Cosa significa celebrare la donna l’8 Marzo del 2017? Ci troviamo ancora a fare i conti con una ricorrenza svuotata del suo significato originario, stigmatizzata da una parte della società e inflazionata da un’altra. Eppure non sarebbe più saggio approfittare della popolarità che questa giornata ha riscosso nel corso degli anni, una giornata che è ormai entrata a far parte dell’immaginario comune, per fare i conti con ciò che comporta l’essere donna oggi, alle soglie della postmodernità?

Tanto si è parlato e si parla ancora della donna in relazione allo sguardo maschile. Uno sguardo oggettivante, figlio di una supremazia estinta dal quale pare ci si debba ancora riscattare. Il discorso sulla donna viene tuttora tematizzato in una impropria modalità che la vede costantemente nella posizione di dover dimostrare qualcosa, mentre rincorre un timbro sociale che attesti e approvi la validità della posizione che si è conquistata. L’emancipazione, insomma, si gioca ancora tutta sul terreno dei progressi rispetto a come l’uomo vede la donna.

E se fosse la prospettiva a cambiare? Se lo sguardo sulla donna appartenesse alla donna stessa? In questo modo sarebbe forse possibile affrontare un tipo di discorso di natura affermativa, in grado di spostare l’attenzione su un piano di consapevolezza che esula da un tipo di giudizio ‘eteronomo’. Perché il parlare in positivo di cosa significhi essere donna, ad un livello più intimo e personale, non trova quasi mai spazio nell’arena di dialogo che giornate come quella di oggi possono offrire, e potrebbe invece rivelarsi un atto liberatorio e terapeutico.

Oggi siamo sommersi da discorsi che spesso riducono la femminilità ad un corollario di esperienze negative. Discorsi che lamentano e che non affermano. Ma affermazione e proposizione sono forse gli strumenti che la donna dovrebbe impugnare per riprendere parola su se stessa, riflettendosi nello specchio delle proprie ‘autoconsapevolezze’.

Celebri artiste e autrici hanno posato lo sguardo su quello specchio tracciando le linee di autoritratti, anatomie della propria femminilità. Basta pensare a nomi come Virginia Woolf, Simone de Beauvoir, e Frida Kahlo. Esse si sono infatti ‘fatte’ in qualche modo sacerdotesse di un concetto spesso paventato e bistrattato dalle donne stesse. Perché parlare di femminilità e di cosa sia femminile a volte riporta a galla discorsi di ben altro tipo. Ma ciò che queste donne straordinarie hanno cercato nel proprio riflesso si ritraeva in canoni di una femminilità che sfugge a qualunque ordine, timorosa di ripiombare nelle anguste celle di una secolare stigmatizzazione. E questo perché la femminilità non è casuale approssimazione ma materia informe, che spinge su entrambi i lati di un sistema binario che un arbitrario e troppo stretto paradigma del genere ha creato.

Frida Kahlo ci dimostra come le donne siano in grado fare delle proprie ferite dei segni di bellezza. I suoi autoritratti sono squarci aperti, ancora sanguinanti, sulla ruvida pelle di una delle creature più delicate e allo stesso tempo coraggiose che la storia dell’arte abbia mai conosciuto. E questa è forse una delle ragioni che la rendono ancora un’artista straordinariamente attuale. Scrive di sé: Non sono malata. Sono rotta. Ma sono felice, fintanto che potrò dipingere.”.

È una donna che ha condotto un’esistenza al limite, sperimentando e immergendosi nella vita sociopolitica dell’epoca con un genio che nemmeno la sua unica vera nemica, la salute, è riuscita ad ostacolare. Oggi si fa protagonista di una favola per bambine che sta cambiando il modo in cui guardiamo all’educazione di quelle che saranno le donne di domani (“Antiprincipesse 1: Frida Kahlo” – Nadia Fink, Rapsodia Edizioni, 2015).

Ci ha insegnato anche che essere donna è una sorta di presa di coscienza. È la capacità straordinaria di unire sensibilità e determinazione. È una forza motrice, una spinta verso un pensiero o un’azione che in qualche modo sono sempre riconoscibili come atti di profondo coraggio ed onestà emotiva.

Se oggi ci sentiamo  libere di mostrarci in tutte le nostre umane contraddizioni non è perché rifiutiamo la femminilità ma è perché ne abbiamo esteso il significato, legandolo a doppio filo con la nostra reale esperienza di donne.

Serie tv come per esempio Girls, New Girl o Two Broke Girls hanno come protagoniste ragazze che non si attengono ad alcun modello. Ragazze libere di apparire grottesche e disordinate, sboccate e politicamente scorrette. Ragazze in difficoltà che superano gli ostacoli con le proprie forze affrontando insidiose giungle urbane. Che si ubriacano e fanno scelte sessuali ‘irresponsabili’ senza doverne rendere conto a nessuno. Se questi personaggi oggi risultano essere possibili e non ripudiati, è proprio perché siamo riuscite a riappropriarci di quegli schemi di comportamento che un tempo erano redatti secondo aspettative che non ci appartenevano. Ed è per questo motivo che in questi giorni centinaia di migliaia di ragazze hanno simpatizzato per Emma Watson, che si è trovata a difendersi dall’ennesimo giudizio anacronistico sulla propria integrità di donna per aver per così dire ‘mostrato il seno’.

Ma la donna è in qualche modo anche frutto di una consapevolezza pagata a caro prezzo; una consapevolezza storica mista a migliaia di intime prese di coscienza. Simone de Beauvoir ci dice a riguardo che “non si nasce donne: si diventa”. È un fardello che arricchisce l’esperienza umana femminile in modo singolare e spesso inesplicabile.

La donna è soprattutto colei che guarda nel fiume variegato delle proprie emozioni, le raccoglie e le celebra senza paura. È un circuito sempre attivo di spinte caotiche prive di regole e di freni.  E Virginia Woolf ha saputo esprimere e raccontare come nessun altro le intime contraddizioni (o affermazioni) del proprio genere. E quale conclusione migliore si può offrire in questa data se non una delle sue più liriche riflessioni a riguardo?

Le donne devono sempre ricordarsi chi sono, e di cosa sono capaci. Non devono temere di attraversare gli sterminati campi dell’irrazionalità, e neanche di rimanere sospese sulle stelle, di notte, appoggiate al balcone del cielo. Non devono aver paura del buio che inabissa le cose, perché quel buio libera una moltitudine di tesori. Quel buio che loro, libere, scarmigliate e fiere, conoscono come nessun uomo saprà mai.

foto da: queerblog.it

Author: Aicha Matrag

Studentessa di Cinema e Televisione a Bologna. Votata alla passione per l’Espressione

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