Victor Hugo e Georges Simenon: due padri e due figlie a teatro

Victor Hugo e Georges Simenon: due padri e due figlie a teatro

Mettete di svegliarvi un giorno e sentirvi totalmente incompleti. Mettete il percepire la sofferenza per il vostro vuoto. Mettete il tornare a teatro e ritrovarvi immedesimati nel dolore di due figlie d’arte stroncate dal mal d’amore. Dal dolore più atroce. Da una disfatta esistenziale ben peggiore dei vostri mattutini disturbi d’umore.

Il consiglio è presto detto: andare a guardare al Teatro “Out Off” di Milano la prima nazionale di “Victor Hugo e Adele- George Simenon e Marie Jo – Una promessa d’amore”.  Storie di vita parallele, abbandoni “diversamente temporali” eppure così simili. Così simili da portare la scrittrice e poeta Lucrezia Lerro, con regia di Lorenzo Loris, a portare a teatro l’immaginario incontro tra i suicidi di Adele Hugo e Marie Jo Simenon. Da una parte la figlia del padre del romanticismo, del politico liberale capace di navigare tra destra e sinistra storica francese. Dall’altra l’estro del ‘padre’ di Maigret. Ovvero di uno dei commissari maggiormente noti della scrittura contemporanea.

Ne esce un’opera estremamente cruda ma a tratti anche umoristica, evasiva e di lotta rispetto a quel dolore più atroce del quale si accennava. Adele Hugo moriva centro anni prima, ad 85 anni, dopo essere stata rinchiusa in una clinica. Nel culmine della propria follia, divorata dal dramma sentimentale per un amore non corrisposto e da una disastrata famiglia, quella degli Hugo, già colpita dalla perdita alla tenera età di Leopoldine, sorella di Adele ed altra figlia dello scrittore Victor, deceduta a soli 19 anni assieme al proprio compagno ed a sei mesi dalla nascita del loro primo figlio. Cento anni dopo, si materializza un altro dramma: quello di Marie Jo Simenon, adolescente tormentata, donna mai esplosa. Suicida a 25 anni, ma solo prima di un’ultima telefonata al suo papà scrittore. Maledetti scrittori. Uomini di successo, ma spesso torchiati da quella realtà che credono tanto di saper raccontare con precisione ed onestà intellettuale.

Immaginatelo allora, questo incontro tra Adele Hugo e Marie Jo Simenon. Immaginate le voci e le interpretazioni di Monica Bonomi (Adele) e Silvia Valsesia (Marie Jo) fluttuare nella scenografia dei ricordi più amari e del rimpianto esistenziale. Immaginatele, ormai docili, ammaestrate dalla durezza e dal travaglio di vita, rivivere e richiedere costantemente a quella stessa esistenza il dono madre: quel po’ d’amore, perché «forse mai nessuno si sentirebbe amato come vorrebbe». Soprattutto se quel rapporto genitoriale si riveli così speciale ed intenso dall’essere chiamati forsennatamente alla rivendicazione di quel dolore, del tormento, della sopportazione del vissuto. Non lasciandosi nulla alle spalle, perché cercare l’amore è anche saper cogliere e ‘pescare’ dalle noie del passato. Come dire, ho visto persone volersi talmente bene da non parlarsi più.

C’è tanto in questa nuova storia teatrale di Lucrezia Lerro; c’è prima di tutto un autobiografico viaggio di reciprocità, che intervalla i comuni deliri di Adele e Marie Jo. Che tuttavia lottano. Non si arrendono e premono per andare avanti, perché non è tempo di fermarsi. Soprattutto quando in ballo vi è la partita dell’amore e la necessità di essere ascoltate, comprese. Sostenute.

Ed in questo viaggio non potranno che emergere le drammatiche vicissitudini delle famiglie Hugo e Simenon. Scrittori di grido, patrimoni della Francia* letteraria (Simenon, pur scrivendo in francese, nacque a Liegi). Eppur incompresi, puniti dalla vita e dai loro stessi eccessi. Forse giustamente, forse no. Ma ancor oggi a chiedersi se davvero la felicità abbia dato loro una mano. E soprattutto quando e per quanto abbia fatto parte di quelle gloriose quanto strazianti esistenze.

Siamo dinanzi ad un dialogo che ci appare tutt’altro che immaginario, nonostante i 100 anni di distanza ‘reale’ tra Adele e Marie Jo. Ma nulla sembra distoglierci dalla ‘fantasia’ dell’opera. Perché forse, immaginarle assieme si può. Pur nelle loro diversità. Dopotutto era l’atteggiamento del Simenon padre. Di uno scrittore ‘atemporale’ e che tendeva alla separazione dell’individuo dalla società. Storie in cui magari l’uomo è perdente, ma non si può fare a meno di raccontare l’uomo stesso.

Ma la perdita di un figlio, anche per uno scrittore, è molto più di una consacrazione per un’opera o un Nobel per la Letteratura. Lo dimostra il dolore e la depressione di Victor Hugo, che perse suo figlio Leopold alla dir poco prematura età di tre mesi. E perse, si anticipava, sua figlia Leopoldine alla beffarda età di 19 anni. Lo dimostra il silenzio iniziale di Simenon per il suicidio di Marie Jo (Adele Hugo morì invece successivamente alla morte del padre).

Un dolore che Simenon proverà a descrivere a circa tre anni dalla morte di Marie Jo. Che, nel proprio labirinto e fatale complesso mentale, aveva sperato di divenire una scrittrice o di pubblicare come suo padre. Senza esito. Ma non importa, perché ciò che resta è ritrovarsi domani: «Sei sempre qui – scriveva Simenon padre a sua figlia – nel nostro giardino, dove un giorno ti raggiungerò».

Nick Drake e quella perla chiamata Five leaves left

Nick Drake e quella perla chiamata Five leaves left

Si parlava di scrivere qualcosa a proposito di vecchi album, si parlava di tirare fuori qualche perla del passato, di dare avvio ad una specie di ciclo in cui, anziché parlare di nuove uscite, si parlasse di musica un po’ “vintage”. Così, immaginando di entrare in un negozio di dischi, vinili, ci piace pensare e immaginando di frugare, di cercare in fondo agli scaffali. Ed allora, riporteremo in auge album dal passato.

Per cominciare, siamo andati indietro nel tempo, nell’Inghilterra del 1669, e abbiamo pescato un album che avrebbe potuto vincere “il premio album autunnale del momento”, se mai ce ne fosse mai stato uno. Si, perché arriva una parte dell’anno in cui le foglie non cadono solo dagli  alberi, nel senso che questa melanconia, chissà come e perché, attanaglia un po’ tutti noi: c’è un momento dell’anno in cui è autunno anche dentro di noi.

Five Leaves Left è il primo album di Nick Drake, un talento rimasto in parte inespresso per la sua scomparse prematura nel 1974. L’album esce circa 50 anni fa e passa completamente inosservato, viene riscoperto dopo e diventa un must.  Drake all’epoca era uno studente di letteratura, schivo, solitario, appassionato di poesia, con un grande talento per la musica e molto abile a suonare la chitarra.

Time has told me è il titolo della prima traccia di questo album, che altro non è che  il riassunto di un dialogo immaginario fra Drake e il Tempo, magnanimo dispensatore di suggerimenti per la vita futura.  In realtà in questo testo c’ è soprattutto il cantautore inglese, che, rimasto solo, alla fine di questa storia d’amore struggente, confessa sottovoce all’amata che il Tempo gli ha detto che il posto di lei è accanto a lui, cosciente anche del fatto che “time has told me/ not to ask for more./Someday our ocean/ will find its shore.”

Alla seconda traccia c’è un fantomatico River Man, che sembra quasi uno sciamano,il vecchio saggio del villaggio, uno che ne sa più di quanto un altrettanto fantomatica Betty ne possa sapere. In realtà già da questi primi due pezzi, i giri di  chitarra, (che sicuramente sono figli di un peculiare cantautorato inglese, che al tempo impazzava, si pensi anche a Cat Stevens) sono così armoniosi, che è difficile non innamorarsene e danno a Drake un tocco di naïveté, che lo ha reso, nell’immaginario dei più, l’eterno ragazzo inglese di poche parole ma con una capacità comunicativa strabiliante. I suoi testi sono molto introspettivi e già anticipazione di un malessere che diventerà patologico e porterà Nick Drake, si sospetta, a porre fine alla sua vita in giovanissima età. Così anche lui entrerà nel mito, come altri celebri e ormai leggendari ventisettenni.

Diversi sono i personaggi che si avvicendano nelle narrazioni musicali di Drake: Mary Jane e Jeremy, per fare un esempio, come se fossero amici immaginari, frutto delle farneticazioni di un bambino. I racconti, comunque, ci riportano in una dimensione bucolica e fiabesca, quella campagna inglese che tanto ci piace e che raffiguriamo nell’immaginario comune così come ne abbiamo letto nei romanzi inglesi dell’Ottocento.

The Day is done è pace interiore assoluta, come se scendesse a sera, a fine giornata e fosse l’unica cosa piacevole che accompagna  la solitudine di chi narra. Ci viene in mente un parallelo con Guccini in Un altro giorno è andato, canzone piena di rimpianti, e pare, intanto, che il tempo sia un po’ l’ossessione di Drake, che ce la mette tutta però per rendere liricamente il suo scorrere.

Poi c’è il violoncello di Cello Song, e, che Drake sia stato un amante di Bach non lo capiamo solo da questa canzone, ma anche, ahimè, dal fatto che quella mattina di settembre in cui la mamma dell’artista lo trovò riverso sul letto in fin di vita, il giradischi suonasse proprio Bach. La bellezza è lampante, e questo strumento arricchisce un testo altrettanto significativo:

So forget this cruel world
where I belong.
I’ll just sit and wait
and sing my song
and if one day
you should see me in the crowd,
lend a hand and lift me
to your place in the cloud. (Cello Song)

Thoughts of Mary Jane che segue è  quasi un quadro di Chagall, tutto è fluttuante anche i pensieri del giovane inglese,  che si chiede cosa possa passare per la testa di una ragazza del genere. Mary Jane è un personaggio che ritornerà nelle sue canzoni, quasi questo fosse un racconto a puntate e come se Drake stesso fosse ossessionato da questa donna, anche se è sempre difficile capire se nelle sue canzoni parli di persone realmente esistenti o di visioni. Man in a Shed, invece, è un breve apologo che va letto più che ascoltato: è la storia di una friendzone, che anche Drake allora riteneva non essere poi una storia così nuova.

Ci avviamo verso la fine dell’album e con gli ultimi due pezzi ritorniamo in quella atmosfera bucolica di cui parlavamo prima e, forse, proprio la campagna, la natura erano le uniche a garantire un rifugio al giovane inglese, fuori da quel mondo in cui non si sentiva evidentemente a suo agio, lontano da quelle persone in carne e ossa che forse, a volte, lo avevano ferito. Fruit Tree è il titolo della traccia numero 10: è un soliloquio in cui il cantautore fa i conti con sé stesso, ma soprattutto col fatto di non avere raggiunto il successo, di non avere fama, mentre allo stesso tempo cerca di convincersi che la fama non è altro che “un albero malato”.Saturday Sun è la canzone che chiude questo splendido lavoro: il sole splende per tutti, inaspettato, non per Nick Drake per cui il sabato soleggiato presto si trasforma in una piovosa domenica, che non auguriamo invece al lettore.

L’ascolto dell’album lascia un senso di vuoto, bisogna ammetterlo. Drake è dolce, ma molto, molto triste, e ci parla di stati d’animo che viviamo un po’ tutti, a volte, quando, magari, in un sabato piovoso i pensieri corrono nelle direzioni più varie. Nick Drake è un po’ in ognuno di noi, e la sua è la storia di un ragazzo taciturno che guarda gli altri da lontano e pensa, scrive e “ha un mondo nel cuore” che però ” riesce a esprimere con le parole” e la chitarra, ovviamente. Non vi resta altro che impugnare la vostra tazza di tè, mettervi sotto le coperte, e premere play: siamo sicuri che per un lunedì un po’ freddo e complicato, questa possa essere la scelta giusta.

Steven Bradbury, the last man standing

Steven Bradbury, the last man standing

Chi disse: “Preferisco avere fortuna che talento”, percepì l’essenza della vita. La gente ha paura di ammettere quanto conti la fortuna nella vita. Terrorizza pensare che sia così fuori controllo. A volte in una partita la palla colpisce il nastro e per un attimo può andare oltre o tornare indietro. Con un po’ di fortuna va oltre e allora si vince. Oppure no e allora si perde.

(Woody Allen, Matchpoint)

La prima storia che mi è venuta in mente quando ho pensato a questa rubrica è forse quella che, nell’immaginario collettivo della mia generazione, è il simbolo di quanto il fattore C nello sport sia essenziale. È difficile ammettere quanto la Dea bendata sia una forza cosi influente sulle nostre vite e sugli eventi che ci circondano, perché per sua natura l’uomo tende a classificare le cose in maniera razionale cestinando gli “shock terms”, quei fattori casuali che potrebbero, in un modo o nell’altro, ribaltare il risultato.

L’Underdog di oggi è Steven Bradbury, lo short tracker australiano che, contro ogni pronostico della vigilia, ha vinto l’oro olimpico alle Olimpiadi invernali di Salt Lake City del 2002.

(Il podio iridato di short track alle Olimpiadi Invernali di Salt Lake City, 2002. Steven Bradbury è al centro con la medaglia d’oro)

Magari il nome non vi dirà niente, ma per rendervi conto della portata dell’impresa, potremmo paragonare la vittoria dell’australiano alle probabilità di vittoria di un’utilitaria a Montecarlo, in un Gran Premio di Formula 1. Ha letteralmente dell’incredibile. L’evento di per sé è straordinario, e io non sono qui per parlarvi della gara, di cui lascio il video, con annesso un’epocale racconto in chiave ironica della Gialappa’s Band.

La storia di Steven Bradbury parte da lontano, lontanissimo. Letteralmente bisogna andare dall’altra parte del mondo.

Steven John Bradbury nasce a Sydney, Australia nell’ottobre del 1973. Sydney, climaticamente, non è esattamente il posto migliore per praticare sport invernali. Perché Steve abbia deciso di iniziare a fare short track- la specialità per cui è diventato famoso – non ci è dato saperlo, ma questa è stata la scelta che gli ha cambiato la vita.  

Lo short track è uno sport relativamente vecchio, è l’equivalente invernale del ciclismo su pista, i pattinatori circumnavigano una pista lunga circa 100 metri che non è divisa in corsie. La disciplina, che solo dall’edizione di Albertville del 1992 è sport olimpico, è per questo tra le più spettacolari ma soprattutto tra le più pericolose. Steve, nonostante l’atipicità della sua scelta, si dimostra uno short tracker niente male, infatti a 18 anni è già nella storia come parte del quartetto vincente della coppa del mondo di short tracking, si tratta della prima medaglia iridata della nazionale australiana in uno sport invernale.

Ai giochi Olimpici del 1992 la nazionale australiana si presenta come nazione da battere, ma nelle semifinali uno staffettista perde il testimone: questo li condanna al quarto posto, insufficiente per raggiungere la finale. Primo colpo di sfortuna.

Ai giochi di Lillehammer del 1994, il nostro underdog ci riprova e finalmente è nel quartetto che vince la prima storica medaglia dell’Australia ai giochi olimpici invernali, un bronzo!

(La squadra Olimpica australiana di short track nel 1994, Bradbury è il secondo a destra in piedi)

La notizia, per quanto magnifica, raggiunge gli australiani che allo short track danno l’importanza dell’intervallo tra il surf e la doccia per la rientrata in acqua e quindi l’impresa canadese della squadra australiana passa un po’ in sordina. Non è sfortuna, ma la riconoscenza latita. Ma il vero plot twist di questa trama arriva qualche mese più tardi, quando, durante una tappa della coppa del mondo a Montreal, Mirko Vuillermin, talento valdostano, gli trancia l’arteria femorale.

Se recisa, l’arteria femorale può provocare la morte per dissanguamento nell’arco di 3/ 4 minuti. In 2, Steve perde 4 litri di sangue.

Sente la fine vicina. Ma se la cava con 111 (!) punti di sutura e 18 mesi di riabilitazione. Secondo, enorme colpo di sfortuna.

Nonostante tutto, torna a pattinare, con un misto di forza d’animo e incoscienza proprio di chi ama il suo sport.

Nel 2000 durante un allenamento, per evitare un compagno che stava scivolando, sbatte la testa contro le barriere e si rompe 2 vertebre. I medici gli impiantano 4 viti e gli dicono che probabilmente la sua carriera è finita. E’ il terzo colpo di sfortuna, di fronte a questo però lui è determinato. Vuole la medaglia individuale.

Si allena 2 anni.

A Salt Lake City, Utah, in piena terra dei mormoni, però lo attendono i migliori interpreti della specialità. Il resto è storia. La gara finisce come avete avuto modo di vedere, e non è un caso se adesso gli australiani hanno coniato l’espressione “do a Bradbury” per indicare un risultato sconvolgentemente al di fuori delle aspettative.

È sconvolto anche lui, e infatti non sa se esultare o meno. Perciò fa la cosa più naturale possibile, alza il braccio, in segno di vittoria. Mi piace pensare che tutto quello che ha passato, i momenti difficili, anche solo per un istante, se li sia lasciati alle spalle, come gli avversari, che tutto ciò che possono fare è guardarlo dal basso tagliere il traguardo.

Steve si ritirerà immediatamente dopo l’oro, e intraprenderà, con scarsi risultati, una carriera automobilistica. Ora Steve va in giro a raccontare la sua splendida storia, e dicono sia anche un discreto mattatore alle feste a cui partecipa. Chiunque probabilmente fa quindi un errore enorme, quando si ferma a giudicare Steven Bradbury nel minuto e 29 secondi più fortunati della sua vita. Integrate il tutto mettendoci dentro il decennio di sofferenze e situazioni storte che lo hanno portato a quel momento. È forse quello che gli ha permesso di rimanere in piedi quando gli altri sono caduti.

Grazie Steve, quindi, per averci insegnato che la fortuna esiste.

Ma anche che siamo uomini, e dobbiamo lavorare ogni giorno per crearcela.

Vincenzo Matarrese

Perché così tanti monumenti fascisti sono rimasti in Italia?

Perché così tanti monumenti fascisti sono rimasti in Italia?

[In copertina: Palazzo della Civiltà Italiana o Colosseo quadrato. Fonte qui]

Alla fine degli anni trenta, mentre Benito Mussolini si preparava ad ospitare a Roma la Fiera del Mondo prevista per il 1942, supervisionava la costruzione del nuovo quartiere, Esposizione Universale Roma, a sud-ovest della città, per mostrare la rinvigorita grandezza imperiale d’Italia. Il fiore all’occhiello era il Palazzo della Civiltà Italiana, una prodigiosa meraviglia rettangolare formato da archi astratti sulle facciate e una fila di statue neoclassiche che fiancheggiano la base. Successivamente la fiera fu annullata per colpa della guerra, ma il palazzo, noto proprio come Colosseo Quadrato, esiste ancora oggi con all’esterno ancora incisa una frase del discorso di Mussolini, quando nel 1935, annunciando l’invasione dell’Etiopia, descrisse gli italiani come “un popolo di poeti, artisti, eroi, santi, pensatori, scienziati, navigatori e trasmutanti”. L’invasione, e la sanguinosa occupazione che seguirono, portarono ad accuse di crimini di guerra contro il governo italiano. L’edificio, in altre parole, è una reliquia dell’aggressività fascista. Eppure, lungi dall’essere ostracizzato, l’edificio è diventato un’icona del modernismo. Nel 2004 l’Italia l’ha riconosciuto come sito di “interesse culturale” mentre nel 2010 è stato completato un restauro parziale, e cinque anni dopo la Fendi l’ha utilizzato come base amministrativa.

L’Italia, primo stato fascista, ha avuto un lungo rapporto con la politica di destra; con l’elezione di Silvio Berlusconi nel 1994 il Paese portò per primo al potere un partito neofascista, come parte della coalizione di centro-destra di Berlusconi. Ma questo da solo non è sufficiente a spiegare la comodità degli italiani con la vita in mezzo  a simboli fascisti. Dopo tutto, l’Italia è stata la dimora della più grande resistenza antifascista dell’Europa occidentale e del suo partito comunista più robusto del dopoguerra. Fino al 2008, le coalizioni di centro-sinistra hanno mantenuto tale eredità, spesso ottenendo più del 40% del voto nelle elezioni. Allora, perché se gli Stati Uniti si sono impegnati in un contenzioso processo di smantellamento dei monumenti legati al suo passato confederato e la Francia si è liberata di tutte le strade chiamate dopo il leader nazionalista di collaborazione Marshall Pétain, l’Italia ha lasciato che i suoi monumenti fascisti sopravvivessero senza problemi?

Il gran numero di queste reliquie è una prima ragione. Quando Mussolini è entrato al potere, nel 1922, guidava un nuovo movimento in un Paese con un terribile patrimonio culturale e sapeva che aveva bisogno di una moltitudine di segni per imprimere l’ideologia fascista sul paesaggio. Progetti pubblici, come il complesso sportivo Foro Mussolini a Roma, dovevano competere con quelli dei Medici e del Vaticano, mentre la figura del Duce, sorvegliava gli italiani sotto forma di statue, fotografie in uffici, poster alle fermate del tram, e perfino le stampe su costumi da bagno. Era facile sentire, come fece Italo Calvino, che il fascismo aveva colonizzato il regno pubblico italiano. “Ho trascorso i primi venti anni della mia vita con il volto di Mussolini sempre in vista”, ha ricordato lo scrittore.

In Germania, una legge promulgata nel 1949 contro l’apologia del nazismo, che vietava i saluti di Hitler e altri riti pubblici, facilitava la soppressione dei simboli del Terzo Reich. L’Italia non ha subito alcun programma comparabile di re-educazione. Sbarazzarsi di migliaia di memoriali fascisti sarebbe stato impraticabile e politicamente imprudente per le forze alleate che avevano la priorità di stabilizzare il Paese e limitare il potere crescente del partito comunista. Dopo la guerra, i bollettini e le relazioni della commissione di controllo alleata raccomandavano di distruggere solo i monumenti e le decorazioni più ovvie e non estetiche, come i busti di Mussolini; il resto potrebbe essere spostato nei musei o semplicemente essere coperto di stoffa e compensato. Questo approccio ha posto un precedente. La Legge di Scelba del 1953 è stata progettata per bloccare la ricostituzione del Partito fascista ed è stata notevolmente vaga su tutto il resto. Il blocco cristiano-democratico dominante, che comprendeva molti ex fascisti, non ha visto l’abbondante eredità del regime come un problema e pertanto non è mai stata istituita una politica che fosse più pro attiva.

Ciò significa che, quando Berlusconi ha portato al potere il Movimento Sociale Italiano, la sua riabilitazione del fascismo è stata aiutata dall’esistenza di luoghi di pellegrinaggio e monumenti. Il più notevole è stato Predappio, luogo di nascita di Mussolini, dove si trova la sua cripta di sepoltura e dove i negozi vendono camicie fasciste e naziste e altre mercanzie. La Legge Mancino, passata nel 1993, aveva risposto a questa “rinascita! della destra sanzionando la propagazione dell’odio razziale ed etnico, ma fu applicata in modo non uniforme. Vivevo a Roma in occasione di una borsa Fulbright nel 1994, e sono rimasta sveglia più di una volta dalle grida di “Heil Hitler” e “Viva il Duce!” Proveniente da un pub vicino.

Per quanto ne so, il fatto che Berlusconi abbia preso il potere a più riprese ha fatto sì che siti come Predappio crescessero in popolarità e che i conservatori di tutti i partiti politici abbiano forgiato alleanze con il diritto di salvare i monumenti fascisti, che sono stati sempre più considerati parte integrante del patrimonio culturale italiano. Il Foro Mussolini, come il “Colosseo quadrato”, è un soggetto di particolare ammirazione. Nel 2014, Matteo Renzi, primo ministro di centro-sinistra, ha annunciato la candidatura di Roma per le Olimpiadi del 2024 proprio all’interno del complesso, ora noto come il Foro Italico, davanti a “l’Apoteosi del Fascismo”, un dipinto coperto dagli Alleati nel 1944, perché rappresenta il Duce come figura divina. Sarebbe difficile immaginare che Angela Merkel fosse in piedi davanti a un dipinto di Hitler in un’occasione simile.

Negli ultimi anni, ci sono stati alcuni sforzi fermi per esaminare il rapporto italiano con i simboli fascisti. Nel 2012, Ettore Viri, sindaco di destra di Affile, ha incluso un memoriale al generale Rodolfo Graziani, un collaboratore nazista e un criminale di guerra accusato, in un parco costruito con fondi approvati dal governo regionale a sinistra. Dopo una audizione pubblica, il governo ha annullato i fondi. Recentemente, Viri è stato accusato di apologia fascista, ma il memoriale resta al suo posto.

A Predappio è in costruzione un nuovo Museo de Fascismo. Alcuni vedono il museo, che è costruito sul modello del Centro Documentazione di Monaco di Baviera per la Storia del nazionalsocialismo, come un esercizio molto necessario nell’istruzione pubblica. (Nel 2016 ero membro del comitato internazionale di storici che si è riunito in Italia per valutare il progetto.) Altri temono che la sua posizione nella città di Mussolini significhi alimentare ulteriormente la nostalgia. Laura Boldrini, presidente della Camera, ha lottato per la rimozione dei più famosi monumenti fascisti. La sua proposta, nel 2015, di togliere un’iscrizione del nome di Mussolini dall’obelisco di Foro Italico, suscitò l’opinione che un “capolavoro” sarebbe stato sfregiato.

La Boldrini ha spesso messo in evidenza la messa al bando dei simboli nazisti in Germania come esempio per l’Italia da seguire. Ma anche quel modello potrebbe essere presto testato. In una forte vittoria nelle elezioni del 24 settembre, l’Alternativa per la Germania (AfD) è diventata il primo partito di destra a vincere dei seggi nel parlamento tedesco dal 1945. La destra in Germania, priva del beneficio di monumenti pubblici emotivamente impegnati, ha organizzato i suoi incontri intorno ad eventi marginali come i concerti di musica “rock di destra”. Tuttavia, negli eventi dell’AfD, come la marcia tenutasi a nei primi di Settembre a Jena, i canti nazisti hanno cominciato a risentirsi. E, a meno che il partito non prenda una linea dura contro i simboli nazisti, è solo una questione di tempo affinché anche i simboli riappaiano. In Italia, dove non sono mai andati via, il rischio è diverso: se i monumenti vengono trattati semplicemente come oggetti estetici depoliticizzati, allora l’estrema destra può sfruttarne l’ideologia brutale mentre tutti gli altri finiscono per abituarsene. Ci si chiede se i dipendenti di Fendi si preoccupino delle origini fasciste del Palazzo della Civiltà Italiana quando arrivano al lavoro ogni mattina, mentre i loro tacchi calpestano pavimenti in travertino e marmo, i materiali preferiti del regime. Come disse una volta Rosalia Vittorini, capo dell’organizzazione per la conservazione dell’architettura moderna docomomo, quando le si si chiedeva come si sentono gli italiani a vivere tra le reliquie della dittatura: “Perché secondo te dovrebbero pensarci?”


[Traduzione dall’originale: Why Are So Many Fascist Monuments Still Standing in Italy? di Ruth Ben-Ghiat per “The New Yorker” Fonte qui]

Sleep Well, Beast: famiglia, politica ed altri demoni dei National

Sleep Well, Beast: famiglia, politica ed altri demoni dei National

Fragilità, il tuo nome è matrimonio.

(James Joyce)

Sleep Well, Beast non è un disco semplice, nè luminoso.  E’ uno stillicidio lucido, non è qualcosa che si può ascoltare in ogni momento. Quando ascolto un album dei National mai come in altri casi fuoriescono delle difficoltà emotive che i loro testi mettono in luce, spesso in modo molto sinistro, ma con una facilità disarmante. L’universo della scrittura di Berninger (cantante e principale autore dei testi, nda) non è rose e fiori, non vede felicità, se non in modo molto pragmatico, e qualora ci sia, è una felicità che prima o poi lascia posto alla distruzione.

Sleep Well, Beast avrebbe dovuto tracciare nuovi percorsi nelle formule dei National e la cosa è effettivamente successa: la band ha dato più spazio alle tastiere (ascoltare Nobody else will be there per intenderci) e meno alle chitarre che fuoriescono solo nei brani più movimentati (Day I Die, Turtleneck), ma la cosa che più impressiona a livello musicale sono i ritmi della batteria di Bryan Devendorf, mai banali o forzati, che seguono e costruiscono le atmosfere dei brani e il ritmo del cantato di Matt Berninger. I National sono una band totalmente atipica, formata da amici e fratelli, Scott e Bryan Devendorf , che si occupano della sezione ritmica della band, rispettivamente basso e batteria, condividevano un appartamento con Matt Berninger, mentre i gemelli Dessner collaborano con lui da quando avevano 15 anni. Matt e gli altri hanno lasciato i loro lavori per dedicarsi alla band, tutte carriere relativamente redditizie e di successo e vent’anni dopo è arrivato Sleep Well Beast. Da queste cose si può capire quanto i National amino poco i compromessi e non sono di facile ascolto proprio per questo motivo. A Rolling Stone, Berninger ha raccontato che l’album nasce da riflessioni sul matrimonio, da vicende personali di matrimoni falliti che hanno coinvolto la band e la cosa non è casuale perchè lo spirito famiiare ha rivestito una parte importante nel lavoro dietro il disco ed è al contempo esplorato al suo interno (all’interno dei ringraziamenti ci sono tutti i nomi dei figli e delle mogli di ogni componente della band).

 

(Foto di Graham MacIndoe. I National, dall’alto: Scott e Bryce Dessner, Bryan Devendorf. In basso, seduti: Scott Devendorf e Matt Berninger)

Ciò che mi piace molto di come le loro opere sono fatte è il contrasto. Percepibile già solo dal titolo,i brani dei National hanno questa forza evocativa e musicale che si muove tra scenari dolci, a tratti surreali, per abbandonarsi poi nella canzone dopo alla rabbia, all’uptempo, ai ritmi forsennati e ossessivi. C’è una melancolia molto forte che nasce da un forte disagio, dal non sentirsi a posto nonostante una vita agiata, un buon matrimonio, una famiglia. Ed è di questo che il disco parla, già a partire dal modo in cui nasce la scrittura dei testi: da sempre a carico del cantante, Berninger ha raccontato infatti come i testi di quest’album siano nati grazie all’aiuto di sua moglie Carin Bessner, in un processo simile quasi a una seduta dallo psicologo che aiuta, esorcizzandone le difficoltà, il matrimonio.

Il primo singolo, The system only dreams in total darkness, ha quasi tracciato una linea di demarcazione, non somigliava a niente che provenisse dai National. E’ evidente che il singolo abbia evidenti connotazioni politiche e quindi si ponga contro l’America del qui ed ora (la band ha supportato sia la campagna di Obama che quella della Clinton) anche se è solo una delle interpretazioni che può essere data alla canzone, ed è indicativo che i National parlino dall’interno del sistema, come a voler dire che il clima politico, anche su latitudini diverse influenza tutti, soprattutto nei momenti più difficili; l’idealismo che spinge a migliorare nella canzone è rappresentato metaforicamente dalla preghiera verso Dio. C’è addirittura un assolo di chitarra che spezza la canzone in due, cosa molto inusuale per una canzone del gruppo: come Aaron Dessner ha spiegato a Pitchfork, nei precedenti album la band aveva cercato di evitare in maniera molto forte alcune soluzioni troppo autoreferenziali mentre lo studio costruito a Long Pond, proprio per la registrazione dell’album (la copertina ne mostra l’interno) ha liberato la band facendo si che ognuno incoraggiasse l’altro a trovare soluzioni musicali nuove.  In un’altra intervista sempre Aaron ha evidenziato come i precedenti quattro album avessero una continuità a livello musicale che voleva spezzare, cercando di essere più sperimentale.

Ed è proprio dall’elettronica che arrivano i pezzi più interessanti dell’album: Empire Line, Guilty Party, I’ll still destroy you, che con la title track costituiscono il nucleo tematico dell’album: il matrimonio diventa in realtà un motivo per esplorare le relazioni intese come fenomeno umano, quindi qualcosa che ha una fine e porta ad una separazione laddove prima c’era unione.

Empire Line parte da una metafora che va spiegata: la Empire Line è una linea ferroviaria che unisce New York ad Albany, la distanza è di circa 450 miglia e, tema ricorrente nella scrittura di Berninger, lo spazio e il tempo si collegano in modo da usare la distanza come metafora per le relazioni di lungo corso (There’s a line that goes all the way from my childhood to you). La separazione sembra avvolgere costantemente, senza riparo, i protagonisti (I’ve been trying to see where you’re going, but you’re so hard to follow/[..]You just keep saying so many things that I wish you won’t).

Non solo a livello tematico ma anche a livello musicale, le tracce sono collegate da questa specie di “schizzi” elettronici, che poi diventano i temi musicali che sostengono i brani e riemergono costantemente al loro interno. Guilty Party è stato il secondo singolo tratto dall’album e nasce da una riflessione che evoca un finto divorzio tra Matt Berninger e la moglie, co-autrice del testo: molte delle cose che Berninger scrive sono degli scenari paralleli che lo vedono perdere ciò a cui tiene. In questo modo le sue canzoni diventano come delle confessioni, emotive fino al midollo. Un altro esempio proveniente da uno degli album precedenti, High Violet, è Afraid of everyone, una canzone in cui spiega come la paura derivante dalla paternità e dai cambiamenti a cui questo avvenimento importantissimo nella sua vita lo aveva esposto, avrebbe cambiato il modo in cui gli altri si sarebbero interfacciati a lui.

Questi scenari che evocano un muro tra due persone in tantissime canzoni dei National rimangono senza soluzione e tutto scivola senza che ci sia una possibilità di catarsi. Pensiamo ad About Today e al suo ritornello che recita: “You just walked away/And I just watched you/What could I say?”. In Guilty Party il protagonista recita finalmente un ruolo attivo: “I say your name/ I say I’m sorry/ I know it’s not working” ma l’effetto è sempre uguale, vedere chi ha di fronte lentamente scivolare via.

In I’ll still destroy you invece le parole si rivolgono a come spesso cambiamo i nostri stati mentali, magari aiutati dal’alcol oppure dai cannabinoidi, cosa sicuramente autobiografica, visto lo spostamento di Berninger da New York a Los Angeles (l’uso di erba è legale in California e per Matt funziona un po’ da catalizzatore creativo, come lui stesso ha spiegato). Il modo in cui ci lasciamo andare esponendo le nostre emozioni è una delle cose che vengono più analizzate nei suoi testi. La paternità riemerge anche qui: “Put your heels against the wall/I swear you got a little bit taller since I saw you/I’ll still destroy you”,  in quanto l’uso di queste sostanze ti espone alle tue vulnerabilità. Scrivendo soprattutto nei periodi lontani dalla famiglia, Matt qui si lascia andare a tutto ciò che sente di perdere, guardando al modo in cui anche durante periodi brevi di tempo nota gli impercettibili segnali di crescita della figlia, ma soprattutto a come i comportamenti negativi influenzano in qualche modo chi ci sta costantemente vicino, nonostante cerchiamo di nasconderli sotto il tappeto.

Ciò che si insinua nei testi è confermato dagli altri membri, Bryce Dessner a Rolling Stone ha infatti dichiarato che diventando padre da pochi mesi si è riconosciuto nei testi di Matt più di quanto abbia fatto finora. Più uno va avanti con la propria vita, più si suppone debba acquisirne in saggezza, si invecchia e si abbandonano i propri demoni, ma ci vuole un atto di sincerità violentissimo per ammettere che, per quanto siano buone le nostre intenzioni, nonostante le nostri mogli o i nostri figli, saremo sempre capaci di distruggere tutto e fare cose orribili.

Prova magistrale di come invecchiare non significa perdere il tocco, ma soltanto permettere alla propria sensibilità di evolversi, i National si sono resi protagonisti di un lavoro notevole che va oltre qualsiasi tentativo di essere delle rockstar. Essere rockstar è semplice. Essere umani è di gran lunga peggiore e più faticoso perchè significa abbassare la guardia, significa soffrire e forse è per questo che questo album continua a farci stupire della bravura di questa band.

Perchè è l’umanità che permette all’ascoltatore di relazionarsi più facilmente, la vita della band diventa un po’ la nostra. Il succo di questo album sta quindi nella sua brutale onestà. Nel fatto che accettare sè stessi significa prima di tutto essere sinceri. Scoprite anche voi quali sono le vostre paure e se ne avete il coraggio andateci a vivere, avendo cura di scriverne.

Cigarettes after Sex: quando la sensualità incontra il romanticismo

Cigarettes after Sex: quando la sensualità incontra il romanticismo

Foto: copertina dell’album Cigarettes after Sex di Cigarettes after Sex

No, cosa sono adesso non lo so.
Sono come un uomo in cerca di sè stesso.
No, cosa sono adesso non lo so.
Sono solo, solo il suono del mio passo…
Ma intanto il sole tra la nebbia filtra già:
il giorno come sempre sarà. (da Impressioni di settembre, PFM)

Impressioni di Settembre cantava la PFM,  in questo mese forse un po’ malinconico, che rappresenta un po’ la terra di mezzo fra l’estate e l’inverno. Un mese misterioso, fatto di piogge insistenti e principi di venti freddi, come se fossero un arrivederci sussurrato all’ennesima estate che ormai ci siamo lasciati alle spalle. Ma la musica  non si ferma, non lo ha fatto nemmeno in questa estate. Tanti sono stati gli album pubblicati, da quello degli Arcade Fire a quello dei National recentemente, per arrivare alla band di cui parliamo oggi, anche noi di ritorno dalla pausa estiva.

I Cigarettes After Sex, band di El Paso, Texas, che da un paio di anni ci tengono sulle spine, rilasciando singoli a singhiozzo, finalmente a giugno sono usciti allo scoperto con un nuovo album dal titolo omonimo. I Cigarettes After Sex, con questo loro “carisma e sintomatico mistero” hanno avuto la capacità di portarci con una curiosità a dir poco atavica a scandagliare il fondale del nostro intimo, in quella zona recondita fra il cuore e lo stomaco.

Il primo EP, I, contiene quattro tracce, e, paradossalmente, il cantante ha dichiarato che questo album è stato quasi un errore, ma come la Storia insegna, le scoperte avvenute per errore o per caso sono sempre le migliori, Cristoforo Colombo docet. Alla prima traccia, qualsiasi essa sia, si reagisce con un’esplosione di meraviglia e stupore perché la tonalità vocale di Gonzales, al limite fra il maschile e il femminile, ci conduce a fare esperienza di atmosfere ovattate, quasi una carezza sottopelle, producendo pezzi che hanno in sé, azzarderemmo, anche qualcosa di erotico, laddove dionisiaco e romantico si fondono in una combinazione che è stata sinora vincente per la band.

I contiene Nothing’s gonna Hurt you baby: gli accordi di basso, che fanno molto Joy Division in pezzi come Disorder o Transmission, cadenzati da percussioni, sono gli ingredienti di questa ricetta musicale che ci aveva forse già convinto. Il romanticismo è il lietmotiv di ogni singolo pezzo, e non a caso la band dichiara di ispirarsi ad altri gruppi come i Cocteau Twins e ai Mazzy Star, quelli della bellissima Fade into You.

A questa prima traccia ne seguono altre tre melanconiche, che pur conservano la stessa forza evocativa. Le sigarette che portano nel nome sono un po’ il tratto distintivo di questo gruppo, se pensiamo a questo cantare con pacatezza, che riesce a trasportarci in ambienti un po’ fumosi, locali esclusivi, forse francesi, in cui la puntina sul giradischi si ferma grattando un po’ sul vinile e riparte sorprendendoci con questa voce eterea, ineffabile e inafferrabile. Il brivido lungo la schiena all’ascolto crediamo sia un must.

Dreaming of you, poi, è la storia di un sogno incentrato, come è prevedibile, sulla donna amata, cosa che lei non verrà mai a sapere, a descrivere la bellezza di non avere il controllo della propria mente nel sonno e la libertà del sognato di girovagare per i sogni altrui. K. è l’album successivo del 2014, sta per Katherine; la donna è la protagonista di questo ricordo di un momento passato con chi narra, in un ristorante. Flashback di momenti passati insieme, dalla cena al ballo lento, il Texas forse il luogo migliore in cui immaginare lo svolgimento di questa storia d’amore a puntate o se vogliamo anche un po’ una storia che potrebbe svolgersi in una tavola calda, di quelle con le insegne con le luci al neon, lungo una highway americana.

Apocalypse, la quarta traccia del nuovo album, è come dice il titolo Apocalisse, ma anche estasi più pura.

Your lips, my lips, apocalypse.

Your lips, my lips, apocalypse.

Go and sneak us through the rivers, flood is rising up on your knees, oh please,

come on and haunt me, I know you want me. (da Apocalypse)

In questa sinergia di labbra sofferta, passionale e famelica ritroviamo la voce suadente di Gonzales e, non a caso, è un po’ la fine del mondo. Il bacio, si scopre dal testo, è apocalittico perché è il culmine di un’altra storia d’amore chiusasi sulle note di  questa melodia ridondante e bellissima.

Prima di Apocalypse, in ordine forse voluto, c’è Sunsetz: ci piace immaginare una trama in questo romanzo texano disconnesso, ci piace forse forzare la mano e trovare un senso a questo amore disperato, sexy e paradisiaco.

And when you go away,

I still see you.

The sunlight on your face in the rearview. (da Sunsetz)

 I Cigarettes After Sex hanno la capacità di mettere insieme una serie di polaroid di momenti vissuti, attraverso i testi, le musiche invece sono i negativi, quelli che si guardavano, stringendo gli occhi, dopo tanto tempo, giacché con la stessa nostalgia si ascoltano le loro canzoni.

Con il singolo Sweet  siamo all’apice di questa climax di sensualità e romanticismo. Gonzales comincia a cantare dal primo secondo della traccia, dichiarando apertamente di essere fortemente ossessionato dal corpo della musa ispiratrice della canzone. il testo è mellifluo al punto giusto e non poteva essere altrimenti per una canzone che si intitola Sweet.

Preferiamo, a questo punto, non andare oltre e lasciare all’ascoltatore il piacere della scoperta delle altre tracce dell’album, un po’ sullo stile dello stesso gruppo, crogiolandoci insieme in questa atmosfera di indefinito e di non finito. E intanto brindiamo, metafisicamente al successo dei Cigarettes After Sex, con l’augurio che non ci lascino sulle spine ancora per molto.

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