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In copertina: Sit-in di protesta a Roma, Piazza Santi Apostoli. Riccardo Antimiani—Camera Press/Redux Originale qui

Il racconto di sette mesi bui, tra depistaggi e ipocrisie

Sette mesi fa veniva ritrovato il corpo del connazionale Giulio Regeni, ricercatore friulano torturato ed ucciso il 25 gennaio al Cairo, a cinque anni dalla fallita rivoluzione egiziana dopo la resa al potere di Mubarak. La vicenda, piuttosto intricata alla luce dei rapporti diplomatici Italia-Egitto e della paranoica repressione egiziana, è stata ripresa dalla inchiesta andata in onda lunedì su Rai3 nella trasmissione Presa Diretta. Il lavoro di Riccardo Iacona e di Giulia Bosetti ha cercato di ripercorrere l’andamento dei fatti, alla ricerca della verità imbrigliata in relazioni (s)comode e depistaggi quotidiani.

 

Ciò che è accaduto nei primi mesi è alquanto noto: il governo egiziano aveva cercato di “fare luce” sul caso Regeni attraverso una serie di depistaggi desolatamente inconsistenti: l’incidente stradale, la banda di rapinatori, il delitto a sfondo sessuale con tanto di illazioni omosessuali, l’accusa di spionaggio. Tesi che non hanno fatto altro che peggiorare i rapporti diplomatici con l’Italia, che decide in quel momento di ritirare l’ambasciatore italiano al Cairo in segno di profondo disappunto per la scarsa collaborazione della magistratura egiziana con quella italiana. Si badi tuttavia, e ciò riveste il punto focale delle indagini, che l’Egitto è uno di quegli stati nei quali il potere giudiziario non è indipendente ma fa capo al potere esecutivo.

I rapporti economici 

La ricerca della verità per Giulio, fortemente sostenuta dalla commovente battaglia della propria famiglia e da Amnesty International, chiama inevitabilmente in ballo i rapporti economici tra Italia ed Egitto. In merito a ciò, la giornalista Marina Forti ci ricordò a febbraio su “Internazionale” le dichiarazioni del premier Matteo Renzi: «L’Egitto è un’area straordinaria di opportunità. Abbiamo fiducia nella sua leadership». Siamo a Sharm el Sheikh: conferenza su investimenti economici. Renzi loderà senza troppe esitazioni il generale al Sisi «per la sua saggezza».

 

Al Sisi guida l’Egitto dal 3 luglio 2013, dopo il colpo di stato che depose i Fratelli Musulmani, a soli due anni dalla rivoluzione del 25 gennaio di Piazza Tahrir. Da quel luglio, l’Italia fu il primo paese europeo a ricevere il generale. Si diceva dei rapporti economici: qui è sufficiente citare il caso di Eni. È noto infatti che l’ente italiano abbia affari in Egitto per 14 miliardi di dollari. Non è tutto: la scorsa estate l’ente di Claudio Descalzi annunciò la scoperta di un nuovo giacimento offshore chiamato Zhor, con riserve di gas stimate ad una cifra di 850 miliardi di metri cubi di gas. Zhor dovrebbe consentire la nascita di un hub nel Mediterraneo occidentale attraverso una partnership con Cipro e Israele, liberandola da vincoli economici particolarmente consistenti.

Non solo Eni

La relazione economica con l’Egitto vede la presenza nel territorio egiziano di altre 130 aziende italiane. Si ricordano su tutte Edison e Banca Intesa San Paolo, che nel 2006 rilevò Bank of Alexandria per 1,6 miliardi. Detti esempi rappresentano solo una lunga catena della delicatezza di un caso sempre più lontano dalla verità, zeppo di domande e sprovvisto di realtà. Si aggiunga l’infinita catena di relazioni internazionali e l’enorme peso egiziano nello scacchiere del Mediterraneo: basti pensare all’attuale spaccatura libica, che fa dell’Egitto un imprescindibile interlocutore per l’Italia e per l’Europa.

 

Dinanzi a simili fattispecie in campo, con un Egitto che stenta economicamente, oltretutto ossessionato da un senso di avvertito boicottaggio governativo, quali avrebbero potuto essere le mosse più opportune da attuare al Cairo? A fine marzo, l’agenzia web “Cairo Portal” riporta di una  spaccatura nel governo egiziano: tacere ed attendere che qualcuno dimentichi, con una collaborazione di facciata ma inconcludente ai fini della verità, o ammettere le responsabilità? Il quotidiano aveva citato fonti anonime interne al ministro degli Esteri. Se ne legge:

 «Una parte riconducibile al Ministro degli Esteri punta sulla necessità di risolvere la questione in modo trasparente, anche se questo implicherà delle responsabilità del governo stesso e il sacrificio di qualche testa per evitare ingenti perdite economiche e politiche».

 

Le cose ad oggi vanno evidentemente nella prima direzione e non potrebbe essere altrimenti. Quello che ormai traspare è che Giulio fosse già seguito precedentemente dai servizi segreti egiziani e che temesse per la propria incolumità. In una assemblea facente capo al sindaco indipendente egiziano, l’11 dicembre 2015, Giulio Regeni venne fotografato alla riunione da una donna. Perché? Giulio era stato schedato?

La faida tra i servizi di intelligence egiziani

Come raccontato dall’ex colonnello e funzionario di polizia Omar Afifi a Presa Diretta, Regeni è stato arrestato il 25 gennaio e portato al commissariato di Giza. Il ministro dell’Interno sapeva dell’arresto? Al Sisi sapeva? Queste le convinzioni di Afifi, sulla base di fonti ritenute sicure ed attendibili. Le autorità egiziane erano di fatto convinte che Giulio fosse una spia e che stesse progettando una cospirazione anti-governativa. Per Regeni vi sarebbero state “tre fasi di tortura” nella convinzione di ottenere informazioni, le quali probabilmente non erano in mano al ricercatore. Afifi, dopo vent’anni di lavoro per il  ministero dell’Interno, aveva deciso di andare via dall’Egitto dopo le operazioni ordinarie di tortura degli apparati di sicurezza egiziani.

 

Nella morte di Giulio si è più volte ipotizzato di una faida tra i vari servizi segreti di intelligence. Nel presunto dossier a carico di Giulio, l’ipotesi raccontata da Presa Diretta e dal giornalista di “Repubblica” Carlo Bonini è quella di un passaggio di mano della questione dai servizi di intelligence civile a quello militare, vicino al generale al Sisi. Questo avrebbe creato «una resa dei conti negli apparati e nella cerchia stretta di al Sisi». Il rischio dunque è di essere dinanzi ad un pasticcio governativo, nella ordinarietà della repressione: il caso Regeni non è un caso nazionale ma l’espressione di un atteggiamento comune del governo egiziano nei confronti dei presunti oppositori.

Chi è Mohamed Abdallah?

Nella ricerca di Giulio Regeni, oltre ai sindacati indipendenti, tema centrale era rivestito dalla vicenda dei sindacati ambulanti egiziani, divisi e sprovvisti di un sindacato unico. Qui siamo dinanzi ad un giallo: l’ipotesi è che all’interno di questa ricerca vi fossero informatori dei servizi egiziani. Il nome che ha destato dubbi è quello di Mohamed Abdallah, uno dei leader degli ambulanti. Abdallah, secondo fonti Reuters ( Michael Giorgy, 4 agosto 2016) avrebbe chiesto a Regeni un telefono cellulare e voli aerei. Secondo un altro leader degli ambulanti, Abdallah avrebbe informato la polizia egiziana dei movimenti di Regeni. Una vendetta che ha poi incastrato Giulio? Anche questa tesi non può essere confermata. Il dubbio è che tale Abdallah fosse un informatore dei servizi segreti. Hoda Kamel (amica di Regeni) avrebbe affermato che il sindacato degli ambulanti fosse infiltrato nei servizi egiziani.

 

I tabulati di Abdallah sono stati richiesti e ottenuti dalla magistratura italiana solo a maggio. La Kamel però era convinta già a marzo che Giulio fosse “stato venduto da Abdallah ai servizi segreti”. Hoda Kamel è stata tra le ultime a vedere il ricercatore italiano e sapeva di un progetto di ricerca di 10mila sterline, che era nelle intenzioni di Giulio per aiutare gli ambulanti. Ma Regeni era al tempo stesso al corrente del divieto di donazioni ai sindacati, che sarebbero provenute da finanziamenti di una Ong inglese. Chiaro come Abdallah, secondo la Kamel, fosse convinto che Regeni stesse invece ponendo le basi per l’acquisto di informazioni, e che abbia così parlato con le autorità egiziane dopo il rifiuto delle proprie richieste economiche nei confronti di Giulio.

La vicenda Oxford Analytica

Altro punto non chiaro è quello di febbraio, a circa due settimane dal ritrovamento del corpo di Regeni. Diverse fonti provenienti dalla stampa, rivelano di un impiego di Regeni presso la Oxford Analytica, una delle più grandi aziende di consulenza geostrategica con sedi a Oxford, New York, Wahington e Parigi. Secondo Graham Hutchings, a capo di Analytica, Regeni avrebbe lavorato per l’azienda dal settembre 2013 al settembre 2014.

 

Quali erano i rapporti tra Giulio e l’azienda di Hutchings? Si aggiunga che l’azienda Analytica ha come fondatore David Young, implicato nel caso Watergate, scandalo Usa del 1972 che portò alle dimissioni del presidente repubblicano Nixon. Dopo quello scandalo, Young lasciò l’America per fondare Oxford Analytica, «analizzatrice privata di altissimo livello nella raccolta di intelligence per enti privati, agenzie e cinquanta governi». La famiglia Regeni ha tuttavia sempre negato il coinvolgimento di Regeni nella vicenda, sostenendo che non fosse mai stato una spia.

Servizi segreti britannici

Altra ipotesi fu legata, sempre a febbraio, ad un infiltrato dei servizi segreti nascosto in uno dei gruppi di ricerca di Giulio. Si tratterebbe di un uomo legato a MI6, gli 007 britannici. Scriverà “La Stampa” il 20 febbraio:

«Giulio è stato dunque strumentalizzato? Una pedina inconsapevole nello scacchiere dello spionaggio internazionale, sull’asse Londra-Il Cairo?

Il ruolo dell’Università di Cambridge

È noto che a metà dicembre l’Università che commissionò la ricerca sui sindacati indipendenti egiziani, intimò Regeni ad intensificare il proprio lavoro. Furono richieste maggiori informazioni su coloro che erano e sono maggiormente temuti dal regime egiziano. Il 7 giugno giunge in Italia la notizia di un rifiuto di collaborazione con le autorità italiane da parte di Maha Abdelrahman, professoressa di Giulio Regeni. Nella mail che Giulio inviò alla Abdelrahman, la situazione egiziana venne descritta con «un malcontento molto diffuso tra i lavoratori ma che fino a oggi stentava a prendere forme in iniziative concrete».

Il libro denuncia della prof di Giulio.

La ricerca di Regeni parte dal libro di Maha Abdelrahman “Egypt’s long revolution” pubblicato nell’autunno 2014. “Repubblica” ne analizzerà sempre attraverso Carlo Bonini il contenuto. I temi sono legati a  violazione dei diritti umani, centralità di forze armate e servizi segreti e analisi degli anni antecedenti dieci anni prima alla rivoluzione, con il racconto dei tre anni successivi alla stessa. Una ricerca dunque temuta dal governo egiziano? A sette mesi dalla morte di Giulio, chiedersi tutto questo è un atto di sensibilità e sensatezza.

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Conferenza stampa dei genitori di Regeni al Senato. Nella foto Luigi Manconi, Paola Regeni, Claudio Regeni. Originale qui

Le 10 domande sul caso Regeni:

  1. Perché l’unica reale mossa italiana nella vicenda è stata quella del richiamo dell’ambasciatore al Cairo Maurizio Massari, provvedendo poi alla sua sostituzione con il nuovo ambasciatore Giampaolo Contini?
  2. La magistratura italiana ha ascoltato (o avuto la possibilità di ascoltare) l’ex colonnello Afifi, dopo le dichiarazioni rese a giornali e tv?
  3. In che misura è coinvolto Mohamed Abdallah, e più in generale i sindacati ambulanti egiziani?
  4. Quale era esattamente, a patto che fosse vero, il ruolo di Giulio all’interno di Oxford Analytica?
  5. Qual è la verità sul coinvolgimento di un agente dell’ MI6 britannico, infiltrato all’interno di uno dei gruppi di ricerca di Giulio?
  6. Esiste davvero un coinvolgimento britannico all’interno della vicenda?
  7. Le autorità britanniche stimoleranno realmente un rovesciamento del silenzio dell’Università di Cambridge, dopo il rifiuto della professoressa di Regeni di collaborare con i pm italiani?
  8. L’Italia ha davvero intenzione di rimandare il proprio ambasciatore al Cairo, decretando di fatto una sorta di resa ai fini della verità?
  9. Se e in quale modo le autorità egiziane sono responsabili del caso Regeni?
  10. Le relazioni diplomatiche tra Stati possono continuare a tollerare casi identici a quello di Giulio Regeni, nella più totale indifferenza in relazione al rispetto e all’imprescindibilità dei diritti umani?

 

A Paola, Claudio e Giulio Regeni

Author: Cosimo Cataleta

Laureando in Giurisprudenza presso l’Università degli Studi in Milano con tesi sul rapporto tra Parlamento e Magistratura. Attualmente si occupa di raccolta fondi e campagne di sensibilizzazioni per alcune Ong.

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