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Emma Dante tra Bestie e Anima

Emma Dante tra Bestie e Anima

Quella nuda vita che, nell’Ancien Régime, apparteneva a Dio e, nel mondo classico, era chiaramente distinta dalla vita politica, entra ora in primo piano nella cura dello Stato e diventa, per così dire, il suo fondamento terreno.

Giorgio Agamben ritiene che l’idea dei diritti umani si evolva in un nuovo fondamento, nato non dall’appartenenza al genere umano ma dal “paradigma della sua possibile esclusione”.

L’homo sacer, che possiede soltanto il proprio corredo biologico, è bandito dalla comunità ed è sottomesso ad una forza sovrana che ne determina l’esistenza. Su questo sfondo danzano i corpi vulnerabili che danno vita a “Bestie di scena” di Emma Dante il cui lavoro era destinato, come ha dichiarato in più occasioni, a descrivere la condizione dell’attore sul palcoscenico.

Fortunatamente, grazie alla generosità degli artisti l’occhio della regista si è spostato su una dimensione più profonda, introspettiva e delicata con la quale tutti, prima o poi, siamo costretti a confrontarci: l’esistenza dell’essere umano in relazione con la comunità. I performers iniziano il loro riscaldamento a sipario aperto permettendo così agli spettatori di cogliere immediatamente uno degli elementi fondamentali del racconto: la collettività.

Al suono della terza campana i corpi iniziano il loro inquieto moto, spostandosi da una parte all’altra del palco senza mai staccarsi, finché uno di loro non risponde ad un bisogno, un’esigenza quella di liberarsi da ogni costrizione, di regredire ad uno stato primordiale dove poter esprimere i propri diritti, i propri bisogni liberamente. Ed ecco che tutti si ribellano all’invisibile demiurgo che regola la loro vita; paura, vergogna, disagio sono le emozioni che riempiono i volti dei protagonisti colpendoci violentemente e facendo emergere in noi un imbarazzante disagio.

Emma Dante, la regista di Bestie di scena

Ma è nel moto irrefrenabile delle mani che, tenacemente, cercano di nascondere le proprie oscenità che si scorge quell’orgasmico piacere dell’abbandono, dell’essere liberi dalla gabbia della comunità. Lo spettacolo ruota intorno alla necessità di modificarsi e regredire per poter liberamente cercare il senso del proprio agire, evadendo dalle consuetudini e dal buon costume per giungere ad un Eden ardito e scevro.

A questo bisogno si contrappone la convenzione che, con quotidiane azioni, riporta gli attori nel loro ordinario e catatonico stato, inducendoli a desistere dalla loro ricerca. Il tappeto sonoro è composto dal suono dei corpi che violentemente si scontrano, cadono, ansimano e soffocano interrotti da un grammelot multi-caotico che ci lascia intuire qualche parola.

Non va sottovalutata la chiusura dello spettacolo che pur sottolineando la ciclicità dell’opera, mette in risalto la sconfitta della comunità ed il trionfo di quei corpi che hanno subito innumerevoli metamorfosi per
rivendicare la propria libertà.

Di Manuela Magarelli

Victor Hugo e Georges Simenon: due padri e due figlie a teatro

Victor Hugo e Georges Simenon: due padri e due figlie a teatro

Mettete di svegliarvi un giorno e sentirvi totalmente incompleti. Mettete il percepire la sofferenza per il vostro vuoto. Mettete il tornare a teatro e ritrovarvi immedesimati nel dolore di due figlie d’arte stroncate dal mal d’amore. Dal dolore più atroce. Da una disfatta esistenziale ben peggiore dei vostri mattutini disturbi d’umore.

Il consiglio è presto detto: andare a guardare al Teatro “Out Off” di Milano la prima nazionale di “Victor Hugo e Adele- George Simenon e Marie Jo – Una promessa d’amore”.  Storie di vita parallele, abbandoni “diversamente temporali” eppure così simili. Così simili da portare la scrittrice e poeta Lucrezia Lerro, con regia di Lorenzo Loris, a portare a teatro l’immaginario incontro tra i suicidi di Adele Hugo e Marie Jo Simenon. Da una parte la figlia del padre del romanticismo, del politico liberale capace di navigare tra destra e sinistra storica francese. Dall’altra l’estro del ‘padre’ di Maigret. Ovvero di uno dei commissari maggiormente noti della scrittura contemporanea.

Ne esce un’opera estremamente cruda ma a tratti anche umoristica, evasiva e di lotta rispetto a quel dolore più atroce del quale si accennava. Adele Hugo moriva centro anni prima, ad 85 anni, dopo essere stata rinchiusa in una clinica. Nel culmine della propria follia, divorata dal dramma sentimentale per un amore non corrisposto e da una disastrata famiglia, quella degli Hugo, già colpita dalla perdita alla tenera età di Leopoldine, sorella di Adele ed altra figlia dello scrittore Victor, deceduta a soli 19 anni assieme al proprio compagno ed a sei mesi dalla nascita del loro primo figlio. Cento anni dopo, si materializza un altro dramma: quello di Marie Jo Simenon, adolescente tormentata, donna mai esplosa. Suicida a 25 anni, ma solo prima di un’ultima telefonata al suo papà scrittore. Maledetti scrittori. Uomini di successo, ma spesso torchiati da quella realtà che credono tanto di saper raccontare con precisione ed onestà intellettuale.

Immaginatelo allora, questo incontro tra Adele Hugo e Marie Jo Simenon. Immaginate le voci e le interpretazioni di Monica Bonomi (Adele) e Silvia Valsesia (Marie Jo) fluttuare nella scenografia dei ricordi più amari e del rimpianto esistenziale. Immaginatele, ormai docili, ammaestrate dalla durezza e dal travaglio di vita, rivivere e richiedere costantemente a quella stessa esistenza il dono madre: quel po’ d’amore, perché «forse mai nessuno si sentirebbe amato come vorrebbe». Soprattutto se quel rapporto genitoriale si riveli così speciale ed intenso dall’essere chiamati forsennatamente alla rivendicazione di quel dolore, del tormento, della sopportazione del vissuto. Non lasciandosi nulla alle spalle, perché cercare l’amore è anche saper cogliere e ‘pescare’ dalle noie del passato. Come dire, ho visto persone volersi talmente bene da non parlarsi più.

C’è tanto in questa nuova storia teatrale di Lucrezia Lerro; c’è prima di tutto un autobiografico viaggio di reciprocità, che intervalla i comuni deliri di Adele e Marie Jo. Che tuttavia lottano. Non si arrendono e premono per andare avanti, perché non è tempo di fermarsi. Soprattutto quando in ballo vi è la partita dell’amore e la necessità di essere ascoltate, comprese. Sostenute.

Ed in questo viaggio non potranno che emergere le drammatiche vicissitudini delle famiglie Hugo e Simenon. Scrittori di grido, patrimoni della Francia* letteraria (Simenon, pur scrivendo in francese, nacque a Liegi). Eppur incompresi, puniti dalla vita e dai loro stessi eccessi. Forse giustamente, forse no. Ma ancor oggi a chiedersi se davvero la felicità abbia dato loro una mano. E soprattutto quando e per quanto abbia fatto parte di quelle gloriose quanto strazianti esistenze.

Siamo dinanzi ad un dialogo che ci appare tutt’altro che immaginario, nonostante i 100 anni di distanza ‘reale’ tra Adele e Marie Jo. Ma nulla sembra distoglierci dalla ‘fantasia’ dell’opera. Perché forse, immaginarle assieme si può. Pur nelle loro diversità. Dopotutto era l’atteggiamento del Simenon padre. Di uno scrittore ‘atemporale’ e che tendeva alla separazione dell’individuo dalla società. Storie in cui magari l’uomo è perdente, ma non si può fare a meno di raccontare l’uomo stesso.

Ma la perdita di un figlio, anche per uno scrittore, è molto più di una consacrazione per un’opera o un Nobel per la Letteratura. Lo dimostra il dolore e la depressione di Victor Hugo, che perse suo figlio Leopold alla dir poco prematura età di tre mesi. E perse, si anticipava, sua figlia Leopoldine alla beffarda età di 19 anni. Lo dimostra il silenzio iniziale di Simenon per il suicidio di Marie Jo (Adele Hugo morì invece successivamente alla morte del padre).

Un dolore che Simenon proverà a descrivere a circa tre anni dalla morte di Marie Jo. Che, nel proprio labirinto e fatale complesso mentale, aveva sperato di divenire una scrittrice o di pubblicare come suo padre. Senza esito. Ma non importa, perché ciò che resta è ritrovarsi domani: «Sei sempre qui – scriveva Simenon padre a sua figlia – nel nostro giardino, dove un giorno ti raggiungerò».

Sleep Well, Beast: famiglia, politica ed altri demoni dei National

Sleep Well, Beast: famiglia, politica ed altri demoni dei National

Fragilità, il tuo nome è matrimonio.

(James Joyce)

Sleep Well, Beast non è un disco semplice, nè luminoso.  E’ uno stillicidio lucido, non è qualcosa che si può ascoltare in ogni momento. Quando ascolto un album dei National mai come in altri casi fuoriescono delle difficoltà emotive che i loro testi mettono in luce, spesso in modo molto sinistro, ma con una facilità disarmante. L’universo della scrittura di Berninger (cantante e principale autore dei testi, nda) non è rose e fiori, non vede felicità, se non in modo molto pragmatico, e qualora ci sia, è una felicità che prima o poi lascia posto alla distruzione.

Sleep Well, Beast avrebbe dovuto tracciare nuovi percorsi nelle formule dei National e la cosa è effettivamente successa: la band ha dato più spazio alle tastiere (ascoltare Nobody else will be there per intenderci) e meno alle chitarre che fuoriescono solo nei brani più movimentati (Day I Die, Turtleneck), ma la cosa che più impressiona a livello musicale sono i ritmi della batteria di Bryan Devendorf, mai banali o forzati, che seguono e costruiscono le atmosfere dei brani e il ritmo del cantato di Matt Berninger. I National sono una band totalmente atipica, formata da amici e fratelli, Scott e Bryan Devendorf , che si occupano della sezione ritmica della band, rispettivamente basso e batteria, condividevano un appartamento con Matt Berninger, mentre i gemelli Dessner collaborano con lui da quando avevano 15 anni. Matt e gli altri hanno lasciato i loro lavori per dedicarsi alla band, tutte carriere relativamente redditizie e di successo e vent’anni dopo è arrivato Sleep Well Beast. Da queste cose si può capire quanto i National amino poco i compromessi e non sono di facile ascolto proprio per questo motivo. A Rolling Stone, Berninger ha raccontato che l’album nasce da riflessioni sul matrimonio, da vicende personali di matrimoni falliti che hanno coinvolto la band e la cosa non è casuale perchè lo spirito famiiare ha rivestito una parte importante nel lavoro dietro il disco ed è al contempo esplorato al suo interno (all’interno dei ringraziamenti ci sono tutti i nomi dei figli e delle mogli di ogni componente della band).

 

(Foto di Graham MacIndoe. I National, dall’alto: Scott e Bryce Dessner, Bryan Devendorf. In basso, seduti: Scott Devendorf e Matt Berninger)

Ciò che mi piace molto di come le loro opere sono fatte è il contrasto. Percepibile già solo dal titolo,i brani dei National hanno questa forza evocativa e musicale che si muove tra scenari dolci, a tratti surreali, per abbandonarsi poi nella canzone dopo alla rabbia, all’uptempo, ai ritmi forsennati e ossessivi. C’è una melancolia molto forte che nasce da un forte disagio, dal non sentirsi a posto nonostante una vita agiata, un buon matrimonio, una famiglia. Ed è di questo che il disco parla, già a partire dal modo in cui nasce la scrittura dei testi: da sempre a carico del cantante, Berninger ha raccontato infatti come i testi di quest’album siano nati grazie all’aiuto di sua moglie Carin Bessner, in un processo simile quasi a una seduta dallo psicologo che aiuta, esorcizzandone le difficoltà, il matrimonio.

Il primo singolo, The system only dreams in total darkness, ha quasi tracciato una linea di demarcazione, non somigliava a niente che provenisse dai National. E’ evidente che il singolo abbia evidenti connotazioni politiche e quindi si ponga contro l’America del qui ed ora (la band ha supportato sia la campagna di Obama che quella della Clinton) anche se è solo una delle interpretazioni che può essere data alla canzone, ed è indicativo che i National parlino dall’interno del sistema, come a voler dire che il clima politico, anche su latitudini diverse influenza tutti, soprattutto nei momenti più difficili; l’idealismo che spinge a migliorare nella canzone è rappresentato metaforicamente dalla preghiera verso Dio. C’è addirittura un assolo di chitarra che spezza la canzone in due, cosa molto inusuale per una canzone del gruppo: come Aaron Dessner ha spiegato a Pitchfork, nei precedenti album la band aveva cercato di evitare in maniera molto forte alcune soluzioni troppo autoreferenziali mentre lo studio costruito a Long Pond, proprio per la registrazione dell’album (la copertina ne mostra l’interno) ha liberato la band facendo si che ognuno incoraggiasse l’altro a trovare soluzioni musicali nuove.  In un’altra intervista sempre Aaron ha evidenziato come i precedenti quattro album avessero una continuità a livello musicale che voleva spezzare, cercando di essere più sperimentale.

Ed è proprio dall’elettronica che arrivano i pezzi più interessanti dell’album: Empire Line, Guilty Party, I’ll still destroy you, che con la title track costituiscono il nucleo tematico dell’album: il matrimonio diventa in realtà un motivo per esplorare le relazioni intese come fenomeno umano, quindi qualcosa che ha una fine e porta ad una separazione laddove prima c’era unione.

Empire Line parte da una metafora che va spiegata: la Empire Line è una linea ferroviaria che unisce New York ad Albany, la distanza è di circa 450 miglia e, tema ricorrente nella scrittura di Berninger, lo spazio e il tempo si collegano in modo da usare la distanza come metafora per le relazioni di lungo corso (There’s a line that goes all the way from my childhood to you). La separazione sembra avvolgere costantemente, senza riparo, i protagonisti (I’ve been trying to see where you’re going, but you’re so hard to follow/[..]You just keep saying so many things that I wish you won’t).

Non solo a livello tematico ma anche a livello musicale, le tracce sono collegate da questa specie di “schizzi” elettronici, che poi diventano i temi musicali che sostengono i brani e riemergono costantemente al loro interno. Guilty Party è stato il secondo singolo tratto dall’album e nasce da una riflessione che evoca un finto divorzio tra Matt Berninger e la moglie, co-autrice del testo: molte delle cose che Berninger scrive sono degli scenari paralleli che lo vedono perdere ciò a cui tiene. In questo modo le sue canzoni diventano come delle confessioni, emotive fino al midollo. Un altro esempio proveniente da uno degli album precedenti, High Violet, è Afraid of everyone, una canzone in cui spiega come la paura derivante dalla paternità e dai cambiamenti a cui questo avvenimento importantissimo nella sua vita lo aveva esposto, avrebbe cambiato il modo in cui gli altri si sarebbero interfacciati a lui.

Questi scenari che evocano un muro tra due persone in tantissime canzoni dei National rimangono senza soluzione e tutto scivola senza che ci sia una possibilità di catarsi. Pensiamo ad About Today e al suo ritornello che recita: “You just walked away/And I just watched you/What could I say?”. In Guilty Party il protagonista recita finalmente un ruolo attivo: “I say your name/ I say I’m sorry/ I know it’s not working” ma l’effetto è sempre uguale, vedere chi ha di fronte lentamente scivolare via.

In I’ll still destroy you invece le parole si rivolgono a come spesso cambiamo i nostri stati mentali, magari aiutati dal’alcol oppure dai cannabinoidi, cosa sicuramente autobiografica, visto lo spostamento di Berninger da New York a Los Angeles (l’uso di erba è legale in California e per Matt funziona un po’ da catalizzatore creativo, come lui stesso ha spiegato). Il modo in cui ci lasciamo andare esponendo le nostre emozioni è una delle cose che vengono più analizzate nei suoi testi. La paternità riemerge anche qui: “Put your heels against the wall/I swear you got a little bit taller since I saw you/I’ll still destroy you”,  in quanto l’uso di queste sostanze ti espone alle tue vulnerabilità. Scrivendo soprattutto nei periodi lontani dalla famiglia, Matt qui si lascia andare a tutto ciò che sente di perdere, guardando al modo in cui anche durante periodi brevi di tempo nota gli impercettibili segnali di crescita della figlia, ma soprattutto a come i comportamenti negativi influenzano in qualche modo chi ci sta costantemente vicino, nonostante cerchiamo di nasconderli sotto il tappeto.

Ciò che si insinua nei testi è confermato dagli altri membri, Bryce Dessner a Rolling Stone ha infatti dichiarato che diventando padre da pochi mesi si è riconosciuto nei testi di Matt più di quanto abbia fatto finora. Più uno va avanti con la propria vita, più si suppone debba acquisirne in saggezza, si invecchia e si abbandonano i propri demoni, ma ci vuole un atto di sincerità violentissimo per ammettere che, per quanto siano buone le nostre intenzioni, nonostante le nostri mogli o i nostri figli, saremo sempre capaci di distruggere tutto e fare cose orribili.

Prova magistrale di come invecchiare non significa perdere il tocco, ma soltanto permettere alla propria sensibilità di evolversi, i National si sono resi protagonisti di un lavoro notevole che va oltre qualsiasi tentativo di essere delle rockstar. Essere rockstar è semplice. Essere umani è di gran lunga peggiore e più faticoso perchè significa abbassare la guardia, significa soffrire e forse è per questo che questo album continua a farci stupire della bravura di questa band.

Perchè è l’umanità che permette all’ascoltatore di relazionarsi più facilmente, la vita della band diventa un po’ la nostra. Il succo di questo album sta quindi nella sua brutale onestà. Nel fatto che accettare sè stessi significa prima di tutto essere sinceri. Scoprite anche voi quali sono le vostre paure e se ne avete il coraggio andateci a vivere, avendo cura di scriverne.

Augusto, l’Età dell’Oro e quella misteriosa figura femminile sul lato est dell’Ara Pacis

Augusto, l’Età dell’Oro e quella misteriosa figura femminile sul lato est dell’Ara Pacis

Fatto costruire tra il 13 e il 9 a.C., “L’Altare della Pace” è forse, tra quelli preservatisi fino ad oggi, il monumento che con più evidenzia riassume visivamente il programma politico di Ottaviano Augusto. Conservato attualmente a Roma, presso un museo che da esso stesso prende il nome (Museo dell’Ara Pacis), era stato restituito ufficialmente alla modernità il 23 settembre del 1938, su iniziativa del regime fascista, per cui era diventato strumento di propaganda e legittimazione.

L’archeologo Bianchi Bandinelli insieme ad alcuni ufficiali fascisti davanti al Pannello della Tellus

L’Ara Pacis si presenta come un altare posto su un podio rialzato, a cui si perviene attraverso una rampa di 10 gradini. Il fregio interno è caratterizzato dal modulo ripetuto di ghirlande inframmezzate da bucrania (scheletri di teste di bue) e arricchite da tondi decorati con palmette, simboli di ricchezza, prosperità e fertilità. All’esterno, per tutta la lunghezza della fascia inferiore si estende un ricco e dinamico fregio vegetale. La fascia superiore è invece occupata da pannelli di vario genere e recanti diversi soggetti: Enea che sacrifica ai Penati, il Pannello della dea Roma, il Pannello del Lupercale e una lunga processione di familiari di Augusto e alti dignitari romani. Infine, il pannello superiore del lato sud-orientale presenta una figura femminile assisa, indicata genericamente come Tellus, ma la cui identità è ancora discussa.

Ara Pacis Augustae, visione di insieme

Se è vero che tutto il complesso merita attenzione sia per il suo intrinseco valore artistico, sia per il suo essere fulgida testimonianza di un’epoca eccezionale, gli studiosi, però, si sono soprattutto soffermati sul Pannello della Tellus (?). In esso una figura femminile campeggia al centro, seduta sulle rocce, vestita di un leggero chitone che le scivola sulla spalla destra; ai suoi piedi stanno pacifici un bue e una pecora, mentre con le braccia ella sostiene due putti. Ai lati del pannello si stagliano due giovani donne, ovvero le Aurae velificantes, a significare i venti benefici di mare e di terra. Il tutto è arricchito da piante di vario genere, attributi di fecondità.

Pannello della Tellus (?), particolare

Gli storici dell’arte hanno proposto, di volta in volta, diverse ipotesi interpretative per l’identificazione della figura centrale. C’è, infatti, chi vi ha visto la personificazione dell’Italia, chi di Tellus, la dea della Terra romana (interpretazione che è prevalsa, dando, così, nome al pannello); chi ha identificato la figura come Venere genitrice, divinità legata alla fondazione di Roma, poiché madre di Enea, nonché alla Gens Iulia, di cui Augusto si vantava di essere ultimo e più illustre discendente; vi è, poi, chi ha riconosciuto nella figura centrale proprio la Pax Augusta, ovvero una personificazione della Pace stessa, da cui l’intero altare prende il nome. A partire dagli anni ’90, è stata, invece, avanzata l’ipotesi che possa trattarsi della dea Cerere, patrona dei raccolti e simbolo di abbondanza; infine, vi è chi ha interpretato questa figura come una rappresentazione o di Giulia minore o di Livia, rispettivamente la nipote e la moglie di Augusto.

Ritratto di Livia Drusilla, moglie di Augusto

Come si vede, queste identificazioni alludono all’idea di rinnovamento, splendore e prosperità (Cerere, Pax), fanno parte del patrimonio culturale latino (Italia e Tellus), alludono ai miti di origine del popolo romano e della Gens Iulia (Venere) o più direttamente alla cerchia familiare dell’imperatore (Giulia, Livia). Si tratta di motivi che si ripresentano in tutto l’altare e che sono alla base del programma politico di Ottaviano Augusto. Ma, allora, quale, tra queste figure, è davvero rappresentata sul pannello sud-orientale dell’Ara Pacis?

L’idea che sempre di più si sta facendo strada tra gli studiosi è che questa figura femminile sia in realtà latrice di più significati e rappresenti, quindi, la personificazione di diversi aspetti di quel ritorno all’Età dell’Oro tanto auspicato dall’imperatore. Tale identificazione si accorderebbe al sincretismo (fusione di più elementi in una sola espressione) culturale, artistico e letterario diffuso nell’età di Augusto. A seconda dell’osservatore, dunque, questa figura poteva essere percepita come la dea Terra, la dea Venere o Cerere, la personificazione dell’Italia o della Pace, la rappresentazione di Giulia o di Livia; oppure, più semplicemente, come una fusione di tutte quante in una sola e magnifica espressione, destinata a durare per l’eternità.

La Tomba del tuffatore

La Tomba del tuffatore

Un giovane nudo viene ritratto sospeso per sempre nell’istante del tuffo. Un’immagine metaforica del passaggio dalla vita alla morte. L’ affresco sopra riportato è parte di una delle più celebri tombe della Magna Grecia: la tomba del tuffatore, riconducibile cronologicamente al 480/470 a.C. Si tratta dell’ unica testimonianza di pittura greca, non vascolare, a grandi dimensioni.

La piattaforma da cui si lancia il tuffatore allude forse alle pulai, colonne poste da Ercole a segnare il confine del mondo, assurte a simbolo del limite della conoscenza umana. Lo specchio d’acqua rappresenterebbe il mare aperto. Il tuffo rappresenterebbe il transito verso il mondo dell’ignoto, dell’ aldilà, un mondo diverso rispetto a quello della conoscenza terrena, cui il giovane greco vi accede attraverso le pratiche convenzionali del banchetto.

La pittura sopra riportata è parte del lato interno della lastra di copertura di una delle più celebri tombe rinvenute in Italia meridionale precisamente a Paestum: Un manufatto prodotto da greci che abitavano l’Italia meridionale in tempi antichi. Si tratta di una tomba a cassa, costituita da cinque lastre calcaree in travertino locale. Le lastre sono interamente intonacate e decorate con pittura parietale di soggetto figurativo, come si nota, realizzate con la tecnica dell’affresco.

La tomba del tuffatore

La tomba del tuffatore

Le pareti della tomba sono arricchite con scene di simposio: dieci uomini adagiati sulle Klinai, letti triclinari, animano le raffigurazioni delle pareti più lunghe: i simposiasti, a coppie di due rispettivamente un giovane e un adulto, stanno bevendo, giocando e fanno musica, come si nota le mani sono impegnate a sorreggere delle coppe funzionali al consumo del vino oppure occupate nel suonare il diaulos e la lira.

Iniziatosi lo scavo, la quarta tomba posta in luce, in circostanze certamente fortunate, è la tomba del Tuffatore: si verificava così il più sconvolgente rinvenimento archeologico da moltissimi anni a questa parte.

Queste sono le parole di Mario Napoli, colui che scoprì la tomba il 3 giugno del 1968, a meno di due km a sud di Paestum. Il rinvenimento rappresenta un unicum nell’ambito della pittura greca e in quanto tale non ha consentito significativi progressi nello studio della pittura greca successiva andata perduta, si tratta dunque di un manufatto isolato, difficilmente collocabile nel contesto evolutivo dell’arte greca.

Fondamentale invece è il messaggio ontologico che la tomba trasmette attraverso il linguaggio visivo. Proprio qualche tempo prima rispetto alla datazione della tomba, nelle città greche dell’Italia meridionale, filosofi come Pitagora stavano affrontando questioni metafisiche legate alla vita dopo la morte. Si stavano diffondendo credenze, ispirate dall’orfismo, condiviso solo da chi era iniziato ai misteri di questa tradizione. Dunque è ipotizzabile che il defunto sepolto all’interno della tomba fosse un “Iniziato”.

 L’ Orfismo

I misteri orfici prendono il nome da Orfeo, poeta realmente esistito che nel mito è rappresentato come un musicista capace di incantare gli animali e soggiogare la natura col suo canto. Cultore del potere della parola e inventore della retorica, secondo ciò che sostiene Platone, Orfeo fu figlio di Apollo e della musa Calliope e nacque in Tracia. La Tracia rappresentava un’origine misteriosa che collegava Orfeo allo sciamanesimo. Lo storico Erodoto testimonia l’opera degli sciamani traci che avevano poteri magici e mettevano in rapporto il mondo dei vivi con quello dei morti e che con la musica producevano negli ascoltatori uno stato di trance. Secondo la filosofia Orfica, l’anima è una realtà semi-divina e immortale che a causa di un originario peccato d’orgoglio viene sepolta in un corpo. La morte perciò è vista come una via di liberazione dai limiti della corporeità. Ma l’anima legata al corpo non è pura e dopo la morte deve scontare una pena. L’anima allora trasmigra in un nuovo corpo, umano, animale o vegetale in base alla gravità delle colpe accumulate nella vita precedente. Da qui deriva la necessità di condurre una vita di purificazione per ricongiungersi alla dimensione divina attraverso la conoscenza e l’estasi mistica: orgia dionisiaca, vino e carne. Le fonti principali relative all’orfismo sono le lamine d’oro datate tra il IV e il II secolo a.C, rinvenute in vari sepolcri della Magna Grecia a Creta e in Tessaglia.

Lamine orfiche

Lamine orfiche

Queste recano istruzioni destinate a guidare nel suo itinerario oltremondano l’anima che è stata debitamente iniziata a una dottrina misterica.

Sei un mito

Sei un mito

[In copertina: Leonardo da Vinci, Gioconda, 1503-1506)

 

Chi non riconoscerebbe questo celeberrimo dipinto? A chi piacerebbe ammirarlo senza le barriere ‘antisommossa’ del Louvre?               

C’è stato addirittura chi ha pensato di poterlo riportare in “patria”, e malamente ci ha provato, senza riuscirci!

 

È dal ‘900 che la Gioconda riscuote il successo che tutti applaudiamo, forse per l’aura che la circonda forse per il mistero che ne cela le origini.

La moglie di Messer del Giocondo non è né la prima né l’ultima ad esser dipinta nelle sembianze di dama rinascimentale dal sorriso enigmatico. Raffaello Sanzio dipinge la sua Monna nelle sembianze di Giovanna Feltri, figlia del noto Federico da Montefeltro e meglio conosciuta come La Muta. Facile capirne il perché: oltre alle labbra serrate, gli occhi, anche se un po’ strabici, troppo severi. Mentre il suo ritratto non lascerà l’Italia, quello della Gioconda approderà in Francia col suo artefice, Leonardo da Vinci. Ma nessuna fonte parla della donna misteriosa fino al ‘700.

 Donna con una perla

Jean-Baptiste Corot, Donna con una perla, 1868

Jean-Baptiste Corot, un pittore francese ottocentesco, passa molto tempo nel Lazio e si appassiona, oltre che alla Ciociaria anche a chi li popola e la rende così caratteristica. Al ritratto della giovane contadina, che viene mostrato al grande pubblico intorno al 1880, viene dato il titolo Donna con una perla. Ma sui capelli è apposta una coroncina, da cui pende una foglia di edera che si abbassa sulla fronte. Il titolo erroneo farebbe invece riferimento alla suggestione dovuta alla riscoperta negli stessi anni della Ragazza con l’orecchino di perla del celebrew pittore olandese Vermeer. Impossibile non riconoscere nelle mani della fanciulla italiana, le medesime compostezza e posa di quelle della Gioconda!

All’improvviso, quella di Leonardo diventa famosissima grazie al movimento simbolista che impazza in tutta Europa all’inizio del Novecento. I letterati impazziscono all’idea di riscattarne i tre secoli di oblio e gli artisti copiano il famoso sfumato paesaggistico sul fondo, firma leonardesca di questa e altre celebri opere

L.H.O.O.Q.

Marcel Duchamp, L.H.O.O.Q., 1919

Il tentativo lestofante di un decoratore italiano, Vincenzo Peruggia, la consacra alla celebrità: per la prima volta, un quadro e una donna fanno così tanto scalpore sulle testate giornalistiche. Diventa il mito del museo più famoso del mondo e allo stesso tempo un quadro feticcio.
Se ci sono artisti che condannano apertamente la sua bellezza, ce ne sono altri, come Marcel Duchamp, che travalicano la critica e si appigliano ai suoi ‘difetti’: L.H.O.O.Q. il titolo dell’opera pronunciato in francese ([el aʃ o o ky]) dà il risultato fonetico di Elle a chaud au cul [sic!]. Oltre alla demistificazione del baffo, la Gioconda sopporta anche un titolo non troppo lusinghiero che Duchamp, si sa, regala più a noi che a lei…

Nel 1914, l’astrattista geometrico Kazimir Malevič dipinge un quadro “futurista” in cui compare un pezzo di Gioconda, distruzione simbolica del logo dell’arte classica. La Gioconda è il simbolo che tutti vogliono sfregiare per affermare la propria libertà creativa, la propria presenza. Nel collage di Malevič, la Gioconda è strappata, c’è una croce rossa sul suo viso, come se qualcuno l’avesse tirata al bersaglio.

Gioconda Magritte

René Magritte, La Gioconda, 1960

In Fernand Léger, poliartista francese e protagonista delle avanguardie del Novecento, Monna Lisa diventa un simulacro, un immagine “da portachiavi”: distratta e severa, non ammalia più nessuno. Tra il 1958 e il 1960, si diffonde la giocosa operazione di tagliare la sagoma del viso della Gioconda inserendoci la propria faccia: della serie, oltre al danno, la beffa.

Nel 1960, il pittore belga René Magritte fa addirittura a meno di dipingere la Gioconda: sostituisce Monna Lisa col suo paesaggio natio (il cielo annuvolato), mentre l’enigmatico sorriso diventa una palla da tennis tagliata, non comunica più nessun mistero. L’unicità e la singolarità del dipinto si perde anche in Robert Rauschenberg che con la sua interpretazione dà l’idea di cosa ospitano i muri delle grandi città, un po’ sporchi e po’ colorati da una Monna Lisa in formato ridotto e abbastanza street. È l’inizio della Gioconda

Robert Rauschenberg, Monna Lisa, 1958

spazzatura.

Come se fosse una diva della storia dell’arte, Andy Warhol la accomuna a quelle cinematografiche, Marilyn Monroe e Liz Taylor: sono queste fotografie serigrafate riprodotte nei quattro colori di campionatura di stampa, gli stessi dei giornalini di gossip. Da ritratto nobiliare, a esaltazione mitica, osannato e masticato, demistificato e impoverito, rimane pur sempre il gioiello italiano più invidiato di sempre.


Agnese Lovecchio

 

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