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Matera, con gli occhi di Pasolini

Matera, con gli occhi di Pasolini

C’è una bellezza nascosta nei sassi di Matera. Certo, se uno pensa che per secoli centinaia di persone vivevano lì, in un incastro di case che erano grotte di tufo, si perde a meditare com’era la vita in Italia solo sessant’anni fa e allora la bellezza la mette in prospettiva. Eppure questa città che alle volte sembra essere senza colori, quasi scialba, in certe ore sul far del giorno s’illumina grazie al sole. Quel sole “ferocemente antico”, come diceva Pasolini mentre in quelle strette viuzze girava il Vangelo secondo Matteo, che rimbalza sulla roccia e penetra tra le cavità delle case appollaiate una sull’altra e come un flash le risveglia.

La storia dei Sassi di Matera è proprio quella di un risveglio. Chiese rupestri, ipogei e grotte che un tempo, neanche troppo remoto, erano “la vergogna nazionale” oggi sono patrimonio UNESCO. I Sassi rappresentano un paesaggio unico nel suo genere, divisi in due quartieri: il Barisano e il Caveoso. Nel punto più alto della città troviamo la Cattedrale di Matera la cui facciata è in stile romanico;  mentre nella centralissima piazza Vittorio si osserva il Palombaro lungo, cisterna scavata sotto la piazza visitabile tramite percorso guidato.

Consigliato anche il parco della Murgia Materana con le sue riserve naturali. Quest’aerea è facilmente raggiungibile attraverso un innovativo ponte sospeso che parte direttamente dai Sassi. Se una volta la parola d’ordine era scappare da Matera, oggi l’ordine è l’opposto: tornare e valorizzare. E allora ecco che nei Sassi spuntano alberghi che fanno dell’essenzialità un lusso, della scarna povertà un vanto. E la città, una volta capitale di una civiltà contadina, diventa teatro del possibile, che guarda avanti, che fa di un inverno una costante e spettacolare primavera.

Quando ho visitato Matera, ho osservato tutti i dettagli: la solida materialità della roccia, la Gravina che costeggia i Sassi, i colori, il silenzio tra i vicoli: tra i sassi domina una totale atemporalità. Una atmosfera sospesa, testimonianza di una vita trascorsa ma ancora viva. Ora però, grazie al flusso inarrestabile dei turisti che popolano questo eterno presepe, questa percezione tende via via a diluire. I turisti, oggi, ci sono proprio perché Matera è stata protagonista più volte di opere cinematografiche (ricordiamo “The Passion” con Mel Gibson) ma il primo che fu catturato dalla “ricchezza” di questo territorio fu proprio Pasolini e non è difficile capire cosa lo abbia persuaso a trasformare la povera Matera in Terra Santa, la Gerusalemme d’Italia. Con le sue scene ha regalato a questa città l’immortalità della bellezza, ha individuato da subito le risorse che aveva da offrire un territorio, forse, dimenticato da tutta Italia e ha contribuito in maniera notevole al suo sviluppo culturale.

Mi chiedo cosa penserebbe Pasolini dell’Italia d’oggi, che cosa direbbe della sua Matera, passata da capitale del sottosviluppo a capitale Europea della Cultura 2019. Chissà. Ma una cosa è certa: Pasolini non l’ho mai conosciuto eppure, con le sue opere letterarie e cinematografiche, gli voglio un gran bene.

Mi ritrovo qui, tra queste stradine, con degli amici americani. Li osservo. Noto il loro stupore davanti a tutto questo, sono letteralmente a bocca aperta e fotografano all’impazzata per poi tornare a casa e raccontare quello che hanno visto, ma nessuno ci crederà e allora mostreranno fieri le loro foto e racconteranno di queste grotte, di queste vecchie case e lo faranno ai piedi di un grattacielo ed è lì che capiranno che il mondo vale la pena viverlo a 360° e sentiranno dentro di loro quella sensazione di benessere : è la ricchezza che regala un viaggio. E questa felicità, è per sempre.

Martina Picciallo (Con questo articolo l’autrice comincia la propria collaborazione con Cronache dei Figli Cambiati)

Macro-Cosmo: guida a Cosmotronic

Macro-Cosmo: guida a Cosmotronic

 

“L’identità è un costrutto, è un’invenzione. Ognuno di noi è un essere contraddittorio molto più profondo di quel che emerge in superficie. Di me stesso e degli esseri umani m’interessa il fatto che siamo molteplici. Siamo una moltitudine di pulsioni e di elementi contraddittori. Ascolta il disco: io sono tutto questo messo insieme. Io sono più persone.” (Cosmo)

 

C’è una fauna che in Italia popola un genere chiamato pop, che è fatta perlopiù da dinosauri. E’ la roba che ascoltano le vostre mamme, quasi tutte, indistintamente. C’è qualcos’altro che la gente chiama indie con pochissima cognizione di causa, in quanto è vero, è partita da spazi indipendenti ma ha conquistato sempre più spazio grazie ad una certa pervasività sia nell’attività live ma soprattutto sui social.

Non tutto è da buttare, anzi.

In realtà il termine indie è quanto di più errato per gente che, di fatto, ultimamente sta popolando sempre di più le vostre radio.
Tommaso Paradiso e i TheGiornalisti, Calcutta, gente che sta proponendosi di ridefinire un certo contesto musicale nel panorama italiano, con esiti a volte riusciti, a volte no.

(Ecco, ovviamente questo non si può dire riuscitissimo)

In mezzo a tutta questa galassia di autori relativamente giovani, troviamo una scheggia impazzita di nome Cosmo.

Classe ’82, di Ivrea, laureato in filosofia. Marco Jacopo Bianchi, questo il suo vero nome, prima della carriera solista, è stato il frontman dei Drink to me, un gruppo italiano post-punk famoso nella scena indipendente italiana, ma ha anche fatto il professore di storia in alcuni istituti superiori. E’ già padre di due figli, in questo senso il suo identikit non è quello di una persona comune.

In Cosmo convivono molte anime, e la sua nuova creatura, Cosmotronic è l’esempio lampante. Già con il precedente album, L’ultima festa, Cosmo si è immerso in una ricerca musicale che ha virato verso l’elettronica fino a sconfinare nel clubbing puro, da cassa dritta, mentre in altri momenti ha voluto mantenere una certa purezza negli arrangiamenti, soluzione che permetteva ai testi più affascinanti di emergere.
Non parliamo di testi che affrontano tematiche complesse, le parole si uniscono e spesso partono da una radice autobiografica, presentando immagini che nella loro semplicità, costruiscono un universo quotidiano e affascinante per quanto è possibile sentirlo vicino e rassicurante. Un senso poetico unito a cose e immagini reali è ciò in cui risiede la forza e una certa bellezza dei testi di questo artista.

(Una gita sul lago/ pedalò e vino bianco/a mille all’ora col Suv in un sentiero di fango/ e dopo l’ora del tè corriamo all’autolavaggio/  […]Il nostro amore ci aspetta/ non c’è fretta/ niente canzoni tristi, è un lunedì di festa)

Dopo un album indovinatissimo, Cosmo avrebbe potuto seguire l’onda, proseguire con una formula che funzionava, risultando oltretutto originale per sound. Ma probabilmente avrebbe snaturato la sua natura. 

In un percorso pop, spesso è consigliata una certa prudenza editoriale. Ti dicono che sarebbe meglio fare un disco da 10, 12 tracce. Cosmotronic è un album doppio. La forma delle canzoni pop si ricava perlopiù dall’alternanza tra strofa e ritornello, mentre Cosmo già ne L’Ultima festa usa strofe libere. Inoltre nel secondo album che compone Cosmotronic trovano spazio anche brani strumentali, che magari vedono come testo solo due frasi e si sviluppano formando un campionamento che viene “suonato” e si ripete all’interno del brano stesso.

“Non c’è contraddizione, perché l’identità è un’invenzione sociale.”

 

La prima parte è quella dove troviamo il Cosmo che prova a rubare dal cantautorato di Battisti e Panella. Che in Bentornato, sembra quasi volerci dare il suo manifesto e svelare contemporaneamente tutte le sue insicurezze artistiche (Vorrei cantare bene al primo colpo/vorrei scrivere una canzone in un minuto/fare tutto in un unico concerto). 

Con Turbo e Sei la mia città, si esplorano due lati totalmente diversi.

Turbo, che appare scanzonata, lo è solo in apparenza. La melodia parte da alcuni campionamenti di musica siriana e in generale la canzone mantiene un’atmosfera molto tribale. A Radio Deejay, lo stesso Cosmo ha dichiarato:”Tutto è partito da un campionamento di musica siriana. Mi sono lasciato guidare da quella suggestione, sia per la musica che per il testo. Non mi va di spiegare troppo, ma la realtà che bussa oggi alla porta non è qualcosa di piacevole e per questo viene seppellita da una risata, dalla distrazione, dalla scarsa consapevolezza della responsabilità verso il resto del mondo “.

Quando Cosmo invece canta “Sei la mia città”, lo canta riferendosi a Ivrea. Ma lo canta anche riferendosi alla sua donna, usando una metafora anche piuttosto abusata. Ma canta le stesse parole riferendosi allo spazio fisico di casa sua. L’ispirazione per il sound malinconico è presa da “I am Sky”, un pezzo di Laraaji, a cui Cosmo ha unito, attraverso il testo, tutte le sensazioni che provava durante il tour.

Così, pur con un sound fresco, coinvolgente, Cosmo si è preso uno spazio che in Italia non era occupato da nessuno. Ha colmato un vuoto di elettronica puntando però ad usarla in direzione di ritmi ballabili. Ed è questo che Cosmo ha voluto cercare con Cosmotronic: un ritorno alla musica come “viaggio”, parola che ricorre sempre di più nelle sue interviste. Essendo un adolescente negli anni ’90, è perfettamente logico l’amore che il Bianchi nutre per il clubbing e lui stesso ha notato come nel tour de L’ultima festa, alcuni brani scatenassero “dei picchi di delirio in pista”, per questo ha voluto inseguire questa direzione consapevolmente, curandone tutti gli aspetti, dalla produzione al mixing.

E’ da questa considerazione che nasce la seconda anima di Cosmotronic. Tutti i pezzi del secondo disco nascono per essere mixati durante dj-set, motivo per cui anche i live di Cosmo cambieranno: come spiegato a Giovanni Ansaldo per Internazionale, il live è solo una parte del concerto. Prima e dopo, ci saranno dei dj set che a volte si trascineranno fino a mattina, come se fosse una vera serata.

Ed è qui che prendono forma e acquistano ancora più senso pezzi come Ivrea-Bangkok, un pezzo totalmente strumentale a cassa dritta, che nel corso del suo sviluppo Cosmo ha suonato più volte durante le serate di Ivreatronic, una rassegna di musica elettronica che lui stesso ha ideato con un gruppo di amici e produttori/dj di Ivrea, non è altro che una manifestazione per restituire alla città qualcosa di interessante e stimolante dal punto di vista musicale e sociale.

L’idea di mettere in piedi il progetto mi è venuta un giorno insieme ai miei amici. Ci siamo detti: “Facciamo qualcosa a Ivrea, tanto da qua mica ce ne andiamo”.

Parte quasi sempre tutto da dei campionamenti, in Ivrea Bangkok a essere campionato è un disco appartenente a un catalogo tailandese. In Barbara invece, è la voce della mamma di Marco ad essere campionata, e per questo la canzone porta il suo nome nel titolo, mentre dice alcune brevi frasi. In questo Cosmo si è ispirato, rivalutandone le qualità, a ciò che facevano i vocalist, in quanto secondo lui nel momento in cui viene fatta con gusto, rivela potenzialità espressive infinite.

(Cosmo, via Instagram)

 

E’ possibile prendere Barbara come una riflessione sulla vita ma anche su questo flusso di coscienza che si chiama Cosmotronic. Le parole che Barbara pronuncia sono una riflessione su quanto le forze ci muovono e dobbiamo ricercare un nostro equilibrio.

Come un acrobata
Camminando su un filo sottile
Cercando di non cadere

 

E’ possibile trovare delle analogie tra la descrizione della vita che Barbara fa, da mamma a figlio, con quello che Cosmo ha voluto fare con questo album.Tirato per la manica del braccio sinistro dai cantautori e per il braccio destro da Gigi D’Agostino,Cosmo ha cercato senza voler essere ipocrita, di presentarsi nelle sue contraddizioni.

Separandole, ha mostrato come due anime diversissime possono convivere.

Ed è davvero un Cosmo all’apice della sua forza e della sua consapevolezza artistica, quello che ne è uscito fuori.

 

La droga che sta affamando lo Yemen

La droga che sta affamando lo Yemen

Lo Yemen è sull’orlo di una grave carestia. Le agenzie d’informazione danno spesso la colpa alla guerra civile, al blocco dei porti del nord imposto dall’Arabia Saudita e dal bombardamento delle infrastrutture vitali. Inoltre, il rifiuto del governo di pagare i salari nelle zone controllate dai ribelli e il deprezzamento del ryal yemenita, significa che molti non possono permettersi il cibo disponibile. Ma una delle maggiori cause della fame viene spesso omessa: una pianta fogliosa chiamata qat.

Questa pianta è la droga più popolare dello Yemen: il 90% degli uomini e oltre un terzo delle donne masticano abitualmente le sue foglie, e una volta masticate le conservano nelle guance finché la sostanza narcotica filtra nel flusso sanguigno. Nel passato gli yemeniti potevano permettersi questa droga una volta alla settimana, e la pratica era diffusa prevalentemente nelle montagne del nord-est, dove il qat cresce. In seguito all’unificazione del Paese, nel 1990, la sostanza si è diffusa anche al sud. Oggigiorno, invece, il mercato del qat interessa l’intero Paese.

Gli uomini spendono molto di più per soddisfare la loro dipendenza da questa droga che per provvedere alle loro famiglie, arrivando a spendere fino a 800$ al mese. I soldati, invece, piuttosto che dare la caccia a trafficanti d’armi e altri contrabbandieri, estorcono denaro a chi attraversa i check point per pagare i loro vizi, facendo aumentare di molto i costi di trasporto. E mentre il Paese è a corto di beni di prima necessità, come il grano, i campi più fertili sono tutti adibiti alla coltura del qat, che è più redditizio e la sua coltivazione è stimata crescere del 12% ogni anno. Le autorità, inoltre, parlano del qat come del “Viagra dello Yemen” e ne incoraggiano l’uso. Taher Ali al-Augaili, il capo dello staff dell’esercito, dice: “è il nostro whisky” e afferma che questa drogra fornisce agli uomini energia per combattere.

Quando le autorità locali di Hadramawt, la pronvincia più grande del Paese, provarono a ristabilire un divieto di consumo negli uffici pubblici, esse venero convocate a Riyadh per unirsi ad una masticata collettiva assieme al presidente yemenita Abd Rabbo Mansour Hadi. Solo al-Qaeda nella penisola arabica ha avuto successo nell’imporre un bando all’uso qat.

Il nord dello Yemen è la regione che più soffre la minaccia della carestia, ma i ribelli Houthi controllano il valore del qat grazie al monopolio su di esso, allo stesso modo di come il presidente Hadi controlla le risorse petrolifere e di gas del Paese. E questo lascia strade aperte tra le linee nemiche (governative e dei ribelli). Decine di camion pieni di raccolto attraversano la città di Marib ogni giorno. Le tasse sul qat assicurano grandi entrate finanziarie ad entrambe le fazioni in guerra. Dati attuali scarseggiano, ma nel 2000 la Banca mondiale ha stimato che il qat rappresentava il 30% dell’economia yemenita. Anche gli affamati trovano dei vantaggi in questa droga: il qat sopprime l’appetito. Ma le assurdità non finiscono qui. Un ufficiale del sud dice: “Stiamo combattendo i ribelli Houthis con le nostre braccia e li stiamo finanziando con le nostre bocche”.


[Traduzione dall’originale: The drug that is starving Yemen per “The Economist” Fonte qui]

Allarmanti connessioni

Allarmanti connessioni

Soltanto qualche giorno fa il Wall Street Journal ha condiviso con i propri lettori una notizia che coinvolge il magnate dell’industria di telefonia e computer Apple. Jana Partners LLC e Calstrs, due dei più importanti fondi azionistici dell’azienda, hanno scritto alla compagnia di Cupertino, rivelando le loro preoccupazioni sull’utilizzo dello smartphone da parte di bambini ed adolescenti: l’abuso del mezzo creerebbe una dipendenza tale da minacciare la sanità mentale dei soggetti interessati. L’accusa non si scatena però come fulmine a ciel sereno.

Nel corso dello scorso anno, i due fondi pensionistici hanno infatti collaborato agli studi di Jean Twenge, studiosa ricercatrice dell’Università di San Diego, California. Twenge sostiene, testimoniandolo, il rovesciamento di abitudini, relazioni, contatti, rapporti che i nati tra il 1995 e il 2012 sviluppano rispetto a coloro che li precedono. Sempre più spesso accasciati sugli schermi dello smartphone e rapiti dai videogiochi sul tablet, i bambini e gli adolescenti che popolano le città occidentali preferiscono stare sui social o guardare la tv o giocare ai videogiochi che passare una serata con i coetanei.

Negli Stati Uniti, il fenomeno da dipendenza smartphone (utilizzo medio calcolato su cinque ore al giorno) colpisce il 56% del bacino analizzato ed è così cogente da allarmare i colossi dell’industria tecnologica. Gli studi della Twenge mostrano chiaramente la correlazione tra abuso delle tecnologie e aumento di depressione infantile, spesse volte causa di suicidio («The more time teens spend looking at screens, the more likely they are to report symptoms of depression»).

Siti di social network, come Facebook, promettono la connessione con i propri amici. Tuttavia, gli adolescenti che controllano costantemente l’attività dei loro contatti sul web, meno spesso vedono quelli di persona e aderiscono ad uno stato di solitudine che li priva di interazioni sociali. In questo modo, sono più esposti alla commiserazione e alla depressione. Lo sostiene anche Roger McNamee a seguito dell’aggiornamento dell’algoritmo di Facebook annunciato dal fondatore pochi giorni fa, con lo scopo di aumentare le interazioni virtuali con amici e parenti.

Non c’è una correlazione scientificamente diretta o una dichiarazione comprovata sulla pericolosità dello strumento cellulare/tablet, ma sembra che la nascita dello smartphone sia parallela ad una serie di fenomeni in decrescita. Dal 2007, calano drasticamente le uscite con gli amici, la volontà di acquisire la patente di guida (e quindi l’indipendenza dai genitori), si contano meno appuntamenti e una diminuzione dei rapporti sessuali tra gli adolescenti.

Il report di Twenge e la lettera d’appello ad Apple sembrano davvero non lasciare scampo a dubbi. I telefoni sono veicolo di dipendenza e forniscono tipologie di dipendenza variabile: basti pensare che esistono app per tutti, app che soddisfano il desiderio di ognuno, app che creano un desiderio e sviluppano un’induzione al bisogno di cui non eravamo coscienti.

La soluzione?

Alcuni parlano di umanizzare la tecnologia, evidenziando il rischio dell’esclusione dei mezzi di comunicazione nel percorso educativo degli adolescenti. Spegnere tutto non è la scelta migliore. E chiedere ad Apple di produrre soluzioni software che diminuiscano l’impatto negativo sul sistema nervoso dei bambini e degli adolescenti non fa altro che deresponsabilizzare il ruolo degli educatori. Aiutare i giovani a vivere una vita online “sostenibile” potrebbe allora creare un rapporto proficuo con il mezzo di comunicazione: i comportamenti dell’online e dell’offline dovrebbero essere regolati, educati, determinati da un bisogno di rinnovata cultura. Laddove si riscontrano problemi sulle nuove tecnologie, esse si legano effettivamente a patologie comunicative con genitori e purtroppo anche con i coetanei. Evidentemente il problema è urgente e si nutre di una fragilità generazionale che incolpa i genitori, figli di altrettante tecnologie.

Come rivela Twenge, il fenomeno non è nuovo e i social network sono soltanto l’ultima appendice di un percorso narcisistico cominciato alla fine degli anni ’70 in USA: un desiderio incommensurabile di mostrarsi e di ricercare attenzioni e consensi, con conseguente perdita delle relazioni autentiche e senza secondi fini.

Dopo un periodo di indigestione, segue sempre un periodo detox. Come suggerisce la filosofa Franca d’Agostini in un recente intervento a Tutta la città ne parla, dovremmo impartire un’educazione alla verità: la nostra tradizione europeista ci dà insegnamenti; eppure bisogna persuadersi che questo è davvero un problema. Segnalare che la verità è una funzione concettuale, scettica, critica, aiuterebbe ad aderire alla scelta del dubbio. Il rischio è quello di concentrarsi sulla tecnologia e non di ragionare sulla sfida che le nuove tecnologie mettono in atto. Il nostro tempo va conosciuto, non combattuto.

Agnese Lovecchio 

Buon compleanno Giulio

Buon compleanno Giulio

Giulio Regeni avrebbe compiuto oggi trent’anni. Non sarà così per il giovane ricercatore friulano, torturato e ucciso al Cairo in circostanze ancora per certi versi misteriose. Cronaca di una storia infinita, di una vicenda che dopo quasi ben due anni è riuscita a far parlare la professoressa di Giulio. Che tuttavia forse, ancor oggi, tace e ci lascia brancolare, tanto per cambiare, nel buio investigativo e nel silenzio più torbido.

Oggi avrebbe compiuto trent’anni un ragazzo, ormai uomo, innamorato della vita e della ricerca. Degli studi e del lavoro. Dell’impegno quotidiano e di realtà leggermente differenti dalla nostra. Dall’altra parte, ricordando Giulio, constatiamo invece un presente nazionale denso di una campagna elettorale così brutta eppur divertente, senza vincitori né vinti, con un mercato delle promesse che non bada a spese. Tra una dentiera, promesse pensionistiche da mille euro al mese, bonus una tantum, abolizioni da svariati miliardi e assistenzialismo che cancella dall’agenda politica la parola lavoro, tanto chiacchierata quanto dimenticata nelle dinamiche e nelle proposte dell’offerta politica nazionale.

Ecco perché, proprio oggi, ricordare Giulio conta di più. Conta ricordare l’impegno e la dedizione che ha impiegato non solo nella propria attività di ricerca, ma anche nella voglia di scoprire e interpretare la realtà senza la presunzione del sentirsi arrivati o peggio ancora, onnipotenti. Ecco perché resta bello ma soprattutto doveroso ricordarlo. Perché faccio parte di quella frangia generazionale che vorrebbe in campo più Regeni e meno Di Maio. Più desiderio di politiche attive sul lavoro che rassicurazioni pantofolaie come redditi di dignità o di chissà quale altro nominativo. Che non cambia comunque la sostanza delle cose. La sostanza di una politica fondata sulla paura e al tempo stesso su una rassicurazione che puzza di deleghe ed inerzia quotidiana.

Giulio Regeni, voglio ancora ripeterlo, avrebbe oggi compiuto trent’anni. La sua storia ci ha insegnato a non dimenticare che, giorno dopo giorno, in Egitto, a chiunque possono succedere cose simili se non identiche a quanto accaduto quel 25 gennaio 2016. Così drammatico ma in grado di aprirci ulteriormente gli occhi. Di ricordarci il silenzio italiano. Quel silenzio che si piega a beffarde dinamiche geopolitiche e interessi economici difficili da spodestare dinanzi alla bilancia delle priorità di un governo nazionale.

Resta tuttavia il sorriso di Giulio, nonché la caparbietà di chi ancora continua a crederci, e lotta per donare a Regeni la verità vera. Una lotta che continuerà, ora e ancora. Per i prossimi compleanni, per impedire di farlo morire più volte. Perché una può bastare e perché non vi è morte peggiore che quella della dimenticanza e dell’assenza di chiarezza. Una chiarezza che bisogna continuare a chiedere. Giorno dopo giorno, anno dopo anno, compleanno dopo compleanno.

A Claudio, Paola e Giulio Regeni

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