Soltanto qualche giorno fa il Wall Street Journal ha condiviso con i propri lettori una notizia che coinvolge il magnate dell’industria di telefonia e computer Apple. Jana Partners LLC e Calstrs, due dei più importanti fondi azionistici dell’azienda, hanno scritto alla compagnia di Cupertino, rivelando le loro preoccupazioni sull’utilizzo dello smartphone da parte di bambini ed adolescenti: l’abuso del mezzo creerebbe una dipendenza tale da minacciare la sanità mentale dei soggetti interessati. L’accusa non si scatena però come fulmine a ciel sereno.

Nel corso dello scorso anno, i due fondi pensionistici hanno infatti collaborato agli studi di Jean Twenge, studiosa ricercatrice dell’Università di San Diego, California. Twenge sostiene, testimoniandolo, il rovesciamento di abitudini, relazioni, contatti, rapporti che i nati tra il 1995 e il 2012 sviluppano rispetto a coloro che li precedono. Sempre più spesso accasciati sugli schermi dello smartphone e rapiti dai videogiochi sul tablet, i bambini e gli adolescenti che popolano le città occidentali preferiscono stare sui social o guardare la tv o giocare ai videogiochi che passare una serata con i coetanei.

Negli Stati Uniti, il fenomeno da dipendenza smartphone (utilizzo medio calcolato su cinque ore al giorno) colpisce il 56% del bacino analizzato ed è così cogente da allarmare i colossi dell’industria tecnologica. Gli studi della Twenge mostrano chiaramente la correlazione tra abuso delle tecnologie e aumento di depressione infantile, spesse volte causa di suicidio («The more time teens spend looking at screens, the more likely they are to report symptoms of depression»).

Siti di social network, come Facebook, promettono la connessione con i propri amici. Tuttavia, gli adolescenti che controllano costantemente l’attività dei loro contatti sul web, meno spesso vedono quelli di persona e aderiscono ad uno stato di solitudine che li priva di interazioni sociali. In questo modo, sono più esposti alla commiserazione e alla depressione. Lo sostiene anche Roger McNamee a seguito dell’aggiornamento dell’algoritmo di Facebook annunciato dal fondatore pochi giorni fa, con lo scopo di aumentare le interazioni virtuali con amici e parenti.

Non c’è una correlazione scientificamente diretta o una dichiarazione comprovata sulla pericolosità dello strumento cellulare/tablet, ma sembra che la nascita dello smartphone sia parallela ad una serie di fenomeni in decrescita. Dal 2007, calano drasticamente le uscite con gli amici, la volontà di acquisire la patente di guida (e quindi l’indipendenza dai genitori), si contano meno appuntamenti e una diminuzione dei rapporti sessuali tra gli adolescenti.

Il report di Twenge e la lettera d’appello ad Apple sembrano davvero non lasciare scampo a dubbi. I telefoni sono veicolo di dipendenza e forniscono tipologie di dipendenza variabile: basti pensare che esistono app per tutti, app che soddisfano il desiderio di ognuno, app che creano un desiderio e sviluppano un’induzione al bisogno di cui non eravamo coscienti.

La soluzione?

Alcuni parlano di umanizzare la tecnologia, evidenziando il rischio dell’esclusione dei mezzi di comunicazione nel percorso educativo degli adolescenti. Spegnere tutto non è la scelta migliore. E chiedere ad Apple di produrre soluzioni software che diminuiscano l’impatto negativo sul sistema nervoso dei bambini e degli adolescenti non fa altro che deresponsabilizzare il ruolo degli educatori. Aiutare i giovani a vivere una vita online “sostenibile” potrebbe allora creare un rapporto proficuo con il mezzo di comunicazione: i comportamenti dell’online e dell’offline dovrebbero essere regolati, educati, determinati da un bisogno di rinnovata cultura. Laddove si riscontrano problemi sulle nuove tecnologie, esse si legano effettivamente a patologie comunicative con genitori e purtroppo anche con i coetanei. Evidentemente il problema è urgente e si nutre di una fragilità generazionale che incolpa i genitori, figli di altrettante tecnologie.

Come rivela Twenge, il fenomeno non è nuovo e i social network sono soltanto l’ultima appendice di un percorso narcisistico cominciato alla fine degli anni ’70 in USA: un desiderio incommensurabile di mostrarsi e di ricercare attenzioni e consensi, con conseguente perdita delle relazioni autentiche e senza secondi fini.

Dopo un periodo di indigestione, segue sempre un periodo detox. Come suggerisce la filosofa Franca d’Agostini in un recente intervento a Tutta la città ne parla, dovremmo impartire un’educazione alla verità: la nostra tradizione europeista ci dà insegnamenti; eppure bisogna persuadersi che questo è davvero un problema. Segnalare che la verità è una funzione concettuale, scettica, critica, aiuterebbe ad aderire alla scelta del dubbio. Il rischio è quello di concentrarsi sulla tecnologia e non di ragionare sulla sfida che le nuove tecnologie mettono in atto. Il nostro tempo va conosciuto, non combattuto.

Agnese Lovecchio 

Author: Redazione Cronache dei figli cambiati

Siamo dei giovani intraprendenti, amanti di tutte le sfumature delle vita e soprattutto appassionati di letteratura e giornalismo.

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