L’inesauribile interesse per Leonardo Da Vinci

L’inesauribile interesse per Leonardo Da Vinci

L’interesse per Leonardo da Vinci non si è ancora esaurito, nemmeno 500 anni dopo la sua morte.

Leonardo da Vinci non era estraneo alla Francia. Trascorse i suoi ultimi tre anni nel paese, morendo a 67 anni in un castello della Valle della Loira esattamente 500 anni fa. La sua Gioconda, appesa al Museo del Louvre dalla Rivoluzione francese, caratterizza Parigi come una città di tesori d’arte.

E così è Parigi – nonostante l’irritazione di molti italiani, in particolare della città nativa di Leonardo, Firenze – che celebra quell’anniversario ospitando la più grande collezione delle sue opere di sempre.

Mandatory Credit: Photo by Thibault Camus/AP/Shutterstock (10452900i) Journalists watch the painting “La Belle Ferronniere” by Leonardo Da Vinci, at the Louvre museum, in Paris, . The Louvre, the home of the “Mona Lisa,” is commemorating the 500th anniversary of Leonardo Da Vinci’s death with a landmark new exhibit Da Vinci, Paris, France – 22 Oct 2019

Dopotutto, il Louvre possiede già cinque dei suoi 15 dipinti che ci rimangono. “Leonardo da Vinci” è il titolo della mostra che dal 24 ottobre resterà aperta al pubblico per quattro mesi. È già un successo straordinario, con gli oltre 410.000 prevendite staccate nei primi 5 giorni. E passeggiando per le stanze scure, si capisce il perché del successo.

Le quasi 120 opere spaziano da schizzi di quaderni a dipinti magistralmente illuminati, come la Madonna Benois e San Giovanni Battista, nonché i grafici a raggi infrarossi. Tutti esposti con l’obiettivo di far cogliere allo spettatore le inarrestabili indagini di Leonardo nelle varie discipline: biologia, architettura, meccanica, luce e trama.

La realizzazione non è stata facile. Il Louvre ha trascorso dieci anni per sollecitare gli altri musei, compresi quelli negli Stati Uniti, per farsi prestare i pezzi delle loro collezioni su Leonardo.

Foto del Museo del Louvre: Xinhua

Così, il celebre disegno dell’uomo vitruviano è arrivato da Venezia pochi giorni prima dell’apertura dopo una difficile battaglia giudiziaria in Italia sul fatto che fosse troppo fragile per sopportare il viaggio fino a Parigi.

Mancano all’appello Salvator Mundi e Monna Lisa!

“Nessun offerta riuscirà a portare a Parigi il dipinto Salvator Mundi”, venduto nel 2017 per 450,3 milioni di dollari, secondo quanto da detto il principe ereditario saudita Mohammed bin Salman. L’opera fa parte di una collezione privata ad Abu Dabi.

La Gioconda non sarà tra le opere esposte all’interno della mostra. L’opera occuperà infatti il suo classico posto al Louvre, dove ogni giorno oltre 30.000 persone passano davanti alla sua teca per scattarsi i selfie.

Il Louvre non voleva che quell’ossessione travolgesse la sua mostra di Leonardo, che richiede un biglietto a parte che include però un’esperienza della Gioconda in realtà aumentata.

“Se fosse presente la Gioconda, non ci sarebbe più una mostra generale su Leonardo” ha detto Louis Frank alla rivista americane TIME, uno dei curatori della mostra. “È l’opera più venerata nel museo.”

La Gioconda, dicono alcuni operai del Louvre, crea una calca massiccia di persone. A maggio, lo staff del museo ha scioperato, perché i 10,2 milioni di visitatori annuali stavano trasformando il Louvre in una “Disneyland culturale”, rendendo insostenibile il loro lavoro. “Il Louvre è soffocante”, ha dichiarato il loro sindacato. Questa mostra di successo di Leonardo farà poco per alleviare questa cosa.

Ma dato che tutti i biglietti dovranno essere prenotati in anticipo, sarà almeno per questo un’esperienza più ordinata, che potenzialmente attirerà i parigini che in genere si tengono alla larga dal Louvre. “Le persone vogliono vedere opere che conoscono, che riconoscono”, dice Frank. E la Francia, dopo tutto, non è di certo impermeabile a Leonardo.

Desecretati i documenti del patto sovietico-nazista Molotov-Ribbentrop

Desecretati i documenti del patto sovietico-nazista Molotov-Ribbentrop

La Russia ha desecretato i documenti della Seconda Guerra Mondiale relativi al patto sovietico-nazista Molotov-Ribbentrop

Il ministero della Difesa russo ha declassificato una serie di documenti relativi al patto di non aggressione nazista sovietico firmato 80 anni fa che gli storici dicono che abbia spianato la strada all’inizio della seconda guerra mondiale.

La Germania nazista e l’Unione Sovietica firmarono il patto Molotov-Ribbentrop il 23 agosto 1939. Un protocollo segreto che accompagnava un Protocollo segreto per la spartizione dei territori di Polonia, Romania, Paesi baltici e Finlandia in “sfere d’influenza tedesche e sovietiche”, lasciando la strada aperta per l’invasione tedesca della Polonia.

Рakt1939.mil.ru Uno dei documenti desecretati dal Governo Russo.

Il ministero della Difesa ha dichiarato di aver rilasciato i documenti “non in ordine cronologico, ma in una sequenza che consentirà agli spettatori di ottenere un quadro più completo” di ciò che ha portato a questo patto. 

Ha messo in evidenza l’invio di 31 pagine da parte dell’allora Capo di Stato Maggiore dell’Armata Rossa, Boris Shaposhnikov, di un documento chiave che “ribalta completamente le nozioni tradizionali” sul perché è stato firmato il patto Molotov-Ribbentrop.

“L’Unione Sovietica deve essere pronta a combattere su due fronti: in Occidente contro Germania e Polonia e in parte contro l’Italia con la possibilità di annesione degli Stati di confine, e in Oriente contro il Giappone”, si legge nel dispaccio del 1938.

Shaposhnikov avvertì che la Germania e la Polonia avrebbero potuto schierare dozzine di divisioni di fanteria, migliaia di carri armati e aerei da guerra in una regione dell’Europa orientale al confine bielorusso-ucraino.

Il presidente Vladimir Putin ha difeso il Patto Molotov-Ribbentrop successivamente all’annessione della Crimea da parte della Russia nel 2014, definendola la risposta di Mosca all’isolamento e al fatto che i suoi sforzi di pace sono stati snobbati dalle nazioni occidentali.

Gli storici erano divisi sull’impatto che avrebbero potuto avere le lettere di Shaposhnikov del 1938. Alexander Dyukov dell’Accademia Russa delle Scienze l’ha accolto come un contributo chiave allo studio della storia militare, mentre il ricercatore Sergei Kudryashov dell’Istituto Storico Tedesco di Mosca invece l’ha considerato irrilevante.

“È interessante solo se si considera il modo in cui la leadership [sovietica] ha compreso le condizioni della vigilia della guerra”, ha detto Kudryashov alla RBC.

Il ministero della Difesa ha affermato che questa sua pubblicazione è “volta a proteggere la verità storica, a contrastare la falsificazione storica e tenta di rivalutare i risultati della Grande Guerra Patriottica”.


[Traduzione e sintesi di Roberto Del Latte. Articolo di Redazione di The Moscow Times.com link qui]

I punti di vista e le opinioni espressi in questa pubblicazione sono di esclusiva responsabilità degli autori e non riflettono necessariamente il punto di vista di Cronache dei Figli Cambiati

Emma Dante tra Bestie e Anima

Emma Dante tra Bestie e Anima

Quella nuda vita che, nell’Ancien Régime, apparteneva a Dio e, nel mondo classico, era chiaramente distinta dalla vita politica, entra ora in primo piano nella cura dello Stato e diventa, per così dire, il suo fondamento terreno.

Giorgio Agamben ritiene che l’idea dei diritti umani si evolva in un nuovo fondamento, nato non dall’appartenenza al genere umano ma dal “paradigma della sua possibile esclusione”.

L’homo sacer, che possiede soltanto il proprio corredo biologico, è bandito dalla comunità ed è sottomesso ad una forza sovrana che ne determina l’esistenza. Su questo sfondo danzano i corpi vulnerabili che danno vita a “Bestie di scena” di Emma Dante il cui lavoro era destinato, come ha dichiarato in più occasioni, a descrivere la condizione dell’attore sul palcoscenico.

Fortunatamente, grazie alla generosità degli artisti l’occhio della regista si è spostato su una dimensione più profonda, introspettiva e delicata con la quale tutti, prima o poi, siamo costretti a confrontarci: l’esistenza dell’essere umano in relazione con la comunità. I performers iniziano il loro riscaldamento a sipario aperto permettendo così agli spettatori di cogliere immediatamente uno degli elementi fondamentali del racconto: la collettività.

Al suono della terza campana i corpi iniziano il loro inquieto moto, spostandosi da una parte all’altra del palco senza mai staccarsi, finché uno di loro non risponde ad un bisogno, un’esigenza quella di liberarsi da ogni costrizione, di regredire ad uno stato primordiale dove poter esprimere i propri diritti, i propri bisogni liberamente. Ed ecco che tutti si ribellano all’invisibile demiurgo che regola la loro vita; paura, vergogna, disagio sono le emozioni che riempiono i volti dei protagonisti colpendoci violentemente e facendo emergere in noi un imbarazzante disagio.

Emma Dante, la regista di Bestie di scena

Ma è nel moto irrefrenabile delle mani che, tenacemente, cercano di nascondere le proprie oscenità che si scorge quell’orgasmico piacere dell’abbandono, dell’essere liberi dalla gabbia della comunità. Lo spettacolo ruota intorno alla necessità di modificarsi e regredire per poter liberamente cercare il senso del proprio agire, evadendo dalle consuetudini e dal buon costume per giungere ad un Eden ardito e scevro.

A questo bisogno si contrappone la convenzione che, con quotidiane azioni, riporta gli attori nel loro ordinario e catatonico stato, inducendoli a desistere dalla loro ricerca. Il tappeto sonoro è composto dal suono dei corpi che violentemente si scontrano, cadono, ansimano e soffocano interrotti da un grammelot multi-caotico che ci lascia intuire qualche parola.

Non va sottovalutata la chiusura dello spettacolo che pur sottolineando la ciclicità dell’opera, mette in risalto la sconfitta della comunità ed il trionfo di quei corpi che hanno subito innumerevoli metamorfosi per
rivendicare la propria libertà.

Victor Hugo e Georges Simenon: due padri e due figlie a teatro

Victor Hugo e Georges Simenon: due padri e due figlie a teatro

Mettete di svegliarvi un giorno e sentirvi totalmente incompleti. Mettete il percepire la sofferenza per il vostro vuoto. Mettete il tornare a teatro e ritrovarvi immedesimati nel dolore di due figlie d’arte stroncate dal mal d’amore. Dal dolore più atroce. Da una disfatta esistenziale ben peggiore dei vostri mattutini disturbi d’umore.

Il consiglio è presto detto: andare a guardare al Teatro “Out Off” di Milano la prima nazionale di “Victor Hugo e Adele- George Simenon e Marie Jo – Una promessa d’amore”.  Storie di vita parallele, abbandoni “diversamente temporali” eppure così simili. Così simili da portare la scrittrice e poeta Lucrezia Lerro, con regia di Lorenzo Loris, a portare a teatro l’immaginario incontro tra i suicidi di Adele Hugo e Marie Jo Simenon. Da una parte la figlia del padre del romanticismo, del politico liberale capace di navigare tra destra e sinistra storica francese. Dall’altra l’estro del ‘padre’ di Maigret. Ovvero di uno dei commissari maggiormente noti della scrittura contemporanea.

Ne esce un’opera estremamente cruda ma a tratti anche umoristica, evasiva e di lotta rispetto a quel dolore più atroce del quale si accennava. Adele Hugo moriva centro anni prima, ad 85 anni, dopo essere stata rinchiusa in una clinica. Nel culmine della propria follia, divorata dal dramma sentimentale per un amore non corrisposto e da una disastrata famiglia, quella degli Hugo, già colpita dalla perdita alla tenera età di Leopoldine, sorella di Adele ed altra figlia dello scrittore Victor, deceduta a soli 19 anni assieme al proprio compagno ed a sei mesi dalla nascita del loro primo figlio. Cento anni dopo, si materializza un altro dramma: quello di Marie Jo Simenon, adolescente tormentata, donna mai esplosa. Suicida a 25 anni, ma solo prima di un’ultima telefonata al suo papà scrittore. Maledetti scrittori. Uomini di successo, ma spesso torchiati da quella realtà che credono tanto di saper raccontare con precisione ed onestà intellettuale.

Immaginatelo allora, questo incontro tra Adele Hugo e Marie Jo Simenon. Immaginate le voci e le interpretazioni di Monica Bonomi (Adele) e Silvia Valsesia (Marie Jo) fluttuare nella scenografia dei ricordi più amari e del rimpianto esistenziale. Immaginatele, ormai docili, ammaestrate dalla durezza e dal travaglio di vita, rivivere e richiedere costantemente a quella stessa esistenza il dono madre: quel po’ d’amore, perché «forse mai nessuno si sentirebbe amato come vorrebbe». Soprattutto se quel rapporto genitoriale si riveli così speciale ed intenso dall’essere chiamati forsennatamente alla rivendicazione di quel dolore, del tormento, della sopportazione del vissuto. Non lasciandosi nulla alle spalle, perché cercare l’amore è anche saper cogliere e ‘pescare’ dalle noie del passato. Come dire, ho visto persone volersi talmente bene da non parlarsi più.

C’è tanto in questa nuova storia teatrale di Lucrezia Lerro; c’è prima di tutto un autobiografico viaggio di reciprocità, che intervalla i comuni deliri di Adele e Marie Jo. Che tuttavia lottano. Non si arrendono e premono per andare avanti, perché non è tempo di fermarsi. Soprattutto quando in ballo vi è la partita dell’amore e la necessità di essere ascoltate, comprese. Sostenute.

Ed in questo viaggio non potranno che emergere le drammatiche vicissitudini delle famiglie Hugo e Simenon. Scrittori di grido, patrimoni della Francia* letteraria (Simenon, pur scrivendo in francese, nacque a Liegi). Eppur incompresi, puniti dalla vita e dai loro stessi eccessi. Forse giustamente, forse no. Ma ancor oggi a chiedersi se davvero la felicità abbia dato loro una mano. E soprattutto quando e per quanto abbia fatto parte di quelle gloriose quanto strazianti esistenze.

Siamo dinanzi ad un dialogo che ci appare tutt’altro che immaginario, nonostante i 100 anni di distanza ‘reale’ tra Adele e Marie Jo. Ma nulla sembra distoglierci dalla ‘fantasia’ dell’opera. Perché forse, immaginarle assieme si può. Pur nelle loro diversità. Dopotutto era l’atteggiamento del Simenon padre. Di uno scrittore ‘atemporale’ e che tendeva alla separazione dell’individuo dalla società. Storie in cui magari l’uomo è perdente, ma non si può fare a meno di raccontare l’uomo stesso.

Ma la perdita di un figlio, anche per uno scrittore, è molto più di una consacrazione per un’opera o un Nobel per la Letteratura. Lo dimostra il dolore e la depressione di Victor Hugo, che perse suo figlio Leopold alla dir poco prematura età di tre mesi. E perse, si anticipava, sua figlia Leopoldine alla beffarda età di 19 anni. Lo dimostra il silenzio iniziale di Simenon per il suicidio di Marie Jo (Adele Hugo morì invece successivamente alla morte del padre).

Un dolore che Simenon proverà a descrivere a circa tre anni dalla morte di Marie Jo. Che, nel proprio labirinto e fatale complesso mentale, aveva sperato di divenire una scrittrice o di pubblicare come suo padre. Senza esito. Ma non importa, perché ciò che resta è ritrovarsi domani: «Sei sempre qui – scriveva Simenon padre a sua figlia – nel nostro giardino, dove un giorno ti raggiungerò».

Nick Drake e quella perla chiamata Five leaves left

Nick Drake e quella perla chiamata Five leaves left

Si parlava di scrivere qualcosa a proposito di vecchi album, si parlava di tirare fuori qualche perla del passato, di dare avvio ad una specie di ciclo in cui, anziché parlare di nuove uscite, si parlasse di musica un po’ “vintage”. Così, immaginando di entrare in un negozio di dischi, vinili, ci piace pensare e immaginando di frugare, di cercare in fondo agli scaffali. Ed allora, riporteremo in auge album dal passato.

Per cominciare, siamo andati indietro nel tempo, nell’Inghilterra del 1669, e abbiamo pescato un album che avrebbe potuto vincere “il premio album autunnale del momento”, se mai ce ne fosse mai stato uno. Si, perché arriva una parte dell’anno in cui le foglie non cadono solo dagli  alberi, nel senso che questa melanconia, chissà come e perché, attanaglia un po’ tutti noi: c’è un momento dell’anno in cui è autunno anche dentro di noi.

Five Leaves Left è il primo album di Nick Drake, un talento rimasto in parte inespresso per la sua scomparse prematura nel 1974. L’album esce circa 50 anni fa e passa completamente inosservato, viene riscoperto dopo e diventa un must.  Drake all’epoca era uno studente di letteratura, schivo, solitario, appassionato di poesia, con un grande talento per la musica e molto abile a suonare la chitarra.

Time has told me è il titolo della prima traccia di questo album, che altro non è che  il riassunto di un dialogo immaginario fra Drake e il Tempo, magnanimo dispensatore di suggerimenti per la vita futura.  In realtà in questo testo c’ è soprattutto il cantautore inglese, che, rimasto solo, alla fine di questa storia d’amore struggente, confessa sottovoce all’amata che il Tempo gli ha detto che il posto di lei è accanto a lui, cosciente anche del fatto che “time has told me/ not to ask for more./Someday our ocean/ will find its shore.”

Alla seconda traccia c’è un fantomatico River Man, che sembra quasi uno sciamano,il vecchio saggio del villaggio, uno che ne sa più di quanto un altrettanto fantomatica Betty ne possa sapere. In realtà già da questi primi due pezzi, i giri di  chitarra, (che sicuramente sono figli di un peculiare cantautorato inglese, che al tempo impazzava, si pensi anche a Cat Stevens) sono così armoniosi, che è difficile non innamorarsene e danno a Drake un tocco di naïveté, che lo ha reso, nell’immaginario dei più, l’eterno ragazzo inglese di poche parole ma con una capacità comunicativa strabiliante. I suoi testi sono molto introspettivi e già anticipazione di un malessere che diventerà patologico e porterà Nick Drake, si sospetta, a porre fine alla sua vita in giovanissima età. Così anche lui entrerà nel mito, come altri celebri e ormai leggendari ventisettenni.

Diversi sono i personaggi che si avvicendano nelle narrazioni musicali di Drake: Mary Jane e Jeremy, per fare un esempio, come se fossero amici immaginari, frutto delle farneticazioni di un bambino. I racconti, comunque, ci riportano in una dimensione bucolica e fiabesca, quella campagna inglese che tanto ci piace e che raffiguriamo nell’immaginario comune così come ne abbiamo letto nei romanzi inglesi dell’Ottocento.

The Day is done è pace interiore assoluta, come se scendesse a sera, a fine giornata e fosse l’unica cosa piacevole che accompagna  la solitudine di chi narra. Ci viene in mente un parallelo con Guccini in Un altro giorno è andato, canzone piena di rimpianti, e pare, intanto, che il tempo sia un po’ l’ossessione di Drake, che ce la mette tutta però per rendere liricamente il suo scorrere.

Poi c’è il violoncello di Cello Song, e, che Drake sia stato un amante di Bach non lo capiamo solo da questa canzone, ma anche, ahimè, dal fatto che quella mattina di settembre in cui la mamma dell’artista lo trovò riverso sul letto in fin di vita, il giradischi suonasse proprio Bach. La bellezza è lampante, e questo strumento arricchisce un testo altrettanto significativo:

So forget this cruel world
where I belong.
I’ll just sit and wait
and sing my song
and if one day
you should see me in the crowd,
lend a hand and lift me
to your place in the cloud. (Cello Song)

Thoughts of Mary Jane che segue è  quasi un quadro di Chagall, tutto è fluttuante anche i pensieri del giovane inglese,  che si chiede cosa possa passare per la testa di una ragazza del genere. Mary Jane è un personaggio che ritornerà nelle sue canzoni, quasi questo fosse un racconto a puntate e come se Drake stesso fosse ossessionato da questa donna, anche se è sempre difficile capire se nelle sue canzoni parli di persone realmente esistenti o di visioni. Man in a Shed, invece, è un breve apologo che va letto più che ascoltato: è la storia di una friendzone, che anche Drake allora riteneva non essere poi una storia così nuova.

Ci avviamo verso la fine dell’album e con gli ultimi due pezzi ritorniamo in quella atmosfera bucolica di cui parlavamo prima e, forse, proprio la campagna, la natura erano le uniche a garantire un rifugio al giovane inglese, fuori da quel mondo in cui non si sentiva evidentemente a suo agio, lontano da quelle persone in carne e ossa che forse, a volte, lo avevano ferito. Fruit Tree è il titolo della traccia numero 10: è un soliloquio in cui il cantautore fa i conti con sé stesso, ma soprattutto col fatto di non avere raggiunto il successo, di non avere fama, mentre allo stesso tempo cerca di convincersi che la fama non è altro che “un albero malato”.Saturday Sun è la canzone che chiude questo splendido lavoro: il sole splende per tutti, inaspettato, non per Nick Drake per cui il sabato soleggiato presto si trasforma in una piovosa domenica, che non auguriamo invece al lettore.

L’ascolto dell’album lascia un senso di vuoto, bisogna ammetterlo. Drake è dolce, ma molto, molto triste, e ci parla di stati d’animo che viviamo un po’ tutti, a volte, quando, magari, in un sabato piovoso i pensieri corrono nelle direzioni più varie. Nick Drake è un po’ in ognuno di noi, e la sua è la storia di un ragazzo taciturno che guarda gli altri da lontano e pensa, scrive e “ha un mondo nel cuore” che però ” riesce a esprimere con le parole” e la chitarra, ovviamente. Non vi resta altro che impugnare la vostra tazza di tè, mettervi sotto le coperte, e premere play: siamo sicuri che per un lunedì un po’ freddo e complicato, questa possa essere la scelta giusta.

Cigarettes after Sex: quando la sensualità incontra il romanticismo

Cigarettes after Sex: quando la sensualità incontra il romanticismo

Foto: copertina dell’album Cigarettes after Sex di Cigarettes after Sex

No, cosa sono adesso non lo so.
Sono come un uomo in cerca di sè stesso.
No, cosa sono adesso non lo so.
Sono solo, solo il suono del mio passo…
Ma intanto il sole tra la nebbia filtra già:
il giorno come sempre sarà. (da Impressioni di settembre, PFM)

Impressioni di Settembre cantava la PFM,  in questo mese forse un po’ malinconico, che rappresenta un po’ la terra di mezzo fra l’estate e l’inverno. Un mese misterioso, fatto di piogge insistenti e principi di venti freddi, come se fossero un arrivederci sussurrato all’ennesima estate che ormai ci siamo lasciati alle spalle. Ma la musica  non si ferma, non lo ha fatto nemmeno in questa estate. Tanti sono stati gli album pubblicati, da quello degli Arcade Fire a quello dei National recentemente, per arrivare alla band di cui parliamo oggi, anche noi di ritorno dalla pausa estiva.

I Cigarettes After Sex, band di El Paso, Texas, che da un paio di anni ci tengono sulle spine, rilasciando singoli a singhiozzo, finalmente a giugno sono usciti allo scoperto con un nuovo album dal titolo omonimo. I Cigarettes After Sex, con questo loro “carisma e sintomatico mistero” hanno avuto la capacità di portarci con una curiosità a dir poco atavica a scandagliare il fondale del nostro intimo, in quella zona recondita fra il cuore e lo stomaco.

Il primo EP, I, contiene quattro tracce, e, paradossalmente, il cantante ha dichiarato che questo album è stato quasi un errore, ma come la Storia insegna, le scoperte avvenute per errore o per caso sono sempre le migliori, Cristoforo Colombo docet. Alla prima traccia, qualsiasi essa sia, si reagisce con un’esplosione di meraviglia e stupore perché la tonalità vocale di Gonzales, al limite fra il maschile e il femminile, ci conduce a fare esperienza di atmosfere ovattate, quasi una carezza sottopelle, producendo pezzi che hanno in sé, azzarderemmo, anche qualcosa di erotico, laddove dionisiaco e romantico si fondono in una combinazione che è stata sinora vincente per la band.

I contiene Nothing’s gonna Hurt you baby: gli accordi di basso, che fanno molto Joy Division in pezzi come Disorder o Transmission, cadenzati da percussioni, sono gli ingredienti di questa ricetta musicale che ci aveva forse già convinto. Il romanticismo è il lietmotiv di ogni singolo pezzo, e non a caso la band dichiara di ispirarsi ad altri gruppi come i Cocteau Twins e ai Mazzy Star, quelli della bellissima Fade into You.

A questa prima traccia ne seguono altre tre melanconiche, che pur conservano la stessa forza evocativa. Le sigarette che portano nel nome sono un po’ il tratto distintivo di questo gruppo, se pensiamo a questo cantare con pacatezza, che riesce a trasportarci in ambienti un po’ fumosi, locali esclusivi, forse francesi, in cui la puntina sul giradischi si ferma grattando un po’ sul vinile e riparte sorprendendoci con questa voce eterea, ineffabile e inafferrabile. Il brivido lungo la schiena all’ascolto crediamo sia un must.

Dreaming of you, poi, è la storia di un sogno incentrato, come è prevedibile, sulla donna amata, cosa che lei non verrà mai a sapere, a descrivere la bellezza di non avere il controllo della propria mente nel sonno e la libertà del sognato di girovagare per i sogni altrui. K. è l’album successivo del 2014, sta per Katherine; la donna è la protagonista di questo ricordo di un momento passato con chi narra, in un ristorante. Flashback di momenti passati insieme, dalla cena al ballo lento, il Texas forse il luogo migliore in cui immaginare lo svolgimento di questa storia d’amore a puntate o se vogliamo anche un po’ una storia che potrebbe svolgersi in una tavola calda, di quelle con le insegne con le luci al neon, lungo una highway americana.

Apocalypse, la quarta traccia del nuovo album, è come dice il titolo Apocalisse, ma anche estasi più pura.

Your lips, my lips, apocalypse.

Your lips, my lips, apocalypse.

Go and sneak us through the rivers, flood is rising up on your knees, oh please,

come on and haunt me, I know you want me. (da Apocalypse)

In questa sinergia di labbra sofferta, passionale e famelica ritroviamo la voce suadente di Gonzales e, non a caso, è un po’ la fine del mondo. Il bacio, si scopre dal testo, è apocalittico perché è il culmine di un’altra storia d’amore chiusasi sulle note di  questa melodia ridondante e bellissima.

Prima di Apocalypse, in ordine forse voluto, c’è Sunsetz: ci piace immaginare una trama in questo romanzo texano disconnesso, ci piace forse forzare la mano e trovare un senso a questo amore disperato, sexy e paradisiaco.

And when you go away,

I still see you.

The sunlight on your face in the rearview. (da Sunsetz)

 I Cigarettes After Sex hanno la capacità di mettere insieme una serie di polaroid di momenti vissuti, attraverso i testi, le musiche invece sono i negativi, quelli che si guardavano, stringendo gli occhi, dopo tanto tempo, giacché con la stessa nostalgia si ascoltano le loro canzoni.

Con il singolo Sweet  siamo all’apice di questa climax di sensualità e romanticismo. Gonzales comincia a cantare dal primo secondo della traccia, dichiarando apertamente di essere fortemente ossessionato dal corpo della musa ispiratrice della canzone. il testo è mellifluo al punto giusto e non poteva essere altrimenti per una canzone che si intitola Sweet.

Preferiamo, a questo punto, non andare oltre e lasciare all’ascoltatore il piacere della scoperta delle altre tracce dell’album, un po’ sullo stile dello stesso gruppo, crogiolandoci insieme in questa atmosfera di indefinito e di non finito. E intanto brindiamo, metafisicamente al successo dei Cigarettes After Sex, con l’augurio che non ci lascino sulle spine ancora per molto.

Pin It on Pinterest