In copertina: Sit-in di protesta a Roma, Piazza Santi Apostoli. Riccardo Antimiani—Camera Press/Redux Originale qui

Come già annunciato dalla stampa italiana ed estera, ricorre oggi l’anniversario della scomparsa ufficiale del giovane ricercatore italiano Giulio Regeni, ucciso e torturato in circostanze tutt’ora indefinite e misteriose. Il tributo ed il ricordo nei confronti del ventottenne friulano risulta necessario e doveroso, in omaggio alla ricerca di una verità ancora sconosciuta ma sulla quale non è possibile fermarsi o tacere.

Come il lettore ben conosce, eravamo stati protagonisti di una mini-inchiesta, a sette mesi dal ritrovamento del corpo di Regeni (3 febbraio 2016, nda). Anche Cronache resterà così vicino ad un caso così delicato e complesso, raccontando ogni possibile scenario che questa triste storia porrà dinanzi ai nostri occhi e alle nostre orecchie.

L’ultimo atto di una vicenda che fa rabbia per gli sviluppi che si sono succeduti, è la divulgazione di un video tra Giulio e Mohamed Abdallah, il capo del sindacato degli ambulanti egiziani. Abdallah aveva sostanzialmente messo in dubbio l’attività di ricerca di Regeni al Cairo, temendo potesse invece essere una spia dell’intelligence britannica, sino al punto di denunciare il tutto alle autorità egiziane.

Ma cosa si dicono esattamente Regeni ed Abdallah, in questa conversazione che risulta essere datata 7 gennaio 2016, ovvero 18 giorni prima della sparizione del giovane ricercatore?

Eccone alcuni tratti:

Abdallah: Mia moglie ha un tumore e deve operarsi. Mi aggrappo a qualsiasi cosa purché arrivino i soldi.

Regeni: Guarda Mohamed, i soldi non sono miei. Non posso utilizzare questi soldi nel modo più assoluto. Sono un accademico e non posso scrivere questo nella application: intendo le informazioni da presentare all’Ente in Gran Bretagna. Non posso utilizzare i soldi per questioni personali. Se succede questa cosa sarebbe un problema grande, molto grande per i britannici

Abdallah: Non esiste un altro percorso.. ?

Regeni: .. Non esiste un altro modo.

Abdallah: Tu sei italiano. Io ho la sensazione che il Centro egiziano ci prenda in giro e non ci dia niente (la risposta replica al passaggio di denaro dall’Ente britannico al Centro descritto precedente da Giulio, senza che esso passi direttamente da lui)

Regeni: Non è possibile che io faccia questa cosa. Mi dispiace, questa è la situazione ed io non ho autorità in questione.

 

La sensazione che emerge dalla conversazione è il tentativo di Abdallah di incastrare Giulio in qualche modo, soffiando a lui delle informazioni controverse o ‘lesive’ per l’incolumità della nazione egiziana. Emerge tuttavia il costante e continuo rifiuto del ricercatore, nonostante Abdallah faccia leva su presunte difficoltà familiari (il cancro della moglie, l’operazione della propria figlia).

Regeni ricorda ad Abdallah la propria posizione: è un accademico e non ha dunque alcun potere circa la possibilità di finanziare Abdallah ed il sindacato degli ambulanti, se non in ipotesi che riguardino sovvenzionamenti in base a progetti del sindacato. L’altra sensazione è quella di una qualche possibile incomprensione tra i due: non è del tutto chiaro decifrare alcuni scambi di battute, forse per l’arabo di Giulio, ritenuto non esattamente fluente seppur comprensibile.

In ballo non paiono esserci informazioni riservate: tuttavia, sarà probabilmente questo il video che firmerà la successiva condanna a morte di Giulio. Sappiamo dopo un anno chi lo ha denunciato e sappiamo chi ha dunque cercato di incastrarlo. Resta il nodo fondamentale: Chi ha ucciso Giulio Regeni? Quali sono gli esecutori materiali e soprattutto, quali i mandanti? Continueremo a tale scopo a rinnovare le dieci domande di settembre, in considerazione anche delle ultime dichiarazioni della Procura di Roma che indaga sul caso:

“Dallo scorso settembre ad oggi sono stati fatti passi significativi nell’inchiesta sul sequestro, sulle torture e sulla morte di Giulio Regeni. Il cammino verso la verità procede, sia pur lentamente, su un’unica strada percorribile: quella della collaborazione con le autorità egiziane”.

Ed intanto Mohamed Abdallah resta fermo sulle proprie opinioni, convinto di aver agito per il bene della nazione: «Le sue domande avevano destato sospetti nei cinque precedenti incontri in cui abbiamo parlato. Parlava della rivoluzione, della persecuzione dei venditori ambulanti da parte della polizia». Ad accrescere i “dubbi” di Abdallah sarebbero stati i rapporti di Regeni con l’istituzione britannica. In realtà, dal video che avrebbe dovuto incastrarlo, non emergerebbero come sottolineato prima, atteggiamenti o informazioni che riconducessero Giulio ai servizi di intelligence.

Il valore del video non è tuttavia unicamente simbolico. Anzi, la presenza della telecamera che filma Giulio in volto per l’intera conversazione, «è la prova che il servizio segreto egiziano ha avuto un ruolo nel sequestro, nelle torture e nell’omicidio di Giulio Regeni. Nella parte finale del filmato… il sindacalista compie una telefonata e dice ai suoi interlocutori: ‘Con Regeni ho finito, venite a togliermi la telecamera’» (Ivan Cimmarusti, Il Sole 24 Ore, 24 gennaio).

E’ la prova dei depistaggi della National Security e del loro coinvolgimento all’interno di questa tragica storia? E soprattutto, perché gli agenti egiziani affermano di aver chiuso gli accertamenti su Regeni tre giorni dopo l’esposto di Abdallah? Anche qui, emergerebbero delle incongruenze. I magistrati romani valutano la data dell’esposto: non il 7 gennaio 2016, bensì il 7 dicembre 2015. Se così fosse, verrebbe smentita la tesi delle autorità egiziane e confermata l’ipotesi degli accertamenti su Regeni per diverse settimane. Poi la presunta ‘chiusura delle indagini’. E quel maledetto 25 gennaio, dove in Egitto ogni anno muore qualcuno.

Al momento, sarebbero cinque gli agenti della National Security al vaglio dei pm capitolini: da chiarire l’accaduto del 24 marzo, legato all’uccisione della banda ‘specializzata nel rapimento di turisti stranieri’, nella quale occasione vennero ritrovati i documenti del ricercatore italiano. Forse solo l’ennesimo, inutile ed inconcludente tentativo di depistaggio, nella singolare convinzione che la diluizione del tempo chiudesse gli occhi e le menti dell’opinione pubblica.

«Sappiamo essere pazienti ma siamo inarrestabili: vogliamo la verità e la vogliamo tutta» è il monito dei coniugi Regeni: perché vedere «tutto il male di questo mondo» sul proprio figlio è qualcosa di estremamente difficile da sostenere e sopportare. Per questo, è tempo di avvicinarsi alla verità, camminando assieme senza mai più dimenticare.

Le dieci domande a Giulio Regeni (3 settembre 2016):

 

  1. Perché l’unica reale mossa italiana nella vicenda è stata quella del richiamo dell’ambasciatore al Cairo Maurizio Massari, provvedendo poi alla sua sostituzione con il nuovo ambasciatore Giampaolo Cantini?
  2. La magistratura italiana ha ascoltato (o avuto la possibilità di ascoltare) l’ex colonnello Afifi, dopo le dichiarazioni rese a giornali e tv?
  3. In che misura è coinvolto Mohamed Abdallah, e più in generale i sindacati ambulanti egiziani?
  4. Quale era esattamente, a patto che fosse vero, il ruolo di Giulio all’interno di Oxford Analytica?
  5. Qual è la verità sul coinvolgimento di un agente dell’ MI6 britannico, infiltrato all’interno di uno dei gruppi di ricerca di Giulio?
  6. Esiste davvero un coinvolgimento britannico all’interno della vicenda?
  7. Le autorità britanniche stimoleranno realmente un rovesciamento del silenzio dell’Università di Cambridge, dopo il rifiuto della professoressa di Regeni di collaborare con i pm italiani?
  8. L’Italia ha davvero intenzione di rimandare il proprio ambasciatore al Cairo, decretando di fatto una sorta di resa ai fini della verità?
  9. Se e in quale modo le autorità egiziane sono responsabili del caso Regeni?
  10. Le relazioni diplomatiche tra Stati possono continuare a tollerare casi identici a quello di Giulio Regeni, nella più totale indifferenza in relazione al rispetto e all’imprescindibilità dei diritti umani?

 

A Paola, Claudio e Giulio Regeni

 

Author: Cosimo Cataleta

Laureando in Giurisprudenza presso l’Università degli Studi in Milano con tesi sul rapporto tra Parlamento e Magistratura. Attualmente si occupa di raccolta fondi e campagne di sensibilizzazioni per alcune Ong.

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