Seleziona una pagina
La droga che sta affamando lo Yemen

La droga che sta affamando lo Yemen

Lo Yemen è sull’orlo di una grave carestia. Le agenzie d’informazione danno spesso la colpa alla guerra civile, al blocco dei porti del nord imposto dall’Arabia Saudita e dal bombardamento delle infrastrutture vitali. Inoltre, il rifiuto del governo di pagare i salari nelle zone controllate dai ribelli e il deprezzamento del ryal yemenita, significa che molti non possono permettersi il cibo disponibile. Ma una delle maggiori cause della fame viene spesso omessa: una pianta fogliosa chiamata qat.

Questa pianta è la droga più popolare dello Yemen: il 90% degli uomini e oltre un terzo delle donne masticano abitualmente le sue foglie, e una volta masticate le conservano nelle guance finché la sostanza narcotica filtra nel flusso sanguigno. Nel passato gli yemeniti potevano permettersi questa droga una volta alla settimana, e la pratica era diffusa prevalentemente nelle montagne del nord-est, dove il qat cresce. In seguito all’unificazione del Paese, nel 1990, la sostanza si è diffusa anche al sud. Oggigiorno, invece, il mercato del qat interessa l’intero Paese.

Gli uomini spendono molto di più per soddisfare la loro dipendenza da questa droga che per provvedere alle loro famiglie, arrivando a spendere fino a 800$ al mese. I soldati, invece, piuttosto che dare la caccia a trafficanti d’armi e altri contrabbandieri, estorcono denaro a chi attraversa i check point per pagare i loro vizi, facendo aumentare di molto i costi di trasporto. E mentre il Paese è a corto di beni di prima necessità, come il grano, i campi più fertili sono tutti adibiti alla coltura del qat, che è più redditizio e la sua coltivazione è stimata crescere del 12% ogni anno. Le autorità, inoltre, parlano del qat come del “Viagra dello Yemen” e ne incoraggiano l’uso. Taher Ali al-Augaili, il capo dello staff dell’esercito, dice: “è il nostro whisky” e afferma che questa drogra fornisce agli uomini energia per combattere.

Quando le autorità locali di Hadramawt, la pronvincia più grande del Paese, provarono a ristabilire un divieto di consumo negli uffici pubblici, esse venero convocate a Riyadh per unirsi ad una masticata collettiva assieme al presidente yemenita Abd Rabbo Mansour Hadi. Solo al-Qaeda nella penisola arabica ha avuto successo nell’imporre un bando all’uso qat.

Il nord dello Yemen è la regione che più soffre la minaccia della carestia, ma i ribelli Houthi controllano il valore del qat grazie al monopolio su di esso, allo stesso modo di come il presidente Hadi controlla le risorse petrolifere e di gas del Paese. E questo lascia strade aperte tra le linee nemiche (governative e dei ribelli). Decine di camion pieni di raccolto attraversano la città di Marib ogni giorno. Le tasse sul qat assicurano grandi entrate finanziarie ad entrambe le fazioni in guerra. Dati attuali scarseggiano, ma nel 2000 la Banca mondiale ha stimato che il qat rappresentava il 30% dell’economia yemenita. Anche gli affamati trovano dei vantaggi in questa droga: il qat sopprime l’appetito. Ma le assurdità non finiscono qui. Un ufficiale del sud dice: “Stiamo combattendo i ribelli Houthis con le nostre braccia e li stiamo finanziando con le nostre bocche”.


[Traduzione dall’originale: The drug that is starving Yemen per “The Economist” Fonte qui]

Allarmanti connessioni

Allarmanti connessioni

Soltanto qualche giorno fa il Wall Street Journal ha condiviso con i propri lettori una notizia che coinvolge il magnate dell’industria di telefonia e computer Apple. Jana Partners LLC e Calstrs, due dei più importanti fondi azionistici dell’azienda, hanno scritto alla compagnia di Cupertino, rivelando le loro preoccupazioni sull’utilizzo dello smartphone da parte di bambini ed adolescenti: l’abuso del mezzo creerebbe una dipendenza tale da minacciare la sanità mentale dei soggetti interessati. L’accusa non si scatena però come fulmine a ciel sereno.

Nel corso dello scorso anno, i due fondi pensionistici hanno infatti collaborato agli studi di Jean Twenge, studiosa ricercatrice dell’Università di San Diego, California. Twenge sostiene, testimoniandolo, il rovesciamento di abitudini, relazioni, contatti, rapporti che i nati tra il 1995 e il 2012 sviluppano rispetto a coloro che li precedono. Sempre più spesso accasciati sugli schermi dello smartphone e rapiti dai videogiochi sul tablet, i bambini e gli adolescenti che popolano le città occidentali preferiscono stare sui social o guardare la tv o giocare ai videogiochi che passare una serata con i coetanei.

Negli Stati Uniti, il fenomeno da dipendenza smartphone (utilizzo medio calcolato su cinque ore al giorno) colpisce il 56% del bacino analizzato ed è così cogente da allarmare i colossi dell’industria tecnologica. Gli studi della Twenge mostrano chiaramente la correlazione tra abuso delle tecnologie e aumento di depressione infantile, spesse volte causa di suicidio («The more time teens spend looking at screens, the more likely they are to report symptoms of depression»).

Siti di social network, come Facebook, promettono la connessione con i propri amici. Tuttavia, gli adolescenti che controllano costantemente l’attività dei loro contatti sul web, meno spesso vedono quelli di persona e aderiscono ad uno stato di solitudine che li priva di interazioni sociali. In questo modo, sono più esposti alla commiserazione e alla depressione. Lo sostiene anche Roger McNamee a seguito dell’aggiornamento dell’algoritmo di Facebook annunciato dal fondatore pochi giorni fa, con lo scopo di aumentare le interazioni virtuali con amici e parenti.

Non c’è una correlazione scientificamente diretta o una dichiarazione comprovata sulla pericolosità dello strumento cellulare/tablet, ma sembra che la nascita dello smartphone sia parallela ad una serie di fenomeni in decrescita. Dal 2007, calano drasticamente le uscite con gli amici, la volontà di acquisire la patente di guida (e quindi l’indipendenza dai genitori), si contano meno appuntamenti e una diminuzione dei rapporti sessuali tra gli adolescenti.

Il report di Twenge e la lettera d’appello ad Apple sembrano davvero non lasciare scampo a dubbi. I telefoni sono veicolo di dipendenza e forniscono tipologie di dipendenza variabile: basti pensare che esistono app per tutti, app che soddisfano il desiderio di ognuno, app che creano un desiderio e sviluppano un’induzione al bisogno di cui non eravamo coscienti.

La soluzione?

Alcuni parlano di umanizzare la tecnologia, evidenziando il rischio dell’esclusione dei mezzi di comunicazione nel percorso educativo degli adolescenti. Spegnere tutto non è la scelta migliore. E chiedere ad Apple di produrre soluzioni software che diminuiscano l’impatto negativo sul sistema nervoso dei bambini e degli adolescenti non fa altro che deresponsabilizzare il ruolo degli educatori. Aiutare i giovani a vivere una vita online “sostenibile” potrebbe allora creare un rapporto proficuo con il mezzo di comunicazione: i comportamenti dell’online e dell’offline dovrebbero essere regolati, educati, determinati da un bisogno di rinnovata cultura. Laddove si riscontrano problemi sulle nuove tecnologie, esse si legano effettivamente a patologie comunicative con genitori e purtroppo anche con i coetanei. Evidentemente il problema è urgente e si nutre di una fragilità generazionale che incolpa i genitori, figli di altrettante tecnologie.

Come rivela Twenge, il fenomeno non è nuovo e i social network sono soltanto l’ultima appendice di un percorso narcisistico cominciato alla fine degli anni ’70 in USA: un desiderio incommensurabile di mostrarsi e di ricercare attenzioni e consensi, con conseguente perdita delle relazioni autentiche e senza secondi fini.

Dopo un periodo di indigestione, segue sempre un periodo detox. Come suggerisce la filosofa Franca d’Agostini in un recente intervento a Tutta la città ne parla, dovremmo impartire un’educazione alla verità: la nostra tradizione europeista ci dà insegnamenti; eppure bisogna persuadersi che questo è davvero un problema. Segnalare che la verità è una funzione concettuale, scettica, critica, aiuterebbe ad aderire alla scelta del dubbio. Il rischio è quello di concentrarsi sulla tecnologia e non di ragionare sulla sfida che le nuove tecnologie mettono in atto. Il nostro tempo va conosciuto, non combattuto.

Agnese Lovecchio 

Buon compleanno Giulio

Buon compleanno Giulio

Giulio Regeni avrebbe compiuto oggi trent’anni. Non sarà così per il giovane ricercatore friulano, torturato e ucciso al Cairo in circostanze ancora per certi versi misteriose. Cronaca di una storia infinita, di una vicenda che dopo quasi ben due anni è riuscita a far parlare la professoressa di Giulio. Che tuttavia forse, ancor oggi, tace e ci lascia brancolare, tanto per cambiare, nel buio investigativo e nel silenzio più torbido.

Oggi avrebbe compiuto trent’anni un ragazzo, ormai uomo, innamorato della vita e della ricerca. Degli studi e del lavoro. Dell’impegno quotidiano e di realtà leggermente differenti dalla nostra. Dall’altra parte, ricordando Giulio, constatiamo invece un presente nazionale denso di una campagna elettorale così brutta eppur divertente, senza vincitori né vinti, con un mercato delle promesse che non bada a spese. Tra una dentiera, promesse pensionistiche da mille euro al mese, bonus una tantum, abolizioni da svariati miliardi e assistenzialismo che cancella dall’agenda politica la parola lavoro, tanto chiacchierata quanto dimenticata nelle dinamiche e nelle proposte dell’offerta politica nazionale.

Ecco perché, proprio oggi, ricordare Giulio conta di più. Conta ricordare l’impegno e la dedizione che ha impiegato non solo nella propria attività di ricerca, ma anche nella voglia di scoprire e interpretare la realtà senza la presunzione del sentirsi arrivati o peggio ancora, onnipotenti. Ecco perché resta bello ma soprattutto doveroso ricordarlo. Perché faccio parte di quella frangia generazionale che vorrebbe in campo più Regeni e meno Di Maio. Più desiderio di politiche attive sul lavoro che rassicurazioni pantofolaie come redditi di dignità o di chissà quale altro nominativo. Che non cambia comunque la sostanza delle cose. La sostanza di una politica fondata sulla paura e al tempo stesso su una rassicurazione che puzza di deleghe ed inerzia quotidiana.

Giulio Regeni, voglio ancora ripeterlo, avrebbe oggi compiuto trent’anni. La sua storia ci ha insegnato a non dimenticare che, giorno dopo giorno, in Egitto, a chiunque possono succedere cose simili se non identiche a quanto accaduto quel 25 gennaio 2016. Così drammatico ma in grado di aprirci ulteriormente gli occhi. Di ricordarci il silenzio italiano. Quel silenzio che si piega a beffarde dinamiche geopolitiche e interessi economici difficili da spodestare dinanzi alla bilancia delle priorità di un governo nazionale.

Resta tuttavia il sorriso di Giulio, nonché la caparbietà di chi ancora continua a crederci, e lotta per donare a Regeni la verità vera. Una lotta che continuerà, ora e ancora. Per i prossimi compleanni, per impedire di farlo morire più volte. Perché una può bastare e perché non vi è morte peggiore che quella della dimenticanza e dell’assenza di chiarezza. Una chiarezza che bisogna continuare a chiedere. Giorno dopo giorno, anno dopo anno, compleanno dopo compleanno.

A Claudio, Paola e Giulio Regeni

Weird as fuck – The End of the Fucking World

Weird as fuck – The End of the Fucking World

Premessa: in questo articolo scriverò di The End of the Fucking World, una black comedy britannica uscita lo scorso 5 gennaio su Netflix, che per chi non abita questo pianeta è una piattaforma di distribuzione di contenuti d’intrattenimento a pagamento. Sebbene si tratterà per lo più di riflessioni personali basati sulla visione del prodotto e non descrizioni delle trame degli episodi, questo articolo potrebbe contenere spoiler.

Il 2018 è iniziato da meno di una settimana ma Netflix, approfittando delle festività natalizie e del conseguente aumento nel flusso di fruizione dei contenuti sulla sua piattaforma, ha rilasciato lo scorso 5 gennaio questa black comedy che può per certi versi passare inosservata, ma che ha dentro di sé tanto materiale da renderla tra le serie rivelazione dell’anno.

The End of the Fucking World non è per tutti. Il prodotto uscito fuori dall’omonimo fumetto di Charles Forsman, premiato tra i migliori del 2017, è sicuramente difficile da digerire e non troppo leggero da guardare: l’humor nerissimo, quasi esasperato che corre durante gli episodi e il continuo disagio che segue i due protagonisti compongono una fotografia amara ma mai forzata della mia, nostra generazione, sempre più priva di ideali e punti fermi, frutto di insicurezze e sbagli della generazione che l’ha preceduta.

Il primo incontro di James e Alyssa nel fumetto (tradotto sempre al meglio) di Forsman

Il primo incontro di James e Alyssa nel fumetto (tradotto non sempre al meglio) di Forsman

La serie è composta da 8 episodi da 20 minuti ciascuno, che costituiscono un’arma a doppio taglio per la serie, che si presenta scorrevolissima (praticamente un film di 2:30h) che si guarda agevolmente in binge watching in una serata libera, ma che non riesce a dare una completa costruzione alla trama e ai personaggi.

TEOTFW (sarà utilizzato l’acronimo, d’ora in poi) racconta il viaggio di una coppia di ragazzi ai margini, pesantemente segnati dal proprio passato, che legano e formano un mix pronto ad esplodere nello sviluppo della trama. Sono proprio i 2 protagonisti a rendere forte la serie grazie alle loro memorabili performances.

Abbiamo il catatonico e psicopatico James (interpretato da Alex Lawther, già visto in un incredibile episodio di Black Mirror) e la dissacrante e arrabbiata Alyssa (interpretata dalla strepitosa Jessica Barden, che probabilmente è la vera traghettatrice di questa serie).

Sono entrambi in fuga da un mondo dove rifiutano di vivere alla ricerca dell’El Dorado, rappresentato dalla casa del padre di Alyssa.

James & Alyssa

Il viaggio che li aspetta, però, è colmo di situazioni esagerate. La coppia si farà strada attraverso stupratori, molestatori, madri insicure e padri immaturi, che spingeranno chi guarda ad empatizzare la loro situazione, anche per la loro relazione che continua a maturare nel corso della breve trama.

Come nel giovane Holden di Salinger, i due ragazzi sono senza radici e probabilmente, senza futuro. La loro arroganza (specie quella di Alyssa) è uno scudo per la propria fragilità e frutto della paura del domani, come quella di rimanere soli o, peggio, aprirsi al prossimo e soffrire.

Il viaggio dei due ragazzi assume contorni spiccatamente indie (la scelta dei vestiti, delle auto completamente fuori dal contesto, a cui va aggiunto un plauso per la scelta della colonna sonora anni ’50 e per una scelta della fotografia davvero incredibile per la forza dell’impatto visivo che genera).

La costante ostentazione di una maturità, anche sessuale, in verità ancora lontana dal completo raggiungimento ci fa capire che, in fondo, James e Alyssa sono ancora dei ragazzini che giocano a fare gli adulti, non riuscendone a sopportare i problemi.

E forse sono proprio gli adulti e la loro inadeguatezza al ruolo il vero soggetto della trama, che ha spinto e spinge una generazione di giovani a navigare in un mondo fatto di ansie ed insicurezze.

Come già accennato in precedenza, la serie si guarda d’un fiato, e al termine degli otto episodi rimane un viaggio di epurazione e rifiuto, ma soprattutto una storia d’amore atipica quanto coerente con se stessa.

Il finale di serie è amaro quanto sospeso, e sinceramente dubito che possa esserci un seguito ad un cerchio che sembra inevitabilmente essersi chiuso, anche simbolicamente, con la maggiore età di James, pronto per entrare in un mondo di adulti che non accetta.

Mi rendo conto di aver esplorato un mondo cosi variegato e cosi facilmente opinabile come quello delle serie tv, ma questa serie mi ha colpito come poche, e come nessuna mi ha ispirato, ho deciso di scriverne per condividerne il mio messaggio. Rispetto a TEOTFW ho da dire che la serie rispecchia, cogliendone il messaggio di fondo, fuori dall’esasperazione caratteriale dei personaggi, quello che è il conflitto tra la generazione dei giovani, la mia, contro quella degli adulti, di cui ogni giorno paghiamo le conseguenze e di cui probabilmente trasmetteremo gli stessi a quella successiva a noi. L’immaturità, inadeguatezza e il gap generazionale sono spesso lampanti nella società odierna, spaziando in molti dei campi sensibili alla nostra quotidianità: dalla politica, all’informazione, all’intrattenimento, all’amministrazione pubblica. Naturalmente questo discorso generalista merita di essere affrontato, ma non vedo questo come il palcoscenico adatto.

Cosa mi rimarrà di TEOTFW? La mano fritta di James, la scena del ballo tra James e Alyssa, sinceramente una delle cose più romantiche dell’ultimo periodo, Frodo e i 5 minuti più esilaranti della serie, e Alyssa, che è una bellissima risposta femminile a Begbie di Trainspotting.

Per i più audaci, che sono arrivati fin qui, significa che vi ho incuriosito abbastanza.

Ecco il trailer di TEOTFW, buona visione!

 

Vincenzo Matarrese

 

Perché la Cina non salverà la Corea del Nord

Perché la Cina non salverà la Corea del Nord

Cosa aspettarsi se le cose cadono a pezzi

Da un po’ di tempo i funzionari USA sono d’accordo con la famosa affermazione di Mao Zedong sui rapporti tra Cina e Corea del Nord: i due paesi sono come “labbra e denti”Pyongyang dipende principalmente da Pechino per l’energia, il cibo e la maggior parte del suo magro commercio con il mondo esterno, proprio per questo motivo le amministrazioni statunitensi hanno cercato di arruolare i cinesi nei loro tentativi di denuclearizzare la Corea del Nord. Il presidente degli Stati Uniti Donald Trump su questa base logica, ha supplicato un aiuto cinese alternando minacce di provvedimenti per un impegno maggiore. Allo stesso modo, i policymakers hanno ipotizzato che un collasso o un conflitto con gli Stati Uniti della Corea del Nord, avrebbe spinto la Cina a sostenere il suo caro cliente da lontano e a schierare le sue truppe lungo il confine per impedire che una crisi umanitaria la coinvolgesse.

Ma questa teoria è pericolosamente obsoleta. Negli ultimi due decenni, le relazioni Cina-Corea del Nord sono peggiorate drasticamente dietro le quinte, poiché la Cina è stanca dell’insolente vicino e ha rivalutato i propri interessi sulla penisola. Oggi la Cina non è più legata alla sopravvivenza della Corea del Nord. In caso di un conflitto o del collasso del regime, le forze cinesi interverrebbero in misura non prevista in precedenza, non per proteggere il presunto alleato di Pechino, ma per tutelare i propri interessi.

Nell’attuale ciclo di provocazione e di escalation, capire dove si regge realmente la Cina nella Corea del Nord non è un esercizio accademico. Lo scorso luglio, la Corea del Nord ha testato con successo un missile balistico intercontinentale in grado di raggiungere la costa occidentale statunitense. E a settembre, ha fatto esplodere una bomba all’idrogeno 17 volte più potente di quella lanciata su Hiroshima. La retorica americana, nel frattempo, ha infiammato la situazione. Trump ha preso in giro il leader nordcoreano Kim Jong Un definito “Little Rocket Man”, ha minacciato la Corea del Nord dicendo che “non sarà ancora per molto tra i piedi” e ha annunciato che “le soluzioni militari sono ora completamente a posto, bloccate e caricate”. Con queste minacce, gli Stati Uniti hanno portato i loro bombardieri a lunga gittata e le loro navi militari vicino alla Corea del Nord.

La reale possibilità del caos sulla penisola significa per gli Stati Uniti che è necessario aggiornare il loro approccio sui moventi di Pechino. Nel caso di un’escalation, la Cina probabilmente cercherà di impadronirsi dei punti chiave, compresi i siti nucleari della Corea del Nord. La presenza su vasta scala di truppe americane e cinesi nella penisola coreana solleverebbe il rischio di una guerra in piena regola tra la Cina e gli Stati Uniti, cosa che nessuna delle due parti vuole. Ma viste le deboli relazioni di Pechino con Pyongyang e le preoccupazioni cinesi riguardo al programma nucleare della Corea del Nord, le due grandi potenze potrebbero trovare un terreno comune sorprendente. Con un po’ di lungimiranza, gli Stati Uniti potrebbero ridurre il rischio di un conflitto accidentale e sfruttare il coinvolgimento cinese per ridurre i costi e la durata di una seconda guerra coreana.

AGGIORNARE I DATI

A differenza di quello che la saggezza convenzionale possa pensare, la Cina non è disposta a spingere la Corea del Nord a denuclearizzarsi a causa delle sue stesse insicurezze. Questo pensiero si basa su tre presupposti: che Cina e Corea del Nord sono alleati, che la Cina teme l’instabilità della penisola e il problema dei rifugiati che ne può risultare, e che Pechino ha bisogno che la Corea del Nord sopravviva come stato cuscinetto tra la Cina e la Corea del Sud, un alleato chiave degli Stati Uniti. Queste ipotesi erano vere 20 anni fa, ma da allora le visioni di Pechino si sono evolute in modo significativo.

Xi a Pechino, ottobre 2015

Xi a Pechino, ottobre 2015

La Cina e la Corea del Nord hanno goduto a lungo di una vicinanza nata dalla reciproca dipendenza. Appena un anno dopo la nascita della Repubblica popolare cinese, Pechino venne in aiuto del suo vicino comunista alle prime armi durante la guerra di Corea. Per prevenire la futura “aggressione” contro Pyongyang, i due firmarono un patto di mutua difesa nel 1961. E quando la fine della Guerra Fredda depredò la Corea del Nord del suo benefattore sovietico, Pechino intervenne per fornire assistenza economica e militare. Ma oggi, la Cina e la Corea del Nord difficilmente possono essere caratterizzati come amici, per non parlare degli alleati. Il presidente cinese Xi Jinping non ha mai nemmeno incontrato Kim e, secondo gli studiosi cinesi con accesso governativo o legami con il Partito comunista cinese, disprezza il regime nordcoreano. La voce nei circoli di politica estera cinese è che persino l’ambasciatore cinese a Pyongyang non ha incontrato Kim.

Xi ha dichiarato pubblicamente che il trattato del 1961 non si applicherà se la Corea del Nord provoca un conflitto, uno standard facilmente raggiunto. Nei miei viaggi in Cina negli ultimi dieci anni per discutere della questione nordcoreana con accademici, responsabili politici e funzionari militari, nessuno ha mai sollevato il trattato o l’obbligo cinese di difendere la Corea del Nord. Invece, i miei colleghi cinesi [] raccontano del deterioramento della relazione e degli sforzi di Pechino nel prendere le distanze da Pyongyang, un cambiamento che suggerisce che un sondaggio di opinione pubblica del Global Times suggerisce un ampio sostegno. Come ha sostenuto lo studioso cinese Zhu Feng in Foreign Affairs, rinunciare alla Corea del Nord sarebbe popolare a livello nazionale e strategicamente concreto.

In effetti, le relazioni bilaterali sono diventate così gravi che gli ufficiali dell’Esercito popolare di liberazione (PLA) mi hanno suggerito in riunioni private che Pechino e Pyongyang potrebbero non prendere la stessa parte in caso di una nuova guerra coreana. I militari cinesi presumono che saranno contrari a sostenere le truppe nordcoreane. La Cina si sarebbe impegnata non a difendere il regime di Kim, ma a modellare una penisola post-Kim a suo piacimento.

Queste politiche si sono mosse di pari passo alla crescente fiducia della Cina sulle sue capacità e sull’influenza regionale. La filosofia cinese non è più dominata dalla paura dell’instabilità coreana e dalla conseguente crisi dei rifugiati. La pianificazione di emergenza del PLA si era precedentemente concentrata sulla chiusura del confine o sulla creazione di una zona cuscinetto per trattare con i rifugiati. In effetti, per decenni, probabilmente tutte le forze cinesi potevano sperare di ottenere. Ma negli ultimi 20 anni, l’esercito cinese si è evoluto in una forza molto più sofisticata modernizzando le sue attrezzature e riformando la sua struttura organizzativa. Di conseguenza, la Cina ora ha la capacità di gestire simultaneamente l’instabilità ai suoi confini e condurre importanti operazioni militari sulla penisola.

Se il regime di Kim crollasse, la Polizia armata popolare, che ha circa 50.000 persone nelle province nord-orientali della Cina, sarebbe probabilmente incaricata di proteggere il confine e gestire l’afflusso previsto di rifugiati nordcoreani, liberando il PLA per operazioni di combattimento più a sud. La Cina ha attualmente tre “gruppi armati” nel Northern Theatre Command, uno dei cinque comandi teatrali del PLA, che confina con la Corea del Nord. Ognuno di questi eserciti è composto da 45.000 a 60.000 soldati, oltre alle brigate dell’esercito e delle forze speciali. E se fosse necessario, la Cina potrebbe anche estrarre le forze dal suo Central Theater Command e mobilitare l’aviazione in modo più esteso. Quando la Cina riorganizzò le sue regioni militari in “zone di guerra” nel febbraio 2016, incorporò la provincia dello Shandong nel suo Northern Theater Command, anche se non è contiguo al resto del comando, molto probabilmente perché i leader militari richiederebbero l’accesso al litorale per schierare le forze in Corea del Nord via mare. Gli ultimi due decenni di modernizzazione e riforma militare, insieme ai vantaggi geografici della Cina, hanno assicurato che l’esercito cinese sarebbe stato in grado di occupare rapidamente gran parte della Corea del Nord, prima che i rinforzi USA potessero schierarsi in Corea del Sud per prepararsi ad un attacco.

Kim saluta in Pyongyang, Luglio 2013

In passato, parte di ciò che spiegava l’attaccamento della Cina alla Corea del Nord era l’idea che quest’ultimo servisse da cuscinetto tra la Cina e un tempo capitalista ostile, e successivamente democratico, la Corea del Sud. Ma l’accresciuta potenza e il peso della Cina hanno completamente eliminato quella logica. Pechino potrebbe essere stata in precedenza diffidente nei confronti di una Corea riunificata guidata da Seoul, ma non più. Alcuni eminenti studiosi cinesi hanno iniziato a sostenere l’abbandono di Pyongyang in favore di una migliore relazione con Seoul. Anche Xi è stato sorprendentemente esplicito sul suo sostegno alla riunificazione coreana a lungo termine, anche se attraverso un processo di pace incrementale. In un discorso del luglio 2014 all’Università Nazionale di Seoul, Xi ha affermato che “la Cina spera che entrambe le parti della penisola miglioreranno le loro relazioni e sosterranno l’eventuale realizzazione di una riunificazione indipendente e pacifica della penisola”.

Tuttavia, il calcolo cinese sulla Corea del Sud non è completamente cambiato. L’entusiasmo per la riunificazione ha raggiunto il picco tra il 2013 e il 2015, quando il presidente della Corea del Sud Park Geun-hye ha dato la priorità alle relazioni bilaterali con Pechino. Ma dopo un test nucleare all’inizio del 2016 da parte della Corea del Nord, Seoul ha rafforzato la sua alleanza con Washington e ha accettato di dispiegare il THAAD, un sistema di difesa contro i missili balistici, causando costernazione tra i funzionari cinesi che il loro fascino offensivo non stava ottenendo abbastanza trazione. La principale preoccupazione della Cina rimane la prospettiva delle forze statunitensi in una Corea riunificata. Anche se la Cina sostiene ancora la riunificazione della Corea, vuole anche modellarne i termini. E il suo approccio dipenderà probabilmente dallo stato delle sue relazioni bilaterali con la Corea del Sud.

CHE COSA VUOLE REALMENTE LA CINA

Dati i costi di una guerra nella penisola coreana, i pianificatori statunitensi hanno a lungo pensato che la Cina avrebbe fatto tutto il possibile per evitare di impigliarsi in una grande conflagrazione che coinvolgesse le forze sudcoreane e statunitensi. Un intervento della Cina avrebbe portato i politici a presumere che Pechino avrebbe limitato il suo ruolo nella gestione dei rifugiati vicino al confine o sostenendo il regime di Kim da una distanza attraverso aiuti politici, economici e militari. Ad ogni modo, Washington riteneva che il ruolo della Cina non avrebbe avuto un impatto significativo sulle operazioni statunitensi.

Questo non è più un presupposto sicuro. Invece, Washington deve riconoscere che la Cina interverrà estensivamente e militarmente sulla penisola se gli Stati Uniti sembrano pronti a spostare le proprie forze verso nord. Questo non vuol dire che la Cina intraprenderà un’azione preventiva. Pechino cercherà ancora di impedire a entrambe le parti di condurre tutti sulla via della guerra. Inoltre, se un conseguente conflitto fosse limitato a uno scambio di missili e attacchi aerei, la Cina sarebbe probabilmente rimasta fuori. Ma se i suoi tentativi di dissuadere gli Stati Uniti dall’escalation della crisi a una grande guerra fallita, Pechino non esiterebbe a inviare considerevoli forze cinesi nella Corea del Nord per garantire che i suoi interessi fossero presi in considerazione durante e dopo la guerra.

La probabile determinazione strategica della Cina in una guerra coreana sarebbe guidata in gran parte dalle preoccupazioni per l’arsenale nucleare del regime di Kim, un interesse che costringerebbe le forze cinesi ad intervenire precocemente per ottenere il controllo sugli impianti nucleari della Corea del Nord. Nelle parole di Shen Zhihua, un esperto cinese sulla Corea del Nord, “Se una bomba nucleare coreana esplodesse, chi sarà la vittima della fuga nucleare e delle ricadute? Sarebbe la Cina e la Corea del Sud. Il Giappone è separato da un mare e gli Stati Uniti sono separati dall’Oceano Pacifico “.

La Cina è ben posizionata ad affrontare la minaccia. Sulla base delle informazioni fornite dalla Nuclear Threat Initiative, un’organizzazione no-profit statunitense, se le forze cinesi si spostassero per 100 chilometri (circa 60 miglia) attraverso il confine verso la Corea del Nord, controllerebbero il territorio che contiene tutti i siti nucleari con la priorità più alta del paese e due terzi di i suoi siti missilistici con la priorità più alta. Per i leader cinesi, l’obiettivo sarebbe quello di evitare la diffusione della contaminazione nucleare, e sperano che la presenza di truppe cinesi in queste strutture possa prevenire una serie di scenari spaventosi: la Cina potrebbe prevenire incidenti negli impianti; dissuadere gli Stati Uniti, la Corea del Sud o il Giappone dallo sciopero; e impedisci ai nordcoreani di usare o sabotare le loro armi.

Pechino è anche preoccupata che una Corea riunificata possa ereditare le capacità nucleari del Nord. I miei interlocutori cinesi sembravano convinti che la Corea del Sud voglia armi nucleari e che gli Stati Uniti sostengano quelle ambizioni. Temono che se il regime di Kim cadrà, l’esercito sudcoreano si impadronirà dei siti e dei materiali nucleari del Nord, con o senza la benedizione di Washington. Sebbene questa preoccupazione possa sembrare inverosimile, l’idea di andare al nucleare ha guadagnato popolarità a Seul. E il principale partito di opposizione ha chiesto agli Stati Uniti di ridistribuire le armi nucleari tattiche nella penisola, un’opzione che l’amministrazione Trump è stata riluttante a escludere .

Al di là delle preoccupazioni sul nucleare, la posizione della Cina sulla Corea del Nord si è spostata come parte della sua più generale asserzione geopolitica sotto Xi. A differenza dei suoi predecessori, Xi non è timido riguardo alle grandi ambizioni della Cina. In un discorso di tre ore e mezza pronunciato in ottobre, ha descritto la Cina come “un paese forte” o “un grande paese” 26 volte. Questo è ben lontano dal detto che uno dei suoi predecessori, Deng Xiaoping, preferiva: “Nascondi le tue forze, aspetta il tuo tempo”. Sotto Xi, la Cina sta sempre più assumendo il ruolo di una grande potenza, e ha spinto per le riforme militari per garantire che il PLA possa combattere e vincere guerre future.

Più importante, una guerra nella penisola coreana rappresenterebbe una cartina di tornasole della competizione regionale della Cina con gli Stati Uniti. In effetti, le preoccupazioni cinesi circa l’influenza futura di Washington spiegano meglio perché la Cina non è disposta a spingere la Corea del Nord nella misura in cui l’amministrazione Trump vuole. La Cina non rischierà l’instabilità o la guerra se il risultato potrebbe essere un ruolo più ampio degli Stati Uniti nella regione. Detto questo, la Cina non si sente più a suo agio seduta ai margini. Come un ufficiale del PLA mi ha chiesto, “Perché gli Stati Uniti dovrebbero esserci ma non noi?” Per questa ragione, solo studiosi cinesi e leader militari sostengono che la Cina dovrà essere coinvolta in qualsiasi contingenza sulla penisola.

Soldatesse nordcoreane pattugliano lungo le rive del fiume Yalu, vicino alla città nordcoreana di Sinuiju

LAVORARE INSIEME

La linea di fondo, quindi, è che Washington dovrebbe assumere che qualsiasi conflitto coreano che coinvolga operazioni militari su larga scala innescherà un significativo intervento militare cinese. Ciò non significa che gli Stati Uniti dovrebbero cercare di dissuadere la Cina: una tale risposta quasi certamente fallirebbe e aumenterebbe le possibilità di uno scontro militare diretto tra le forze cinesi e statunitensi. Le mosse che potrebbero danneggiare il rapporto tra Pechino e Washington ostacolerebbero anche la pianificazione o il coordinamento delle contingenze prima e durante una crisi, aumentando i rischi di errori di calcolo.

Invece, Washington deve riconoscere che alcune forme di intervento cinese sarebbero effettivamente vantaggiose per i suoi interessi, specialmente per quanto riguarda la non proliferazione. In primo luogo, i funzionari statunitensi dovrebbero notare che le forze cinesi probabilmente arriveranno nei siti nucleari della Corea del Nord molto prima delle forze statunitensi, grazie ai vantaggi in termini di geografia, forza fisica, manodopera e accesso agli indicatori di allarme precoce. Questa è una buona cosa, dal momento che ridurrebbe la probabilità che il regime al collasso di Pyongyang utilizzi armi nucleari contro gli Stati Uniti o i loro alleati. La Cina potrebbe anche dimostrarsi utile identificando i siti nucleari (con l’assistenza dell’intelligence statunitense), assicurando e tenendo conto del materiale nucleare in quei siti, e infine invitando esperti internazionali a smantellare le armi.

Nel frattempo, più di ogni altra cosa, i politici statunitensi devono cambiare mentalità per considerare il coinvolgimento della Cina come un’opportunità anziché come un limite alle operazioni statunitensi. Ad esempio, l’esercito americano e i marines devono accettare che, sebbene la sicurezza degli impianti nucleari sia attualmente una missione chiave in Corea del Nord in caso di conflitto, essi dovranno cambiare i loro piani se i cinesi arrivassero per primi.

A livello politico, Washington deve essere disposta a correre rischi maggiori per migliorare il coordinamento con la Cina in tempo di pace. Ciò potrebbe significare una consultazione bilaterale con Pechino, anche se ciò sarebbe in conflitto con la preferenza di Seoul di tenere la Cina a distanza nel mercato. Certo, una condivisione d’intelligence con la Cina nel pianificare e addestrare congiuntamente le contingenze sembrerebbe innaturale, dal momento che gli Stati Uniti sono contemporaneamente impegnati in una competizione strategica a lungo termine con la Cina. Il Dipartimento della Difesa degli Stati Uniti considera la Cina una delle sue prime cinque minacce globali, insieme a Iran, Corea del Nord, Russia e organizzazioni estremiste. Ma le sfide strategiche e le gravi minacce spesso mettono in contatto potenziali avversari. Con la Corea del Nord di mezzo, gli Stati Uniti avrebbero più risorse a disposizione per affrontare altre minacce.

Certamente, un tale sforzo di cooperazione richiederebbe un grado elevato di coordinamento. La Cina si è a lungo opposta alle discussioni con gli Stati Uniti su come si sarebbe comportata in caso di un conflitto nella penisola coreana o nel crollo del regime nordcoreano a causa della sua sfiducia nei confronti delle intenzioni degli Stati Uniti e dei timori che Washington avrebbe usato quelle conversazioni per sabotare Pechino tenta di risolvere pacificamente la crisi nucleare. Ma la Cina sembra attenuare la sua posizione. In un op-editor di settembre nel Forum per l’Asia orientale Jia Qingguo, professore all’Università di Pechino, ha affermato che la Cina dovrebbe cooperare con gli Stati Uniti e la Corea del Sud, in particolare sulla questione dell’arsenale delle armi nucleari della Corea del Nord. Nelle parole di Jia, “I presagi di guerra nella penisola coreana appaiono più grandi di giorno in giorno. Quando la guerra diventerà una possibilità reale, la Cina dovrà essere preparata. E con questo in mente, la Cina deve essere più propensa a considerare i colloqui con i paesi interessati sui piani di emergenza “.

Se Pechino continua a resistere alle proposte per lavorare insieme, Washington dovrebbe prendere in considerazione la possibilità di comunicare unilateralmente gli aspetti dei piani di emergenza degli Stati Uniti per ridurre il rischio di scontri accidentali. Potrebbe persino fornire al lato cinese l’intelligence per aiutare il PLA a proteggere le più importanti strutture nucleari. In alternativa, i due paesi potrebbero utilizzare meccanismi stabiliti per la cooperazione in materia di sicurezza nucleare nel settore civile, come il Centro di eccellenza sulla sicurezza nucleare istituito congiuntamente o organizzazioni come l’Agenzia internazionale per l’energia atomica per condurre una formazione tecnica. Nessun paese ha più esperienza nello smantellare e proteggere le armi nucleari degli Stati Uniti. Sebbene la Cina abbia la manodopera per impossessarsi del controllo dei siti, non è chiaro se abbia le competenze necessarie per rendere sicuri, i trasporti, o distruggi armi nucleari e materiale. La condivisione delle migliori pratiche contribuirebbe a garantire che la Cina possa gestire in sicurezza ciò che troverà in questi siti.

Ogni strategia ha i suoi compromessi. Coordinare o concedere il coinvolgimento cinese in una contingenza coreana ha un certo numero di aspetti negativi, come i critici sono tenuti a sottolineare. Per cominciare, i sudcoreani si oppongono completamente all’idea di un coinvolgimento cinese sulla penisola, per non parlare degli stivali cinesi sul terreno. Le mosse degli Stati Uniti per coordinare gli sforzi con la Cina danneggerebbero le relazioni degli Stati Uniti con Seoul , anche se il vantaggio di gestire la scomparsa della Corea del Nord a un costo inferiore sarebbe valsa la pena.

Potenzialmente più preoccupante è il fatto che l’intervento cinese nella Corea del Nord comporterebbe la perdita di qualche influenza degli Stati Uniti sull’insula della penna. A un livello fondamentale, la Cina agirà non per aiutare gli Stati Uniti ma per assicurare che una Corea riunificata non escluda le truppe statunitensi. Ma potrebbe non essere così male, dopo tutto. In franche discussioni, gli interlocutori cinesi hanno insinuato che Pechino potrebbe ancora aderire a un’alleanza degli Stati Uniti con una Corea riunificata. In tal caso, la fine di una presenza militare statunitense permanente nella penisola sarebbe un prezzo ragionevole da pagare per garantire che una seconda guerra coreana avesse il miglior risultato possibile.


[Traduzione e sintesi di Roberto Del Latte. Articolo originale di per Foreign Affair qui ]

I punti di vista e le opinioni espressi in questa pubblicazione sono di esclusiva responsabilità degli autori e non riflettono necessariamente il punto di vista di Cronache dei Figli Cambiati

Pin It on Pinterest