendente- di Orbàn), il valore simbolico della prima apertura della procedura nella storia dell’Unione è dirompente, e si pone a formalizzazione della crescente spaccatura fra i Paesi dell’Europa occidentale, che formano il nucleo storico del progetto eurounitario, e quelli dell’Europa orientale, assestati su posizioni euroscettiche e sovraniste pressoché dai primi giorni dell’allargamento ad Est del 2004-2007.

Come spiegare la differenza dei trattamenti rispettivamente riservati a Polonia e Ungheria, a fronte di tante similarità? Per banale e maliziosa che possa sembrare, la risposta data pressoché unanimemente è molto semplice: a differenza di Fidesz, PiS è federato, al livello europeo, al gruppo dei Conservatori e Riformisti Europei (ECR), largamente minoritario a tutti i livelli istituzionali. Il premier magiaro, dunque, ha storicamente avuto tutto l’interesse a restare accasato alla famiglia dei popolari europei, che pur di evitare imbarazzanti prese di posizione contro il graduale percorso verso l’autocrazia di Orbàn (come giustificare ai propri elettori una presa di posizione trasversale come l’accusa di violare i princìpi base della convivenza europea contro un proprio alleato?) si è dimostrata largamente indulgente verso i movimenti tellurici in corso ad Est. In cambio della tolleranza del centro-destra europeo, Fidesz ha portato in dote, nella legislatura 2014-2019, ben 12 dei 22 seggi spettanti all’Ungheria nel Parlamento Europeo, grazie al proprio incomparabile peso nel panorama politico domestico – una boccata di ossigeno per i popolari, che anche grazie al contributo magiaro riescono a detenere una risicata maggioranza relativa, con 219 seggi a fronte dei 189 dei socialisti.

Le cose, però, potrebbero ben presto cambiare, e l’incontro milanese del 28 agosto è lì per testimoniarlo. La crescente arroganza di Orbàn, divenuta pressoché incontenibile a fronte della schiacciante maggioranza parlamentare ottenuta alle elezioni nazionali dell’8 aprile 2018, ha recentemente portato la Commissione Libertà Civili del Parlamento Europeo a chiedere alla plenaria di esprimersi su un’apertura del procedimento ex art. 7, con votazione che si terrà a settembre. In questo contesto, 8 dei 19 membri della Commissione in quota PPE hanno votato a favore della mozione – a testimonianza dell’emersione di un fronte di dissenso interno ai popolari, di un’insofferenza montante che potrebbe portare i moderati europei a revocare in dubbio la propria storica remissività nei confronti dell’alleato.

Alleato, sì: ma per quanto? Il disegno di Salvini, apertamente desideroso di dare vita ad una “Internazionale nera” per trasformare “l’Europa delle banche” in “un’Europa dei popoli” federando i partiti di destra, estrema e/o populista, così da bloccare ogni tentativo di ulteriore integrazione e far passare a tutti i livelli la linea “dura” anti-immigrazione, è ora ben lungi dal risultare irrealizzabile. Se, da un lato, il PPE si mostra sempre meno disposto a chiudere un occhio sui colpi di mano magiari, dall’altro, per quanto le letture in questo senso non siano unanimi, Orbàn sembra avere sempre meno incentivi, alla luce del quadro politico che si profila all’orizzonte delle elezioni europee del maggio 2019, a restare imbrigliato nell’ingombrante famiglia del moderatismo eurounitario. Con i repubblicani francesi virtualmente scomparsi dallo spettro politico transalpino e una Forza Italia agonizzante, il Partito Popolare spagnolo logorato dall’estenuante governo Rajoy e i cristiano-democratici tedeschi indeboliti dalle recenti vicende interne, è pressoché inevitabile che il PPE subisca un forte ridimensionamento nella ventura tornata elettorale, anche alla luce delle indiscrezioni che vorrebbero un Macron più interessato a creare un gruppo autonomo, che a convergere in famiglie politiche esistenti (posto che i popolari sarebbero, insieme all’ALDE, nel quadro dei grandi raggruppamenti, il gruppo probabilmente più congeniale all’istrionico presidente francese). D’altro canto, l’ENF di Salvini e Le Pen guadagna sempre più appeal: con una Lega ai massimi storici, partiti di destra ed euroscettici sempre più radicati in Germania, Austria e Olanda e il Rassemblement National sempre più vicino a completare la propria riconversione da partito dei nostalgici di Vichy a raggruppamento dei populisti di destra d’Oltralpe, non sembra azzardato ritenere che le destre saranno, perlomeno ed ottimisticamente, la terza famiglia più numerosa d’Europa. Se, infine, si aggiungono le indiscrezioni sulle volontà del PiS polacco di abbandonare i Conservatori a fronte del drammatico ridimensionamento che questi stessi subiranno, perdendo i tories inglesi in conseguenza della Brexit, e che per ragioni del tutto speculari a quelle esposte per Fidesz non sembrano sussistere grandi incentivi ad unirsi al PPE, i tempi sembrano maturi perché i due partiti leader del gruppo di Visegrád si apparentino alle destre dell’Europa occidentale, consolidando anche nelle sedi istituzionali il blocco sovranista ed euroscettico.

Il meeting di Salvini e Orbán rema precisamente in questa direzione. Il leader leghista, a margine dell’incontro, ha dichiarato: «Stiamo lavorando per un’alleanza che escluda le sinistre e riporti al centro le identità che i nostri governi rappresentano, ognuno con la sua storia. Possiamo unire energie diverse con un obiettivo comune». Per quanto Orbàn abbia usato termini meno netti, esprimendo un generico apprezzamento per il leader lombardo, il processo di avvicinamento in atto è innegabile – e non è da escludere che, superato lo scoglio del dibattito parlamentare sull’attivazione dell’art. 7 sopra riferito, le carte dell’ultradestra vengano scoperte, gli alleati del premier ungherese a Strasburgo vengano scaricati e il gruppo di Visegrád allargato prenda, finalmente, forma: quali le ripercussioni, per l’Europa, della formazione di un compatto gruppo di estrema destra nel Parlamento chiamato, fra l’altro, ad approvare l’insediamento della prossima Commissione e il piano finanziario pluriennale dell’UE per il periodo post-2020, e a legiferare in materia migratoria, pare sufficientemente autoevidente.

L’incontro del 28 agosto apre, così, ufficialmente la campagna elettorale del fronte neonazionalista  europeo. Un fronte che, a differenza dei propri concorrenti, sembra avere le idee drammaticamente chiare sulle direzioni da imprimere all’Europa. Poco importa, poi, agli occhi dei suoi elettori, che in termini di concrete scelte politiche i suoi componenti si trovino a pugnalarsi alle spalle, con un governo italiano impegnato sul fronte della redistribuzione infraeuropea dei migranti ed un governo ungherese (così come quello polacco, quello slovacco e quello ceco) che respinge la riforma del regolamento di Dublino e si rifiuta categoricamente di accogliere persone anche sul piano diplomatico ed extra-giuridico. Nel lungo termine, i leader di estrema destra convergono sull’irrealizzabile, disumano e contrario ai basilari princìpi del diritto, internazionale come europeo, disegno di bloccare i flussi migratori alla partenza. Tanto basta per mobilitare folle di elettori, ormai prigionieri della mistificatoria e tossica narrazione del populismo pseudo-identitario.

AHI, SERVA ITALIA

Per quanto le conseguenze principali, e più gravi, dell’avvicinamento italo-ungherese riguardino, come discusso, lo spazio politico europeo, i riposizionamenti che esso sembra implicare non paiono privi di conseguenze anche per lo scenario italiano.

I malumori dei 5 Stelle rispetto all’incontro milanese, frettolosamente connotato come politico, non condiviso e non istituzionale, a voler rimarcare la propria ostilità alla refrattarietà di Orbàn alle politiche di redistribuzione dei migranti, segnano l’ennesimo episodio della latente conflittualità fra le due componenti del governo “giallo-verde”. L’alleato ungherese non piace agli adepti di Di Maio, e il gioco delle parti nel quale i pentastellati tentano di irretire le anime di sinistra dell’elettorato italiano trova un’importante mossa in questa univoca dissociazione dalle amicizie che aleggiano negli ambienti governativi. Una dissociazione che, però, non piace agli esponenti leghisti, che invece tengono a sottolineare come il ruolo istituzionale di Salvini giochi un ruolo importante nel colloquio, anticipatorio di una comunione d’intenti anche a livello intergovernativo: che ciò avvenga surrettiziamente, come nell’intervista a Libero in cui Salvini mette in luce come Orbàn sia “un capo di Stato come un altro”, o esplicitamente, con Fontana e Bianchi che rivendicano l’importanza del ruolo governativo del leader leghista, appare chiaro come il Carroccio guardi con favore alle implicazioni istituzionali del nuovo asse.

Con ogni probabilità, e come già nel 2014, 5 Stelle e Lega correranno, dunque, con differenti prospettive di alleanze post-elettorali alle prossime consultazioni europee – e anche questo andrà spiegato all’opinione pubblica, non trattandosi esattamente di un segno di buoni rapporti fra gli alleati di governo. Al contempo, è difficile immaginare che Forza Italia voglia rompere con i partner popolari, mentre è plausibile che Fratelli d’Italia voglia seguire Salvini nella sua avventura in fondo a destra. Che ciò risulti, o meno, in una formale frattura all’interno del centrodestra, che non farebbe che complicare il quadro politico italiano, il rischio che si prospetta come più evidente è, però, quello che le elezioni europee fungano da pretesto per la definitiva spaccatura della coalizione giallo-verde: scenario al quale Salvini sarebbe decisamente interessato, per mettere definitivamente a frutto l’erosione dei consensi ai danni del partner di governo attuata in questi mesi e tornare alle urne. Se, peraltro, la Lega dovesse effettivamente ottenere risultati esaltanti in sede europea, non le risulterebbe affatto difficile confondere drammaticamente i piani (in ciò confortata dal triste precedente di «#enricostaisereno»), ed agitare il feticcio della legittimazione democratica ottenuta a Strasburgo per rinsaldare ulteriormente la propria egemonia nella politica nazionale, assestandola ulteriormente su lidi destrorsi.

Insomma, quest’ultimo scorcio d’estate rischia di avere ripercussioni drammatiche sul futuro della politica, nazionale ed europea. Gli orizzonti di entrambe si tingono di nero, e le cupe ombre del più becero nazionalismo si stagliano sul prossimo, decisivo quinquennio. L’unica speranza per i democratici e cosmopoliti, del vecchio Continente, ma non solo, sembra essere quella di una nuova stagione di civismo e partecipazione, una raccolta dei sempre più pressanti, ma (purtroppo) sempre più minoritari, appelli a «restare umani». Contro ogni retorica dell’ineluttabilità della catastrofe che si profila, vale oggi più che mai, con gli occhi rivolti non solo (come nella prospettiva dell’Autore) alla teoria politica generale, ma anche alla concreta prassi quotidiana, l’efficace formula di Giorgio Gaber: «Libertà è partecipazione».

Paolo Mazzotti


 

Emma Dante tra Bestie e Anima

Emma Dante tra Bestie e Anima

Quella nuda vita che, nell’Ancien Régime, apparteneva a Dio e, nel mondo classico, era chiaramente distinta dalla vita politica, entra ora in primo piano nella cura dello Stato e diventa, per così dire, il suo fondamento terreno.

Giorgio Agamben ritiene che l’idea dei diritti umani si evolva in un nuovo fondamento, nato non dall’appartenenza al genere umano ma dal “paradigma della sua possibile esclusione”.

L’homo sacer, che possiede soltanto il proprio corredo biologico, è bandito dalla comunità ed è sottomesso ad una forza sovrana che ne determina l’esistenza. Su questo sfondo danzano i corpi vulnerabili che danno vita a “Bestie di scena” di Emma Dante il cui lavoro era destinato, come ha dichiarato in più occasioni, a descrivere la condizione dell’attore sul palcoscenico.

Fortunatamente, grazie alla generosità degli artisti l’occhio della regista si è spostato su una dimensione più profonda, introspettiva e delicata con la quale tutti, prima o poi, siamo costretti a confrontarci: l’esistenza dell’essere umano in relazione con la comunità. I performers iniziano il loro riscaldamento a sipario aperto permettendo così agli spettatori di cogliere immediatamente uno degli elementi fondamentali del racconto: la collettività.

Al suono della terza campana i corpi iniziano il loro inquieto moto, spostandosi da una parte all’altra del palco senza mai staccarsi, finché uno di loro non risponde ad un bisogno, un’esigenza quella di liberarsi da ogni costrizione, di regredire ad uno stato primordiale dove poter esprimere i propri diritti, i propri bisogni liberamente. Ed ecco che tutti si ribellano all’invisibile demiurgo che regola la loro vita; paura, vergogna, disagio sono le emozioni che riempiono i volti dei protagonisti colpendoci violentemente e facendo emergere in noi un imbarazzante disagio.

Emma Dante, la regista di Bestie di scena

Ma è nel moto irrefrenabile delle mani che, tenacemente, cercano di nascondere le proprie oscenità che si scorge quell’orgasmico piacere dell’abbandono, dell’essere liberi dalla gabbia della comunità. Lo spettacolo ruota intorno alla necessità di modificarsi e regredire per poter liberamente cercare il senso del proprio agire, evadendo dalle consuetudini e dal buon costume per giungere ad un Eden ardito e scevro.

A questo bisogno si contrappone la convenzione che, con quotidiane azioni, riporta gli attori nel loro ordinario e catatonico stato, inducendoli a desistere dalla loro ricerca. Il tappeto sonoro è composto dal suono dei corpi che violentemente si scontrano, cadono, ansimano e soffocano interrotti da un grammelot multi-caotico che ci lascia intuire qualche parola.

Non va sottovalutata la chiusura dello spettacolo che pur sottolineando la ciclicità dell’opera, mette in risalto la sconfitta della comunità ed il trionfo di quei corpi che hanno subito innumerevoli metamorfosi per
rivendicare la propria libertà.

Di Manuela Magarelli

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