Farewell, 2017! Un anno di musica secondo noi e i Superga

Farewell, 2017! Un anno di musica secondo noi e i Superga

(In copertina: alcuni dei protagonisti del 2017 musicale. Foto da NME)

 

Dicembre è sempre il mese in cui, volenti o nolenti, ci troviamo a riflettere e cercare di raggiungere delle conclusioni su tutto ciò che è appena trascorso, per affacciarci con lucidità e prontezza a ciò che dovremo affrontare.

E, per quanto riguarda la musica, l’anno è stato piuttosto pieno.

Gorillaz, Kendrick Lamar, The National,Brunori Sas, Fabri Fibra, King Krule, Roger Waters, N.E.R.D., ci sono state uscite e grandissimi album, opere prime (o quasi) e graditi ritorni. In generale, quest’anno ci ha regalato molte opere da ricordare per un motivo o per un altro e non solo per le preferenze soggettive dovute all’ascolto personale.

Ormai la velocità di consumo impone a chiunque di creare una fan base affezionata e da curare come se il consumatore fosse parte di una famiglia, di conseguenza il marketing si evolve insieme alla musica, fino a volte a superarla. Pensiamo al concetto dell’assenza di identità che ha fatto la fortuna del progetto di Liberato, tra i più originali nell’ultimo periodo in Italia.

Per questo, ho scelto di parlare con i Superga, una band originaria dell’entroterra pugliese, e che condivide proprio con questo blog la sua provenienza e appartenenza geografica.

(I Superga, da sinistra: Michele Di Muro, Matteo Conte, Andrea Messina. Hanno lanciato una campagna attraverso MusicRaiser per pubblicare il loro primo ep, Panorama. Foto via Facebook)

 

CRONACHE: Se doveste tracciare un bilancio di quest’anno, a livello italiano, come giudicate il 2017? È stata un’annata positiva?

Superga: Sono successe un sacco di cose, alcuni esperimenti nella scena pop interessanti, molta roba innovativa nella trap, il fenomeno Liberato. Nel momento in cui si stabilisce una evoluzione della lingua e di come viene utilizzata nel modo di cantare e di fare musica crediamo abbia un peso rilevante a prescindere dal fatto che possa piacere o meno. Tuttavia a nostro parere, i dischi che ci hanno più entusiasmato in tutti gli aspetti sono usciti all’estero, più che altro perché nella loro forma possiamo trovare punti di riferimento o stimoli per crescere come arrangiatori e musicisti.

CRONACHE: E’ giusto dire che a livello testuale, il rock a parte qualche eccezione, sta smettendo di inseguire originalità? Ormai l’urban e il rap stanno spingendo verso nuove vette la composizione dei testi, a livello lirico e metrico, in questo pensiamo a Kendrick Lamar per fare un esempio che gode di notorietà.

Superga: Da una parte può essere la ciclicità delle cose, i contenuti vengono trasportati dove un genere riesce a parlare meglio dei tempi, può anche essere solo una questione di suono. Dall’altra però è anche vero che se si parla di rock in italia, testi e innovazione sono rari da pescare. Ecco Motta, secondo noi è uno di quelli che è riuscito a coniugare bene tutti gli aspetti di questa formula, usandoli tutti in un mix intelligente. Molte delle altre cose, invece, a livello musicale in Italia sono ferme agli anni ’90. In questo senso la musica pop invece si è presa tutta l’attenzione testuale, ha avuto più capacità di matchare suono ed immaginario.

CRONACHE: Ci sono alcuni album che secondo voi non hanno avuto l’attenzione che avrebbero meritato o sono stati sottovalutati dalla critica?

Superga: Non è facile capire come si muove la critica, quindi non sappiamo se siano stati sottovalutati o meno, ma secondo noi tre grandi titoli di quest’anno che non vanno persi e, se non li conoscete vanno assolutamente recuperati, sono Crack Up, dei Fleet Foxes. Uno di quelli che ha fatto le cose in grande, anche dal punto di vista dei testi è stato Father John Misty, con Pure Comedy. E anche i Grizzly Bear hanno tirato fuori un album fantastico, intitolato Painted Ruins

CRONACHE: Come pensate sia possibile riuscire a coniugare la qualità con la fruizione liquida? Pensarci, sembra assurdo. Il consumo si è velocizzato tantissimo, negli ultimi anni. Eppure Drake fa uscire un album all’anno, facendo incetta di premi e di critiche positive. Leonard Cohen, che di certo non era un autore giovane, è stato molto produttivo nell’ultima parte della sua vita e carriera, facendo uscire tre album di inediti dal 2012 al 2016.

Superga:  In realtà sarebbe come scoprire un nuovo teorema matematico. Non è difficile però, molte cose come quelle elencate precedentemente mischiano una grande qualità e anche una buona dose di successo. Ci sono milioni di variabili, che intercorrono principalmente con il metodo di lavoro di ogni artista, con quante persone sono coinvolte nei loro progetti musicali e di certo intercedono negli stessi. Tutto dipende principalmente da ciò che uno vuole fare, cosa vuole comunicare e lo scopo per cui fa musica.

CRONACHE: Chi pensate stia portando avanti un discorso musicale originale in Italia?

Superga: Escludendo Motta di cui abbiamo già parlato, Giorgio Poi è un artista che sicuramente ci sentiamo di nominare come “esempio” positivo. La cosa che ci ha incuriosito molto è stato il modo in cui è riuscito a combinare un sound esterofilo con un cantato che è italiano e segue la musica in maniera particolare e affascinante.

Il miglior modo con cui abbiamo pensato di salutare l’anno uscente per il classico cambio con il successivo è stato raccogliere tutto il 2017 musicale in una playlist, da ascoltare e riascoltare, grazie ai Superga.

Buon anno ragazzi, tenete gli occhi, la mente e soprattutto le orecchie aperte e vigili.

Ci vediamo nel 2018.

Liberi e Uguali. Agli altri?

Liberi e Uguali. Agli altri?

Lo scorso 3 Dicembre il travagliato processo riorganizzativo delle principali forze politiche italiane alla sinistra del PD è giunto ad un’apparente conclusione, con buona pace dei disegni ecumenici dell’ex sindaco meneghino Pisapia, liquidati (a buon diritto) per il palese anacronismo sotteso alla riproposizione di un baraccone litigioso come il centrosinistra del passato quindicennio, forzosamente unito da nient’altro se non la volontà di blandire le aspirazioni maggioritarie e bipolaristiche dell’elettorato italiano.

La medesima sorte è toccata al “percorso del Brancaccio”: il progetto politico lanciato da Anna Falcone e Tomaso Montanari, spinti dal desiderio di coagulare intorno ad uno stabile nucleo le forze progressiste espresse dal variegato fronte del No al referendum costituzionale di cui si è da poco celebrato il primo anniversario (per modo di dire: e la rimozione dal dibattito pubblico di quell’importante consultazione, sin dal giorno ad essa immediatamente successivo, dovrebbe far riflettere sulla genuinità dell’entusiasmo che in buona fede si è pensato di poter incanalare in un movimento), si è spento nel silenzio, senza per vero essere mai riuscito a decollare.

A celebrare il funerale di queste progettualità, prendendone il posto come referente mainstream del mondo progressista italiano, è stato il movimento Liberi e Uguali, lanciato in quella fredda Domenica di inizio di un rigido inverno, destinato ad essere scaldato da una campagna elettorale che si preannuncia infuocata come anni di bipolarismo annacquato ci hanno portato a dimenticare essere possibile, da Sinistra Italiana, Possibile e Movimento Democratico e Progressista. Gli ex-SEL e le due ondate dei fuoriusciti PD, semplificando all’estremo la storia ben più nobile ed articolata delle formazioni confluite in LeU, dopo un flirt durato più di un mese a causa delle (giustificate, ad avviso di chi scrive) diffidenze di SI e Possibile, già unite da significative collaborazioni a livello parlamentare, nei confronti di Mdp, hanno finalmente deciso di coalizzarsi in vista delle elezioni politiche della primavera del 2018. Contestualmente, la neonata coalizione ha espresso come proprio candidato premier Pietro Grasso, ex Procuratore Nazionale Antimafia ed attuale Presidente del Senato, per l’occasione uscito a sua volta da un Partito Democratico in preda ad una vera e propria emorragia causata dalla sempre più vistosa appropriazione personalistica renziana; emorragia che, ad onor del vero, fa sorgere più di un dubbio sulla buona fede di Grasso, mai espostosi più di tanto nei malumori interni al PD (certamente complice il suo ingombrante ruolo di seconda carica dello Stato) e che con una punta di malizia potrebbe essere tacciato di aver fiutato una maggiore convenienza portata dal novello vento spirante a sinistra.

Da sinistra verso destra: Roberto Speranza; Pietro Grasso; Pippo Civati; Nicola Fratoianni

Da sinistra verso destra: Roberto Speranza; Pietro Grasso; Pippo Civati; Nicola Fratoianni

A prescindere dalla lettura data alla mossa del Presidente del Senato, LeU pone all’elettore di sinistra una serie di interrogativi dalla soluzione non propriamente agevole. È bene chiarirlo fin da sùbito: chi scrive nutre fortissime perplessità nei confronti della scelta unitaria, non tanto in sé considerata quanto in rapporto alle sue concrete modalità attuative.

Se l’impostazione di Pisapia (e di Bersani, Prodi e D’Alema prima di lui), a vocazione maggioritaria ed artificiosa nel suo voler tenere insieme una galassia composita ed incomponibile, rappresentava il modo sbagliato di superare la storica frammentazione delle forze di sinistra (o pretesa tale, in più di un caso) l’idea di radunare attorno ad un programma condiviso, genuinamente laico, redistributivo ed antiliberista, tutte e solamente le forze in grado di rispecchiarvisi, quale il progetto ventilato negli ultimi mesi dagli esponenti di SI-Possibile-Mdp, non poteva che incontrare, sul piano teorico, il favore di quanti fossero pesantemente angosciati da uno scenario politico incapace di esprimere opinioni critiche nei confronti dello status quo se non in senso beceramente destrorso.

Sul piano teorico, si è detto: per le ragioni che si tenterà brevemente di tratteggiare, la neonata coalizione sembra atteggiarsi, sul piano pratico, a mero moltiplicatore del peso della sua anima più stantia e compromessa con l’ideologia dominante, Mdp, a tutto discapito di Sinistra Italiana e Possibile, entrambi partiti che, seppur secondo strategie diverse e non sempre condivisibili, nel passato biennio erano riusciti a ritagliarsi significativi spazi di originalità ed appetibilità elettorale nel mondo della sinistra.

IL METODO

Il Presidente del Senato Pietro Grasso

Preliminari considerazioni vanno svolte sul modus operandi prescelto dalle forze politiche in questione per dare vita al progetto condiviso.

Ad un’impressione superficiale, quale non può che essere quella che si può trarre dai primi ed incerti passi fatti dalla neonata formazione nelle sue poche settimane di vita, la nuova coalizione sembra essere viziata da un’impostazione leaderistica di stampo berlusconiano. Questa malattia della vita politica italiana nell’ultimo quarto di secolo, di cui il recente centrosinistra (probabilmente suo unico pregio!) era riuscito a dimostrarsi portatore sano, cedendo sì alle lusinghe di un’opinione pubblica addestrata ad accodarsi a figure individuali più che ad aderire ad ideali e valori, ma contemperandole col periodico ricambio dei leader presidiato dalle primarie (in realtà più uno scotto da pagare all’esasperato correntismo che lo caratterizzava, che una cosciente scelta politica) sembra non aver risparmiato LeU, apparentemente nato intorno alla personalità di Grasso, senza dare luogo all’imprescindibile opera di sintesi di istanze e visioni del mondo che dovrebbe precedere simili opzioni politiche.

Questo vizio genetico sembra confermato, da un lato, dal cedimento all’odiosa prassi di inserire il nome del candidato premier nel simbolo della coalizione, sintomatica appunto di una precedenza del leader sul contenuto favorita in tutti i modi dalla recente cultura politica deideologizzata italiana, e dalla stessa legislazione elettorale dal Porcellum in poi in cui essa si è tradotta; dall’altro, dalla fortunatamente avvertita necessità di far seguire ad uno sposalizio prematuro ed affrettato dall’angosciante approssimarsi della consultazione primaverile una serie di “Assemblee nazionali tematiche” aperte, tenutesi in questi giorni inter alia a Genova, Brescia, Roma, nel contesto delle quali elaborare, con un apprezzabile sforzo di democrazia interna (irrobustita dai contributi della società civile e di ogni interessato) le linee programmatiche sulla cui base redigere il venturo programma elettorale.

Una simile pratica rappresenta certamente una preziosa occasione per permettere un maturo interscambio fra le tre anime di LeU (sempre ammesso che agli sforzi della base sia dato corso effettivo in sede di Assemblea nazionale, che a Gennaio sarà chiamata ad approvare definitivamente il programma), ma è innegabilmente sintomatica, nel suo essere intervenuta successivamente alla nascita della formazione, del segnalato deficit identitario della stessa. Di più: la stessa scelta di gareggiare insieme prima di aver deciso il tragitto della corsa rischia di portare ad insoddisfacenti compromessi posticci fra posizioni in realtà inconciliabili, ma non adeguatamente concettualizzate ex ante, e/o a perdere pezzi importanti fra gli indisponibili ad una simile mediazione, privando di significato la stessa scelta unitaria.

IL CONTENUTO

Le vere note dolenti, però, provengono dalle finora scarse, in ragione dell’essere l’iter di elaborazione dell’identità di LeU ancora in fieri, esternazioni contenutistiche provenute dal neonato soggetto politico.

La sintesi del patriottismo costituzionale di Sinistra Italiana, del postmodernismo welfaristico e cosmopolita di Possibile e del riformismo moderato di Mdp sembra, come anticipato, tutto sbilanciato a favore di quest’ultima componente, con l’effetto di depotenziare la freschezza che aveva caratterizzato il laboratorio politico targato SI-Possibile degli ultimi tempi, lanciatosi nella difficile opera di affrancamento dalla castratura blairiana e neoliberista inflitta alla sinistra occidentale dal crollo del “socialismo reale” e dall’ubriacatura della globalizzazione del capitale degli ultimi cinque lustri. Questo sbilanciamento, di cui è emblematica la stessa scelta di Grasso come denominatore comune (non potendosi certo ritenere il Presidente del Senato, con la sua storia personale lodevole, ma obbligata dalla carriera in magistratura a non esporsi politicamente, emblema di militanza di una sinistra “radicale” – etichetta incomprensibilmente affibbiata a LeU da Matteo Renzi), si impone prepotentemente agli occhi del lettore della prolusione con cui Grasso ha lanciato il progetto davanti alla gremita platea composta di delegati di SI, Possibile e Mdp accorsi all’Atlantico Live di Roma per l’occasione.

Pur con tutti i limiti intrinseci ad un discorso poco più che programmatico, intervenuto, come segnalato, prima che si formasse un effettivo consenso sui temi elettorali, quanto detto da Grasso non sembra andare al di là di una generica e retorica professione di fede in un non meglio specificato progressismo, infarcito di valori  certamente condivisibili quali l’attenzione per il welfare e per il mondo del lavoro, ma non in grado di indicare le strade concrete per la loro realizzazione. Parole come: «Ricuciremo i lembi di questa nostra comunità, ferita dagli anni di crisi e sempre più frenata dal pensiero che “tanto siamo in Italia, le cose vanno così”. Io non posso accettare di vivere in un Paese che mette i giovani contro gli anziani, che butta via il capitale umano di migliaia di persone facendole sentire inutili, che litiga tra nord e sud, tra poveri e più poveri, che obbliga a scegliere tra lavoro e salute, che ancora non riconosce la possibilità di decidere, in scienza e coscienza, quando le cure si trasformano in sofferenza, in accanimento terapeutico.» sono certamente importanti dichiarazioni di principio che testimoniano un’attenzione tanto per i diritti civili, quanto per i diritti sociali, troppo spesso concepiti come non cumulabili o addirittura contraddittori, che non può mancare in una forza di sinistra; ma siamo sicuri che non avrebbero potuto essere esternate, senza differenze di rilievo, da un Renzi qualsiasi, tanto più dopo il presunto revirement di Bergoglio in tema di accanimento terapeutico (pretestuosamente celebrato dalla stampa progressista come una rivoluzione copernicana in realtà mai verificatasi, come fin troppo spesso accade con le parole del Pontefice) che ha, se non altro, finalmente permesso al PD di superare certe proprie storiche incertezze in campo bioetico, sottraendo però alle forze alla sua sinistra la stessa possibilità di rivendicare originalità rispetto a questi temi?

Logo Possibile e Sinistra Italiana

Il vero aspetto problematico, in ogni caso, non è tanto la natura puramente retorica del discorso di Grasso (lo si ripete per l’ennesima volta, inevitabile alla luce del processo genetico di LeU), quanto piuttosto una verifica dei campi semantici ai quali tale retorica è stata applicata; ed è tale opera che consente di rilevare come Sinistra Italiana e Possibile siano stati enormemente ridimensionati, quanto a peso politico interno, nell’opera di fusione.

È proprio Sinistra Italiana a risultare l’anima forse più pregiudicata dalle nozze con le altre forze. Il partito aveva, nell’ultimo anno, intrapreso un’intensa attività politica e culturale di severa ed olistica critica all’Unione Europea, mettendone in luce il cuore pulsante neoliberista con una battaglia, snodatasi attraverso dibattiti parlamentari, convegni e pubblicazioni, più contro la complessiva ispirazione eurounitaria che contro i suoi esiti specifici e contingenti, a favore di rivendicazioni sovraniste giustificate dall’indubbio, maggiore progressismo dei valori sociali incarnati dalle Costituzioni europee nate dall’unità antifascista nell’immediato dopoguerra rispetto allo sterile liberismo dei Trattati europei. Questa attività, pur non condivisibile negli accenti eccessivamente patriottici ed ambigua sotto il profilo delle soluzioni concrete (apparentemente più tesa a sancire la fine del progetto europeo a favore di un irrealizzabile rafforzamento dello Stato nazionale che a far penetrare princìpi solidaristici nell’architettura UE), aveva l’indiscutibile merito di colmare l’enorme vuoto di discorsi politici lasciato dalla sinistra “classica” sul problema, nel quale si insinuavano e continuano ad insinuarsi beceri populismi neonazionalisti (qui mie riflessioni più approfondite sul tema).

Ebbene, nel discorso di Grasso non vi è traccia alcuna della stimolante battaglia condotta in questi mesi dagli esponenti di SI, con Stefano Fassina in testa. L’unico passaggio nel quale il problema UE venga “affrontato” (le virgolette sono d’obbligo) è il seguente: «Siamo perfettamente consapevoli che l’Italia non potrà avere un futuro fuori dall’Unione Europea, con convinzione e senza tentennamenti.» Ferma la doverosa impostazione fondo, lo scarno periodo nulla fa se non lanciare un ammonimento alle frange più sovraniste di SI, senza, però, concettualizzare debitamente l’indubbio problema rappresentato dalle politiche europee dal 1957 ad oggi, che hanno inferto colpi mortali alle opposte politiche welfaristiche e redistributive degli Stati membri. L’apparente abbandono dell’impostazione Mélenchoniana di SI rischia di tramutarsi in un clamoroso passo falso, una rinuncia ai propri più marcati tratti di originalità tale da alienare più di una simpatia elettorale e, ancora peggio, far perdere alla Sinistra il suo l’appuntamento con la Storia – Storia che, ad oggi, va sotto il nome di globalizzazione.

Discorso analogo va fatto per i tratti qualificanti di Possibile, sin dalla sua nascita in prima linea nelle campagne per i diritti civili – quelli della comunità LGBT e la legalizzazione delle droghe leggere su tutti – e nelle battaglie di civiltà sulla questione migratoria. L’ex magistrato non affronta di petto questi temi, attestandosi ancora una volta su riferimenti retorici che nulla dicono sulle modalità con cui i problemi, segnalati come nuclei dell’azione futura di LeU, andranno affrontati («Difendere i diritti», «Una vera parità di genere» – sorvolo volutamente sulla stucchevole e pretestuosa polemica sulle “foglioline” -, «Grandi migrazioni»: quali diritti? Come raggiungere la parità? Migrazioni incoraggiate, contenute o avversate? La questione della cittadinanza?).

Assenti i contenuti, resta una pomposa retorica totalmente inidonea a distinguere la nuova formazione dal PD e, per certi versi, dallo stesso M5S, a loro volta sempre pronti a presentarsi progressisti e solidaristici ad un’opinione pubblica che sanno essere orientata in questo senso nonostante inquietanti recrudescenze reazionarie e neoconservatrici, salvo puntualmente tradirne le aspettative in sede concreta. Le stesse assemblee tematiche, quantomeno a giudicarle dai temi prescelti, sembrano a tratti conservare questa forma mentis: nessuna di esse è stata esplicitamente dedicata al nodo dell’Unione Europea, anche se è ragionevole attendersi che significativi spazi di discussione sul tema siano stati ritagliati, ad esempio, nell’assemblea genovese su “Welfare e Lavoro”, alla quale, non a caso, ha partecipato l’agguerrito Fassina. Lattitudine complessiva sembra, dunque, essere quella di Mdp, un movimento da sùbito dotatosi di una base in indubbia buona fede e desiderosa di rompere con la scoperta destrificazione del PD, ma che sinora, quantomeno al livello dirigenziale, non ha saputo connotare le proprie proposte in senso genuinamente sociale, dando a più riprese l’impressione di aver proceduto alla scissione più per questioni di calcolo elettorale che per un’effettiva rivalutazione della tradizione del socialismo e del comunismo europei, confinata al linguaggio dei comizi e non adeguatamente sistematizzata a livello ideologico.

LA SPERANZA

Quanto precede è un quadro estremamente parziale, composto più di impressioni a caldo tratte dai primi passi di un non facile percorso, influenzate emotivamente dalla delusione discendente da un’apparente prevalenza di preoccupazioni elettorali di breve periodo (non si spiegano altrimenti le ambiguità segnalate e il complessivo messaggio moderato e centrista pervenuto ad oggi) sul recupero di un’identità, prima di tutto culturale, di una sinistra smarrita che faticosamente aveva iniziato un proprio ripensamento anche nelle sede istituzionali.

Ci sono però, in esse, considerevoli margini di errore.

La campagna elettorale è appena iniziata, e il necessario riempimento contenutistico che ciò comporterà potrà smentire queste impressioni, anche alla luce delle prime avvisaglie di malumori interni che le attuali incertezze e titubanze hanno già prodotto (è recente la notizia di prime, massicce defezioni all’interno di Sinistra Italiana, che si conferma così, ancora una volta, la componente più sacrificata nel progetto di Grasso, anche nella percezione dei propri militanti) con cui si dovrà fare i conti, definendo in maniera più netta l’identità del nuovo soggetto. L’esplicita critica di moderatismo ed inautenticità rivolta a LeU da Potere al Popolo, interessantissima realtà di movimento (di recente formalizzatasi definitivamente) in grado di unire sotto un’unica bandiera una pluralità di attori ben a sinistra della lista di Grasso e potenziale bacino di raccolta per i delusi di questa, andrà fronteggiata, chiarendo esplicitamente il quadro valoriale di riferimento. Le assemblee tematiche e le linee programmatiche da esse redatte, al momento della scrittura di questo articolo purtroppo non ancora rese pubbliche, così che risulta impossibile valutarne i contenuti, avranno un indubbio effetto benefico sulla definizione del programma (chi scrive ha partecipato all’incontro “Diritti e cittadinanze”, tastando di prima mano l’entusiasmo suscitato nella base dal progetto unitario ed ottenendo ulteriore conferma dell’indubbio spessore di molti componenti delle formazioni coinvolte), che attraverso questo canale potrà beneficiare delle energie di militanti e simpatizzanti avulsi dalle miopie delle valutazioni di convenienza.

Le speranze di essere contraddetti in queste valutazioni negative, insomma, ben possono tradursi in realtà. Se i quadri di LeU sapranno raccogliere i segnali, al momento piuttosto tiepidi, provenienti dal mondo della sinistra, non a torto volgente il proprio sguardo altrove (anche in termini internazionali: alla già ricordata assemblea di presentazione di Potere al Popolo hanno partecipato, ex plurimis, rappresentanti di La France Insoumise e Podemos), nonché dalla propria stessa base, sarà possibile prevenire il processo di duplicazione del PD in atto.

Purtroppo, l’insegnamento che è possibile trarre dai primi giorni di LeU è che non basta chiamarsi vicendevolmente “compagni e compagne” per fare Sinistra. Fortunatamente.

Antonio Cassano – What if?

Antonio Cassano – What if?

È il 24 luglio 2017 quando Antonio Cassano, ormai trentacinquenne, risolve consensualmente dopo soli 10 giorni il suo contratto con l’Hellas Verona, e dice addio al calcio.

Cosa ci resterà di questi 18 anni di professionismo di del Genio di Bari?

Prima di iniziare questo viaggio però, dobbiamo darci delle inevitabili coordinate spaziotemporali.

La nostra storia parte il 12 luglio 1982, a Bari.

Mentre l’urlo di Tardelli fa esplodere il Santiago Bernabeu, creando un momento iconico della storia dello sport italiano, mamma Giovanna cerca qualche medico che la faccia partorire. Antonio nascerà alle 3 del mattino, perché il reparto era vuoto, erano tutti a festeggiare.

L’urlo mundial. Bonus un nostalgicissimo Claudio Gentile.

Antonio cresce nella parte vecchia della città, la madre da casalinga si arrangia a vendere per strada la pasta fatta in casa e i dolci tipici baresi, ma evidentemente non basta.

Ha 13 anni quando il dirigente della Pro Inter lo toglie dalla strada per metterlo in un campo da calcio, e Antonio è pronto per esprimere tutto il suo potenziale.

Bari è una delle città più belle del sud Italia, e grazie alla presidenza Matarrese (casuale omonimo dell’autore di questo articolo) sta vivendo uno dei momenti migliori della sua storia.

Lo stadio San Nicola è una perla, frutto del genio di Renzo Piano, e in quel Bari Antonio è pronto ad esordire. Ha solo 17 anni quando il mister Fascetti decide di farlo esordire contro il Lecce in un insipido derby che finirà 1-0 per i giallorossi. Ma è il 18 dicembre il giorno che cambia la sua vita per sempre. Il mister, che stravede per lui, lo schiera titolare assieme ad un altro giovane nigeriano, Hugo Enyinnaya, che apre il match con un gol meraviglioso.

Dopo la marcatura di Vieri che sembra bloccare la partita sul pareggio, Simone Perrotta, campione del mondo e uno dei giocatori più sottovalutati degli ultimi anni, disegna un lancio perfetto per il campione barese, che con uno stop di tacco si libera di Blanc e Panucci, due difensori titolari nelle rispettive nazionali, e trafigge Fabrizio Ferron, portiere che era subentrato a Peruzzi. L’intervista post partita è una delle cose più belle che il giornalismo sportivo ci abbia regalato dai tempi dei neologismi di Gianni Brera.

20 giorni dopo è il turno della Roma. La squadra capitolina vince 3-1, ma la marcatura barese è un colpo di testa di Antonio su Pluto Aldair. Fabio Capello è impressionato, e decide portarlo a Roma.

Antonio si trasferisce nel 2001 alla Roma per 60 miliardi di lire, con un contratto plurimiliardario.

Il figlio di nessuno è già leggenda.

Gli anni a Roma sono probabilmente i più felici della sua carriera. Segna e fa segnare, e il pubblico romano si innamora della sua maglia numero 18. Francesco Totti, che da quelle parti gode di un certo rispetto, lo adora, e la coppia sforna siparietti comici inimitabili. Youtube contribuisce ancora a regalarci queste emozioni con le mitiche barzellette che Totti & Co sfornavano in ritiro nazionale.

Già, la nazionale. Antonio avrà un rapporto travagliato con la nazionale.

Esordisce contro la Polonia, e segna nel giorno della tragedia dell’attentato ai Carabinieri di Nassiriya.

Fa parte dei 23 di Trapattoni per la spedizione italiana in Portogallo.

Struggenti le sue lacrime quando, pur avendo segnato il gol della vittoria contro la Bulgaria, vede che nessuno dei compagni che lo abbraccia. La Danimarca ha appena segnato il 2-2 contro la Svezia, condannando gli azzurri a tornare a casa.

Il pianto di Antonio è il pianto di tutti gli Italiani.

La stagione 2003/2004 è probabilmente la migliore di Antonio. Il 4-0 alla Juventus dell’8 febbraio 2004 forse il punto più alto della sua carriera.

Da quel momento in poi, probabilmente non vedremo mai più il vero Antonio. A fine stagione Capello va via alla Juventus. Gli allenatori successivi non riescono a mantenere la sua sregolatezza, e Antonio giochicchia per 2 stagioni. Fino al gennaio del 2006.

Perché si concretizza uno dei trasferimenti più incredibili della storia del calcio. Antonio Cassano, il ragazzo di strada di Bari Vecchia, arriva al Real Madrid, il miglior club al mondo.

Quella giacca probabilmente costa più della mia macchina.

Non lascerà un bel ricordo in terra spagnola. Il gordito, cosi lo chiamano i tifosi merengues, non entra mai nel cuore della tifoseria. E proprio quando arriva Fabio Capello al Real Madrid, e sembra chiudersi il cerchio, Cassano ne fa una delle sue, e finisce fuori rosa.

Nel 2007 il Real lo sbologna. La meta scelta dal Pibe di Bari è Genova, sponda Samp.

Genova lo adora, e la tifoseria impazzisce per lui, che lo coccola come un figlio. Walter Mazzarri, tecnico con buone idee ma bruciatosi troppo presto, fa fare a Cassano la sua stagione migliore dai tempi dei 2004. Antonio si carica la squadra sulle spalle, gioca 35 (!) partite e segna 12 gol, un unicum della sua carriera.

Porta la squadra alla finale di Coppa Italia, persa ai rigori contro la Lazio.

I mondiali 2010 si avvicinano, e tutti gli italiani implorano che Lippi convochi Cassano. Ma Antonio ha schiaffeggiato pubblicamente fuori da una discoteca il figlio Davide, e quella convocazione non arriverà mai. Qui di seguito un contributo video di un tifoso barese che gentilmente consiglia a Marcello Lippi di schierare il talento di casa.

Antonio cerca di non pensarci, perché ad agosto si giocano i preliminari di Champions League contro il Werder Brema, che prevalse ai supplementari. Alla fine dell’anno la Samp retrocesse, ma Antonio aveva lasciato a gennaio direzione Milano, sponda rossonera. Quegli anni a Milano scorrono leggeri, tra la sponda milanista e rossonera. Tranne il gol al derby su rigore, che regalò di fatto al Milan di Allegri l’ultimo scudetto meneghino, poco altro.

L’ultima vera avventura di Antonio è a Parma.

La parentesi biancoscudata è il canto del cigno dell’artista barese.

Una piazza difficile, ma il primo anno va davvero tutto bene. La squadra parmense, nell’anno del suo centenario, finisce sesta. Ma il mancato ottenimento della licenza UEFA e la stravagante amministrazione della società la portano al naufragio, complice la cessione della società dall’allora presidente Ghirardi a tale Giampietro Manenti. Il Parma è ormai destinata al fallimento, e Antonio a gennaio si svincola. È il punto più basso della sua carriera.

Il ritorno alla Samp è molto nostalgico, ma ormai FantAntonio non ha più motivazioni.

Le due settimane veronesi sono l’esempio più tipico della sua personalità.

Viene da chiedersi se la parabola di questo campione porti con sé più rimpianti che compiacimenti.

Come ha scritto Daniele Manusia, quella di Cassano non è stata neanche un’autodistruzione ma «una pacifica rinuncia a raggiungere il meglio di se stesso». Per questo il suo declino è stato così lento, insignificante e poco luminoso. Cassano non ha brillato come le bombe ma si è lasciato spegnere poco a poco, invecchiando e perdendo la luce nelle sue giocate, nelle sue dichiarazioni, nel suo senso dell’umorismo.

Cassano siamo un po’ tutti noi, che non facciamo nulla per migliorarci.

Cassano è la spensieratezza di chi non ha mai avuto fronzoli per la testa.

Cassano è un talento unico nella storia italiana. Il suo gusto sprezzante per la giocata, la sua continua provocazione in un Paese cattolico che odia l’eccesso, e che invece preferisce il pragmatismo, la sobrietà, il sacrificio. Io adoro i grandi 10 della storia italiana, rispetto l’eleganza senza tempo di Rivera o Del Piero, la classe di Totti, il genio triste di Baggio, ma la sfrontatezza spaccona di Cassano è stata quanto di più divertente io abbia visto su un campo di calcio.

Per certi versi Antonio è molto più vicino ad essere un giocatore sudamericano che italiano.

Cassano è, probabilmente, il più grande “what if” della storia del calcio.

Vincenzo Matarrese

Borg McEnroe – Come eravamo

Borg McEnroe – Come eravamo

Quando pensate alle rivalità nello sport, probabilmente pensi a Messi-Ronaldo, Federer-Nadal , Hamilton-Vettel. Oggi vi porteremo 40 anni indietro.

Vi porteremo a Borg-McEnroe.

 

John e Bjorn hanno dato vita a quella che probabilmente è la rivalità tra le più belle nella storia dello sport.

Quello che questi 2 uomini hanno dato al gioco del tennis è cosi grande tanto da averne sconvolto i fondamenti.

Ma più del rovescio bimane di Borg e del serve&volley di McEnroe, quello che resta a noi sono gli uomini, prima che i tennisti.

Viaggio nel tempo. Estate 1980. Edoardo Bennato cantava “Sono solo canzonette”, i Pink Floyd stavano portando in tour l’album “The Wall”, l’Inter si era laureata campione d’Italia per la dodicesima volta Campione d’Italia. Nell’estate dei giochi di Mosca boicottati, del sangue delle stragi di mafia, Bjorn e John danno vita ad uno degli incontri più esaltanti della storia del gioco. L’anfiteatro della battaglia è, manco a dirlo, il centre court di Wimbledon.

(Bjorn Borg e John McEnroe sul Centrale nella finale di Wimbledon del 1981, Getty Images)

Così diversi nel look, nella tecnica, nel carattere, nelle scelte di vita. L’uno lo specchio dell’altro. Preciso e maniacale Borg, irascibile ed irriverente McEnroe: così diversi eppure così uguali. Entrambi avevano sviluppato due modalità diametralmente opposte (reprimere ogni sentimento per lo svedese, ed esternare qualsiasi emozione per l’americano) per raggiungere il medesimo fine: essere sempre focalizzati sull’obiettivo.

In uno sport che si gioca prima di testa che di braccio.

Borg e McEnroe venivano da due culture diverse, lontane, ma erano molto più simili di quanto non si dicesse. Volevano arrivare in cima, essere i migliori del mondo, e ci sono riusciti entrambi. Solo che, quando c’è riuscito John, Bjorn ha deciso che il mondo era troppo piccolo per ospitare due numeri 1, e si fece da parte.

 

“Sul campo da tennis sei solo. Mi chiedono perché mi arrabbio così tanto: la solitudine in campo è una delle ragioni principali. Sentirmi solo, allo sbaraglio. In tutta sincerità, a volte mi chiedo come tutto questo sia potuto accadere. Credo di essere stato spinto verso una carriera che non desideravo affatto. “

 

Queste sono le parole tratte dall’autobiografia di uno dei tennisti, e atleti, più unici della storia dello Sport, John McEnroe.

John non ha cambiato solo la storia del tennis, ma anche la visione che noi, comunemente abbiamo di atleta. Aveva una personalità che definiremmo, banalizzando, spigolosa.

Del genere che non esitava a sputare in campo, a inveire contro l’arbitro per ogni punto dubbio e, naturalmente spaccava quante più racchette poteva ad ogni punto perso. Non a caso il suo nickname divenne superbrat, il ribelle.

 

A livello tecnico, probabilmente parliamo del giocatore che meglio ha espresso il concetto di serve&volley nella storia del tennis. È la trasposizione terrena del concetto di genio e sregolatezza. In campo vomita tutte le sue emozioni, e lo spettatore ne è quasi sovrastato, tanto da rimanerne impaurito.

Ma non è tanto il modo in cui si esprime, tanto il concetto che porta dietro a renderlo l’enorme stigma della sua vita sportiva, cosi come quella del collega svedese: la riluttanza verso la sconfitta.

(John McEnroe mentre serve a Wimbledon, 1980, Getty Images)

 

Il tennis di quegli anni, di McEnroe, di Borg, di Lendl, di Connors, era un tennis fatto di battaglie, di odi viscerali e probabilmente folli.

The Genius si ritirerà dal tennis nel 1992,ciò che ha portato al tennis rimane ancora oggi.

Ma nel 1980 McEnroe non è solo sull’erba di Wimbledon, c’è Borg contro di lui, dall’altra parte della rete.

La cosa concettualmente esaltante per chi commentava quella finale era il fenomeno di identificazione che quello scontro scatenava. Il pubblico doveva decidere da che parte stare e chi essere, se il freddo svedese da cui non traspariva emozione, oppure l’irascibile e spocchioso newyorkese.

 

Nel 1980 il popolo svedese ripartiva le sue priorità nel seguente ordine: Borg a Wimbledon, premio Nobel, famiglia reale, tutto il resto. E Bjorn Borg era il talento sportivo più fulgido e rivoluzionario che si fosse mai visto in Scandinavia.

 

Nel tennis esiste un Avanti Borg e un dopo Borg, lo sport non è più stato lo stesso: il tennista svedese è stato il primo ad usare il rovescio bimane con quel top spin esagerato, conseguenza dell’hockey praticato sin da bambino, abbandonato poi per l’amore sconfinato per il tennis.

Borg, molto semplicemente, è un vincente perché non concepisce la tangibilità della sconfitta: la semplice idea lo rende riluttante perché sa che potrebbe battere chiunque, sempre, in una specie di vittoria perenne.

 

Per quanto io non creda nella matematica, snocciolare alcune statistiche può far capire quanto il suo fosse un talento da predestinato: Borg esordisce a 15 anni in Coppa Davis, vince il match. Ha vinto il 40% degli Slam a cui ha partecipato, il 90% dei match singoli disputati all’interno di quei tornei, in carriera è uscito vincente nell’82% dei match a cui ha partecipato.

Dovendo sintetizzare cosa caratterizza Borg, possiamo parlare di potenza e geometria. Borg vede e crea passanti che non esistono: l’avversario che lo attacca a rete assiste inebetito a palle che lo sorpassano, imprendibili.

 

Se McEnroe canalizza la sua concentrazione attraverso la rabbia, Borg lo fa attraverso l’annullamento e l’ossessività. Wimbledon potrebbe essere San Pietro per lui, e la partita un rito religioso da ripetere costantemente.

Quando gioca il torneo, per annullare tutta la pressione che il mondo ripone su di lui perché sa che nemmeno il pubblico concepisce la sua sconfitta, Borg ha dei rituali che vanno ripetuti ogni giorno o quantomeno prima della partita: la sua fidanzata deve sistemargli la valigia riponendo ogni indumento nello stesso posto ogni volta, ogni notte prima di un match lui e il suo allenatore controllano a mano e piazzandosi coi piedi sopra esse, l’incordatura di tutte le racchette.

Da quando nel 1976 ha vinto il primo Wimbledon, Borg indossa lo stesso modello di completino, non colpisce con i piedi sulla riga di fondo perché il gesto porta sfortuna.

La finale del 1980 è psicologia applicata al tennis: al campo due re vanno stretti, ne deve rimanere uno soltanto.

Il tie break del quarto set è la battaglia più dura: il tie break si chiude solo quando ci sono due punti di vantaggio e Borg ha per sette volte la possibilità di chiuderlo e vincere la partita. Non lo fa, il tie break lo vince John che porta la partita all’ultimo set.

Bjorn Borg è possibile spiegarlo così: dove ogni uomo dopo sette volte in cui può raggiungere l’obiettivo e lo manca, si rassegna a seguire un destino che evidentemente lo vuole perdente, Bjorn forza il fato e vince, perché mentalmente vede prima degli altri la vittoria, ed è tutto ciò a cui anela.

Lo stesso campo l’anno dopo vedrà Borg perdere proprio dalla mano a cui aveva tolto il trofeo l’anno prima. E’ McEnroe a condannare Borg ad un’umanità che sembrava impensabile. E’ l’inizio della fine, la sconfitta agli Us Open sempre dall’americano in finale, lo condanna a un secondo posto che lui non vuole.

Meglio il ritiro, piuttosto.

Le somiglianze presenti in personalità così opposte, l’amore per il gioco e la leggenda che si respira ogni volta che i loro nomi sono pronunciati, hanno fatto sì che quando si parla di Borg o McEnroe i loro due nomi prima o poi si incrocino, in un legame lapalissiano. Ed è una cosa che fa bene allo sport, lo eleva e gli dà la dignità di essere qualcosa di più estetico e letterario.

Lo fa diventare vita.

 

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