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Steven Bradbury, the last man standing

Steven Bradbury, the last man standing

Chi disse: “Preferisco avere fortuna che talento”, percepì l’essenza della vita. La gente ha paura di ammettere quanto conti la fortuna nella vita. Terrorizza pensare che sia così fuori controllo. A volte in una partita la palla colpisce il nastro e per un attimo può andare oltre o tornare indietro. Con un po’ di fortuna va oltre e allora si vince. Oppure no e allora si perde.

(Woody Allen, Matchpoint)

La prima storia che mi è venuta in mente quando ho pensato a questa rubrica è forse quella che, nell’immaginario collettivo della mia generazione, è il simbolo di quanto il fattore C nello sport sia essenziale. È difficile ammettere quanto la Dea bendata sia una forza cosi influente sulle nostre vite e sugli eventi che ci circondano, perché per sua natura l’uomo tende a classificare le cose in maniera razionale cestinando gli “shock terms”, quei fattori casuali che potrebbero, in un modo o nell’altro, ribaltare il risultato.

L’Underdog di oggi è Steven Bradbury, lo short tracker australiano che, contro ogni pronostico della vigilia, ha vinto l’oro olimpico alle Olimpiadi invernali di Salt Lake City del 2002.

(Il podio iridato di short track alle Olimpiadi Invernali di Salt Lake City, 2002. Steven Bradbury è al centro con la medaglia d’oro)

Magari il nome non vi dirà niente, ma per rendervi conto della portata dell’impresa, potremmo paragonare la vittoria dell’australiano alle probabilità di vittoria di un’utilitaria a Montecarlo, in un Gran Premio di Formula 1. Ha letteralmente dell’incredibile. L’evento di per sé è straordinario, e io non sono qui per parlarvi della gara, di cui lascio il video, con annesso un’epocale racconto in chiave ironica della Gialappa’s Band.

La storia di Steven Bradbury parte da lontano, lontanissimo. Letteralmente bisogna andare dall’altra parte del mondo.

Steven John Bradbury nasce a Sydney, Australia nell’ottobre del 1973. Sydney, climaticamente, non è esattamente il posto migliore per praticare sport invernali. Perché Steve abbia deciso di iniziare a fare short track- la specialità per cui è diventato famoso – non ci è dato saperlo, ma questa è stata la scelta che gli ha cambiato la vita.  

Lo short track è uno sport relativamente vecchio, è l’equivalente invernale del ciclismo su pista, i pattinatori circumnavigano una pista lunga circa 100 metri che non è divisa in corsie. La disciplina, che solo dall’edizione di Albertville del 1992 è sport olimpico, è per questo tra le più spettacolari ma soprattutto tra le più pericolose. Steve, nonostante l’atipicità della sua scelta, si dimostra uno short tracker niente male, infatti a 18 anni è già nella storia come parte del quartetto vincente della coppa del mondo di short tracking, si tratta della prima medaglia iridata della nazionale australiana in uno sport invernale.

Ai giochi Olimpici del 1992 la nazionale australiana si presenta come nazione da battere, ma nelle semifinali uno staffettista perde il testimone: questo li condanna al quarto posto, insufficiente per raggiungere la finale. Primo colpo di sfortuna.

Ai giochi di Lillehammer del 1994, il nostro underdog ci riprova e finalmente è nel quartetto che vince la prima storica medaglia dell’Australia ai giochi olimpici invernali, un bronzo!

(La squadra Olimpica australiana di short track nel 1994, Bradbury è il secondo a destra in piedi)

La notizia, per quanto magnifica, raggiunge gli australiani che allo short track danno l’importanza dell’intervallo tra il surf e la doccia per la rientrata in acqua e quindi l’impresa canadese della squadra australiana passa un po’ in sordina. Non è sfortuna, ma la riconoscenza latita. Ma il vero plot twist di questa trama arriva qualche mese più tardi, quando, durante una tappa della coppa del mondo a Montreal, Mirko Vuillermin, talento valdostano, gli trancia l’arteria femorale.

Se recisa, l’arteria femorale può provocare la morte per dissanguamento nell’arco di 3/ 4 minuti. In 2, Steve perde 4 litri di sangue.

Sente la fine vicina. Ma se la cava con 111 (!) punti di sutura e 18 mesi di riabilitazione. Secondo, enorme colpo di sfortuna.

Nonostante tutto, torna a pattinare, con un misto di forza d’animo e incoscienza proprio di chi ama il suo sport.

Nel 2000 durante un allenamento, per evitare un compagno che stava scivolando, sbatte la testa contro le barriere e si rompe 2 vertebre. I medici gli impiantano 4 viti e gli dicono che probabilmente la sua carriera è finita. E’ il terzo colpo di sfortuna, di fronte a questo però lui è determinato. Vuole la medaglia individuale.

Si allena 2 anni.

A Salt Lake City, Utah, in piena terra dei mormoni, però lo attendono i migliori interpreti della specialità. Il resto è storia. La gara finisce come avete avuto modo di vedere, e non è un caso se adesso gli australiani hanno coniato l’espressione “do a Bradbury” per indicare un risultato sconvolgentemente al di fuori delle aspettative.

È sconvolto anche lui, e infatti non sa se esultare o meno. Perciò fa la cosa più naturale possibile, alza il braccio, in segno di vittoria. Mi piace pensare che tutto quello che ha passato, i momenti difficili, anche solo per un istante, se li sia lasciati alle spalle, come gli avversari, che tutto ciò che possono fare è guardarlo dal basso tagliere il traguardo.

Steve si ritirerà immediatamente dopo l’oro, e intraprenderà, con scarsi risultati, una carriera automobilistica. Ora Steve va in giro a raccontare la sua splendida storia, e dicono sia anche un discreto mattatore alle feste a cui partecipa. Chiunque probabilmente fa quindi un errore enorme, quando si ferma a giudicare Steven Bradbury nel minuto e 29 secondi più fortunati della sua vita. Integrate il tutto mettendoci dentro il decennio di sofferenze e situazioni storte che lo hanno portato a quel momento. È forse quello che gli ha permesso di rimanere in piedi quando gli altri sono caduti.

Grazie Steve, quindi, per averci insegnato che la fortuna esiste.

Ma anche che siamo uomini, e dobbiamo lavorare ogni giorno per crearcela.

Vincenzo Matarrese

Top e flop di Suburra – La serie

Top e flop di Suburra – La serie

[ Foto in copertina da superguidatv.it ]

Lucidi e neri sampietrini, buche e pozzanghere. È questo il leit-motiv della prima serie tv italiana targata Netflix, uscita in Italia il 6 ottobre 2017 e distribuita in 190 Paesi. Suburra – La serie, questo il titolo scelto per il prequel di Suburra, film diretto da Stefano Sollima nel 2015, con cui condivide oneri e onori. In una Roma primaverile del 2008, le strade di tre giovani delinquenti si scontrano al crocicchio delle vie del centro. Aureliano Adami (Alessandro Borghi), figlio di un boss di Ostia, Alberto “Spadino” Anacleti, fratello del boss sinti che controlla Roma Sud, e Lele (Eduardo Valdarnini), piccolo spacciatore e figlio di un poliziotto, decidono di mettersi in società e acquisire un ingente lotto di terreni edificabili al lido di Ostia.

L’affare fa gola a Samurai (Francesco Acquaroli), uno spietato burattinaio a servizio della mafia, e Sara Monaschi (Claudia Gerini), revisore dei conti in Vaticano. A spadroneggiare sul pasticciaccio, la corruzione e la collusione tra Stato e Chiesa, nella persona di un politico solo all’apparenza irreprensibile e di un monsignore tutt’altro che affidabile. La trama va sul sicuro, funziona, non manca nulla, e ammicca ad alcune produzioni compagne come Romanzo Criminale – La serie, in primis, e alla maestria di Gomorra – La Serie. E non è, infatti, casuale che, ad uno sguardo d’insieme, si possa avvertire il desiderio di raggiungere quegli alti livelli di regia. Tuttavia, la delusione è alle porte: i primi due episodi, girati da Michele Placido, non reggono la sfida e risentono di una confusione quasi programmatica. Mostrare subito tutto e tutti comporta una fatica che è palpabile e ne risentono fotografia e sceneggiatura – vedi i dialoghi e i contesti in cui Sara Monaschi si ritrova con la mentore Contessa: sì, anche voi avete ripensato all’F4 di Boris e alle luci smarmellate di Duccio, vero?!

Al di là di ulteriori scivoloni, il format flash-forward funziona moltissimo, soprattutto perché caratterizza ogni singola puntata e incolla lo spettatore allo schermo. Particolarmente apprezzabile, perché sincero e profondo, è il rapporto tra Aureliano e “Spadino”, il primo, bad boy alla Caligari, e il secondo, un pout-pourri di spacconeria, danza e sensibilità che rende il personaggio il favorito dello spettatore. Con il trio Aureliano-“Spadino”-Lele, si assiste al desiderio giovanile di sfondare prepotentemente nel mondo, di superare le frustrazioni e i legami familiari per tentare di edificare, più o meno lecitamente, le fondamenta della propria vita. Tenaci e combattive le figure femminili di Livia Adami (Barbari Chichiarelli) e Isabelle (Lorena Cesarini), rispettivamente sorella e compagna di Aureliano e Angelica (Carlotta Antonelli), moglie di “Spadino”, che paiono essere sempre nel giusto e vincenti, seppur infine inesorabilmente sopraffatte.

Il ritmo di ripresa pone e impone insistenza, preme sulla trama, accelerandola, costringe lo spettatore a piegarsi e alzarsi simultaneamente alle cadute e alle rivincite dei personaggi, come se per risalire la china, fosse necessario immergersi dapprima nella suburra di classicheggianti echi latini.

Forte il pezzo musicale di Piotta ft. Il Muro del Canto, per intero soltanto nell’ultima puntata: Roma è un volto stanco, di Madonna con le lacrime
gelosa, invadente, custode d’anime
curiosa, indolente, infedele, preghiera
Roma mani infami dentro l’acquasantiera.


Agnese Lovecchio

Referendum Omnia Vincit

Referendum Omnia Vincit

E’ (in parte) noto come la parola “referendum”, inteso quale massimo strumento ed istituto di democrazia diretta, derivi etimologicamente dalla lingua latina, nell’arco della più generale espressione “convocatio ad referendum”. Tradotto: convocazione per riferire, essendo “referendum” gerundio del verbo referre, ovvero appunto riferire.

E difatti, un istituto di tale importanza, avrebbe teoricamente la necessità di ‘riferire’ ai propri cittadini per quale motivo si voti, per quali ragioni ci si esprima, ed in quale contesto emerga la necessità di richiamare il popolo tutto ad una consultazione da ritenersi politicamente rilevante. Dalle dichiarazioni di Zaia, evidentemente discordanti rispetto ad un requisito banale ed oltretutto retorico, emerge come tale ‘riferire’ si sia rivelato del tutto incomunicabile e fallimentare.

«Vuoi che alla Regione Veneto siano attribuite ulteriori forme e condizioni particolari di autonomia?» – era il quesito sottoposto ai veneti –  a differenza della più articolata (e giuridicamente sensata) scheda comparsa in Lombardia. In realtà, a prescindere da quanto presente sulle due schede, nessuno dei due quesiti ha mai fatto riferimento alla possibilità di (auto)proclamare Lombardia e Veneto come ‘Regioni a statuto speciale’ (essendo il referendum di natura consultiva, ndr) in aggiunta alle attuali cinque previste dalla Costituzione e dal percorso politico che interessò l’Italia a margine del secondo dopoguerra.

In questo sta il succo dell’inutilità referendaria: non tanto, dunque, rispetto a quanto ampiamente commentato dalle (legittime) polemiche sul dispendio economico e sulle anomalie del voto elettronico in Lombardia, e nemmeno rispetto al citato esempio del modello Bonaccini e dell’ottimizzazione adoperata dall’Emilia-Romagna senza passare dall’utilizzo di 50 e rotti milioni di euro. Il referendum diventa così inutile nel senso di invocazione dello ‘Statuto speciale’, che non ha nulla a che vedere con le possibilità delle maggiori autonomie richiedibili e previste dalla riforma del Titolo V con L. Cost. 3/2001, la quale tentava peraltro allora di ridimensionare le diversità tra regioni speciali e regioni ‘ordinarie’.

In Veneto, dunque, devono aver capito male. Ha capito male Zaia, già designato da alcuni osservatori e politici come homo novus della politica nazionale. Hanno capito male i cittadini, che altro non potranno vedersi riconoscere se non una maggiore autonomia rispetto alle 23 materie delineate dagli artt.116 e 117 della Costituzione nostrana. Forse tutte, forse nessuna. Una autonomia che passa da trattative con l’attuale esecutivo Gentiloni, che non a caso ha aperto sulla scia del referendum lombardo, e non invece rispetto alla distorsione veneta, la quale invece, se quanto espresso da Zaia non fosse mera provocazione, dovrebbe passare da modifiche costituzionali e dal Parlamento nazionale, nell’ambito di un procedimento evidentemente più complesso. E considerato l’ultimo esito circa il tentativo di modificare l’assetto costituzionale, non riuscito all’ex premier Renzi, non resta che augurare buona fortuna. A Zaia e al Veneto intero.

Chi invece giocherà molto probabilmente una partita decisamente credibile pare Roberto Maroni, nonostante il flop del quorum comunque non necessario, considerata la già citata sensatezza e il maggior equilibrio istituzionale del quesito presentato ai cittadini. Tanto è vero che persino il sindaco Pd di Bergamo, Giorgio Gori, ha aperto alla battaglia lombarda ricordando tuttavia un altro aspetto cruciale: «Nessun cittadino lombardo o veneto ha dato mandato per una secessione fiscale, fino ad oggi si è fatta molta propaganda su questo tema. Lavoro, istruzione, ricerca, ambiente, salute e autonomia territoriale: queste sei materie sono la base per ragionare».

Le materie trasferibili alle Regioni in base al disposto costituzionale sono infatti 23, tre di esclusiva competenza statale e venti cosiddette ‘concorrenti’. Difficile dunque ritenere possibile il “trattenimento di nove decimi delle tasse” o una totale ‘disgregazione fiscale’ tra lo Stato e le due Regioni. Del resto, la Lega è chiamata anche a considerare la futura partita delle elezioni nazionali, su cui il progetto del leader e segretario Matteo Salvini muove dal mutato interesse del partito alla questione nazionale, e conseguentemente alla voglia di diventare partito di governo, recante l’abbandono della ormai lontana retorica secessionista, come intuibile anche dall’equilibrio delle dichiarazioni post-referendarie dello stesso Maroni. Da capire se invece verrà a crearsi un doppio binario politico, che coincida con una diversificata battaglia che ‘divida’ Lombardia e Veneto rispetto alle richieste da operare allo Stato centrale e, fattispecie meno probabile, la messa in discussione della leadership salviniana con l’avvento politico del (sempre più) elettoralmente legittimato Zaia, invero già capace di decretare quasi tre anni fa ridimensionamento e fuoriuscita di una personalità come quella dell’ex sindaco di Verona ed ex Lega Flavio Tosi.

Da capire cosa succederà, ma considerati i tempi istituzionali il consiglio per lo ‘spettatore politico’ è di prendersela comoda. Nel frattempo si può (continuare a) godere dell’inconfondibile ed interminabile tran tran tipico dell’analisi referendaria dei partiti politici, dove per magia tutti vincono e nessuno perde. A parte la contrarietà di Fratelli d’Italia e formazioni a sinistra del Pd,  le compagini politiche hanno salutato benevolmente l’esito elettorale, erigendosi addirittura a protagonisti di tale risultato.

Da M5S, estasiato dal nuovo modello di voto elettronico, risultato poi in realtà fonte di sprechi (mentre noi mortali restiamo costretti a sopportare le quotidiane canzonette dei tagli ai costi della politica, piatto preferito del populismo e dell’antipolitica), sino a Forza Italia, con Berlusconi che chiede referendum per le autonomie in tutte le Regioni (bizzarro come le manifestazioni del partito dell’ex Cav contro la violenza sulle donne) per poi finire al Pd, tuttavia profondamente diviso sull’esito (basti pensare alla distanza ideologica sul tema Stato-Regioni tra Maurizio Martina e Giorgio Gori), si è assistito ad un irrefrenabile desiderio di acquisire il ticket più ambito, spesso gratuito: quello del consueto ‘giretto’ sul carro dei vincitori.

Come finirà tra Stato e Lombardia e Veneto è pertanto tutto da scoprire; nulla di nuovo invece sull’atteggiamento della politica italiana rispetto all’accaparrarsi una parte del ‘risultato’ maturato dal voto dei cittadini. Nulla di cui stupirsi. Dopotutto, ripescando l’amore della politica italiana per la riesumazione della lingua latina (vedasi i nomignoli latinizzati su proposte di legge elettorale), non resta che constatare un conseguente ed inevitabile assunto: ‘Referendum Omnia Vincit’.

Perché così tanti monumenti fascisti sono rimasti in Italia?

Perché così tanti monumenti fascisti sono rimasti in Italia?

[In copertina: Palazzo della Civiltà Italiana o Colosseo quadrato. Fonte qui]

Alla fine degli anni trenta, mentre Benito Mussolini si preparava ad ospitare a Roma la Fiera del Mondo prevista per il 1942, supervisionava la costruzione del nuovo quartiere, Esposizione Universale Roma, a sud-ovest della città, per mostrare la rinvigorita grandezza imperiale d’Italia. Il fiore all’occhiello era il Palazzo della Civiltà Italiana, una prodigiosa meraviglia rettangolare formato da archi astratti sulle facciate e una fila di statue neoclassiche che fiancheggiano la base. Successivamente la fiera fu annullata per colpa della guerra, ma il palazzo, noto proprio come Colosseo Quadrato, esiste ancora oggi con all’esterno ancora incisa una frase del discorso di Mussolini, quando nel 1935, annunciando l’invasione dell’Etiopia, descrisse gli italiani come “un popolo di poeti, artisti, eroi, santi, pensatori, scienziati, navigatori e trasmutanti”. L’invasione, e la sanguinosa occupazione che seguirono, portarono ad accuse di crimini di guerra contro il governo italiano. L’edificio, in altre parole, è una reliquia dell’aggressività fascista. Eppure, lungi dall’essere ostracizzato, l’edificio è diventato un’icona del modernismo. Nel 2004 l’Italia l’ha riconosciuto come sito di “interesse culturale” mentre nel 2010 è stato completato un restauro parziale, e cinque anni dopo la Fendi l’ha utilizzato come base amministrativa.

L’Italia, primo stato fascista, ha avuto un lungo rapporto con la politica di destra; con l’elezione di Silvio Berlusconi nel 1994 il Paese portò per primo al potere un partito neofascista, come parte della coalizione di centro-destra di Berlusconi. Ma questo da solo non è sufficiente a spiegare la comodità degli italiani con la vita in mezzo  a simboli fascisti. Dopo tutto, l’Italia è stata la dimora della più grande resistenza antifascista dell’Europa occidentale e del suo partito comunista più robusto del dopoguerra. Fino al 2008, le coalizioni di centro-sinistra hanno mantenuto tale eredità, spesso ottenendo più del 40% del voto nelle elezioni. Allora, perché se gli Stati Uniti si sono impegnati in un contenzioso processo di smantellamento dei monumenti legati al suo passato confederato e la Francia si è liberata di tutte le strade chiamate dopo il leader nazionalista di collaborazione Marshall Pétain, l’Italia ha lasciato che i suoi monumenti fascisti sopravvivessero senza problemi?

Il gran numero di queste reliquie è una prima ragione. Quando Mussolini è entrato al potere, nel 1922, guidava un nuovo movimento in un Paese con un terribile patrimonio culturale e sapeva che aveva bisogno di una moltitudine di segni per imprimere l’ideologia fascista sul paesaggio. Progetti pubblici, come il complesso sportivo Foro Mussolini a Roma, dovevano competere con quelli dei Medici e del Vaticano, mentre la figura del Duce, sorvegliava gli italiani sotto forma di statue, fotografie in uffici, poster alle fermate del tram, e perfino le stampe su costumi da bagno. Era facile sentire, come fece Italo Calvino, che il fascismo aveva colonizzato il regno pubblico italiano. “Ho trascorso i primi venti anni della mia vita con il volto di Mussolini sempre in vista”, ha ricordato lo scrittore.

In Germania, una legge promulgata nel 1949 contro l’apologia del nazismo, che vietava i saluti di Hitler e altri riti pubblici, facilitava la soppressione dei simboli del Terzo Reich. L’Italia non ha subito alcun programma comparabile di re-educazione. Sbarazzarsi di migliaia di memoriali fascisti sarebbe stato impraticabile e politicamente imprudente per le forze alleate che avevano la priorità di stabilizzare il Paese e limitare il potere crescente del partito comunista. Dopo la guerra, i bollettini e le relazioni della commissione di controllo alleata raccomandavano di distruggere solo i monumenti e le decorazioni più ovvie e non estetiche, come i busti di Mussolini; il resto potrebbe essere spostato nei musei o semplicemente essere coperto di stoffa e compensato. Questo approccio ha posto un precedente. La Legge di Scelba del 1953 è stata progettata per bloccare la ricostituzione del Partito fascista ed è stata notevolmente vaga su tutto il resto. Il blocco cristiano-democratico dominante, che comprendeva molti ex fascisti, non ha visto l’abbondante eredità del regime come un problema e pertanto non è mai stata istituita una politica che fosse più pro attiva.

Ciò significa che, quando Berlusconi ha portato al potere il Movimento Sociale Italiano, la sua riabilitazione del fascismo è stata aiutata dall’esistenza di luoghi di pellegrinaggio e monumenti. Il più notevole è stato Predappio, luogo di nascita di Mussolini, dove si trova la sua cripta di sepoltura e dove i negozi vendono camicie fasciste e naziste e altre mercanzie. La Legge Mancino, passata nel 1993, aveva risposto a questa “rinascita! della destra sanzionando la propagazione dell’odio razziale ed etnico, ma fu applicata in modo non uniforme. Vivevo a Roma in occasione di una borsa Fulbright nel 1994, e sono rimasta sveglia più di una volta dalle grida di “Heil Hitler” e “Viva il Duce!” Proveniente da un pub vicino.

Per quanto ne so, il fatto che Berlusconi abbia preso il potere a più riprese ha fatto sì che siti come Predappio crescessero in popolarità e che i conservatori di tutti i partiti politici abbiano forgiato alleanze con il diritto di salvare i monumenti fascisti, che sono stati sempre più considerati parte integrante del patrimonio culturale italiano. Il Foro Mussolini, come il “Colosseo quadrato”, è un soggetto di particolare ammirazione. Nel 2014, Matteo Renzi, primo ministro di centro-sinistra, ha annunciato la candidatura di Roma per le Olimpiadi del 2024 proprio all’interno del complesso, ora noto come il Foro Italico, davanti a “l’Apoteosi del Fascismo”, un dipinto coperto dagli Alleati nel 1944, perché rappresenta il Duce come figura divina. Sarebbe difficile immaginare che Angela Merkel fosse in piedi davanti a un dipinto di Hitler in un’occasione simile.

Negli ultimi anni, ci sono stati alcuni sforzi fermi per esaminare il rapporto italiano con i simboli fascisti. Nel 2012, Ettore Viri, sindaco di destra di Affile, ha incluso un memoriale al generale Rodolfo Graziani, un collaboratore nazista e un criminale di guerra accusato, in un parco costruito con fondi approvati dal governo regionale a sinistra. Dopo una audizione pubblica, il governo ha annullato i fondi. Recentemente, Viri è stato accusato di apologia fascista, ma il memoriale resta al suo posto.

A Predappio è in costruzione un nuovo Museo de Fascismo. Alcuni vedono il museo, che è costruito sul modello del Centro Documentazione di Monaco di Baviera per la Storia del nazionalsocialismo, come un esercizio molto necessario nell’istruzione pubblica. (Nel 2016 ero membro del comitato internazionale di storici che si è riunito in Italia per valutare il progetto.) Altri temono che la sua posizione nella città di Mussolini significhi alimentare ulteriormente la nostalgia. Laura Boldrini, presidente della Camera, ha lottato per la rimozione dei più famosi monumenti fascisti. La sua proposta, nel 2015, di togliere un’iscrizione del nome di Mussolini dall’obelisco di Foro Italico, suscitò l’opinione che un “capolavoro” sarebbe stato sfregiato.

La Boldrini ha spesso messo in evidenza la messa al bando dei simboli nazisti in Germania come esempio per l’Italia da seguire. Ma anche quel modello potrebbe essere presto testato. In una forte vittoria nelle elezioni del 24 settembre, l’Alternativa per la Germania (AfD) è diventata il primo partito di destra a vincere dei seggi nel parlamento tedesco dal 1945. La destra in Germania, priva del beneficio di monumenti pubblici emotivamente impegnati, ha organizzato i suoi incontri intorno ad eventi marginali come i concerti di musica “rock di destra”. Tuttavia, negli eventi dell’AfD, come la marcia tenutasi a nei primi di Settembre a Jena, i canti nazisti hanno cominciato a risentirsi. E, a meno che il partito non prenda una linea dura contro i simboli nazisti, è solo una questione di tempo affinché anche i simboli riappaiano. In Italia, dove non sono mai andati via, il rischio è diverso: se i monumenti vengono trattati semplicemente come oggetti estetici depoliticizzati, allora l’estrema destra può sfruttarne l’ideologia brutale mentre tutti gli altri finiscono per abituarsene. Ci si chiede se i dipendenti di Fendi si preoccupino delle origini fasciste del Palazzo della Civiltà Italiana quando arrivano al lavoro ogni mattina, mentre i loro tacchi calpestano pavimenti in travertino e marmo, i materiali preferiti del regime. Come disse una volta Rosalia Vittorini, capo dell’organizzazione per la conservazione dell’architettura moderna docomomo, quando le si si chiedeva come si sentono gli italiani a vivere tra le reliquie della dittatura: “Perché secondo te dovrebbero pensarci?”


[Traduzione dall’originale: Why Are So Many Fascist Monuments Still Standing in Italy? di Ruth Ben-Ghiat per “The New Yorker” Fonte qui]

L’ideologia europea. Le storture che ogni europeista dovrebbe riconoscere

L’ideologia europea. Le storture che ogni europeista dovrebbe riconoscere

Le elezioni presidenziali francesi dell’Aprile-Maggio 2017 sono state (correttamente) viste dalla maggior parte degli interpreti come una sorta di “termometro” dello stato di salute dell’Unione Europea:

si è, cioè, tentato di leggere nelle scelte dell’elettorato francese, sin dalle primissime fasi dell’acceso dibattito politico attraverso cui esse si sono snodate,  il grado di legittimazione popolare goduto dall’Unione, difesa dai candidati dei partiti tradizionali e dall’outsider Emmanuel Macron, e, di converso, il peso politico posseduto dalle posizioni “populiste” ed antieuropeiste, incarnate da Marine Le Pen e dal suo rinnovato Front National, al lordo della loro avanzata su scala globale rappresentata dalla vittoria del “Leave” nel referendum su Brexit prima, e dall’elezione di Donald Trump poi.

Ad un osservatore smaliziato, però, l’intera vicenda, e soprattutto la narrazione che ne è stata effettuata a livello mediatico, può apparire paradigmatica anche del concreto e desolante atteggiarsi del dibattito quotidiano sui temi dell’Europa, propiziato dalla cultura politica, condivisa da una parte sin troppo estesa dell’élite che quella stessa Europa è chiamata a governare, ormai divenuta maggioritaria al riguardo. Pressoché tutti i discorsi che vengono articolati nelle sedi mainstream sull’argomento, infatti, sono caratterizzati da un vero e proprio occultamento dei reali temi del contendere, funzionale, in modo più o meno consapevole a seconda dei casi, a prevenire una reale dialettica tra posizioni critiche. Più in particolare, si assiste ad una sconcertante divisione manichea tra “europeisti” e “populisti”: l’atteggiamento complessivo assunto dagli attori politici sull’UE, rispettivamente di adesione o di contestazione, è la prima informazione trasmessa su di essi da giornali, televisioni ed opinionisti, quasi che la “precisa” catalogazione nell’un campo o nell’altro fosse condizione essenziale e pregiudiziale per permettere all’opinione pubblica di valutare correttamente il partito o movimento in questione, il più delle volte conformemente agli oscillanti umori di volta in volta propiziati da quegli stessi media che rilanciano, rinsaldandolo, tale tertium non datur fatto sempre più proprio dagli stessi esponenti delle istituzioni europee. Come ogni discorso improntato ad una logica binaria, le effettive posizioni politiche e i sistemi valoriali ad essi soggiacenti finiscono per perdere qualsivoglia ruolo autonomo, divenendo vittime di un tritacarne ideologico il cui unico fine pare essere la semplificazione ad ogni costo, raggiunta attraverso la forzosa sussunzione entro dette categorie, che pretendono di esaurire le possibilità offerte dallo spettro politico, di soggettività che, ad uno sguardo più attento, non hanno nulla a che spartire l’una con l’altra.

EGALITÈ, LIBERTÈ, FRATERNITÈ

A fare le spese della perversa logica politico-culturale per cui ad una critica del sistema europeista corrisponde una pressoché automatica etichettatura come «populista», a prescindere dalle concrete modalità di svolgimento della critica stessa, sono stati, nella vicenda francese, Jean-Luc Mélenchon e il suo movimento La France Insoumise. Ambedue estremamente critici nei confronti dell’UE e della sua ideologia liberista, ambedue per ciò solo etichettati pressoché unanimemente come «populisti di sinistra», il neonato partito e il suo istrionico leader sono comunque riusciti ad ottenere risultati notevoli, rispettivamente alle elezioni legislative del Giugno 2017 e (soprattutto) al primo turno delle elezioni presidenziali in parola, dove Mélenchon ha conquistato la fiducia del 19,6% dei votanti sfiorando il ballottaggio.

La poderosità del conformismo mediatico nel senso dell’appiattimento sull’equazione tra critica dell’UE e populismo si è dispiegata appieno appunto a sèguito dell’arrestarsi del filosofo francese al primo turno. Per quanto l’opinabile equiparazione tra Le Pen e Mélenchon (portata avanti anche da buona parte dei media italiani, con un’impressionante coincidenza tra opposti quali Il Sole 24 Ore e Il Fatto Quotidiano), nel segno di una presunta comunanza d’intenti nell’uscita dall’UE e dalla NATO e nel recupero della sovranità nazionale, fosse iniziata già durante l’incerta e mozzafiato campagna per il primo turno, l’esclusione del secondo dal ballottaggio e la sua conseguente necessità di prendere una posizione hanno aperto il vaso di Pandora dei commentatori, interessati e non, che rispettivamente auspicavano e vaticinavano un endorsement del “populista di sinistra” alla “populista” tout court. Che in Italia il più illustre esponente dei primi sia stato  Matteo Salvini (allineatosi alla strategia di Le Pen stessa), secondo il quale gli elettori di Mélenchon avrebbero dovuto votare Le Pen perché «(…) il punto non è più destra o sinistra, ma l’essere alle dipendenze di Bruxelles o non esserlo», non dovrebbe sorprendere più di tanto: “il popolo” contro “le élites” non è, d’altro canto, che l’ultima versione, una volta rivelatasi impraticabile la vecchia dicotomia “nazione”– “non nazione”, della consueta strategia della destra reazionaria di negare la complessità del reale astraendolo in categorie vuote, ma tali da creare un senso di appartenenza e promuovere lo scontro manicheo tra “noi” e “loro”.

Meno scontato è che posizioni nella sostanza analoghe siano state e siano assunte da commentatori dotatisi di analisi ben più profonde e di segno ben più progressista. In un precedente articolo ho tentato di ricondurre l’ascesa del “populismo di destra” (specificazione che non ritengo debba, in realtà, essere effettuata) all’effettiva estromissione delle istanze di sinistra dallo spettro politico di gran parte delle democrazie liberali, ormai ridotto ad autorappresentarsi (in maniera, purtroppo, tendenzialmente fedele alla realtà della sua prassi quotidiana) come imperniato sulla dialettica tra “moderati”, sparpagliatisi tra due “poli” sempre più ideologicamente simili l’uno all’altro, e “populisti”. L’equiparazione di La France Insoumise e Front National non è altro che il frutto avvelenato di questa stessa logica, legato al fatto che, in Europa, le sorti dei “moderati” e dell’europeismo siano, storicamente, state inscindibilmente connesse: sinistra e destra istituzionali (o, se si preferisce, centrosinistra e centrodestra) sono, infatti, ormai da almeno un trentennio unite, tra l’altro, dal comune favore per l’Europa unita, e da tutto ciò che ne consegue. Qualunque soggettività politica si ponga al di fuori dell’insieme di assunzioni assiomatiche che fondano l’ideologia “moderata”, e in particolare la celebrazione acritica dell’UE, sia essa l’erede ritoccato dei nostalgici di Vichy o una forza di sinistra ambientalista, ispirata alla logica della partecipazione dal basso, è egualmente peccatrice – dell’irredimibile peccato di “populismo”.

Si tratta, però, di un’equiparazione assolutamente mistificatoria, che pur di autoperpetuarsi giunge a fare a pugni con la realtà dei fatti. Se, infatti, è già sufficientemente sorprendente che, nonostante Mélenchon abbia ripetutamente fatto presente di non avere intenzione di uscire dall’UE, ma “semplicemente” di correggerne il tiro in direzione sociale-redistributiva ,abbandonandone l’esasperato liberismo, i media mainstream abbiano ossessivamente ripetuto il mantra dell’esito fatale per l’Europa unita, in ogni caso, di un ballottaggio Le Pen-Mélenchon; pressoché incomprensibili, e tanto più tali quanto meno partigiani, risultano gli incoraggiamenti/pronostici di una convergenza degli elettori di La France Insoumise su Le Pen al ballottaggio, a fronte del format scelto da Mélenchon per lanciare la consultazione con la propria base sulla questione – oggettivamente spinosa – della posizione da assumere al secondo turno:

«Visto il profondo attaccamento di La France Insoumise ai valori d’egalité, liberté e fraternité, il voto per il Front National non costituisce un’opzione per la consultazione.»

La formula è significativa nel suo esprimere l’incolmabile abisso che separa due forze che soltanto ad una superficiale osservazione possono apparire, ed anche in tal caso solo sommariamente, assimilabili. Se da un lato Le Pen agita il feticcio di una sovranità statuale colpita a morte dall’integrazione europea concependola come un fine in se stessa, in quanti realizzazione dell’autodeterminazione nazionale, dall’altro Mélenchon propone una rinnovata valorizzazione di quella stessa sovranità, oltre che come misura sussidiaria, solamente quale mezzo per realizzare quei fini di eguaglianza, libertà e solidarietà che i rigurgiti nazionalisti si prefiggono invece di negare esplicitamente, attraverso quei diritti sociali (alla salute, all’istruzione, al lavoro) che lo Stato sociale europeo ha saputo garantire nell’Hobsbawmiana «età dell’oro» e che la globalizzazione economica liberista, alle cui ideologia e prassi l’UE aderisce (pur temperandole, in certi casi anche significativamente), sta ora mettendo in crisi.

In ciò risiede la legittimità dello Stato agli occhi di una sinistra nel cui patrimonio valoriale è ben presente la nozione della strumentalità delle organizzazioni politiche rispetto alla vita delle persone (e non viceversa), e in ciò si esaurisce la proposta di un suo recupero contro la globalizzazione. L’orizzonte culturale, prima ancora che politico, in cui si muovono quelle che qualche osservatore ha più propriamente descritto come destra e sinistra “sovraniste”, registrando un trend non certo limitato alla sola Francia, è dunque incommensurabile, e prenderne atto si fa ogni giorno più necessario.

IDEOLOGIA

Ciò che ha reso possibile trattare allo stesso modo Front National e La France Insoumise va, insomma, ricercato al di fuori dei rispettivi obiettivi politici. Nelle opere del giovane Karl Marx acquista centrale importanza la nozione di “ideologia”, intesa, nel suo nucleo più essenziale, come sistema teoretico astratto dalla realtà materiale e sociale, teso a giustificarla tendenziosamente e ad occultarne gli squilibri nei rapporti di forza economici. Qualcosa di simile è accaduto nel contesto dell’Europa unita: il suo sistema istituzionale e l’intricato sistema di norme giuridiche da esso prodotto hanno saputo guadagnare legittimità agli occhi di un’opinione pubblica tendenzialmente orientata in senso democratico-sociale aderendo alla sua stessa retorica, per quanto la loro concreta prassi si sia orientata in senso esplicitamente contrario e finalizzato alla realizzazione mercato unico. La volontà di superare il paradigma sovranistico e nazionale, propiziata dagli orrori della Seconda guerra mondiale che ne costituivano il logico sviluppo, è così diventata (a buon diritto!) parte integrante della mentalità collettiva; ne sono, però, discesi, soprattutto negli anni passati, una retorica europeista pervasiva ed un aprioristico favore per l’integrazione sovranazionale (che oggi ha ironicamente ceduto  il passo ad un altrettanto aprioristico antieuropeismo) noncurante dell’oggettivo contrasto esistente tra i valori fondamentali della grande unità antifascista, che davano lo slancio alla ricostruzione europea degli anni ’50-’60, e quelli della Comunità Economica Europea prima, e della Comunità Europea e dell’Unione Europea poi.

Gli esempi dell’irrisolta tensione tra i princìpi costituzionali, egualitari e redistributivi, degli Stati membri e quelli ispiratori del sogno europeista, liberisti e orientati al mercato, al di là della convergenza su specifiche questioni (anche numerose, se si pensa all’apporto oggettivamente progressista recato alla politica internazionale dall’UE su una pluralità di temi, quali la tutela dell’ambiente), si sprecano. Come acutamente notato, tra gli altri, da Cesare Salvi nel suo «Capitalismo e diritto civile» (Il Mulino, 2015), anche un semplice raffronto fra il testo della Costituzione italiana del 1948 e quello della Carta dei Diritti Fondamentali dell’Unione Europea del 2000 permette di cogliere significative differenze negli orizzonti valoriali di riferimento.

Laddove la prima recita, all’art. 41:

«L’iniziativa economica privata è libera. Non può svolgersi in contrasto con l’utilità sociale o in modo da recare danno alla sicurezza, alla libertà, alla dignità umana. La legge determina i programmi e i controlli opportuni perché l’attività economica pubblica e privata possa essere indirizzata e coordinata a fini sociali.»,

la secondasullo stesso tema, prevede scarnamente, all’art.16:

«È riconosciuta la libertà d’impresa, conformemente al diritto comunitario e alle legislazioni e prassi nazionali.»

Bandito ogni riferimento espresso ai fini sociali promossi dalla regolamentazione legislativa ed ai limiti intangibili della sicurezza, della libertà e della dignità umana, il documento simbolo di un’Unione Europea che si vuole paladina dei diritti fondamentali rinvia, in primis, al «diritto comunitario» latamente inteso (essendo le «legislazioni e prassi nazionali» obbligate ad essere a questo conformi), per la definizione dei limiti entro i quali la libertà d’impresa possa esplicarsi.

Come sottolineato da Salvi, già il semplice fatto di connotare la libertà d’impresa (così, come, d’altro canto, il diritto di proprietà – art. 17) come «diritto fondamentale», equiparato al diritto alla vita, alla libertà di espressione e al diritto di sciopero, risulta estraneo alla mentalità degli ordinamenti costituzionali novecenteschi, che – come testimoniato dalla Costituzione italiana – hanno sottoposto tale libertà a severe limitazioni, assegnandole un ruolo subordinato nel proprio quadro valoriale complessivo. Ciò che Salvi caratterizza come ritorno al paradigma individualistico ottocentesco è, però, ancora più evidente nello “zoccolo duro” di quello stesso diritto comunitario che dovrebbe delimitare l’operatività della libertà in questione, rappresentato da quelle che l’UE qualifica come «libertà fondamentali» (la libera circolazione delle merci, delle persone, dei servizi e dei capitali fra gli Stati membri), la garanzia delle quali è stata storicamente – ed è ancora, in una misura solo parzialmente temperata dai sempre più osteggiati propositi di integrazione politica – la finalità primaria dell’Europa unita. Tali libertà, funzionali a creare un mercato unico e fondato sul libero scambio fra i Paesi aderenti all’UE, comportano, tra l’altro, l’obbligo per tali Stati di eliminare tanto qualsiasi forma di imposizione doganale o restrizione quantitativa allo scambio delle merci che, imponendo costi non sostenuti dagli agenti economici nazionali, rendano maggiormente difficile per gli omologhi esteri la penetrazione nel mercato interno, quanto qualsiasi «misura ad effetto equivalente» alle prime: concetto estremamente ampio, tale da ricomprendere qualsiasi tassa, norma o provvedimento (compresi controlli sanitari sui prodotti d’importazione addebitati all’importatore) che abbia l’effetto di comportare, anche indirettamente o soltanto potenzialmente, costi per l’impresa esportatrice che non sarebbero sostenuti se la stessa provenisse dallo Stato interessato, secondo uno schema applicato, nelle sue linee guida, anche a servizi, persone e capitali.

Un esempio particolarmente evidente di come il primato assegnato a tali libertà dall’ordinamento europeo sia difficilmente conciliabile con i princìpi sociali è offerto dalla celeberrima e contestata sentenza «Laval», resa dalla Corte di Giustizia dell’Unione Europea nel 2007. La Laval, impresa edile lettone, si era vista aggiudicare un appalto per la costruzione di una scuola in Svezia, ed aveva iniziato i lavori attraverso una società locale da essa controllata, distaccando, però, lavoratori lettoni. I sindacati svedesi di settore avevano dato luogo ad un intenso ciclo di lotte, conformemente al diritto nazionale, finalizzate ad imporre alla Laval l’adesione al contratto collettivo svedese in materia, stabilente una serie di condizioni lavorative (quali la sicurezza del luogo di lavoro e il periodo massimo di lavoro) maggiormente favorevoli rispetto a quelle che l’impresa intendeva applicare ai propri dipendenti, stabilite dal contratto collettivo cui essa aveva aderito in Lettonia. La preoccupazione di fondo era quella di prevenire la formazione di un pericoloso precedente, idoneo a dare luogo a pratiche di social dumping (l’abbassamento degli standard di tutela del lavoro attraverso l’impiego di lavoratori provenienti da aree dotate di minori garanzie, così da obbligare i dipendenti maggiormente protetti ad accettare condizioni sfavorevoli, pur di non vedersi sostituire dai primi). A sèguito del fallimento della società controllata, la Laval aveva agìto in giudizio, chiedendo che i sindacati fossero obbligati a risarcire il danno provocato dalle azioni collettive, in quanto queste sarebbero state contrastanti con la libertà di prestazione dei servizi, imponendo all’impresa difficoltà che non avrebbe incontrato se fosse stata svedese, rendendole impossibile conoscere prima di investire nella prestazione le condizioni contrattuali cui sarebbe stata costretta ad aderire (a causa dell’affidamento da essa fatto sulla possibilità di continuare a praticare i contratti stipulati in Lettonia). Investita della questione, la Corte di Giustizia ritenne fondate le pretese dell’impresa lettone, stabilendo che le lotte sindacali svedesi avessero ristretto ingiustificatamente (il che sarebbe potuto legittimamente accadere, ad altre condizioni) la libertà di prestazione dei servizi, essendo già operativo un “nucleo di norme imperative di protezione minima” in materia, fissato da una direttiva dell’UE. Poiché le rivendicazioni si collocavano al di sopra di tale standard minimo, le difficoltà causate alla Laval nell’esercizio della propria libertà fondamentale non potevano dirsi inquadrabili nel necessario (stante l’oggettivo contrasto esistente tra di essi) bilanciamento tra questa e il diritto, parimenti fondamentale, allo sciopero, funzionale ad ottenere un miglioramento delle condizioni lavorative.

La pronuncia è significativa nel segnare il distacco esistente tra il quadro dello Stato democratico-sociale e quello dell’ordinamento europeo, tanto nell’equiparazione, ad un livello astratto, tra i diritti sociali dei lavoratori e la libertà economica della prestazione di servizi (la quale, sola, rende necessario il bilanciamento reciproco), quanto nel concreto risultato applicativo raggiunto, che non può dirsi in linea con ciò che le Costituzioni moderne, recettive delle istanze democratico-progressiste, avrebbero probabilmente richiesto in un caso analogo. La Corte ha, in effetti (in ciò suscitando un vespaio di critiche ancora non sopite), legittimato quel social dumping che quasi unanimemente è indicato come uno dei più gravi problemi sollevati dalla globalizzazione economica.

Gli esempi ora citati si inseriscono in un quadro complesso, caratterizzato da innumerevoli sfumature di cui è qui impossibile rendere conto, ma che indubbiamente presenta un’inquietante ambiguità degli obiettivi fondamentali perseguiti dall’integrazione europea, che nonostante le proclamate mire di realizzazione di una «economia sociale di mercato» sembra pericolosamente oscillante verso una valorizzazione dell’elemento liberista a scapito di quello sociale. Se così è, mal si comprende come la critica delle politiche europee sembri appannaggio esclusivo delle destre, sempre più scopertamente neo-nazionaliste, di ispirazione Lepenista, e a sinistra si assista ad un’assunzione pressoché assiomatica della retorica europeista, ed alla rinuncia a denunciare con la decisione che appare necessaria il duplice (e strettamente interconnesso nei suoi due aspetti) problema del persistente deficit democratico e dell’altrettanto persistente mancanza di un orizzonte sociale nel contesto europeo.

Per quanto probabilmente non condivisibile negli esiti (per le ragioni indicate poco oltre), la battaglia di Mélenchon ha l’indiscutibile merito di aver spezzato un tabù che ormai da troppo tempo legava le mani della sinistra europea, invischiatasi in un europeismo acritico e in un rifiuto di denunciare le storture dell’UE anche quando la totale estraneità ai propri valori fondanti era maggiormente evidente (peraltro, dopo una fase di iniziale – e giustificata, stante la pesantissima assenza nel Trattato di Roma degli elementi più progressisti di cui l’architettura comunitaria si è arricchita nel corso degli anni -, durissima contrarietà alle istituzioni europee, globalmente considerate). Tale apriorismo, che, cavalcando le ambizioni del secondo ‘900, è diventato un vero e proprio fenomeno di massa e non certo limitato ai soli partiti di sinistra, sta in questa fase storica facendo il gioco dei populismi più beceri; laddove la serena constatazione della legittimità di sottoporre a critica, per quanto dura, qualsiasi tipo di istituzione politica (comprese quelle UE, terribile a dirsi!) non fosse sufficiente a persuadere dell’opportunità di prendere atto di alcune innegabili criticità, la preoccupante forza delle destre euroscettiche dovrebbe comunque portare più di un osservatore ad interrogarsi seriamente su dove l’Unione Europea stia andando e – soprattutto – voglia andare.

DIALETTICA DEL SOLIDARISMO

La strada de La France Insoumise, intrapresa nel nostro Paese anche da Sinistra Italiana (il cui leader, Stefano Fassina, non a caso ha scritto alcune delle parole più lucide che siano state spese sulle vicende elettorali francesi), non è, però, l’unica alternativa teorica elaborata dalle forze della sinistra sul tema dei complessi rapporti tra Stato ed UE, come declinazione particolare della grande, generale sfida della globalizzazione.

In «Impero» (Harvard University Press, 2000; Rizzoli, 2002), summa di pensiero postmoderno e libro-manifesto dell’enorme bolla di sapone che a posteriori si è rivelato essere il movimento No Global dei primi anni 2000, Toni Negri e Michael Hardt elaborano un affresco tanto spesso non in grado di convincere fino in fondo quanto raramente privo di forza suggestiva. Prendendo le mosse dalla presa d’atto dell’irreversibile declino del paradigma nazionale e statuale e delle sue varie declinazioni (dalla storia delle idee al diritto internazionale), causato dalla globalizzazione economica, gli Autori criticano serratamente la sinistra statalista e localista di stampo Mélenchoniano, che si ripropone di combattere gli effetti distorsivi della globalizzazione economica tornando a valorizzare la sovranità tradizionalmente intesa e i sistemi produttivi territoriali, plaudendo invece al tramonto dello Stato, caratterizzato come intrinsecamente repressivo anche nelle sue declinazioni più progressiste e assistenzialistiche, e alle possibilità di emancipazione che la mobilità di beni e persone offrono ad un’umanità ormai libera dalle anguste barriere territoriali e culturali che hanno caratterizzato l’età moderna. La globalizzazione andrebbe, dunque, “semplicemente” reindirizzata in senso sociale, e non contrastata; avversata nei suoi profili di diseguaglianza e sfruttamento dell’uomo sull’uomo, e non rigettata in quanto tale.

Depurando l’analisi di Negri e Hardt dai suoi elementi troppo rigidamente marxisti, ed applicandola allo specifico problema dell’Unione Europea, è possibile trarre utili indicazioni circa le contraddizioni della sinistra “sovranista”, l’impraticabilità delle sue proposte e la non desiderabilità della riproposizione di un modello, quello statuale, che ha certamente prodotto alcuni tra gli più stupefacenti progressi registrati nella storia dell’umanità, ma ha anche segnato con la propria impronta alcune delle pagine più buie della stessa. Riproporre un apparato fondato sul legame fra popolazione e territorio, quando l’indissolubilità, un tempo data per scontata, di questo rapporto è ogni giorno messa più in crisi dai fenomeni migratori, sempre più strutturalmente propri della nostra epoca, diventa ogni giorno più difficile; l’idea di una sovranità esercitata su, e grazie a, questo binomio è sempre meno attuale, tanto più la questione ambientale e i colpi di testa al riguardo di un Presidente eletto nell’esercizio della sovranità stessa mettono in luce la necessità di sue limitazioni.

Da quest’angolo visuale, l’Unione Europea sarebbe, nello spirito dei suoi padri fondatori (quelli ideali: non certo quelli che hanno concretizzato il sogno proto-federale nel Trattato di Roma del ’57, che, come poc’anzi accennato, disegnava anzi un quadro ancor più liberista ed antidemocratico di quello attuale), il mezzo per superare il mito della sovranità moderna incondizionata, ed affrontare con cognizione di causa le sfide del mondo attuale: superamento che, però, non può, da un lato, prescindere da un effettivo riconoscimento dei diritti umani a prescindere da appartenenze territoriali e nazionali, senza il quale l’Unione non rappresenterebbe altro che una trasposizione in scala maggiore dello Stato nazionale; e, dall’altro, non può declinarsi nel cieco liberismo cui l’UE continua ad ispirarsi, pena il divenire il miglior vassallo di quella globalizzazione (solo) economica che sta mettendo in crisi la democrazia in tutto il mondo.

Un radicale ripensamento dell’architettura europea e dei suoi fini, in direzione davvero democratica e sociale sarebbe, insomma, probabilmente più coerente con i princìpi della sinistra storica di quanto non lo siano le resistenze sovraniste di Mélenchon. Precondizione per questo è, però, che sia possibile criticare da sinistra l’UE: che le forze di sinistra rinuncino al proprio europeismo retorico e riconoscano l’esistenza di gravi problematiche nello stato attuale dell’Unione, e che a livello mediatico si smetta di associare automaticamente la critica delle politiche europee al populismo e – di conseguenza – alle destre. L’alternativa sono l’attuale stagnazione del processo di integrazione e, in ultima analisi, l’autodistruzione dell’Unione.

Se si crede, come chi scrive, che il progetto unitario (idealmente) meriti supporto, si devono fare i conti con i problemi che esso sta (materialmente) incontrando, e prendere in considerazione senza orrore né sgomento anche l’ipotesi che esso si arresti, laddove in ultima istanza si rivelasse non meritevole d’essere perseguito (per quanto, è importante ribadirlo, quest’ipotesi al momento non sembri prospettarsi). Il ‘900 ci ha mostrato, con Auschwitz e l’arcipelago GULag, i risultati del considerare lo Stato un fine in se stesso. Perché con un’organizzazione internazionale le cose dovrebbero essere diverse?

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