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The handmaid’s tale: il risveglio puritano dell’Occidente:

The handmaid’s tale: il risveglio puritano dell’Occidente:

[In copertina: Elisabeth Moss nei panni di June, protagonista della serie. Foto da arstechnica.com]

Adattamento cinematografico del best seller internazionale Il racconto dell’ancella, scritto nel 1985 da Margaret Antwood, The Handmaid’s Tale è una storia ambientato nel distretto di Gilead, un neo Stato a regime totalitario situato indicativamente nella zona orientale degli Stati Uniti. La dimensione spazio-temporale, la medesima in cui il mondo occidentale si definisce libero e si proclama autosufficiente, viene stravolta da un manipolo di fondamentalisti armati, che si dichiara in linea con il ritorno agli antichi valori biblici, imponendo il rispetto delle regole con le armi.  

The Handmaid’s tale, vincitore di ben otto Emmy awards nell’agosto 2017, accompagna per mano lo spettatore in una realtà distopica, popolata da un fantasma in carne ed ossa: il Regime. 
Abbattutosi come un violento tornado su una società occidentale open mindedesso impone alle poche donne rimaste indenni dalla piaga dell’infertilità di mettere al mondo creature senza il loro consenso, allontanandole dal contesto famigliare e addestrandole ad un fuorviante training educativo. Perversa e anacronistica è la giustificazione fornita dalla dura lex: come nell’Antico Testamento Giacobbe si unì a Bila, schiava fertile di sua moglie Rachele, perché gli desse un figlio, così le ancelle si trovano in stato di completo asservimento, premio di un capriccio bestiale. Sed lex 

La serie tv dà voce alla storia di June, divenuta Of-Fred (Elisabeth Moss), una giovane donna, privata del suo nome e asservita ad ancella di Fred Waterford (Joseph Fiennes), un facoltoso Comandante di Gilead. In questa terrificante società, le ancelle e le mogli dei ricchi dirigenti di partito sono definitivamente private di qualsiasi tipo di libertà: non possono leggere, non possiedono denaro, non vestono che una divisa, spersonalizzante e anonima, non prendono decisioni e non sono libere di uscire di casa se non sotto scorta.  

Non esattamente adatta ai deboli di cuore, la regia di Reed Morano sferza un pugno direttamente nello stomaco, non si serve di mezzi termini e inquadra in lunghi campi le impiccagioni e in primissimi piani le espressioni di terrore. Sistematicamente, all’apice della tensione e della suspance, decide di realizzare ciò che lo spettatore più teme. E lo fa magistralmente ingrigendo e addensando i toni della fotografia che si mostra, invece, più soffice e luminosa quando la protagonista si esercita costantemente al ricordo dei suoi affetti più cari, strappatigli su una strada fredda e pericolosa di Maccarthiana memoria. La cura estetica e il contouring cromatico, che ne derivano, rispecchiano pure la consuetudine del sistema propagandistico del Regime: la purezza e la semplicità esteriori intendono seppellire le brutalità nascoste tra maniere candide e diabolicamente gentili.  

The Handmaid’s Tale è, tra gli altri, un capolavoro di sceneggiatura: parallelamente allo straniamento di ambienti, alla circuizione di circostanze e alle manifestazioni di violenze la cui visione dello spettatore è sottoposta, c’è il coraggio di June. L’ancella non si piega alle lusinghe della stupidità. Si stupisce delle indicibili angherie a cui le compagne sono sottoposte, concede che le sia fatta violenza, ingoia l’amarezza delle ingiustizie, ma mai dispera. È, infatti, la sua voce fuoricampo che consola lo spettatore e lo guida fino all’ultima puntata della stagione che, con un finale aperto e volutamente sospeso, preconizza una rivincita e un “ritorno all’ordine” nel futuro.   


Agnese Lovecchio

Victor Hugo e Georges Simenon: due padri e due figlie a teatro

Victor Hugo e Georges Simenon: due padri e due figlie a teatro

Mettete di svegliarvi un giorno e sentirvi totalmente incompleti. Mettete il percepire la sofferenza per il vostro vuoto. Mettete il tornare a teatro e ritrovarvi immedesimati nel dolore di due figlie d’arte stroncate dal mal d’amore. Dal dolore più atroce. Da una disfatta esistenziale ben peggiore dei vostri mattutini disturbi d’umore.

Il consiglio è presto detto: andare a guardare al Teatro “Out Off” di Milano la prima nazionale di “Victor Hugo e Adele- George Simenon e Marie Jo – Una promessa d’amore”.  Storie di vita parallele, abbandoni “diversamente temporali” eppure così simili. Così simili da portare la scrittrice e poeta Lucrezia Lerro, con regia di Lorenzo Loris, a portare a teatro l’immaginario incontro tra i suicidi di Adele Hugo e Marie Jo Simenon. Da una parte la figlia del padre del romanticismo, del politico liberale capace di navigare tra destra e sinistra storica francese. Dall’altra l’estro del ‘padre’ di Maigret. Ovvero di uno dei commissari maggiormente noti della scrittura contemporanea.

Ne esce un’opera estremamente cruda ma a tratti anche umoristica, evasiva e di lotta rispetto a quel dolore più atroce del quale si accennava. Adele Hugo moriva centro anni prima, ad 85 anni, dopo essere stata rinchiusa in una clinica. Nel culmine della propria follia, divorata dal dramma sentimentale per un amore non corrisposto e da una disastrata famiglia, quella degli Hugo, già colpita dalla perdita alla tenera età di Leopoldine, sorella di Adele ed altra figlia dello scrittore Victor, deceduta a soli 19 anni assieme al proprio compagno ed a sei mesi dalla nascita del loro primo figlio. Cento anni dopo, si materializza un altro dramma: quello di Marie Jo Simenon, adolescente tormentata, donna mai esplosa. Suicida a 25 anni, ma solo prima di un’ultima telefonata al suo papà scrittore. Maledetti scrittori. Uomini di successo, ma spesso torchiati da quella realtà che credono tanto di saper raccontare con precisione ed onestà intellettuale.

Immaginatelo allora, questo incontro tra Adele Hugo e Marie Jo Simenon. Immaginate le voci e le interpretazioni di Monica Bonomi (Adele) e Silvia Valsesia (Marie Jo) fluttuare nella scenografia dei ricordi più amari e del rimpianto esistenziale. Immaginatele, ormai docili, ammaestrate dalla durezza e dal travaglio di vita, rivivere e richiedere costantemente a quella stessa esistenza il dono madre: quel po’ d’amore, perché «forse mai nessuno si sentirebbe amato come vorrebbe». Soprattutto se quel rapporto genitoriale si riveli così speciale ed intenso dall’essere chiamati forsennatamente alla rivendicazione di quel dolore, del tormento, della sopportazione del vissuto. Non lasciandosi nulla alle spalle, perché cercare l’amore è anche saper cogliere e ‘pescare’ dalle noie del passato. Come dire, ho visto persone volersi talmente bene da non parlarsi più.

C’è tanto in questa nuova storia teatrale di Lucrezia Lerro; c’è prima di tutto un autobiografico viaggio di reciprocità, che intervalla i comuni deliri di Adele e Marie Jo. Che tuttavia lottano. Non si arrendono e premono per andare avanti, perché non è tempo di fermarsi. Soprattutto quando in ballo vi è la partita dell’amore e la necessità di essere ascoltate, comprese. Sostenute.

Ed in questo viaggio non potranno che emergere le drammatiche vicissitudini delle famiglie Hugo e Simenon. Scrittori di grido, patrimoni della Francia* letteraria (Simenon, pur scrivendo in francese, nacque a Liegi). Eppur incompresi, puniti dalla vita e dai loro stessi eccessi. Forse giustamente, forse no. Ma ancor oggi a chiedersi se davvero la felicità abbia dato loro una mano. E soprattutto quando e per quanto abbia fatto parte di quelle gloriose quanto strazianti esistenze.

Siamo dinanzi ad un dialogo che ci appare tutt’altro che immaginario, nonostante i 100 anni di distanza ‘reale’ tra Adele e Marie Jo. Ma nulla sembra distoglierci dalla ‘fantasia’ dell’opera. Perché forse, immaginarle assieme si può. Pur nelle loro diversità. Dopotutto era l’atteggiamento del Simenon padre. Di uno scrittore ‘atemporale’ e che tendeva alla separazione dell’individuo dalla società. Storie in cui magari l’uomo è perdente, ma non si può fare a meno di raccontare l’uomo stesso.

Ma la perdita di un figlio, anche per uno scrittore, è molto più di una consacrazione per un’opera o un Nobel per la Letteratura. Lo dimostra il dolore e la depressione di Victor Hugo, che perse suo figlio Leopold alla dir poco prematura età di tre mesi. E perse, si anticipava, sua figlia Leopoldine alla beffarda età di 19 anni. Lo dimostra il silenzio iniziale di Simenon per il suicidio di Marie Jo (Adele Hugo morì invece successivamente alla morte del padre).

Un dolore che Simenon proverà a descrivere a circa tre anni dalla morte di Marie Jo. Che, nel proprio labirinto e fatale complesso mentale, aveva sperato di divenire una scrittrice o di pubblicare come suo padre. Senza esito. Ma non importa, perché ciò che resta è ritrovarsi domani: «Sei sempre qui – scriveva Simenon padre a sua figlia – nel nostro giardino, dove un giorno ti raggiungerò».

Scrivere è come trovarsi da soli su un mondo di Avatar

Scrivere è come trovarsi da soli su un mondo di Avatar

Mentre stavo studiando (ossia sbattendo la testa su un saggio di Walter Benjamin, provando ad afferrare qualcosa), ho capito una grande, piccola, verità.

Per me scrivere è come trovarsi da soli sul mondo di Avatar. Ve lo ricordate? Anche studiare, certo, per lo meno uno studio attivo, non mnemonico, ma soprattutto scrivere, un processo che possa definirsi creativo.

Sei sul mondo di Avatar, ora mi sfugge il nome, e sei da solo. Gli avatar sono le idee; tutto ciò che li circonda, quel fantastico mondo pieno di fulgori al neon, lunghe foglie che brillano nella luce della luna, animali fantastici dei colori dell’arcobaleno, tutte queste cose sono il contorno, il magico mondo delle parole, dove le idee vivono e dove spesso si nascondono. Un meraviglioso e incomprensibile mondo fatto di parole.

E tu sei solo. È vero, hai con te il tuo fucile e indossi la tua tuta mimetica, come i soldati del film, ma lo scontro è impari: le armi non sono quelle adatte, quel mondo non è casa tua e per il poco che lo conosci ti è ostile. Ostile, sì, perché non vogliono proprio venirti alla mente – mentre sei su quella pagina bianca, mentre sei su quel passo difficile di quell’ancor più difficile autore, che tu non sarai mai e poi mai – quelle idee, ti snobbano, sono sdegnate nell’offrirsi a te.

Sei solo un misero umano, peccatore, imperfetto, un infiltrato in quel paradiso di perfezione. Poco importa che tu le scorga, nella bellissima, struggente vegetazione, luminescenti e sinuose, aggraziate e agili. È questione di un attimo: incroci con loro lo sguardo, ti distrai, un guizzo e sono fuggite. Disperse nella foresta di parole di quel libro (che sia quello che stai studiando o sia il tuo, ancora da scrivere, poco importa). Una volta che l’hai persa di vista, un’idea non ti viene più; per te non esiste più. Ti affanni spesso per ritrovarla, ti alzi, provi a fumare una sigaretta, fai quattro passi fuori, bevi un bicchiere. Ma alla fine non c’è verso, così bella e perfetta come l’avevi scorta non l’avrai più, puoi togliertelo dalla testa. L’hai perduta.

E anche nel fortunatissimo caso in cui tu sia così abile nel riuscire a intrappolarne una, non credere che tu abbia fatto un grande affare. Tu le rivolgi la parola, ma lei parla una lingua a te sconosciuta. È  ferita dalla tua violenza, sta languendo fra le tue braccia; e oltretutto non conosci i suoi costumi, venite da due mondi diversi, non sapete neanche come comunicare. E non importa se lei è giovane e bellissima – perché si sa che le idee sono splendide finché stanno nel loro iperuranico mondo. È debole. Debole, debolissima, può sopravvivere solo là, a casa sua, nel suo mondo, non resisterebbe neanche un giorno in astronave, se volessi portarla via. È solo un’idea, in fondo.

E tu stai là, con quella buona idea appena carpita, intrappolata nel tuo cervello, sfregiata dalla tua prepotenza, e non sai cosa farne. Finché non ti viene in mente una cosa, la soluzione. Sei tu che devi cambiare. Sei tu che devi divenire come lei, pian piano, poco alla volta. Sei tu che devi abbandonare armi e mimetica e addentrarti nudo, come quelle, nel loro mondo. Devi divenire puro ragionamento, cristallina astrazione. Solo così, imparando i loro costumi, mangiando, dormendo, vivendo con loro, puoi anche solo sperare di farne qualcosa, di quell’idea. E finalmente, dopo molto molto tempo, infine congiungerti, in un atto erotico pansessuale universale con il mondo delle idee, tu stesso pura idea, con la tua mente perduta, abbandonata ormai ogni volontà di prassi. Dopo questo magico amplesso, la mattina dopo ti sveglierai e quell’idea non sarà più solo un’idea, ma avrà già messo radici. In una sola notte si sarà trasformata in qualcosa di forte, alta con una sequoia che sfiora il tetto del cielo, potente come gli antichi eroi della mitologia greca, con i suoi filamenti che entrano dentro le viscere della terra.

Allora potrai servirtene per la guerra. Perché una guerra ci sarà, eccome. E sarà fra il tuo vecchio mondo e il nuovo. Sarà combattuta coi i vecchi compagni, i colleghi, gli amici, quelli rimasti sulla terra. Perché qualsiasi rapporto umano che non sia di facciata, che non si limiti a una mera pacca sulle spalle per ogni cosa che fai, implica il processo critico, con all’interno il suo processo distruttivo. E devi metterti in testa che tutti, ma proprio tutti, cercheranno di distruggerla la tua idea. Certo, prima proveranno a capirla, poi tenteranno di studiarla, ma poi, comunque vada, la devono distruggere. Non importa che siano i tuoi professori, i tuoi amici o la tua ragazza. Farla a pezzi è il loro compito. Il mondo – il nostro mondo – altro non è che una continua nascita e distruzione di idee.

Ma qui – e la storia cambia un bel po’ rispetto al film – non dovete immaginarvi navicelle spaziali, bombe al napalm, foreste distrutte. Non sarà una guerra sanguinosa, piena di cadaveri e dolore. È una guerra di idee, una guerra gentile. Fatta di diverbi accesi, certo, ma anche di risate al bar con gli amici, di discussioni di tesi, di presentazioni di libri, di convegni.

È una guerra che fa bene al mondo, quella delle idee. Magari fossero tutte così.

Umberto Tattarini (Con questo scritto l’autore comincia la propria collaborazione con Cronache dei Figli Cambiati)

Gilbert Arenas: From 0 to hero

Gilbert Arenas: From 0 to hero

L’NBA è probabilmente l’idea meglio riuscita dello sport americano.

Quasi nessuna lega riesce a riunire a sé tutti i migliori giocatori del pianeta, e contornare il tutto con uno spettacolo televisivo fuori dal comune. Non a caso è uno dei prodotti televisivi più appetibili di sempre.

Ma chi recita la parte principale in questo palcoscenico luccicante sono i giocatori: omoni di oltre 2 metri che, oltre ad avere uno strapotere fisico ed atletico, sono dei personaggi totali, fuori dal comune.

L’Underdog di oggi viene da quel mondo li. Ed in quel mondo non c’è finito per caso, ma ha sudato ogni singolo minuto della sua vita per arrivarci.

Gilbert nasce in Florida, ma grazie a papà Gilbert Sr, che si era messo in testa di fare l’attore ad Hollywood, si trasferisce a LA. Qui Gibby cresce, e trova nella pallacanestro il modo per sfogare il suo carattere troppo “irrequieto”. A 16 anni si presenta alla porta di UCLA, che risponde con un poco gentile “no grazie”. È quindi all’università dell’Arizona (la stessa di Steve Kerr e del magnifico Andre Iguodala) dove si forma cestisticamente. Si dichiara eleggibile per il Draft del 2001. Ha soli 19 anni, ma si sente pronto per fare il grande salto.

È un Draft strano quello del 2001, e Gilbert sbuffa quando, al primo giro di chiamate, il suo nome non è ancora stato chiamato. Alla fine sono i Golden State Warriors (che nel 2001 non erano il carro armato di oggi) a selezionarlo, come 31° scelta. In quegli anni nella Baia di Oakland non tira una bell’aria, e i GSW finiscono ultimi nella loro conference.

La cosa più brutta di tutte è che nessuno reputa Gilbert importante: il suo coach ad Arizona dice che è insensato candidarsi per l’NBA, che non avrà speranza e giocherà 0 minuti nella lega.

Gilbert Arenas con la maglia 0 dei Washington Wizard, che l’ha fatto passare alla storia come “Agent Zero”

Non si può dire che il coach non abbia avuto ragione. Arenas passa le prime 40 (QUARANTA) partite della regular season senza entrare in campo, praticamente aveva più chances uno spettatore in prima fila di entrare sul parquet. Sembrava che nessuno si fosse accorto del suo talento. Da li prese la decisione di giocare con la canotta numero zero, per esorcizzare quel nefasto destino. Li si allena, si allena duro, e finalmente riesce ad esordire. Esordisce con la maglia Warriors, e al secondo anno di NBA, a 21 anni, viene eletto come il Giocatore più Migliorato della lega. Alla fine del secondo anno, si dichiara free agent, che significa sostanzialmente svincolarsi, e passa ai Washington Wizards, che proprio l’anno prima erano rimasti orfani di un certo Michael Jordan, che diciamo non ha reso le cose facili per l’Agent Zero.

Gli anni passano, e Gibby cresce, cresce davvero. Diventa una point guard di livello, che ogni tanto si prende la briga di fare triple insensate.

Quella volta che, in un match di beneficenza, ingaggiò una gara di triple da centrocampo con un altro tipo niente male, Tracy McGrady aka T-MAC

Cresce fino ad essere votato dai fan per entrare a far parte dell’East team dell’All Star Game 2007. Una cosa impensabile solo qualche anno prima. Probabilmente dovuta al fatto che il 17 dicembre, qualche mese prima, ne aveva messi SESSANTA ai “suoi” Lakers.

È ormai padrone dello spogliatoio a Washington, e riesce a divertire sé e la squadra come solo uno come lui sa fare. La gamma degli scherzi è enorme: si va dagli escrementi depositati nelle scarpe dei compagni, alla simulazione di furto delle auto parcheggiate al campo d’allenamento, durante le trasferte.

Gilbert però è troppo discontinuo, ed è forse questo che, pur diventando una star della Lega, non riuscirà mai a portare a casa un anello.

Federico Buffa, la luce nel buio del giornalismo sportivo italiano, lo definisce un giocatore “terminale”. Gustatevi il video.

 

Dopo un infortunio al ginocchio nell’aprile del 2007, Arenas non sarà più lo stesso.

Tra incidenti di percorso, come una squalifica per storie tese in spogliatoio a seguito di grossi debiti di gioco, e la naturale propensione a mettersi nei guai, finirà la sua carriera in Cina, con gli Shanghai Sharks.

Qualche settimana fa, per dirla tutta, ha iniziato a condurre uno show con Mia Khalifa, il che lo rende un giocatore ancora più totale di quanto non lo sia già.

Immagino sia andata più o meno così: “Ehi Gibby, cerchiamo uno che conduca un programma di sport su YouTube con un ex pornostar, ci stai?E lui:“Dove devo firmare?

Gilbert avrebbe potuto rimanere lì in panchina, ad amareggiarsi di quanto le sue scelte fossero state sbagliate, ma si è rialzato.

Non era più solo basket, era dimostrare che tutti, alla fine del gioco, si sarebbero sbagliati sul suo conto.

Bisogna inseguire i propri sogni, anche quando tutti continuano a dirci che non siamo adatti per farcela.

Grazie Gilbert.

Vincenzo Matarrese

P.S. Se avete voglia seguitelo su Instagram (@no.chill.gil). Merita solo per le stories sui calzini incredibili che indossa.

Nick Drake e quella perla chiamata Five leaves left

Nick Drake e quella perla chiamata Five leaves left

Si parlava di scrivere qualcosa a proposito di vecchi album, si parlava di tirare fuori qualche perla del passato, di dare avvio ad una specie di ciclo in cui, anziché parlare di nuove uscite, si parlasse di musica un po’ “vintage”. Così, immaginando di entrare in un negozio di dischi, vinili, ci piace pensare e immaginando di frugare, di cercare in fondo agli scaffali. Ed allora, riporteremo in auge album dal passato.

Per cominciare, siamo andati indietro nel tempo, nell’Inghilterra del 1669, e abbiamo pescato un album che avrebbe potuto vincere “il premio album autunnale del momento”, se mai ce ne fosse mai stato uno. Si, perché arriva una parte dell’anno in cui le foglie non cadono solo dagli  alberi, nel senso che questa melanconia, chissà come e perché, attanaglia un po’ tutti noi: c’è un momento dell’anno in cui è autunno anche dentro di noi.

Five Leaves Left è il primo album di Nick Drake, un talento rimasto in parte inespresso per la sua scomparse prematura nel 1974. L’album esce circa 50 anni fa e passa completamente inosservato, viene riscoperto dopo e diventa un must.  Drake all’epoca era uno studente di letteratura, schivo, solitario, appassionato di poesia, con un grande talento per la musica e molto abile a suonare la chitarra.

Time has told me è il titolo della prima traccia di questo album, che altro non è che  il riassunto di un dialogo immaginario fra Drake e il Tempo, magnanimo dispensatore di suggerimenti per la vita futura.  In realtà in questo testo c’ è soprattutto il cantautore inglese, che, rimasto solo, alla fine di questa storia d’amore struggente, confessa sottovoce all’amata che il Tempo gli ha detto che il posto di lei è accanto a lui, cosciente anche del fatto che “time has told me/ not to ask for more./Someday our ocean/ will find its shore.”

Alla seconda traccia c’è un fantomatico River Man, che sembra quasi uno sciamano,il vecchio saggio del villaggio, uno che ne sa più di quanto un altrettanto fantomatica Betty ne possa sapere. In realtà già da questi primi due pezzi, i giri di  chitarra, (che sicuramente sono figli di un peculiare cantautorato inglese, che al tempo impazzava, si pensi anche a Cat Stevens) sono così armoniosi, che è difficile non innamorarsene e danno a Drake un tocco di naïveté, che lo ha reso, nell’immaginario dei più, l’eterno ragazzo inglese di poche parole ma con una capacità comunicativa strabiliante. I suoi testi sono molto introspettivi e già anticipazione di un malessere che diventerà patologico e porterà Nick Drake, si sospetta, a porre fine alla sua vita in giovanissima età. Così anche lui entrerà nel mito, come altri celebri e ormai leggendari ventisettenni.

Diversi sono i personaggi che si avvicendano nelle narrazioni musicali di Drake: Mary Jane e Jeremy, per fare un esempio, come se fossero amici immaginari, frutto delle farneticazioni di un bambino. I racconti, comunque, ci riportano in una dimensione bucolica e fiabesca, quella campagna inglese che tanto ci piace e che raffiguriamo nell’immaginario comune così come ne abbiamo letto nei romanzi inglesi dell’Ottocento.

The Day is done è pace interiore assoluta, come se scendesse a sera, a fine giornata e fosse l’unica cosa piacevole che accompagna  la solitudine di chi narra. Ci viene in mente un parallelo con Guccini in Un altro giorno è andato, canzone piena di rimpianti, e pare, intanto, che il tempo sia un po’ l’ossessione di Drake, che ce la mette tutta però per rendere liricamente il suo scorrere.

Poi c’è il violoncello di Cello Song, e, che Drake sia stato un amante di Bach non lo capiamo solo da questa canzone, ma anche, ahimè, dal fatto che quella mattina di settembre in cui la mamma dell’artista lo trovò riverso sul letto in fin di vita, il giradischi suonasse proprio Bach. La bellezza è lampante, e questo strumento arricchisce un testo altrettanto significativo:

So forget this cruel world
where I belong.
I’ll just sit and wait
and sing my song
and if one day
you should see me in the crowd,
lend a hand and lift me
to your place in the cloud. (Cello Song)

Thoughts of Mary Jane che segue è  quasi un quadro di Chagall, tutto è fluttuante anche i pensieri del giovane inglese,  che si chiede cosa possa passare per la testa di una ragazza del genere. Mary Jane è un personaggio che ritornerà nelle sue canzoni, quasi questo fosse un racconto a puntate e come se Drake stesso fosse ossessionato da questa donna, anche se è sempre difficile capire se nelle sue canzoni parli di persone realmente esistenti o di visioni. Man in a Shed, invece, è un breve apologo che va letto più che ascoltato: è la storia di una friendzone, che anche Drake allora riteneva non essere poi una storia così nuova.

Ci avviamo verso la fine dell’album e con gli ultimi due pezzi ritorniamo in quella atmosfera bucolica di cui parlavamo prima e, forse, proprio la campagna, la natura erano le uniche a garantire un rifugio al giovane inglese, fuori da quel mondo in cui non si sentiva evidentemente a suo agio, lontano da quelle persone in carne e ossa che forse, a volte, lo avevano ferito. Fruit Tree è il titolo della traccia numero 10: è un soliloquio in cui il cantautore fa i conti con sé stesso, ma soprattutto col fatto di non avere raggiunto il successo, di non avere fama, mentre allo stesso tempo cerca di convincersi che la fama non è altro che “un albero malato”.Saturday Sun è la canzone che chiude questo splendido lavoro: il sole splende per tutti, inaspettato, non per Nick Drake per cui il sabato soleggiato presto si trasforma in una piovosa domenica, che non auguriamo invece al lettore.

L’ascolto dell’album lascia un senso di vuoto, bisogna ammetterlo. Drake è dolce, ma molto, molto triste, e ci parla di stati d’animo che viviamo un po’ tutti, a volte, quando, magari, in un sabato piovoso i pensieri corrono nelle direzioni più varie. Nick Drake è un po’ in ognuno di noi, e la sua è la storia di un ragazzo taciturno che guarda gli altri da lontano e pensa, scrive e “ha un mondo nel cuore” che però ” riesce a esprimere con le parole” e la chitarra, ovviamente. Non vi resta altro che impugnare la vostra tazza di tè, mettervi sotto le coperte, e premere play: siamo sicuri che per un lunedì un po’ freddo e complicato, questa possa essere la scelta giusta.

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